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Miscellanea (lotte operaie)

I sindacati in difesa del capitale: l'esempio delle ferrovie dello Stato

L'agitazione dei ferrovieri è stata così intimamente confusa con il problema della "riforma di struttura" dell'azienda, che non si può parlare dell'una senza accennare all'altra, a nuova dimostrazione del ruolo controrivoluzionario che i sindacati sempre più svolgono nel quadro del moderno ordinamento borghese-democratico. È questo che si propone nel seguente articolo "Il ferroviere".

A chi serve una riforma?

Le ferrovie sono, prima che un'industria per il trasporto merci o passeggeri, un indispensabile accessorio del modo di produzione della grande industria capitalistica; e poiché tale accessorio non aggiunge nulla al valore dei prodotti, ma ha il solo fine di accelerarne la circolazione, è interesse dell'intera classe dominante avere a sua disposizione ferrovie moderne, veloci, e che offrano servizi a basso prezzo. Siccome, in una società divisa in classi, nessuna riforma può essere fatta "nell'interesse di tutta la collettività", come a bocca piena dicono i bonzi della CGIL e degli altri sindacati, essa può servire oggi ad una sola causa: la causa della conservazione. Ed è qui che si inserisce il ruolo controrivoluzionario dei bonzi. Che cosa significa infatti riforma democratica dell'azienda ferroviaria, per i sindacati? Significa rimodernare la struttura e l'organizzazione della azienda, renderla più agile, più adeguata alle moderne esigenze del capitale decentrando il potere direzionale in modo da conferire maggiori e più dirette responsabilità ai dirigenti periferici, ma tutto questo deve avvenire non solo col beneplacito bensì anche con l'inserimento diretto dei sindacati centrali (e loro istanze periferiche) nella élite dirigente della nazione, facendone un vero e proprio strato privilegiato come nella democratica repubblica delle stelle e strisce.

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Razionalizzazione della produzione e riforme economiche, falsi obiettivi indicati agli operai dalla rinunciataria politica dei partiti opportunisti

Questo ottimo articolo di un giovane compagno merita l'attenzione di tutti i lettori, i quali vi troveranno la critica dei moderni sviluppi della tecnica produttiva e dell'automazione e della loro acerba critica, rilevando da sé che la stessa va messa in rapporto alle fondamentali posizioni di Marx sull'incremento della pena di lavoro, dell'intensità di lavoro, e della produttività del lavoro anche considerata come fatto sociale, tutte cose che ogni vero comunista rivoluzionario deve detestare e disprezzare come infamie fino a quando rimane la vergogna del potere politico negli artigli sanguinolenti del capitalismo borghese e democratico.

In questi ultimi mesi i maggiori organi di stampa, gli uomini politici più rappresentativi, gli intellettuali più impegnati hanno ansiosamente seguito lo svilupparsi della congiuntura ed auscultato con attenzione il cuore della malata economia nazionale. Già in questa molteplice concordia di interessi possiamo constatare come di fronte al comune pericolo (costituito dal timore della diminuzione dei loro mal guadagnati proventi) tensioni antiche, dibattiti, differenti opinioni si siano taciute tutte di fronte all'imperativa necessità di trovare una cura adeguata. E la cura c'è, è saltata fuori, non per le virtù intellettuali, o per la chiara diagnosi, di un qualche insigne studioso: ma perché insita nelle leggi stesse del capitalismo.

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Quale (e come) "unità sindacale"?

L'unità sindacale, intorno a cui i sindacati della collaborazione di classe non si stancano di chiacchierare per meglio nascondere come la sabotano, può essere solo il risultato di una lunga lotta di classe in cui le armi di ognuno degli avversari siano ben definite.

Le leggi economiche del capitalismo sono le armi più efficaci di cui dispongano i padroni, prima fra tutte la legge del valore che esige che la forza-lavoro dell'operaio sia pagata come qualunque altra merce, che la massa dei salariati sia divisa all'infinito mediante un pulviscolo di categorie professionali e di sottodivisioni all'interno di ognuna. L'arma dei salariati è invece l'organizzazione che nasce dalla concentrazione industriale e che permette loro di coalizzarsi, di scatenare scioperi improvvisi e massicci, di superare con la violenza e l'estensione di questi moti la divisione creata dal gioco della legge del valore. Perciò gli agenti del padronato mascherati da dirigenti sindacali incoraggiano la divisione in categorie, la molteplicità delle mercedi, le rivendicazioni diverse da un'azienda all'altra, mentre i militanti rivoluzionari lottano contro la gerarchia dei salari e per rivendicazioni uniformi, per movimenti estesi a più settori della produzione. Da un lato, la divisione fisica degli operai che è il portato naturale della società capitalistica e della funesta collaborazione fra sindacati e padronato; dall'altro, la lotta per l'unificazione POLITICA, condotta dall'avanguardia rivoluzionaria del proletariato.

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Premio di produzione e salario a rendimento imbrigliano e dividono la combattività di classe dei proletari

Sul n. 13 del nostro giornale comparve un trafiletto con una citazione da un articolo dedicato alla questione del premio di produzione nel n. 23 di Mondo Economico, accompagnata da un brevissimo commento. La cosa avrebbe potuto fermarsi lì se, sulle colonne di Mondo Economico, non si fosse aperto un breve dibattito a causa dell'intervento di un esponente sindacale cislino, a cui l'estensore della precedente nota rispose tirando in ballo, fra l'altro, la nostra noterella. Questa serie di fatti ci offre l'occasione di precisare ancora una volta le nostre vedute sul premio di produzione e sul "salario legato alla produttività", e di giudicare l'atteggiamento delle centrali sindacali in merito ad esso.

Poiché i sindacati tendono a dare un sempre maggiore rilievo al premio di produzione, ad aumentare il suo incidere sul complesso delle retribuzioni operaie, a fissarne stabilmente i connotati nei contratti collettivi, se ne deduce che tale voce è destinata ad acquisire una sempre maggior importanza e che, a lungo andare, i sindacati tenderanno a imporre una struttura del salario ben diversa da quella tradizionale: cioè a sostituire a un salario relativamente uniforme per vasti strati operai un salario articolato e spezzettato al massimo nell'illusione vana e rinunciataria dì raggiungere l'ottimo "adattamento alla complessa situazione tecnico-produttiva", invece dell'effettivo risultato di un'ulteriore divisione dei proletari, di un 'aumentata concorrenza e di una crescente sospettosità reciproca fra di loro. La questione si è quindi di molto allargata, e investe l'insieme delle componenti il salario operaio.

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Magnifica combattività operaia sabotata

L'aspetto positivo e indiscutibile dell'imponente sciopero degli elettromeccanici (che si avvia alla conclusione mentre scriviamo e purtroppo si sarà forse esaurito quando il giornale sarà uscito) è la magnifica combattività di cui gli operai hanno dato prova, conducendo l'agitazione in masse compatte e affrontando non solo i padroni, ma la polizia in episodi che i sindacati possono ben deplorare, perché non si accordano col loro legalitarismo, né col loro metodo di lotta in ordine sparso ed alla chetichella, ma che appunto perciò acquistano un sapore di sfida aperta alla politica conformista e codina dei bonzi bianchi, gialli e rosa, e dimostrano che lo sciopero, quando non è preventivamente limitato nel tempo e nelle modalità di sviluppo, trova schierati dietro di sé, senza defezioni, tutti i lavoratori.

Ma appunto questa splendida dimostrazione di combattività e di compattezza rende ancor più disgustoso l'atteggiamento di quelle organizzazioni sindacali cui spetterebbe di dirigere la lotta e di condurla fino in fondo. Esse hanno subito lo sciopero; hanno fatto l'impossibile per concluderlo al più presto: tutto hanno messo in opera per impedire che dilagasse e, quindi, desse i frutti che gli operai si attendevano. Gli elettromeccanici non potranno non tirarne le conseguenze per l'avvenire; la loro lotta ha rimesso sul tappeto qualcosa di più di rivendicazioni salariali o "normative"; ha riproposto i grandi, secolari temi della lotta di classe.

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