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Comitato unitario di base della Pirelli

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Pirelli_BicoccaLotta della classe operaia alla Pirelli di Milano a cura del Comitato Unitario di Base della Pirelli + 17 documenti e volantini del CUB Pirelli -1968/69

Il testo che qui presentiamo è una delle fatiche politiche del Comitato Unitario di Base della Pirelli di Milano. Se viene tardi, è perché altre cose dovevano esser fatte prima. Ma anche questa andava fatta, perché ci sembra che valga la pena di far conoscere e presentare alla discussione i risultati teorici di una pratica di lotta che non vogliamo ristretta. Non diamo che indicazioni di metodo e poche tesi generali, senza pretesa di essere definitivi nemmeno su quelle.

Non è definitiva la nostra azione, e nemmeno il discorso che è cresciuto con essa. L'esposizione, si vedrà, rispetta rigorosamente il processo reale, che è stato di incessante collegamento tra ipotesi e fatti, attraverso due fasi: nella prima il CUB ha sviluppato l'analisi della condizione in fabbrica, per contribuire al risveglio della coscienza operaia; nella seconda ha partecipato, dall'interno, allo sviluppo della lotta fino alla sua massima espressione politica, di lotta per il potere in fabbrica. Quello che qui è scritto, come la decisione di scrivere, è del Comitato, ed è il risultato delle sue discussioni, che sempre precedono e seguono i momenti di intervento. Quello di cui si parla, è la lotta della classe operaia alla Pirelli di Milano, dalla cui combattività e coscienza politica è nato il Comitato, a dimostrazione della reale connessione tra rivendicazioni economiche e obiettivi politici, e della possibilità di farla valere anche e soprattutto nelle lotte operaie.


LA PIRELLI

La Pirelli Bicocca è il più grande stabilimento italiano della gomma, diviso in tre settori di produzione: cavi, pneumatici e articoli vari; raccoglie nei reparti circa 9000 operai. Nel milanese, accanto a questo che è lo stabilimento centrale, si trovano le fabbriche consociate AGA SAPSA, Ripamonti, CAME, Azienda Meccanica, nelle quali lavorano circa 2500 operai. In Italia, secondo una dichiarazione dello stesso Pirelli, vi sono complessivamente circa 66.000 operai che lavorano nelle sue fabbriche e 32.000 all'estero (gli stabilimenti sono 82, di cui 30 all'estero, in 13 diversi paesi).

LA CLASSE OPERAIA DELLA PIRELLI DOPO I CONTRATTI NAZIONALI DEL '64 E '68

Nell'azienda Pirelli, "avanguardia dello sfruttamento e della reazione", la finissima politica padronale approfittando della separazione dei vertici sindacali, era riuscita a far passare i suoi disegni a tutti i livelli, per mezzo degli accordi separati. Così, mentre le scadenze dei rinnovi contrattuali erano in passato annuali, nel 1960 i sindacati accettarono scadenze biennali di rinnovo, e nel 1964 si convenne sul rinnovo ogni tre anni. A questo punto la direzione mise il suo impegno a bloccare la dinamica del cottimo, e vi riuscì perfettamente con il contratto del '64. Infatti, bloccando la dinamica del cottimo sul premio di produzione, la Pirelli riusciva: 1) a far perdere una parte di salario al lavoratore (la dinamica portava in busta paga circa 8.000 lire del premio di produzione, sotto la voce di superminimo); 2) a creare le condizioni a metà anno per poter assorbire gli aumenti percentuali che ci sarebbero stati al rinnovo del contratto di fine d'anno.

17 giorni di sciopero; una partecipazione operaia del 95%; eppure, attraverso il contratto 1964 il padrone faceva passare in pieno nell'azienda la politica dei redditi: bassi aumenti salariali (gli operai recuperano solo una parte del salario tolto da Pirelli all'inizio dell'anno), nessuna soluzione ai problemi della normativa, grave sperequazione operai-impiegati e, questo è il peggio, si accettava la gabbia padronale della lotta: i sindacati si impegnarono a non promuovere nessuna lotta rivendicativa nell'arco di tempo di validità del contratto. La CGIL rifiutava la firma, e dopo tre mesi rilanciava la lotta per il superamento del contratto, ma non riuscì a mobilitare gli operai intorno alla sua iniziativa sindacale. Le tradizionali divisioni della classe operaia della Pirelli furono determinanti per il fallimento dell'azione, e così la CGIL decise di lavorare in prospettiva del contratto successivo.

Intanto in fabbrica nei tre anni aumenta il malcontento, e sono già chiari i sintomi di una potenziale riscossa operaia, grazie anche all'assunzione di circa duemila giovani operai. Nell'agosto '67, per esigenze molto diffuse, in alcune consociate ed alla tipografia, scoppiano i primi scioperi di reparto, che i sindacati raccolgono solo in parte con alcuni accordi insignificanti firmati a fine d'anno dalla CISL e dalla UIL, e di cui gli operai sono molto scontenti. I tre sindacati, intanto, prima della scadenza contrattuale (fine '67), avviavano trattative con gli industriali su una piattaforma rivendicativa generale. Nella fabbrica affiorava una volontà di lotta per un discorso nuovo su contenuti nuovi. All'atto delle contrattazioni, le assemblee operaie esprimevano esigenze di fondo, ed erano disponibili ad una lotta senza riserve. A questa volontà operaia si contrapponeva invece una decisione sindacale che dava il fatto compiuto, e i tre giorni di sciopero che i sindacati decisero di proclamare, risultarono solo uno "sciopero dimostrativo".

In una riunione della FILCEP-CGIL, indetta per valutare l'operato della segreteria sull'accordo di massima che il padrone si diceva disposto ad accettare, su 17 interventi operai, 9 erano contrari alla firma di un contratto in quei termini, 8 erano favorevoli (compresi funzionari e dirigenti sindacali). Pure l'accordo fu firmato anche dalla CGIL. La volontà operaia era stata del tutto emarginata dai giochi dei vertici sindacali.

Nel '64, come si è detto, attraverso il congegno di rivalutazione dei cottimi, Pirelli aveva preso ai lavoratori qualcosa come 1314.000 lire al mese. Ebbene, il contratto del '68 recuperava solo 34.000 lire. Nessun effettivo miglioramento, dunque, e nemmeno il ritorno alla condizione precedente; sì rivedevano soltanto, e parzialmente, l'orario di lavoro e le qualifiche, mentre restavano fuori i problemi dei ritmi di produzione, del cottimo e della nocività. La contrattazione del premio di produzione veniva rimandata al giugno '69. Dopo molti anni veniva ripresa la delega sindacale (l'iscrizione al sindacato attraverso trattenute sulla busta paga), che dava modo alla direzione di avere sott'occhio tutto il quadro della situazione sindacale in fabbrica, e le facilitava di conseguenza una eventuale volontà di repressione.

LA LOTTA IN UNA NUOVA DIREZIONE

Organizzarsi

 

Il malcontento lasciato dalla firma unitaria del contratto fu subito molto forte. In un primo tempo era rabbia operaia contro il sindacato (non furono pochi gli operai che allora strapparono le tessere sindacali), anche perché gli attivisti sindacali facevano a gara nel decantare i contenuti del contratto. Successivamente una pioggia di autocritiche da parte dei sindacati finiva sostanzialmente in un invito a rinnovare la fiducia, magari attraverso una presenza più assidua, "di controllo", nelle assemblee sindacali. Ma per alcuni operai la lezione era stata definitiva: il contratto bidone era il risultato di una mancanza di visione politica dei problemi operai, mancanza di una coscienza di lotta continua e frontale con il padrone; era il risultato della ricerca del compromesso, secondo la linea portata avanti dalle centrali sindacali (attente solo ai giochi di vertice e per nulla al clima "politico" creatosi nella base operaia) disposte, anzi, a sacrificare qualunque esigenza di base in nome dell'unità di vertice.

Si fanno strada le prime proposte operaie, per dare uno sbocco politico al malcontento, si ripensa ai problemi della lotta della classe operaia, si discute per rivedere le forme in cui viene impostata. Fuori della fabbrica, operai iscritti a diversi sindacati e decisi a cominciare un lavoro nuovo nella fabbrica, cominciano ad incontrarsi, a discutere sul che fare. Si costituisce, in questo clima, il Comitato Unitario di Base della Pirelli.

I primi mesi del CUB sono duri: le sezioni sindacali fanno infatti pressioni per richiamare gli attivisti ad un lavoro all'interno, e non all'esterno del sindacato . Ma dalla discussione coi dirigenti sindacali, che partecipano inizialmente alle riunioni del CUB, dal confronto diretto con la linea del sindacato, e anche del partito, si chiarificano i termini del lavoro da intraprendere, che sarà un'azione qualitativamente diversa da quella sindacale.

A Milano, intanto, s'erano sviluppate le lotte studentesche, le quali avevano portato avanti, sia pure confusamente, l'idea dell'unità tra studenti e operai. Alla Innocenti, in particolare, il Movimento Studentesco, inserendosi nel momento della lotta, aveva contribuito ad accrescere la tensione e la combattività, e quindi a portare alla conclusione di un accordo insperato. Gli operai del Comitato Pirelli intravvedono allora la possibilità d'un lavoro politico con gli studenti. Prendono contatti personali con alcuni che appaiono più disponibili per un impegno continuo. Il CUB prende così la figura d'un organismo costituito di operai e studenti.

Sul collegamento operai-studenti

 

Il CUB ha realizzato un tipo di collegamento nuovo rispetto a quello teorizzato o praticato dal Movimento Studentesco. Il superamento da parte del M.S. della logica corporativistica e settoriale, il significato decisamente anticapitalista delle sue lotte avevano logicamente portato molti studenti al lavoro politico di fabbrica, luogo in cui il capitale nasce e manifesta le sue contraddizioni più evidenti, per collegarsi con la classe operaia nella prospettiva del rovesciamento del sistema. Ma il ruolo puramente strumentale svolto dagli studenti nel corso delle lotte operaie milanesi del 1968 (es.: Innocenti e Marelli) era chiaramente privo di prospettive, perché ridotto ad una semplice funzione di servizio: lo studente distributore di volantini e componente di picchetti. Nel CUB gli studenti hanno una posizione non più subordinata, ma di partecipazione in prima persona al lavoro operaio, che è lavoro politico, e in quanto tale non ammette divisioni di categorie. Inoltre la presenza degli studenti è continua, come richiede l'obiettivo anticapitalistica delle lotte studentesche e il riconoscimento che la fabbrica è il luogo di nascita del capitale. Un corretto rapporto dentro il comitato di fabbrica esige quindi una responsabilità equiparata, che vuol dire elaborazione e scelta collettiva della tattica, degli strumenti e dei tempi di lotta. Per arrivarci, all'interno del CUB sono stati decisamente respinti: l'operaismo, che attraverso il mito dell'"operaio in quanto tale" condiziona lo studente in una prudente posizione di inferiorità e ne limita l'intervento e l'azione: l'autonomia tra M.S. e movimento operaio, formula portata avanti dal P.C.I. e dalla C.G.I.L. per conservare la "egemonia" sulla classe operaia ed evitare che l'unità studenti-operai all'interno d'un organismo possa scavalcarli.

Inoltre, per quanto riguarda il M.S. "ufficiale", c'è da dire che la collaborazione con esso si è cercata, per lo più con scarsi risultati, solo in momenti particolari (cortei o picchetti), dato che la struttura del M.S. e la sua fluidità ideologica (per non dire dell'incomprensione e dello snobismo con cui i "leaders" studenteschi milanesi hanno considerato l'esperienza Pirelli; salvo poi riempirsi la bocca dello slogan "unità operai-studenti"), non avrebbero potuto permettere ciò che al CUB si è invece voluto: che studenti e operai, cioè, abbiano la stessa funzione politica di analisi e decisione, e solo secondariamente si spartiscano i compiti, per ragioni di opportunità; i primi, infatti, hanno una maggiore disponibilità di tempo e una maggiore mobilità d'azione, e quindi assicurano meglio l'efficienza organizzativa; i secondi sono più informati della situazione della fabbrica e di conseguenza meglio collocati per l'analisi dei fatti e per avanzare proposte concrete.

Il comitato, per altro, è rimasto sempre aperto agli studenti e, genericamente, alle "forze esterne" (operai di altre fabbriche e militanti di sinistra), disposte ad accettare i contenuti del CUB e disposti a lavorare per svilupparli e realizzarli.

Metodo di lavoro del CUB

 

Non avendo un'ideologia precostituita, il CUB è partito da un'analisi del piano del capitale, visto non nella sua dinamica generale, ma nella sua realizzazione nella fabbrica. L'analisi dello sfruttamento in fabbrica è la base del discorso politico del comitato. E' attraverso la discussione sulla condizione operaia nella Pirelli che si cerca di cogliere il momento politico su cui far partire la mobilitazione. Si tratta di far vedere che gli elementi presentati come componenti essenziali e inevitabili del lavoro, i ritmi, il tempista, gli ambienti nocivi, ecc., non sono altro che elementi dello sfruttamento. Sfruttamento non è solo una parola, ma una realtà che l'operaio esperimenta in fabbrica in forme ben precise. Perciò il CUB parte sempre dall'analisi della concreta condizione operaia perché si vada oltre la semplice espressione di malcontento e si arrivi ad impegnare la lotta frontale contro lo sfruttamento e le sue cause. Da quando è iniziato il fenomeno della formazione di piccoli gruppi a sinistra del P.C.I., molti di questi hanno tentato un intervento in fabbrica (Quaderni Rossi, Avanguardia Operaia, Potere Operaio, Classe Operaia, Marxisti-Leninisti, P.C. ecc.).

La critica che il CUB muove al tipo d'intervento di questi gruppi, tra i quali non si è mai lasciato comprendere, consiste nel fatto che essi agiscono dall'esterno, malgrado le loro intenzioni, perché partono da analisi teoriche concluse o da esigenze ideologico-politiche irrinunciabili, che poi tentano di tradurre in linee di lotta e piattaforme rivendicative. Per lo più trovano scarso ascolto presso gli operai. A giudizio del CUB, il motivo della mancata risposta agli interventi esterni da parte della classe operaia, può essere questo, che il punto di partenza reale (e non di puro pretesto) deve essere la particolare e concreta condizione in cui gli operai conoscono lo sfruttamento capitalistico. Né l'azione né la teoria possono prescindere da ciò, per non essere irreali e dogmatiche.

Rivendicazioni economiche e obiettivo politico della lotta

 

Il CUB intende sviluppare la sua linea politica aderendo alla condizione operaia della fabbrica, verificando i contenuti e gli strumenti di lotta ai vari livelli della coscienza operaia. Questo non vuol dire che si "viva alla giornata" o che si sostenga un sindacalismo a tutti i costi vincente; rimane fermo che il discorso è politico. La lotta che il CUB intende sostenere è una lotta per il "potere operaio". L'attacco al padrone se deve essere generale, deve anche e può passare per vari momenti: le contraddizioni del piano padronale scoppiano solo quando l'operaio comprende che ogni suo bisogno economico è soltanto un momento di una defraudazione più generale e che i suoi bisogni economici possono trovare soddisfazione attraverso una lotta generale per la presa del potere. La prospettiva è chiara ed elementare: si contesta al padrone il potere decisionale nei singoli punti in cui esso si attua. La lotta solo rivendicativa è fallimentare in partenza. Sono i contenuti politici i soli capaci di generare un rifiuto generale delle condizioni economiche. La prospettiva politica si riempie di contenuti rivendicativi, ma non s'identifica con essi. E' fondamentale, invece, cercare di volta in volta i contenuti rivendicativi, i bisogni economici capaci di assumere concretamente significato politico.

Esempio: non ci si batte per una regolamentazione del cottimo o per un miglioramento dell'ambiente di lavoro ma attraverso la contestazione del cottimo o dell'ambiente nocivo, si contesta il potere decisionale al padrone (prima della lotta è Pirelli a decidere i ritmi o a stabilire i limiti della nocività nella lotta è l'operaio a decidere i ritmi, a rifiutare il lavoro se esso porta danno alla salute, ecc.). Il che vuol dire saper individuare i punti precisi in cui si attua la "politica" dello sfruttamento, conducendo assieme la lotta rivendicativa e la lotta politica. Ogni rivendicazione è integrabile, ma se la prospettiva di lotta è politica, è possibile rifiutare le lotte eversive e creare dei momenti e luoghi di lotta rivoluzionaria. Nella situazione attuale assistiamo come è noto, a una divisione tra il momento economico della lotta, gestito dai sindacati, e il momento politico, gestito dai partiti operai. Ma è invece proprio l'unione tra la lotta economica e quella politica che può mettere in crisi la società capitalistica. Infatti, la lotta economica è feconda soltanto se si combatte il piano generale della politica padronale, nella fabbrica e nella società (lotta politica), anzi, se scaturisce direttamente da quella politica: d'altra parte il momento politico non può separarsi, senza deperire, dalle lotte economiche. Inoltre è la coscienza operaia dei propri interessi e diritti sul luogo di lavoro che porta alla lotta generale nella società, e viceversa. Quando, come ora, il momento politico è affidato ai dirigenti di partito e il momento economico ai dirigenti sindacali, c'è il rischio che la classe operaia diventi estranea ad ambedue i processi. Senza contare che i dirigenti si trasformano in burocrazia di partito e burocrazia di sindacato.

Il CUB è un tentativo di ridare alla classe operaia il suo ruolo di soggetto sia della lotta economica, sia della lotta politica. Da quanto scritto fin qui risulta chiaro che il CUB non ha mai voluto proporre se stesso come struttura organizzativa alternativa al sindacato, non si è perciò neanche proposto di fare un'analisi o una critica puntuale dell'operato del sindacato, ha invece discusso del ruolo oggettivo del sindacato e nel suo documento programmatico si legge: "inserimento degli organismi sindacali all'interno di questo piano (del capitale — n.d.r.) e quindi ingabbiamento delle lotte anche attraverso lo strumento sindacale. I sindacati infatti devono sempre più funzionare oggettivamente da gestori dei contratti, devono essere sempre disponibili prima alla trattativa e soltanto dopo alla lotta (questo è il senso dell'accordo-quadro di cui tanto si parla e su cui torneremo in un documento successivo). La C.I. stessa deve essere subordinata al sindacato centrale e questi essere inserito attivamente nella programmazione. Le commissioni paritetiche, che peraltro per ora non funzionano, risultano armi di ricatto antioperaio in quanto possono intervenire solo nei casi di sopruso evidente e sono, per lo più, in mano padronale in quanto la metà è formata da dirigenti e la metà (ma sappiamo che è sempre possibile comprare qualche ruffiano) da rappresentanti operai". Il sindacato gestisce il contratto e propone la lotta sempre per arrivare a delle contrattazioni e dopo che c'è stato un avvio di trattative. Il sindacato di fatto è nella logica del sistema capitalistico, perché tende a stringere ed esaurire la combattività operaia tra l'avvio e la conclusione delle trattative.

Il CUB non ha cercato né lo scontro né l'incontro con il sindacato, poiché si pone su un altro piano: l'impostazione politica dei problemi e la conduzione politica della lotta, di fatto, superano la gestione puramente sindacale. Ma anche senza cercare lo scontro, il CUB ha detto le sue divergenze dal modo in cui i sindacati intendevano condurre la lotta in Pirelli e ha denunciato che lo sciopero puramente dimostrativo, lo sciopero solo minacciato per rialzare le trattative, come pure lo sciopero programmato, sono forme sterili, incapaci di mettere in sostanziale crisi il sistema padronale.

Il CUB si è fatto portatore dell'idea dello sciopero di lotta , cioè lo sciopero come espressione della combattività operaia e della sua capacità di mutare i rapporti di forza in fabbrica. Questa concezione dello sciopero permetterà forse alla classe operaia della Pirelli di superare la fase attuale, in cui la lotta si è quasi sempre sviluppata in reazione alle iniziative provocatorie del padrone. E' ancora, dunque, una fase difensiva, che va però orientandosi verso una lotta di attacco, come si può vedere dal cosiddetto "sciopero della produzione", per cui gli operai decidono, fuori dalle fasi di lotta e senza voler giungere a nessuna contrattazione immediata, di diminuire la produzione.

Il CUB, dunque, pur trovandosi forzatamente a fianco del sindacato nell'intervento in fabbrica, e portando avanti un'impostazione diversa e spesso attaccata e rifiutata da questo, ma a volte invece recuperata, non ha accusato i sindacati di essere i "traditori della classe operaia", ha invece rilevato e fatto rilevare il limite intrinseco del discorso sindacale e ha indicato la gestione politica autonoma della lotta come lo strumento capace di superare quel discorso e i suoi limiti interni. I sindacati, a parte gli attacchi ufficiali all'inizio, sono poi ripiegati su attacchi sporadici personali verso singoli aderenti del comitato, sia studenti sia operai, tentando di alienare la simpatia degli operai almeno dalla componente studentesca. Risultati vani questi tentativi, sono stati costretti a riconoscere la realtà del comitato. E' significativo a questo proposito che sulla cronaca dell'Unità non vi sia alcun cenno per molti mesi all'esistenza del CUB; solo in un servizio speciale sugli scioperi della Pirelli l'intervento del CUB è riconosciuto, ma ridotto al ruolo di "spinta". Il Gazzettino Padano, di contro, nelle sue cronache rileva con tono allarmato l'assenza sindacale in quegli scioperi, molti dei quali fa risalire al CUB, facendolo figurare per di più come "forza esterna", e alla tensione che questo avrebbe creato all'interno della fabbrica. E' anche la posizione del Corriere della Sera, negli articoli dedicati al CUB (12 e 17 dicembre 1968).

IL COMITATO NELLE LOTTE ALLA PIRELLI

Analisi della condizione operaia e documento programmatico

I primi di giugno, dopo un paio di mesi di discussione, il CUB presenta alla fabbrica il documento programmatico con la parola d'ordine fondamentale: "RIPRENDIAMO LA LOTTA". In esso viene detto che il contratto bisogna rifiutarlo, riprendendo la lotta, che già si annuncia nei fermenti esistenti in alcuni reparti: trafile plastiche (32), tubi in gomma (60), tipografia. E dai reparti che si deve partire. In ogni reparto, infatti, si può creare immediatamente la solidarietà operaia per la coscienza dei problemi comuni; collegando poi i reparti e sottolineando che i problemi di fondo sono gli stessi, si può arrivare alla mobilitazione generale degli operai della Pirelli. I problemi aperti sono molti e il Comitato nel documento analizza i principali: sistema del cottimo, salari, orario di lavoro, nocività, qualifiche, repressione.

a) i cottimi

 

Pirelli ha approfittato del periodo di ristrutturazione aziendale (19(}4óX) per riorganizzare internamente il lavoro, e rivedere quasi interamente tutto il sistema di produzione: di conseguenza venivano revisionate le tabelle dei cottimi. Il sistema Pirelli dei cottimi è una delle forme più coercitive di sfruttamento. A più riprese la stessa Commissione Interna ha tentato di ostacolare il disegno della direzione sul taglio dei tempi, ma gliene mancavano gli strumenti. Non essendo essa in possesso dei tempi parziali della tabella, doveva per forza limitarsi al giudizio: la direzione fa subire il taglio dei tempi al di fuori di qualsiasi regolazione prevista dal contratto: fa prima realizzare i tempi da lavoratori opportunamente selezionati e impone poi la tabella agli altri, avendo dimostrato che il tempo può esser tenuto. Utilizzando l'ampia struttura organizzativa interna (8.000 operai e 3.500 impiegati e qualifiche speciali) effettua un controllo continuo mediante assistenti e capisquadra per far mantenere all'operaio il ritmo prefissato.

I risultati sono che altissime percentuali di lavoratori, soprattutto nei reparti di confezione, all'età di 35-40 anni sono obbligati a portare il busto, a causa della pesantezza del lavoro e dell'alto ritmo imposto. Al reparto cinghiette trapezoidali, gran parte delle donne che vi lavorano, se vogliono realizzare la produzione a rendimento pieno, devono consumare il pasto alla macchina, passando sul lavoro anche la mezz'ora retribuita di mensa. Lo stesso fanno gli operai del reparto 60 (vulcanizzazione tubi gomma). Al reparto cerchietti le donne, causa l'alto ritmo della lavorazione, hanno le mani e le dita perforate dai fili d'acciaio (la direzione, per le continue richieste della Commissione Interna, ha provvisto le donne di guanti di gomma, che non è un rimedio adeguato, ma non ha affatto ridotto il ritmo, responsabile di quei criminali incidenti). Al reparto vulcanizzatori coperture, con 18 vulcanizzatori da controllare per operaio, con un ciclo di 21 minuti, I'operaio per soddisfare le proprie necessità deve aspettare che il caposquadra gli mandi un sostituto, poiché, essendo automatica l'apertura e la chiusura delle macchine, si è organizzato il ciclo in modo da far lavorare l'operaio a pieno tempo, senza pause. Il continuo taglio dei tempi incide non solo sullo sfruttamento degli operai, ma toglie loro di fatto parte del salario. Poiché l'operaio percepisce lo stipendio pieno solo se riesce a lavorare al 100% del rendimento previsto dalla tabella di cottimo, basta un ulteriore taglio dei tempi perché l'operaio, pur lavorando al massimo delle sue possibilità, perda parte del salario di cottimo. Alla Pirelli un operaio guadagna circa 12-14.000 lire mensili sulla voce cottimo; la media della retribuzione cottimo va a formare la paga media dell'operaio con la quale gli viene liquidata la riduzione d'orario, la tredicesima, le festività, la liquidazione di licenziamento ecc. È quindi evidente il legame tra rendimento cottimo e salario, pensione, liquidazione.

Attualmente il rapporto salario-cottimo è il momento decisivo per l'impostazione della lotta in fabbrica.

La politica dei sindacati consiste nel tentare di tener separate la parte normativa dalla retribuzione, separazione che di fatto è impossibile, come hanno dimostrato di sapere gli operai della Pirelli in questa ultima fase di lotte. Essi, infatti, si sono soprattutto battuti per il miglioramento della normativa del cottimo, avendo preso coscienza che un reale miglioramento non si ha con un aumento della parte retributiva, ma con il radicale cambiamento del sistema padronale di imposizione dei ritmi e, in prospettiva, con il rifiuto dei ritmi imposti. Sebbene la CISL e la UIL insistessero sull'importanza delle conquiste "in danaro",. la fermezza delle assemblee operaie e la presenza costante di numerosi lavoratori alle trattative, hanno impedito, come vedremo, che le trattative fossero condotte solo sulla retribuzione. La CGIL voleva una visione dinamica delle due "facce" del cottimo, e nel novembre '68 presentava una "Bozza di documento sul cottimo", i cui contenuti pretendevano d'essere molto avanzati, ma che, ad un esame attento, rivelano un'impostazione generale che lascia indisturbata la logica padronale del cottimo. La grossa novità proposta dalla CGIL sarebbe il Comitato Sindacale Cottimi:

"In ogni stabilimento (per "stabilimento" s'intende il settore produttivo di una fabbrica che produce uno specifico prodotto, per esempio a Bicocca si avrà: Cavi, Pneumatici Articoli vari) è costituito un Comitato Sindacale per i Cottimi, composto dai delegati di reparto per i cottimi. I delegati sono eletti dai lavoratori del reparto stesso e hanno il compito di seguire e controllare le tabelle di cottimo verificandone con i lavoratori la validità. Il C.S.C. elegge nel suo seno una Segreteria di 3 membri, uno per sindacato, la quale è dotata di apposito ufficio e i cui componenti sono staccati dal lavoro. Il C.S.C. si fa assistere nelle trattative dalle Sezioni sindacali nazionali e, se lo ritiene necessario, dai sindacati provinciali. Il C.S.C. tiene un proprio archivio delle tabelle di cottimo regolarmente aggiornate. L'azienda dovrà fornire al C.S.C. tutte le informazioni che esso giudica necessarie dal punto di vista tecnico per l'espletamento delle sue mansioni".

Il C.S.C. ha alcuni compiti, tra cui è particolarmente interessante quello della rilevazione dei tempi per le nuove tabelle. Secondo la proposta della CGIL, esso dovrebbe concordare con il padrone la scelta di un "gruppo" di operai rappresentanti una "media capacità lavorativa", sul quale rilevare il ritmo di lavoro "in periodi della giornata che rappresentino una media della normale intensità di applicazione del lavoratore". Il giudizio di efficienza sarà concordato tra C.S.C. e il padrone, ecc. Senza andare oltre, risulta chiaro che la CGIL avanza l'idea d'un controllo sindacale sul rilievo delle tabelle, ferma restando, però, la logica che si deve comunque arrivare a una tabella che fissa il 100% di rendimento e che costringe il lavoratore a un determinato ritmo produttivo. Ancora a pag. 3 del documento (4.2) si legge: "Rapporto rendimento-tariffa... Si stabilisce per l'intero gruppo Pirelli che a rendimento 100 (parità tra tempo impiegato e tempo assegnato), I'incentivo di cottimo per ogni categoria di lavorazione, deve rappresentare il 40% della paga base e contingenza. Il rendimento massimo è fissato a 110 e il minimo a 49".

Anche qui è chiaro che la parte di salario sotto la voce cottimo è legata alla produzione piena, cioè al ritmo e alla produzione voluti dal padrone.

La CGIL parla di "due" facce del problema cottimo mentre di fatto è una, perché l'altra è rivolta al padrone. Cioè il rapporto tra la retribuzione e la produzione si stringe a un punto ben preciso che i sindacati non hanno mai pensato di contestare: la tabella. La regolamentazione, la normativa, sono un momento successivo, che scatta nel rapporto tabella-retribuzione. A parere del CUB in tal modo si lascia indisturbata la logica del padrone. La possibilità che avrebbe il C.S.C. di "controllare" e "contestare" le tabelle vuol dire solo possibilità di regolare lo sfruttamento, non di abolirlo. Il CUB vuole invece che la lotta abbia come obiettivo, sia pure attraverso momenti intermedi, I'abolizione del meccanismo stesso. I momenti fondamentali, da tener presenti come prospettiva di ogni singola rivendicazione saranno:

a) forti aumenti sulla paga base; b) rifiuto di produrre al ritmo imposto dalla tabella.

Il documento del CUB dice: "Ristrutturazione dei ritmi di lavoro e delle tabelle di cottimo nella prospettiva dell'abolizione del cottimo stesso".

E su questo punto è venuto l'attacco della CGIL in un volantino "dedicato" al Comitato di base:

"Costoro del cosiddetto comitato cercano così di mascherarsi. ma togliete via le parole e vedrete che viene fuori chiara la loro vocazione confusionaria". Questa volta, ad esempio, costoro propongono "l'abolizione del cottimo" proprio mentre invece gli operai nei vari reparti si preparano a dare battaglia per rivalutare di 50 lire orarie i guadagni di cottimo, per contrattare i ritmi e diminuire la fatica. Proprio in questo momento costoro se ne vengono fuori con proposte demagogiche facendo ancora una volta opera di confusione".

Mentre l'operaio vede il salario diminuire perché non può tenere il cottimo e prende coscienza che attraverso questo meccanismo lo sfruttamento lo raggiunge in ogni ora e minuto della giornata trascorsa in fabbrica, perché ogni ritardo, ogni stanchezza gli portano via una parte del suo salario, la CGIL pretende che l'abolizione del cottimo non sarebbe altro che fantasia di confusionari! Altre riserve nei confronti della proposta della CGIL devono esser fatte sulla reale possibilità che avrebbe il C.S.C. di controllare e limitare le decisioni del padrone. Il documento del CUB indica come mezzo di contestazione della tabella, la lotta: "è necessario impedire qualsiasi aumento dei ritmi di lavoro, organizzando fermate non appena avvengono dei tagli di tempi. Nello stesso modo bisogna impedire gli aumenti delle tabelle di cottimo che si trasformano in minor guadagno e più sfruttamento. Le fermate non vanno lasciate isolate, ma immediatamente sostenute da tutta la fabbrica perché questi problemi, anche se momentaneamente colpiscono un solo reparto, sono problemi di tutti".

L'impostazione del CUB raccoglieva le istanze più profonde della classe operaia, tant'è vero che la lotta sul problema delle tabelle di cottimo assumerà in Pirelli un ruolo primario. La classe operaia della Pirelli ha infatti inaugurato una forma di rifiuto radicale dello sfruttamento, affermando il potere decisionale operaio: prima da alcuni reparti, poi praticamente da tutta la fabbrica è venuto il rifiuto di sostenere il lavoro comandato dalle tabelle, rifiuto che ha portato, nelle assemblee interne, a decidere di diminuire senz'altro la produzione, di lavorare cioè ad un ritmo meno estenuante. Del come e quanto lavorare devono essere gli operai a decidere. Il padrone, nel comunicato distribuito dall'Assolombarda il 10 ottobre, si è mostrato molto allarmato da questo tipo di lotta. Naturale, perché così gli operai si prendono il potere di autodecisione. La loro lotta per la regolamentazione della normativa del cottimo ha reso operante, molto più presto del previsto, I'indicazione data dal CUB nel primo volantino distribuito: "Ristrutturazione dei ritmi di lavoro e della tabella di cottimo, nella prospettiva dell'abolizione del cottimo".

Infatti se si rompe il rapporto tabella-retribuzione si è spezzato contemporaneamente il meccanismo del cottimo. Così per il problema della salute il documento programmatico sottolineava che "la salute non va né contrattata né pagata... le condizioni nocive vanno abolite". Quello che il Corriere della Sera denuncia come metodo del CUB ("ha brutalmente sovvertito ogni regola del gioco... non tratta, ma esige... rivendica ogni potere agli operai stessi... radicalizza ogni contesa") è l'indicazione di prospettiva del CUB per le lotte operaie.

b) salari

 

Al problema del cottimo è direttamente legato quello dei salari. Sulla questione il documento del CUB dice: "Alla Pirelli è necessario porsi l'obbiettivo, che è minimo, di giungere almeno ai livelli salariali di CEAT e Michelin (40.000 lire in più).

Uno dei punti essenziali della lotta salariale è senz'altro quello del premio di produzione che deve essere immediatamente legato all'attuale livello produttivo ed aumentare proporzionalmente a tutti gli aumenti di produzione ed agli incrementi della produttività. Sblocco del congegno di rivalutazione. La rivendicazione è: premio di produzione subito, che corrisponda ad almeno il 25 So de l la paga più la contingenza . A questa rivendicazione fondamentale vanno collegate quelle della rivalutazione dei cottimi, degli immediati passaggi di categoria e soprattutto di un aumento de l salario annuo con la parificazione delle mensilità tra operai ed impiegati".

I sindacati hanno stabilito di riaprire la vertenza sul premio di produzione per il giugno del 1969 e la questione non è ancora stata impostata in fabbrica. L'indicazione generale del CUB è per un legame di questo problema con la retribuzione del cottimo e con le qualifiche. La richiesta di parificazione delle mensilità degli operai e degli impiegati, che ovviamente non auspica un abbassamento della posizione del tecnico, vuole legare, contro le discriminazioni salariali, la condizione dei tecnici a quelli degli operai, già accomunati nello sfruttamento e quindi, in prospettiva, uniti nella lotta.

Nei momenti rivendicativi unificanti, operai e impiegati possono già di fatto eliminare la divisione creata dal padrone e da tutto il contesto sociale, che pretende ci sia una differenza radicale tra lavoro manuale e lavoro intellettuale. I sindacati, con la loro politica di rivendicazioni separate, hanno in questi anni accettata come "naturale" quella divisione. Quando nel 1952, 1953 gli operai avevano manifestato la volontà di abolire la separazione con opportune iniziative rivendicative, la CGIL opponeva che la sperequazione operai-impiegati era praticamente insuperabile, ché altrimenti più nessuno avrebbe fatto l'impiegato.

La questione ritornerà nel corso delle lotte alla Pirelli, che vedono un primo passo in avanti nella presa di coscienza della comune condizione di sfruttamento.

c) ambiente di lavoro

 

Altro aspetto preso in esame dal documento del CUB è l'ambiente di lavoro. È il problema della salute, che non può esser in alcun modo ridotto a una questione di salario. Esistono all'interno della fabbrica diversi tipi di lavorazione nociva. La direzione, per non suscitare diffidenze nell'operaio e perché questi non rifiuti eventualmente di manipolare certe sostanze, aggira il problema etichettando le soluzioni—al loro ingresso in fabbrica—con nomi di città e di fiori che nascondono la composizione reale del prodotto e il suo nome commerciale. Esistendo la mutua aziendale, la direzione si sottrae al controllo degli enti pubblici preposti alla difesa della salute; i lavoratori della Pirelli figurano sotto questo aspetto a carico dell'azienda. L'interessamento stesso della direzione dà la misura di quanto sia grave il problema della nocività dentro la fabbrica: gran parte dei lavoratori viene sottoposta a periodiche visite di controllo che sono obbligatorie. Ma sembra essere un problema solo del padrone, infatti i risultati delle visite non sono resi noti agli interessati, nemmeno su esplicita richiesta.

Oltre alla manipolazione di sostanze nocive, la salute è minacciata dalle esalazioni di gas prodotti dalla lavorazione di surriscaldamento della gomma o dai locali con altissima percentuale di umidità (vulcanizzatori). Nel primo caso si provvede con mezzi rudimentali, gli aspiratori impiegati non sono sufficienti a prevenire le malattie; nel secondo, che riguarda un gran numero di operai, la direzione ha semplicemente negato il problema, e per dimostrarlo, non ha trovato di meglio che abolire l'indennità per caloria per tutti i mesi dell'anno tranne quelli estivi. L'abolizione è venuta dopo il prelievo del tasso di umidità da parte del medico di fabbrica. Altro pericolo per la salute viene dal fatto che gli operai, cercando un qualche sollievo al clima soffocante, aprono le finestre; si contano così anche alcuni casi di tubercolosi. In ogni caso sono sempre e solo i medici dell'azienda, pagati dalla direzione, a giudicare delle condizioni in cui lavorano gli operai. Lo scopo è quello di non aprire la fabbrica a nessuna forma di controllo che non appartenga alla direzione. Così per la mutua, che è completamente nelle mani della direzione, sia per l'ammontare dei fondi che per il controllo malattie. Con la mutua aziendale, oltre al risparmio sulle spese di assistenza, la direzione si mette in grado di esercitare un rigido controllo fiscale sui dipendenti attraverso il medico di fabbrica, che detta le norme cui deve attenersi il lavoratore in caso di malattia; il licenziamento è previsto per chi non vi si conforma. Se in un primo tempo la mutua aziendale aveva una efficienza che dava all'assistito Pirelli un certo privilegio nei confronti di quello dell'INAM, attualmente quel vantaggio è stato cancellato. Il ricettario usato dai medici convenzionati è ormai lo stesso. Inoltre, alcune zone residenziali di dipendenti Pirelli, esempio quella di Bergamo, per i mancati accordi con gli Enti mutualistici locali, sono rimaste prive di assistenza e i lavoratori o i loro familiari sono costretti a venire a Milano o in ditta per essere curati.

Su questo problema la politica fin qui condotta dalle organizzazioni sindacali è stata quella tipica della "contrattazione" .

Il Comitato ha espresso un punto di vista intransigente, che non tollera che la questione della salute sia materia di contrattazione. Inoltre considera che c'è un problema assistenziale distinto da quello generale della prevenzione delle malattie:

"Si presenta come indispensabile risolvere il problema della nocività, attraverso la formazione di comitati di controllo eletti direttamente dagli operai. La salute non va né contrattata né pagata con le briciole delle indennità. Le condizioni nocive vanno abolite .

Un'altra rivendicazione fondamentale è quella dell'aumento degli organici per far sì che gli aumenti di produzione non ricadano sulle spalle degli operai con i tagli de i tempi, per consentire quelle sostituzioni necessarie per il lavoro stesso e per la nostra salute".

d) qualifiche

 

Per lungo tempo il sistema di lavorazione nel settore della gomma aveva scarsamente avvertito lo sviluppo tecnologico, restando fermo a metodi quasi artigianali. Nel momento in cui l'azienda procede alla meccanizzazione della produzione (periodo di ammodernamento tecnologico tra il '64 e il '68) il mansionario di classificazione è tutto da rivedere; molte lavorazioni nuove non sono nemmeno comprese.

Nel contratto nazionale gomma 1968 all'art. ó leggiamo: "Passaggio di mansioni. Il lavoratore che, per almeno 60 giorni consecutivi, disimpegni mansioni superiori alla propria categoria —sempre che non si tratti di sostituzione temporanea per malattia, infortunio o permesso—passa definitivamente alla categoria superiore", dove basterebbe quel "consecutivi" per far capire come il passaggio di categoria sia lasciato alla discrezione dell'azienda. Altro abuso questa commette quando, per il passaggio di categoria dei metalmeccanici (in cui sono inquadrati i lavoratori di manutenzione), pone come condizione il superamento d'un esame teorico-pratico presso lo stesso istituto aziendale. L'arbitrio è duplice: all'esame, del resto non previsto da contratto alcuno, è mandato chi vuole la direzione; I'azienda decide anche quanti saranno gli assegnati alla prima categoria, alla seconda, ecc.

La situazione, con gli abusi e gli arbitri che la caratterizzano, è stata più volte considerata dai sindacati. Non è un problema semplice. C'è il pericolo, infatti, che attraverso il meccanismo delle qualifiche, prenda forma quella che si chiama l'"aristocrazia operaia". Ma la "qualificazione" può essere—ed è a questo che si deve arrivare—riconoscimento e valorizzazione del lavoro dell'operaio, della sua esperienza e competenza specifiche, contro: 1) lo sfruttamento padronale che pretende che esistano lavori senza qualifica, 2) lo spostamento arbitrario di lavoratori da una mansione all'altra. Quindi difesa del lavoro, che è sempre qualificato.

Il CUB, che non ha ancora affrontato adeguatamente il problema, ritiene comunque che non c'è corretta impostazione senza collegamento con il tema del riconoscimento del lavoro, per quello che rappresenta per l'operaio, e quindi col rifiuto del "riconoscimento" padronale del lavoro.

Mentre scriviamo si sta sviluppando la lotta in molti reparti sul problema specifico delle qualifiche, in vista di una ristrutturazione del mansionario adeguata agli attuali sistemi di produzione, e per l'abolizione dell'esame per il passaggio di categoria.

e) rappresaglie

 

La Pirelli è una tra le poche fabbriche italiane che hanno anche importanza internazionale. Alla direzione dell'azienda stanno perciò grosse personalità dell'industria nazionale: presidente Leopoldo Pirelli, vicepresidente Angelo Costa (presidente notorio della Confindustria), Franco Brambilla, Enrico Dubini (presidente dell'Assolombarda e vicepresidente della Confindustria) e Luigi Rossari, consiglieri delegati. Nel Consiglio di amministrazione ci sono pure i Braschi, Kohli, Luigi Bruno, Cattani, Falk, Radice-Fossati, ecc. La politica aziendale della Pirelli, se confrontata con quella della FIAT o di altre grosse fabbriche, è più velatamente repressiva: non si hanno da anni casi clamorosi di licenziamenti di membri della Commissione Interna o di quadri di partito e di sindacato. La ragione è che la direzione ha un campo di manovra più ampio, che le consente di intaccare gli attivisti e militanti della classe operaia senza produrre casi clamorosi. Per regolamento interno, essa può spostare qualsiasi lavoratore dalle fabbriche di Milano a quelle della provincia o a quelle dislocate in giro per l'Italia (Torino, Livorno, Ravenna, Tivoli, Messina, ecc.). Uno dei metodi in uso è il concentramento di lavoratori attivisti in piccoli reparti di produzione che la direzione ha già deciso di spostare in altro stabilimento. Grazie a metodi di questo tipo, la Pirelli fino a pochi mesi fa poteva apparire come fabbrica modello per ogni padrone. Sulla pelle degli operai crescevano, assieme al capitale, l'orgoglio e il paternalismo di Pirelli, che sapeva sfruttare e non avere grane troppo grosse. Ma una lotta di nuovo tipo doveva far saltare l'equilibrio che il padrone riteneva definitivo. Una lotta nel corso della quale gli operai hanno imparato qual'è l'arma decisiva contro la repressione, in ogni sua forma, mascherata o no: la vigilanza della base, la rapida mobilitazione della fabbrica l'immediata risposta ai provvedimenti repressivi, insomma uno stato dl lotta sempre aperta.

L'ultimo volantino distribuito in fabbrica dal CUB, il 31 gennaio 1969, è tutto dedicato all'argomento delle repressioni ed è il primo atto per un discorso e un'azione della Pirelli contro la politica che è dei padroni alleati al governo e alla polizia, per imbavagliare dentro e fuori la fabbrica, operai e studenti. La protesta, la dimostrazione, per gli episodi tragici e culminanti della repressione come l'assassinio dei due braccianti siciliani, non bastano, nemmeno ad impedire altri morti. La volontà di quelli che arrivano all'eccidio non potrà essere fermata che da un'accresciuta combattività, contro lo sfruttamento e la repressione, dal collegamento con le altre fabbriche e delle fabbriche con la società. Per questo il CUB propone di iniziare dagli strumenti che si sono rivelati efficaci e validi nelle lotte alla Pirelli, le assemblee di fabbrica, dove si esercitano la vigilanza degli operai e la capacità di una immediata mobilitazione.

f) trattative

 

Quanto alle trattative, va detto che il CUB, realisticamente, le ritiene essenziali, a condizione che non tradiscano i contenuti della lotta—e può darsi che le regole delle trattative debbano essere totalmente cambiate e perciò si è impegnato anche in un discorso sul valore e sui modi delle trattative, accennato nel documento programmatico e successivamente precisato nei volantini e nelle assemblee.

Il documento specifica anche il RUOLO del Comitato nella fabbrica:

"Da quanto detto ed essendo questi i lineamenti politici del Comitato Unitario di Base è evidente che noi non vogliamo assolutamente formare un nuovo sindacato o scavalcare i sindacati esistenti. Vogliamo invece costruire un organismo che possa e sappia legare insieme la rivendicazione e la lotta l'aspetto economico e quello politico, che sappia insomma costruire intorno a sé una rete organizzativa permanente per la contestazione continua dello sfruttamento.

Questi gli obiettivi. Le forme organizzative evidentemente potranno essere precisate solo nella misura in cui il Comitato saprà riunire intorno a sé una parte sempre più numerosa di lavoratori, indipendentemente dalla tessera sindacale o di partito. Quello che però è chiaro sin da ora è che dovrà esistere la massima democrazia di base, cioè la possibilità di ciascun operaio di esprimere liberamente le sue opinioni, proprio perché non esistono linee precostituite ma tutto va creato e sviluppato nella lotta e nella partecipazione dei lavoratori a questa lotta.

Il discorso sulla DEMOCRAZIA DI BASE può essere molto equivoco, e sfruttato in tanti modi. Il CUB, parlando di democrazia di base, intende che valga come:

1) rifiuto della direzione burocratica della lotta, avendo in vista non un semplice riconoscimento formale della volontà operaia, ma la gestione diretta della lotta. La distinzione è importante, perché anche i sindacati ormai portano avanti l'esigenza d'una partecipazione più democratica alle decisioni sindacali, fermo restando per loro che la gestione della lotta rimanga in mano alle centrali sindacali;

2) rifiuto della divisione operaia nelle organizzazioni sindacali e affermazioni dell'UNITA DELLA BASE OPERAIA attraverso cui si esprimono i contenuti della lotta. L'esistenza dei vari sindacati determina spesso la divisione nella lotta e ancor più spesso le vittorie del padrone nelle trattative (questi infatti si accorda con chi presenta il pacchetto rivendicativo a lui più comodo; si è visto come gli operai Pirelli hanno duramente pagato quella divisione attraverso la pratica degli accordi separati). I tentativi di accordi tra i sindacati, inoltre, ritardano o smorzano la lotta.

Di fronte a questi problemi il CUB ha rifiutato l'ipotesi di un sindacato unificato per la gestione della lotta. Se la lotta è per il potere operaio, non ci può essere delega: perché è una lotta che coinvolge tutti gli aspetti dello sfruttamento operaio, e giorno dopo giorno, tutta la vita dell'operaio. La delega sarà, semmai, tecnica, organizzativa, e non riguarderà in alcun caso la decisione e la gestione della lotta. Questo discorso, diciamolo chiaramente, va ancora approfondito e articolato, alla luce anche dell'esperienza di lotta già acquisita. Ciò che ora possiamo senz'altro affermare è che la richiesta di democrazia operaia non è fine a se stessa: il CUB la chiede con l'unico scopo che la gestione della lotta sia nelle mani degli operai, e che possa crescere la coscienza di classe attraverso la discussione comune in fabbrica, da dove far sparire la figura del comiziante di professione. Ma questo rimane un grosso problema. Gli stessi operai della Pirelli, orgogliosi del carattere autonomo e democratico della loro lotta, arrivavano a proporre che il CUB —che era stato accettato anche perché contro la delega e la burocrazia — diventasse delegato rappresentativo. "Perché non andate voi a trattare? noi vi diamo la delega. Proclamate voi lo sciopero noi lo facciamo. Presentatevi alle elezioni della Commissione interna: voteremo per voi", così, spesso, gli operai militanti del Comitato si sentivano dire dai compagni. Naturalmente quelle richieste furono sempre rifiutate, non per modestia dei militanti, ma per loro fedeltà alla linea. Le richieste erano, in ogni caso, un sintomo della fiducia operaia per il CUB e le chiarificazioni sono state pertanto ancora più efficaci. Gli attivisti sindacali, che tentavano di accusare gli operai del Comitato di arrivismo e mania di dirigenza, hanno così presto perduto e le argomentazioni e gli ascoltatori.

Il documento iniziale indica ancora come necessario il COLLEGAMENTO attraverso la lotta con le altre fabbriche, uscendo dalla prospettiva aziendale:

"La Pirelli infatti non è un'isola particolare bensì è inserita nel contesto sociale generale. I padroni della Pirelli sono estremamente uniti con i padroni delle altre fabbriche; sono loro che controllano e dirigono la vita economica e politica attraverso il governo e lo Stato. Quindi anche gli operai devono essere uniti nella lotta".

Discorso questo da sviluppare, ma già avviato in alcuni incontri con operai di numerose fabbriche. Non ne sono, però, ancora uscite indicazioni precise sui metodi e gli strumenti per realizzare efficacemente il collegamento. È apparsa comunque l'importanza della componente studentesca, soprattutto ai fini organizzativi.

Il documento distribuito in fabbrica, dagli studenti e dagli operai stessi, ebbe immediata risonanza e fu oggetto di lunghi discussioni in fabbrica e fuori.

L'attacco del sindacato

 

In primavera, Pirelli e i sindacati sono in trattative, aperte tempo addietro, per la revisione del sistema di assistenza aziendale. L'intervento del CUB su questo problema offre alla CGIL l'occasione per un volantino di attacco al Comitato, il primo che resterà anche l'ultimo: le accuse di spontaneismo, demagogia e confusione, non fanno presa e vengono respinte dagli operai della fabbrica. Ma quel che più conta è che l'attacco della CGIL costringe il CUB a una chiarificazione definitiva della propria funzione e dei propri rapporti con il sindacato, il quale, non potendo più ripetere il primo fallimentare tentativo di opposizione frontale, è costretto ad accettarne l'esistenza. L'azione del Comitato non vuol ridursi alla distribuzione di volantini agli operai, ma procedere subito a suscitare il dibattito tra questi. Per ciò i militanti fanno in modo di stabilire contatti, all'uscita dei turni, sui marciapiedi e nei bar all'intorno. Sono numerosi gli operai che sostano per discutere dei problemi della fabbrica e dei modi per risolverli. In particolare quelli del reparto 32, nel quale c'era, lasciato in sospeso dal contratto, il problema del passaggio di categoria degli addetti alle trafile plastiche. Dopo aver discusso dono di tentare per via "normale": della cosa viene interessata la Commissione Interna che porta alla Direzione la richiesta del passaggio di categoria. La risposta è negativa. Sperimentata l'inutilità della prassi sindacale, non resta che rinunciare o lottare direttamente. Si sceglie per la lotta e a metà giugno otto lavoratori del primo turno escono due ore prima dichiarando ai capisquadra che intendevano fare sciopero per la mancata soluzione del problema delle qualifiche. Non era questo un problema generale, ma di un gruppo ristretto; era però un punto di conflitto già aperto, donde la decisione del CUB di farne un punto di partenza, perché anche altri più generali problemi venissero fuori con la stessa forza, e la volontà di lotta si allargasse. Il primo passo fu di collegare la questione delle qualifiche con la lotta della tipografia che si trascinava da mesi senza sbocchi, e con il problema delle grosse differenze salariali rispetto ai lavoratori della CEAT e della Michelin di Torino. L'effetto fu di trasformare il gesto quasi simbolico dei primi otto (al secondo turno erano solo due e nessuno a quello della notte) in una prima azione di lotta: qualche giorno dopo scende in sciopero per le qualifiche un'intera sezione di operai, alcuni perché direttamente interessati, altri per solidarietà. Gli incontri in mensa avevano preparato questa decisione comune. L'altro passo fu di sollevare, in un clima che andava scaldandosi, i due problemi maggiori degli operai alla Pirelli, il cottimo e il taglio dei tempi. Il CUB insiste particolarmente e svolge un'azione di sensibilizzazione su questi che sono problemi capaci di coinvolgere tutta la fabbrica. Nei reparti la discussione si sviluppa, di generale e produce molto rapidamente una volontà di lotta che si traduce in fermate improvvise e autonome di alcuni reparti, con riunioni di operai sul luogo di lavoro o in mensa. I sindacati, che non hanno organizzato niente, sentono che la lotta si avvia senza il loro controllo. La C.I. fa pressioni perché non ci siano scioperi; CISL e UIL condannano ufficialmente le fermate. Così, almeno all'inizio, le rivendicazioni per cui si effettuano le fermate nemmeno vengono presentate al padrone. Le fermate sono numerose, ma i sindacati ancora non riprendono i contenuti di lotta. La CGIL, per non perdere i contatti con gli operai e, insieme, per non portare offesa all'unità sindacale, è alla ricerca di una piattaforma rivendicativa comune. I tempi stringono, perché intanto la lotta si estende a macchia d'olio e raggiunge i reparti che sono il cuore della produzione: il lavoro viene interrotto per due ore, a volte per quattro, ma sempre all'improvviso. L'unità nei reparti è la forza decisiva.

Lo sciopero generale

 

I volantini distribuiti dal CUB la prima settimana di luglio oltre a pubblicizzare la lotta dei reparti e ad affermare la possibilità di generalizzarla sui contenuti già emersi, contengono delle precise indicazioni di metodo: lotta improvvisa, decisa dalla base operaia; lotta continua, senza interruzione per le trattative, che non sono da intendere come conclusione della lotta, ma solo come accordi parziali in seguito ai quali non si deve smobilitare; lotta come dimostrazione della combattività operaia.

Il discorso è per subito ma anche per il dopo. La proposta immediata su cui il Comitato insiste è quella della democrazia diretta e della gestione operaia della lotta:

"...dobbiamo gestire la nostra lotta: i contenuti delle trattative. prima di essere sottoscritti (e non importa da quale Sindacato) devono essere discussi ed accettati dai lavoratori, e non dobbiamo rinunciare alla lotta sino a che le rivendicazioni portate avanti dalle assemblee non siano state accolte e realizzate integralmente. L'assemblea all'uscita del turno è senza dubbio una forma di democrazia decisionale avanzata, ma non basta, poiché molti lavoratori non possono trattenersi per la rapida partenza dei mezzi di trasporto. Dobbiamo lottare per avere la libertà di discutere dei nostri problemi in fabbrica interrompendo il lavoro. Questo metodo è già una consuetudine in altre fabbriche, e solo con le assemblee in fabbrica si ha la partecipazione reale di tutti i lavoratori" (volantino dell'8 luglio).

Intanto il clima creatosi in fabbrica induce la CGIL a rompere gli indugi e a presentare, il 10 luglio le richieste per i reparti in lotta, quali sono emerse dalle assemblee operaie. L'interruzione rappresentata dalle ferie non riduce affatto la tensione, e la ripresa del lavoro si fa in un clima di accesa combattività. In settembre i sindacati fanno di tutto per prendere in mano la direzione e il controllo della lotta, con fermate di reparto programmate di due ore, impiegate in un susseguirsi di assemblee che si svolgono nelle sezioni sindacali o sul marciapiede. Ed è durante queste assemblee che vengono fuori evidenti le divergenze tra la concezione burocratico-sindacale della lotta e l'idea che invece hanno in mente gli operai. Il compito del Comitato in questo periodo è di estendere la lotta al maggior numero di reparti, e va detto che in ciò esso è aiutato da un buon numero di attivisti della CGIL, che non sopportano l'attendismo del sindacato, quando ormai la lotta apre buone prospettive di allargarsi e generalizzarsi. Gli scioperi articolati per reparto e improvvisi continuano; CISL e UIL negano la loro legalità e si oppongono. La CGIL, invece, consente, ma a condizione che 1'80% degli operai del reparto siano d'accordo: "scendere in lotta (2 ore per turno)" quando almeno 1'80% degli operai è convinto.

Nelle assemblee di marciapiede sono ormai presenti e attivi anche i sindacalisti della CGIL, che le promuovono, visti i risultati conseguiti con questo metodo dal Comitato.

Il 13 settembre i reparti in sciopero sono 11, per un totale di 1.900 operai; pochi giorni dopo i reparti che si fermano sono 17, poi 20: mezza fabbrica è in sciopero.

In un volantino del 25 settembre il CUB lancia la parola d'ordine: "GENERALIZZIAMO LA LOTTA" a tutta la fabbrica, poiché il cottimo è il problema di tutta la fabbrica. Si chiede non lo sciopero a oltranza o l'occupazione, ma che un'azione di lotta, anche minima, come una o due ore di fermata, sia di tutti gli operai:

"Lo sciopero generale di tutta la Pirelli si impone oggi come necessario. Necessario per piegare la direzione sui contenuti che i singoli reparti hanno individuato necessario per collegarci in modo attivo con le altre fabbriche del gruppo Pirelli che sono già in lotta necessario per sviluppare tra di noi le forme e i contenuti di una lotta anticapitalistica, seguendo il metodo della democrazia diretta, cioè della partecipazione della classe operaia alle decisioni. Ma lo sciopero generale è oggi anche possibile. Diciassette reparti già in lotta indicano la volontà reale degli operai, danno una misura della situazione in fabbrica."

I sindacati si scagliano contro la proposta, giudicandola assurda, troppo precoce, giacché, a loro avviso, la fabbrica non sarebbe matura per una prova di forza così impegnativa.

In questo periodo gli operai e gli studenti del CUB intensificano la loro presenza davanti alla fabbrica e nelle assemblee. Date le caratteristiche degli scioperi e delle fermate, non sempre i militanti operai del Comitato possono essere presenti alle assemblee di tutti i turni; sono allora gli studenti a partecipare alle assemblee, dove intervengono in qualità di membri del Comitato, riconosciuti e accettati dagli operai. La presenza alle assemblee vuol dire anche la notte in bianco; l'assemblea del turno di notte si costituisce non più tardi delle quattro del mattino.

Il 1° ottobre Pirelli opera un taglio dei tempi di produzione per un reparto, che reagisce immediatamente e si ferma. Per tutta risposta il padrone fa la serrata in cinque reparti, la cui produzione dipende dal reparto in sciopero. La provocazione padronale non divide, ma unisce i lavoratori: moltissime sono le fermate di solidarietà. Il 2 sera, al turno di notte, la fabbrica è del tutto ferma e si svolge la prima grande assemblea di fabbrica del turno di notte. Solo a tarda sera, quando gli operai avevano bloccato la fabbrica e fatta l'assemblea, non diretta dai sindacalisti, questi espongono i cartelli unitari: CISL, UIL, CGIL sciopero generale, per 24 ore, ma solo a partire dalle sei del mattino dell'indomani, mentre di fatto lo sciopero era già iniziato la notte. Alla giornata di sciopero generale seguiranno ancora le fermate di due ore programmate dai sindacati, ma ormai gli operai trovano che due ore non bastano, considerato che il padrone si organizza per soddisfare nelle rimanenti sei ore tutte le esigenze della produzione.

LINEA DEL COMITATO E LINEA SINDACALE NELL'ULTIMA FASE DELLA LOTTA

Dopo lo "sciopero del Comitato di Base" i sindacati sono in allarme e si pongono decisamente sulla strada del recupero. Il giorno stesso in cui esce il volantino del CUB, il 14 ottobre, c'è l'incontro con il padrone, il quale però non vuol sentir parlare di una revisione della normativa del cottimo e dei ritmi. L'intransigenza padronale su questi punti e la consapevolezza della situazione in fabbrica sono più che sufficienti per provocare la rottura delle trattative e quindi la costituzione dell'unità sindacale, che non esisteva sui contenuti concreti delle rivendicazioni portati alle trattative. La fase di recupero si inaugura con la proclamazione di uno sciopero di 24 ore a partire dalle 22 di lunedì 14 ottobre, nonché con la distribuzione, il giorno seguente, di un volantino che annuncia una serie di scioperi delle due ultime ore di turno, ma anche uno sciopero "a sorpresa" (e si capisce il perché: la fabbrica aveva manifestato la sua opposizione agli scioperi programmati). Il compromesso è trasparente, in quel proporre gli ormai scontati scioperi programmati delle due ultime ore, ma anche lo sciopero a sorpresa, con cui si accetta a metà il principio della lotta improvvisa. Il compromesso, per chi vuole un recupero della lotta in termini puramente sindacali, è anche inevitabile, esistendo in fabbrica ormai un potenziale di consapevolezza politica che non si può ignorare.

Il fatto nuovo, in questa ultima fase, è la massiccia adesione degli impiegati, che il CUB interpreta come l'effetto diretto della rapida politicizzazione derivante dalla qualità della lotta, dell'azione continua dei militanti del CUB, e infine anche dell'intervento della CGIL con un patetico "Appello agli impiegati", che sanciva da solo la pretestuosità della tradizionale linea sindacale, volta a distinguere obiettivi, interessi e azione per operai e impiegati. I limiti del recupero sindacale si rivelano in pieno in occasione dello sciopero "improvviso" che i sindacati proclamano il 22 ottobre e che avrebbe dovuto essere più incisivo per il corteo che era stato chiesto con insistenza dalle assemblee. Ma fin dalla settimana precedente, la data dello sciopero era nota alla direzione, che in circolari "riservate" ne informava i dirigenti, affinché questi potessero regolarsi; in fabbrica corrono le voci più diverse su quella data e i lavoratori sono in gran parte disorientati. Con alcuni giorni di anticipo il percorso del corteo viene concordato con la polizia e la manifestazione riceve regolare autorizzazione. Non si potrebbe far meglio per uno sciopero detto improvviso... Al mattino del 22 ottobre circa 3.000 sono i componenti del corteo, che vien fatto sfilare sotto il grattacielo Pirelli c poi guidato in una grande piazza della periferia, rallegrata da un gentile giardinetto, dove i rimanenti membri del corteo si vedono propinare ben sette comizi successivi, a conclusione dell'"esaltante giornata". Per un momento il disegno dei sindacalisti rischia di andare in malora, quando un gruppo di operai e studenti cerca di deviare il corteo verso il centro, contro gli accordi presi tra sindacati e polizia. L'intervento dei sindacalisti, che vedono turbata la "loro manifestazione" è violentissimo sorprendendo gli operai. È' soltanto un'anticipazione di quello che si vedrà il giorno del corteo del 3 dicembre dopo i fatti di Avola.

Ma i sindacalisti si illudono se credono d'aver la situazione in mano. L'indomani, 23 ottobre, all'imposizione di una nuova tabella di produzione al reparto 8655, i lavoratori si fermano e girano per la fabbrica dando la notizia della nuova provocazione padronale. In breve la fabbrica è ferma, lo sciopero in bianco permette di tenere assemblee all'interno, nel corso delle quali molto si discute delle torme di lotta. È generale la critica allo sciopero programmato delle due ore all'inizio o al termine del turno, perché inefficace. Si fa strada l'idea che occorre radicalizzare la lotta. Le proposte sono diverse: alcuni chiedono lo sciopero a oltranza oppure l'occupazione della fabbrica, altri le fermate improvvise e la ulteriore riduzione dei punti. I sindacati insistono nel chiedere la fiducia nell'azione programmata e organizzata. Nelle assemblee sul marciapiede e in quelle interne il CUB sottopone a critica la proposta dello sciopero a oltranza: sembra infatti un'arma dura, ma è una trappola. Il primo a cedere è l'operaio. Al padrone non mancano i mezzi per resistere. Anche l'occupazione ha dei rischi grossi, nella ,~misura in cui viene usata come strumento di pressione per le trattative; usata a questi fini, infatti, comporta lo svuotamento e l'isolamento. La sua funzione propria è di affermare che la fabbrica appartiene agli operai e non al padrone; dunque, un tatto importante e decisivo, che non può esser bruciato Per giungere al semplice rialzo delle trattative. Perciò è preferibile la riduzione dei punti, che provoca all'operaio un lieve danno economico e uno grosso al padrone, perché porta a una notevole riduzione della produzione. Anche lo sciopero di due sole ore, purché improvviso e tatto dentro la fabbrica, c uno strumento efficace, sia perché danneggia sensibilmente il padrone senza sfiancare la resistenza degli operai, sia perché mette questi in condizione di controllare continuamente l'andamento delle trattative.

Nelle assemblee interne la discussione era vivacissima. Gli attivisti sindacali premevano sulla necessità di seguire i programmi. Nel comunicato distribuito il 24 novembre, contenente la programmazione degli scioperi, i sindacati dicevano infatti: "Lavoratori, non raccogliete provocazioni, respingete i tentativi di portarvi nelle linee diverse da quelle da voi stessi approvate e indicate dai vostri sindacati". I programmi prevedevano fermate di due ore combinate in modo (al termine o all'inizio del turno) da permettere le assemblee operaie fuori della fabbrica, dove era possibile il controllo della discussione e delle decisioni da parte dei sindacati. L'esperienza aveva già mostrato che le decisioni prese nelle discussioni tra operai diventavano confuse o generiche una volta portate nelle sedi sindacali. Per questo i sindacati, all'inizio, si oppongono alle assemblee interne, che lasciano loro soltanto il ruolo di "esecutori", e non più di "gestori".

Il 25 ottobre il padrone emette un comunicato in cui denuncia gli scioperi "svoltisi anche al di fuori delle agitazioni ufficialmente proclamate dai sindacati" e definisce come "violenza di pochi (la fabbrica era ferma, n.d.r.) la decisione degli operai d'impedire qualsiasi attività degli uffici e dei dirigenti". Forse "la violenza dei pochi" allude a~un paio d'episodi: un dirigente, per sfuggire al controllo degli operai, s'era rifugiato nelle docce, da dove era stato t'atto uscire da alcune operaie, in mutande e gocciolante (perché per esser verosimile la doccia se la stava proprio facendo alle 8 di mattina); altri dirigenti, per lo stesso motivo, si erano rinchiusi nella camera oscura, e di lì stanati, per il loro bene, d'altronde, perché potevano anche asfissiarsi. Il procedimento era di far scortare i dirigenti, man mano che uscivano, da un picchetto che li consegnava al picchetto esterno. In una delle consociate, la SAPSA, di fronte all'ostinazione di tutti gli impiegati che non volevano uscire, gli operai decidevano di sbarrare le uscite: "se volete restare, ci resterete finché decideremo diversamente". Finalmente, li lasciavano uscire, per le insistenze dei sindacalisti.

In questa fase l'agitazione è di tre tipi: adesione agli scioperi programmati; fermate improvvise in risposta alle rappresaglie padronali; riduzione dei punti.

Davanti a questa situazione, Pirelli muove i grossi calibri della mediazione e così, in seguito alla " autorevole mediazione del signor prefetto" la direzione comunica che è disposta ad incontrarsi, 1'8 novembre, con i sindacati, purché cessi ogni forma di agitazione in fabbrica. Più volte le assemblee hanno espresso la decisione di non interrompere la lotta durante le trattative. I sindacalisti lo sanno e devono neutralizzare l'ostacolo, che mette in pericolo la possibilità di incontrarsi con il padrone. Allo scopo convocano le assemblee all'uscita dei turni, per discutere la cosa, e nel corso di quella del primo turno giocano tutte le loro carte, tanno parlare gli attivisti, e riescono, aiutati dalla debole presenza di militanti del CUB, a far votare per l'annullamento dello sciopero previsto per l'indomani. Agli operai del normale, a loro volta riuniti, si dà il fatto compiuto, ma le reazioni sono violente, pesantissime le accuse ai sindacati, unanime il rifiuto della tregua. Allora si decide di rimandare la decisione definitiva alle altre due assemblee (secondo turno e notte). Intanto però viene ciclostilato il comunicato in cui i sindacati dichiarano di "soprassedere allo sciopero di due ore già proclamato per venerdì 8 c.m." e danno notizia dell'incontro con la direzione. Le assemblee successive ricevono semplicemente la comunicazione che è sospeso lo sciopero del giorno successivo per dar modo ai sindacati d'incontrarsi ecc. ecc.

L'incontro ha luogo , sulla normatività del cottimo, ma il padrone è rigido e i sindacati rompono le trattative. La fabbrica si ferma immediatamente, nessuno lavora, si riformano i picchetti esterni e il giorno dopo gli operai, invece di fermarsi le due ultime ore, fanno la fermata al mattino, così il ciclo produttivo, aderendo alla proposta già avanzata da operai nelle assemblee. Dopo il fallimento della mediazione del prefetto, all'azienda, per salvare la taccia, non resta che il ricorso alla mediazione del ministro del lavoro, il quale "riesce" a combinare un incontro tra le due parti per lunedì 18 novembre. Ma durante gli incontri con il signor ministro, i sindacati di nuovo ignorano la precisa volontà degli operai, che non si interrompano le agitazioni per le trattative. Questa volta, non volendo di nuovo arrischiare l'assemblea, combineranno un programma di agitazioni che non prevede niente in coincidenza con gli incontri suddetti. La sera stessa del 18 si aprono le trattative. La direzione chiede ai sindacati la piattaforma rivendicativa. Questi si dicono "colti di sorpresa" (...); non hanno piattaforma rivendicativa e l'incontro è rinviato all'indomani. Intanto si fermano prima due reparti, poi, tra le ore 18 e 22, tutto il secondo turno, mentre i sindacati sono spariti. Alla sera i militanti del CUB, che hanno seguito le trattative, si recano alle portinerie per dar notizia del loro andamento. Vivissimo è il malcontento tra gli operai che entrano.

L'indomani la fabbrica è in fermento e impaziente di sapere come vanno le cose; le lungaggini irritano. Nel pomeriggio per decisione autonoma, gli operai si fermano; alle 18 la fabbrica è bloccata. Il turno della notte esce il 20 mattina alle ore 4. Il primo turno e il normale bloccano internamente la fabbrica dalle 7.30 alle 10, occupano la portineria degli impiegati e formano picchetti interni ed esterni. Lo stesso giorno, 20 novembre, la direzione comunica che non intende condurre le trattative con un clima simile e non si presenta all'incontro fissato con i sindacati per le ore 11. La notizia arriva agli operai, che senza esitare fermano tutta la fabbrica tra le 12 e le 13. I sindacati, nell'impossibilità di esercitare il loro controllo, t'anno riunioni su riunioni. Intanto, in vari punti della fabbrica si radunano assemblee, si discutono i termini e i modi della lotta; è ormai impossibile distinguere tra i militanti del CUB e gli altri, che hanno fatto propria la sua linea. È questo il momento di più intenso rapporto politico tra il CUB e la fabbrica.

La frattura tra sindacati e operai è nettissima. Militanti e iscritti della CISL e UIL si rivoltano contro i sindacalisti, che scompaiono dalla circolazione,} vita dura hanno anche certi attivisti della CGIL e del PCI. Nelle assemblee viene duramente denunciata la debolezza dei sindacati, ancora divisi tra loro e ancora intenti nei loro giochi politici di vertice, davanti a quella prova d'unità della classe operaia. Nel tardo pomeriggio, per la forte pressione degli attivisti della CGIL, le acque sembrano calmarsi. Ma ancora il giorno 21 il normale e il primo turno scioperano per due ore, al 100Sc; alcuni reparti del secondo si fermano autonomamente alle ore 16, nel mezzo dell'orario di lavoro. Nella stessa giornata non mancano aspetti comici: gli impiegati di Segnanino, incerti sull'atteggiamento da prendere riguardo agli scioperi, si riuniscono in mensa, dove li trova, inorridito, il direttore: "che fate! non sapete che gli operai sono in lotta anche per l'assemblea in fabbrica, e voi la mettete in atto!". Oppure: il Gazzettino Padano della RAI annuncia quel giorno che la direzione della Pirelli non ha potuto proseguire le trattative perché "il Comitato di Base ha iniziato gli scioperi in fabbrica". Un'altra: mentre già tutta la fabbrica sta uscendo in sciopero non programmato, al reparto 8655 i tre membri del "Comitato di reparto", lanciato in fabbrica da PCI e PSIUP, erano fermi in panchina per discutere se far uscire o no il "proprio" reparto. Riguardo i "comitati di reparto", che si vorrebbero come il punto più avanzato e democratico dell'organizzazione operaia, il giudizio del CUB, sostenuto anche dai fatti, è negativo. Essi sono un fatto organizzativo, che non si forma nella volontà di lotta e stenta ad assimilarne i contenuti. Per la loro stessa struttura, che precede l'unità della base, non arrivano ad esprimerla, al punto, come nel caso visto sopra, da porsi come alternativa alla decisione realmente unitaria, del reparto. Sono, quindi, una forma di burocrazia interna alla fabbrica, che sarebbe solo di freno o ritardo, ricostituendo all'interno una forma di autoritarismo e di controllo. In breve, a giudizio del CUB, i comitati sono una trasposizione in fabbrica delle burocrazie verticistiche. In Pirelli, nonostante gli sforzi dispiegati dal PCI e dal PSIUP, non hanno praticamente seguito.

Dopo un'ennesima rottura tra sindacati e Pirelli (26 novembre), un'altra fase della lotta, che avrà il suo punto focale nello sciopero generale e nel corteo del 3 dicembre, si apre con la programmazione sindacale di una serie di scioperi di due ore (per 27 ore complessive), da realizzarsi dal 27 novembre al 7 dicembre. In questo programma c'è da notare il recupero sindacale delle fermate di due ore durante l'orario di lavoro, per il 1 turno, in coincidenza con lo sciopero delle prime due ore del turno normale. Tentativo di recupero immediatamente ridimensionato dai lavoratori del 1° turno, che decidono di tenere un'assemblea generale dentro la fabbrica, e a questo scopo occupano la mensa impiegati. Arrivata la notizia all'esterno, i lavoratori del normale che si trovano fuori dei cancelli in attesa di terminare le loro due ore di sciopero, decidono di entrare per partecipare all'assemblea, e a nulla valgono i tentativi dei funzionari dei tre sindacati e del PCI, che strombazzano che lo sciopero dei lavoratori del turno normale deve tenersi fuori della fabbrica, cercando così d'impedire l'assemblea generale comune, e in fabbrica, dei lavoratori di due turni diversi. I lavoratori che stanno scioperando fuori della fabbrica entrano e si uniscono in assemblea ai compagni. Gli interventi della C.I. al completo sono massicci, e praticamente impediscono agli operai d'intervenire. Un solo militante del CUB riesce a prendere la parola, e sottolinea soprattutto che l'assemblea, per essere veramente tale, deve dare la possibilità a tutti d'intervenire.

In un volantino distribuito il 2 dicembre dal CUB, i punti più importanti proposti, sono: un rifiuto degli scioperi programmati, e l'attuazione generale della riduzione della produzione, vale a dire il rifiuto dei ritmi imposti dalla direzione. Ancora, si sottolinea il legame tra le lotte della Pirelli e le lotte degli operai in tutta Italia. Dopo questo volantino, ed un solo intervento in assemblea generale, la fabbrica adotta come linea la proposta del CUB, costituendo, al termine dell'assemblea generale, assemblee in quasi tutti i reparti per decidere di quanti punti ridurre la produzione. Con ciò si porta un attacco diretto allo sfruttamento, si ha la decisione autonoma delle forme di lotta e la loro gestione, col rifiuto, o il metterla in secondo piano, della lotta programmata; e contemporaneamente, la lotta rivendicativa assume un carattere superiore ed un taglio più prettamente politico.

Tanto è efficace la decisione presa dagli operai, che immediata ed intimidatoria è la reazione padronale: alle 15,30 viene affisso un manifesto che minaccia tre ore di multa a tutti coloro che riducono la produzione. Gli operai si fermano immediatamente. Mentre i sindacati compiono dei "passi" presso il prefetto per far togliere il manifesto, in fabbrica si tiene l'assemblea generale, in cui si decide di far entrare in fabbrica i sindacalisti per metterli di fronte alle decisioni operaie e farle loro accettare. Ma i dirigenti sindacali rifiutano l'invito. I lavoratori, tenuto fermo che nessuna minaccia di Pirelli li avrebbe fatti desistere dalla decisione di produrre al ritmo da loro stessi deciso, escono dalla fabbrica e bloccano viale Sarca. Si arriva così alla sera, all'ora di entrata del turno di notte. I sindacalisti sono tutti sul marciapiede, ed ai lavoratori che entrano chiedono di attenersi ai programmi sindacali, lavorare cioè fino alle quattro del mattino, scioperare le ultime due ore, e restare per i picchetti, dato che l'indomani era stato programmato da tempo come giorno di sciopero generale e di un corteo. I militanti del CUB sono anche numerosi sul marciapiede, e informano dei fatti avvenuti in giornata, della decisione presa in assemblea di ridurre la produzione in tutta la fabbrica. I sindacalisti non vogliono dare notizia con l'altoparlante dei morti di Avola, gli operai e gli studenti che ne sono a conoscenza lo comunicano agli altri, tanto che infine anche l'altoparlante è costretto a darne notizia (a malincuore, poiché i fatti "non interessano direttamente gli operai Pirelli").

Il turno di notte entra, e la sua decisione è immediata: ridurre la produzione a 100 punti (in luogo dei 450 previsti dal padrone). Ma la rabbia e la tensione sono troppo t'orti i reparti decidono di fermarsi del tutto, e alle 24 nessuno lavora. Si ripetono i cortei, si canta "bandiera rossa", si erigono barr)cate interne alle portinerie, trasportando materiale raccolto nei viali della fabbrica. Dopo tante fatiche, gli operai decidono che hanno bisogno di nutrirsi, e senza chiedere autorizzazioni (d'altronde, a chi avrebbero dovuto rivolgersi, visto che superiori e guardie erano scomparsi dalla circolazione?) vanno in dispensa e si servono senza complimenti. Arriva il momento di uscire per i picchetti, vengono fermati pullman dove degli operai erano saliti per tornarsene a casa, e i compagni li convincono che devono tutti restare per partecipare al corteo. Alle sei del mattino, metà turno della notte si reca al grattacielo e lo circonda per impedire l'ingresso a quanti vi lavorano. Alla luce di due grandi fuochi fronteggiano la polizia, immobile e infreddolita sul marciapiede opposto.

Intanto alla Bicocca c'è grande fermento: in risposta alla lotta dei lavoratori, Pirelli ha operato la serrata. La notizia giunge immediatamente al grattacielo, la rabbia e la durezza dei picchetti aumenta, e inutilmente, verso le otto la polizia tenta di occupare i marciapiedi del grattacielo per liberare gli ingressi, viene respinta coi tizzoni accesi da un numero di operai inferiore della metà ai poliziotti. Verso le nove arriva il corteo dalla Bicocca, numerosissimo, e la coscienza della propria forza e l'entusiasmo sono altissimi tra i lavoratori, che con questa dimostrazione non vogliono assolutamente ripetere la processione del corteo precedente, ma farne un momento culmine della lotta. Non appena il corteo della Bicocca si unisce ai picchetti del grattacielo, al grido unanime di "Assassini!", gli operai entrano in contatto con due plotoni di poliziotti che sono costretti ad abbandonare precipitosamente il marciapiede e a ritirarsi. A questo punto si scatenano i sindacalisti, che trovano il più genuino momento di unità: a braccetto, fanno cordone per difendere i poliziotti, si scagliano contro gli operai e gli studenti che avevano più rabbia in corpo e quindi più decisi a far allontanare la polizia; arrivano a colpire, volano botte tra sindacalisti e operai. Nella realizzazione di questa unità sindacale, si mettono in luce, per buona volontà, soprattutto funzionari CGIL e PCI. Un esponente molto conosciuto del PCI strappa l'Unità con la notizia dell'eccidio, dalle mani di un operaio che l'alzava sulla testa, e come se non bastasse, gli urla come un forsennato: " Provocatore ! " .

Numerosissimi sono gli episodi di questo tipo, e di fronte a simili fatti inevitabilmente si crea disorientamento nella massa degli operai, i funzionari e gli attivisti delle organizzazioni hanno buon gioco e riescono nell'intento di creare fratture tra gli operai, parte dei quali si allontanano dal luogo di scontro tra sindacalisti — polizia — squadra politica, da una parte, e operai e qualche studente dall'altra. Magra soddisfazione dà la cattura di qualche berretto dei P.S., che viene ridotto a brandelli, tranne uno che, salvato da un solerte galoppino sindacale, viene restituito ai poliziotti. Il corteo riprende, con continui appelli dei funzionari dei vari sindacati, che, alternandosi al microfono installato sul furgoncino della UIL, chiedono agli operai di evitare le provocazioni, ed isolare i provocatori (!). Salve di urla e fischi accolgono questi inviti, ma nulla più; i sindacati riescono ad imbrigliare la manifestazione, che tuttavia è imponente, anche per il continuo inserirsi nel corteo di gruppi e cortei studenteschi. A Piazza Duomo, si tengono i comizi e il corteo dovrebbe concludersi, ma si ha un ultimo sussulto di volontà operaia: si decide di recarsi a protestare sotto la RAI, contro la parzialità e la scarsità delle notizie sullo sciopero.I sindacati si guardano bene dall'opporsi, si mettono, anzi, alla testa del corteo, e così davanti alla RAI dopo qualche fischio la manifestazione si scioglie.

Il giorno successivo (4 dicembre) nell'assemblea generale in mensa, contro l'esaltazione t'atta dai membri di commissione interna dell'ordine e della legalità in cui si è svolto il corteo, sono forti le proteste operaie contro i sindacati e il loro comportamento, e, come atto positivo di affermazione della volontà operaia, all'unanimità si decide una ulteriore riduzione della produzione: da 300 a 200 punti. I sindacalisti impazziscono, la direzione fa nuovamente affiggere i manifesti con l'annuncio delle multe.La fabbrica di nuovo si ferma immediatamente, operai ed impiegati si riversano in mensa per l'assemblea. Nella confusione generale metà dei lavoratori decidono di riprendere il lavoro, l'altra metà resta ferma.

Unanime però è il rifiuto del ricatto padronale: "producete a ritmo normale e io toglierò le multe".

La determinazione nel rifiuto di ripristinare la "normalità produttiva" e la "leale collaborazione", caratterizza quest'ultima fase della lotta, in cui i sindacati t'anno la voce grossa col padrone, mantengono gli scioperi programmati di 2 ore e minacciano uno sciopero generale della provincia di Milano in solidarietà con la Pirelli, al solo scopo di giungere ad un rialzo delle trattative. In fabbrica gli operai attendono i risultati degli incontri sindacati-padrone, con la consapevolezza che se anche i termini degli accordi non ci sono, tuttavia, ormai in linea di massima l'accordo c'è. L'attesa per conoscere i contenuti dell'accordo è molto viva, viene registrato un ulteriore punto a favore dei sindacati nel momento in cui questi accettano senza esitare la proposta del padrone di condurre le trattative a delegazioni ristrette. Fino a quel momento, infatti, la presenza e la partecipazione alle trattative di un notevole numero di lavoratori della Pirelli (che quindi controllavano il comportamento delle delegazioni padronali e sindacali) avevano dato molto fastidio sia al padrone che ai sindacati, che si sentivano oggetto di "pressioni".Infine le basi per l'intesa tra sindacati e padroni si precisano e in assemblee tenute in fabbrica — con il permesso del padrone — nei giorni 10 e 11 dicembre, i lavoratori danno mandato ai sindacati di concludere l'accordo sulle basi prospettate.

Ci si rende conto che molte aspettative sono eluse, che le possibilità reali di contestare i ritmi imposti dalla direzione, saranno minime con gli strumenti normativi che l'accordo mette a disposizione dei sindacati. Se la massa degli operai, nelle affrettate assemblee, non ha la possibilità di accorgersi che anche le conquiste salariali sono relative, ciò è ben presente in un buon numero di operai che hanno formato l'avanguardia della lotta. Tuttavia non sembra opportuno spingere alla lotta per il rifiuto dell'accordo, si sente bisogno di una pausa di riflessione, la necessità di un periodo per rinsaldare, nella fabbrica, I'unità reale e la coscienza che la classe operaia della Pirelli ha ritrovate.

DOPO LA LOTTA

La chiusura della vertenza sindacale non ha affatto spento la coscienza e la volontà di lotta della classe operaia della Pirelli, e del resto i limiti enormi dell'accordo non hanno tardato a manifestarsi in modo palese a tutti. I sindacati gridano "Vittoria!" e si assumono la paternità delle conquiste. La CGIL riesce addirittura ad acquisire 1000 nuovi iscritti, 400 la CISL. Nessuno che abbia seguito da vicino la lotta può equivocare il significato di queste "tessere". Gli operai della Pirelli (e non sono gli unici) non rifiutano di per sé lo strumento sindacale, anzi, sono disposti a sostenerlo addirittura finanziariamente, coscienti che non è con l'astensionismo che si combatte la "linea sindacale". Gli operai della Pirelli riconoscono, ovviamente, la funzione tecnica del sindacato, sono ben decisi, per('), a togliere alle organizzazioni sindacali il potere decisionale finora esercitato, e proporsi loro, invece, come i gestori della lotta, dei suoi contenuti, dei modi in cui essa deve svolgersi, e delle mete cui deve approdare. Anche il PCI si sente in dovere di esultare e di assumere con disinvoltura la paternità della lotta in virtù, è vero, di qualche buffo giro di parole. Esemplare il numero speciale de "La Fabbrica" dedicato alla lotta della Pirelli: "Molte discussioni sono nate attorno alla presenza del partito nella fabbrica e sulla sua reale capacità egemonica nell'indirizzo "politico" della lotta. È certo che la t'orza del partito dovrà essere adeguata alla sua reale funzione, ma è altrettanto certo che la spinta verso la discussione prima, la conquista dopo, attorno alla necessità di nuovi strumenti di potere dei lavoratori è venuta in modo determinante dai comunisti (....). Ciò, molto spesso nel fuoco di una lotta lunga, complessa, con momenti del tutto nuovi come le assemblee operaie, non è sempre apparso alla luce del sole. Ma è illusorio pensare che senza la forza dei comunisti nella fabbrica, e quindi solo per virtù di interventi "taumaturgici" esterni, sarebbe stato possibile aprire le porte ad un salutare vento rinnovatore, capace di esaltare il ruolo decisivo, e da nessuno sostituibile, della classe operaia per la costruzione di una società senza padroni".

Finita la lotta, il CUB non ha certo smobilitato e nemmeno ha esultato della "vittoria" su Pirelli. I limiti dell'accordo sono chiari, e in un volantino del 15.1.69, il Comitato li indica sommariamente: "La firma dell'accordo ha portato ad un aumento orario sul cottimo di trentadue lire. Ma solo per chi produce al 100%. E chi non ce la fa? E i lavoratori a cottimo fisso? Quest'accordo incomincia ad essere vantaggioso a partire dall'80% di rendimento (tant'è vero che per un rendimento inferiore si tiene valida la vecchia busta paga) e le trentadue lire diventano così per Pirelli il mezzo per costringerci a mantenere i ritmi da lui stabiliti".

A fine gennaio un documento distribuito dalla CGIL con un confronto tra le vecchie e le nuove retribuzioni, mette la fabbrica a rumore: I'aumento sul cottimo si ha a partire dall'82Yc di rendimento, sono irrisori i vantaggi per i lavoratori a cottimo fisso. La CGIL si limita a commentare così: "Ciò è stato giudicato dai sindacati, nel concludere l'accordo, un limite di scarso rilievo, in quanto chi non arriva a produrre il 100% è in diritto di contestare la tabella". La superficialità (a dir poco) è davvero grossolana . In fabbrica la discussione sui ritmi di produzione e sul cottimo, se forse in qualche settore si era affievolita, riprende e si guarda all'esempio dato dal reparto confezioni, in cui gli operai non hanno smesso di produrre al ritmo deciso da loro, incuranti dei ritmi e delle minacce del padrone.

Quasi ogni giorno si registrano continue fermate contro tentativi di rappresaglia e su problemi specifici di reparto. È già avvenuto un incontro all'Assolombarda martedì 4 febbraio sul problema delle qualifiche. Si sta organizzando la lotta su qualifiche, orari e mensilità. I sindacati sono riusciti a far ritardare la ripresa della lotta di sette reparti, portando come giustificazione la necessità di concludere prima la trattativa sulla mutua aziendale e l'incontro sulle qualifiche . La lotta si prospetta dunque vicina; il clima nella fabbrica è esplosivo. Anche la partecipazione allo sciopero generale delle pensioni si prospetta non come partecipazione puramente dimostrativa, ma attiva. Il Comitato di Base, assieme al Movimento Studentesco e a gruppi di operai della Borletti e della Sit-Siemens, ha distribuito un volantino in cui rifiuta la logica "sindacale" del problema e ne prospetta una visione politica.

Le pensioni sono l'ultimo momento dello sfruttamento:

"Ecco perché il problema delle pensioni è strettamente legato alla condizione generale di sfruttamento dei lavoratori, ecco perché non possiamo accettare proposte che invece di unirci ci dividono maggiormente. Infatti l'aumento percentuale richiesto è negativo per i lavoratori. In primo luogo dal punto di vista economico, perché è sempre più avvantaggiato chi già prende di più (col 10% di aumento chi ha 30 avrà 3; chi ha già 300 avrà 30). In secondo luogo, dal punto di vista dell'unità della classe, le divisioni che già esistono tra i lavoratori vengono ancor più accentuate a tutto vantaggio dei padroni". Anche gli studenti lavoratori decidono di uscire dalla tacita accettazione del doppio sfruttamento in fabbrica e nella società. Si riuniscono, fanno un volantino per denunciare le condizioni del lavoratore studente, indicono un'assemblea e chiedono solidarietà a tutti gli operai della Pirelli in vista di una lotta sui loro problemi.

Per il CUB i problemi più urgenti ora sono di due tipi:

a) la strutturazione interna del CUB nella fabbrica e fuori. Avvicinare gli operai già sensibilizzati al discorso, chiarire discutere, approfondire insieme, portare nell'Università la discussione sul Comitato di Base, fare, assieme agli studenti più sensibili su questi problemi, una valutazione dell'esperienza politica della Pirelli.

b) approfondire e ampliare il discorso politico, nella prospettiva di un'unificazione delle lotte.

S'impone, infatti, ormai la necessità di un incontro che vada oltre al "confronto" di esperienze. Porto Marghera, la Saint Gobain, I'Alfa Romeo, I'Innocenti, la Philips, la Candy manifestano la comune esigenza di un collegamento continuo ed organico per il coordinamento delle lotte e per la creazione di una linea politica comune che si ponga in atteggiamento eversivo al sistema. I Comitati di Base possono essere lo strumento adatto allo scopo, ma c'è da tener ben presente che un comitato unitario di base non è uno strumento vuoto, che può esser riempito da chiunque e da qualunque contenuto. Tutti ora parlano di Comitati di Base e molti sono pronti ad assumerne la paternità, per "egemonizzare" dall'esterno la lotta in fabbrica. Il CUB s presenta invece come un'organizzazione delle forze anticapitalistiche che sorge dentro le masse, e non si pone fuori di esse con la funzione di egemonizzarle a livello organizzativo e dottrinario. Il CUB è lo strumento di espressione della coscienza politica e della volontà di lotta delle masse, e contemporaneamente è il mezzo per far crescere l'una e l'altra.


Appendice

DOCUMENTI DEL CUB

- RIPRENDIAMO LA LOTTA

Sin dalla firma dell'ultimo contratto di categoria forti gruppi di operai all'interno della Pirelli si sono resi conto di come i risultati contrattuali fossero del tutto inadeguati rispetto alla volontà dei lavoratori, alla capacità ed unità di lotta espressa nelle 72 ore di sciopero ed anche alla stessa piattaforma rivendicativa iniziale.

È in questa fase che si è sentito più che mai urgente il bisogno di un collegamento permanente, di discussione e di lotta, tra tutti gli operai, tra i reparti, in tutta la Pirelli. F nato così il Comitato Unitario di Base che già più volte è intervenuto in fabbrica e che ora cerca di far crescere l'organizzazione tra gli operai, fondata su una chiara comprensione dei problemi che abbiamo davanti e. soprattutto, su una prospettiva di lotta a breve e lungo termine. Da qui è nata l'esigenza di questo documento, in modo che possa servire come piattaforma per un dibattito reale e democratico alla base, e come primo momento di verifica della volontà di lotta dei lavoratori Pirelli.

1. Il contratto va superato con la lotta

Il nostro contratto, e cioè il contratto del settore gomma, ha avuto tutti i limiti che ben conosciamo e che sono facilmente paragonabili ai limiti degli altri contratti di categoria. Questo perché ogni singolo contratto rientrava in un generale piano di riorganizzazione capitalista che ha trovato nei contratti nazionali un punto di passaggio obbligato.

Ciò che ritroviamo nei contratti è, dal più al meno, la linea della programmazione economica italiana (legata ad un disegno capitalista molto vasto) che possiamo schematizzare nel modo seguente:

—blocco dei salari o aumenti salariali inferiori all'aumentato costo della vita e soprattutto sproporzionati rispetto all'incremento della produttività. Questo per arrestare il flusso crescente del monte salariale — determinatosi attraverso le lotte operaie degli anni '60—e per consentire quindi quella diminuzione dei costi capitalisti (solo sulla pelle degli operai, però!) necessaria per il rilancio e la espansione dell'economia e della produzione nazionale;

—aumento dello sfruttamento intensivo in fabbrica, ottenuto attraverso una grande accelerazione dei ritmi lavorativi dovuta al continuo taglio dei tempi, alle innovazioni tecnologiche che non trovano un corrispettivo aumento degli organici. In alcune fabbriche metalmeccaniche, ad esempio, il carico macchine si è quadruplicato negli ultimi anni e in moltissime altre la produzione aumenta, nonostante siano bloccate le assunzioni;

—blocco delle lotte o loro inserimento in un ambito controllato e programmato dalle singole aziende. Ciò è dimostrato ad esempio dal limite triennale dei contratti, per cui nei tre anni i padroni contano di non avere lotte, almeno su scala generale e con obiettivi di fondo. Infatti le lotte e le contrattazioni aziendali si devono svolgere all'interno della logica dei contratti e rispettandone il contenuto (anche qualora gli operai non lo accettassero). Questo significa, per i padroni, una stabilità produttiva, un controllo economico e politico ed una riduzione di costi—gli scioperi costano anche ai padroni!—; questo significa, per gli operai, non poter contestare affatto lo sfruttamento ma semplicemente regolamentare il modo in cui avviene;

— inserimento degli organismi sindacali all'interno di questo piano e quindi ingabbiamento delle lotte anche attraverso lo strumento sindacale. I sindacati infatti devono sempre più funzionare oggettivamente da gestori dei contratti, devono essere disponibili prima alla trattativa e soltanto dopo alla lotta (questo è il senso dell'Accordo quadro di cui tanto si parla e su cui torneremo in un documento successivo). La C.I. stessa deve essere subordinata al sindacato centrale e questi essere inserito attivamente nella programmazione. Le Commissioni Paritetiche, che peraltro per ora non funzionano, risultano armi di ricatto antioperaio in quanto possono intervenire solo nei casi di sopruso evidente e sono, per lo più, in mano padronale in quanto la metà è formata da dirigenti e la metà (ma sappiamo che è sempre possibile comprare qualche ruffiano) da rappresentanti operai.

Questa schematicamente, la linea capitalistica italiana, questa la programmazione, questo il senso profondo dei contratti

Ma, di fatto, questo piano capitalistico non è ancora passato in quanto si è trovato contro le lotte operaie, molto spesso spontanee, che in un crescendo hanno investito completamente il settore metalmeccanico (FIAT, Innocenti, Ercole e Magneti Marelli ecc.), toccando quello tessile (Marzotto ecc.) e giungendo anche nel settore gomma (Ceat, Michelin). Ed è proprio dagli operai torinesi della CEAT e della Michelin che emerge una indicazione assai importante. Pur non avendo avuto una decurtazione salariale (come invece è avvenuto alla Pirelli), sono scesi spontaneamente in lotta per migliorare la loro condizione e sono riusciti a strappare accordi favorevoli sul premio di produzione, sulle qualifiche, sul cottimo ecc. Oggi guadagnano circa 40.000 lire più di noi e questo perché sono riusciti a far ripartire la lotta dal basso, dalla base operaia stessa. D'altra parte i metalmeccanici ci hanno offerto altre preziosissime indicazioni che gli operai Pirelli devono raccogliere. Anzitutto che i lavoratori non devono vedere la loro lotta solo in funzione della firma di accordi e contratti ma che devono contestare continuamente i tentativi padronali di accrescere lo sfruttamento e che quindi è possibile anche dire no al contratto anche se è già stato firmato. In secondo luogo che è impossibile ottenere qualsiasi cosa con semplici trattative ma che è invece la lotta l'unica arma operaia. Oggi è possibile riprendere delle lotte che rifiutino il contratto, che impongano ai sindacati la denuncia immediata dei contratti di categoria, che riescano a strappare ai padroni degli effettivi miglioramenti salariali e di condizione in fabbrica, che rifiutino l'intensificazione dello sfruttamento.

2. Dai singoli reparti può ripartire una lotta che investa tutta la Pirelli

Lo stato di grave disagio dei lavoratori Pirelli, la massa di problemi da affrontare e risolvere, la volontà operaia di riprendere la lotta per strappare nuove condizioni salariali e di lavoro è evidente da un'analisi anche approssimativa della situazione nei reparti. Questi problemi il contratto non li ha risolti. Le lamentele, gli esposti alla C.I. e così via non saranno certo in grado di risolverli se non si appoggeranno ad una decisa volontà di lotta dei lavoratori, unica condizione per obbligare i Sindacati a riprendere le agitazioni e, soprattutto, condizione indispensabile per costringere la Direzione a cedere.

Alla Tipografia si sono sviluppati dei fermenti dalla firma del contratto. Questi fermenti hanno però avuto due grossi limiti:

1) quello di rimanere all'interno di una contestazione particolare di reparto, semicorporativa, che evidentemente non può essere fatta proprio da tutto il complesso Pirelli;

2) quello di non essere riusciti a far sì che i temi della lotta (incentrati sul problema dei superminimi) fossero conosciuti non solo dai 40 operai del reparto, ma da tutta la fabbrica in modo da poter iniziare una discussione ed una organizzazione di lotta che partendo da questo o da altri reparti, potesse coinvolgere la massa dei lavoratori Pirelli.

Infatti, al di là di certe condizioni particolari e di conseguenza di alcune rivendicazioni specifiche, gli obiettivi più importanti di un singolo reparto, ed anche della Tipografia, possono essere obiettivo di lotta per tutti.

D'altra parte è evidente che il peso e la forza di 40 operai sono minimi rispetto a quelli che ha una massa di lavoratori in sciopero: è questo che il padrone teme ed è questo che gli operai devono organizzare.

In molti reparti esiste una situazione di tensione da cui partire .

Al reparto 5740 esiste una situazione di cottimo inaccettabile per i lavoratori che cominciano ad esprimere il loro malcontento.

Al reparto 32 (trafile plastica) esiste una situazione di contestazione sul problema delle qualifiche così come alle trafile del reparto 60 (tubi in gomma), in quanto le qualifiche (e i soldi) rimangono le stesse benché il tipo di lavoro svolto richieda una qualifica superiore. Ai reparti cinghie trapezoidali esiste il problema delle qualifiche e del cottimo.

Alla CAME poi, accanto ai problemi del cottimo e del premio di produzione rimasti da molto tempo fermi, esiste il rischio di chiusura dello stabilimento contro cui gli operai possono e devono mobilitarsi immediatamente per non essere poi costretti ad accettare le cose una volta avvenute. All'azienda meccanica sabato pomeriggio gli operai hanno scioperato 4 ore, non presentandosi al lavoro. Persino gli impiegati del Grattacielo si stanno muovendo (problema intervallo mensa) ed è probabile una loro lotta. Da sottolineare il fatto che questi sono solo alcuni esempi, ma che è possibile trovare una analoga situazione di disagio e di fermento in ogni singolo reparto, in ogni azienda collegata alla Pirelli. Di più: questa situazione non è particolare della Pirelli ma in tutte le fabbriche cresce il malcontento e la protesta operaia, come d'altra parte si può riscontrare dalle ultime lotte. Il nostro obiettivo deve essere quello di riuscire a non lasciare isolate le singole rivendicazioni, di non limitarci alle petizioni ed alla raccolta di firme che lasciano il tempo che trovano ma invece di partire direttamente dalla condizione operaia in fabbrica e di trovare quei punti comuni a tutti i reparti, quegli obiettivi di fondo su cui far ripartire la lotta.Questa piattaforma di lotta è necessario discuterla ed elaborarla con tutti gli operai Pirelli, all'interno dei singoli reparti, iniziando subito con le Fermate là dove ciò è possibile. Gli obiettivi non possono venire dall'alto ma devono crescere e precisarsi nel dibattito di base. Tuttavia, come primo contributo alla discussione, vogliamo sottolineare soltanto alcuni di quei problemi generali su cui è possibile trovare un vasto accordo.

—SALARI: alla Pirelli è necessario porsi l'obiettivo, che è minimo, di giungere almeno ai livelli salariali di Ceat e Michelin (40 mila lire in più).

Uno dei punti essenziali della lotta salariale è senz'altro quello del premio di produzione che deve essere immediatamente legato all'attuale livello produttivo ed aumentare proporzionalmente a tutti gli aumenti di produzione ed agli incrementi della produttività. Sblocco del congegno di rivalutazione. La rivendicazione è: premio di produzione subito, che corrisponda ad almeno il 25% della paga più la contingenza. A questa rivendicazione fondamentale vanno collegate quelle della rivalutazione dei cottimi, degli immediati passaggi di categoria, e soprattutto di un aumento del salario annuo con la parificazione delle mensilità tra operai e impiegati.

—CONDIZIONI DI LAVORO: è necessario impedire qualsiasi aumento dei ritmi di lavoro organizzando fermate non appena avvengono dei tagli dei tempi. Nello stesso modo bisogna impedire gli aumenti delle tabelle di cottimo che si trasformano in minor guadagno e più sfruttamento. Le fermate non vanno lasciate isolate ma immediatamente sostenute da tutta la fabbrica perché questi problemi, anche se momentaneamente colpiscono un solo reparto, sono problemi di tutti. D'altra parte si presenta come indispensabile risolvere il problema della nocività attraverso la formazione di comitati di controllo eletti direttamente dagli operai. La salute non va né contrattata ne pagata con le briciole delle indennità. Le condizioni nocive vanno abolite.

Un'altra rivendicazione fondamentale è quella dell'aumento degli organici per far sì che gli aumenti di produzione non ricadano sulle spalle degli operai con i tagli dei tempi, per consentire quelle sostituzioni necessarie per il lavoro stesso e per la nostra salute.

—ORARIO DI LAVORO: le condizioni di supersfruttamento si possono battere soprattutto con la riduzione di orario a parità di salario. La nostra rivendicazione deve essere: sabato festivo subito. Anche su questo punto è possibile e necessario sviluppare l'azione di lotta in tutta la fabbrica, collegandoci anche con altre fabbriche che già hanno posto simili problemi.

Queste sono soltanto delle proposte di discussione, dei temi di fondo su cui far crescere l'organizzazione e la lotta in fabbrica. E' però evidente che solo la decisa e chiara volontà operaia, di tutti gli operai, può permettere di risolvere questi e altri problemi. Ed è per questo e con queste prospettive che è nato il Comitato Unitario di Base.

3. Il Comitato Unitario di Base come strumento politico e di lotta

L'esigenza di un Comitato Unitario di Base, che sappia raccogliere intorno a sé la massa dei lavoratori, si è sviluppata di pari passo con l'esigenza della ripresa della lotta. Infatti ci si è resi conto del fatto che la lotta può nascere, crescere e rendersi generale soltanto se esiste una precisa volontà e consapevolezza tra gli operai, soltanto se parte da un'analisi precisa della situazione concreta di fabbrica e di sfruttamento . Da troppo tempo esiste l'idea che sia possibile risolvere effettivamente i problemi degli operai attraverso la stipulazione Si accordi con il padrone. Questo è falso poiché sino a che esiste un sistema sociale e di fabbrica fondato sullo sfruttamento i problemi dei lavoratori non possono essere risolti realmente e completamente. Gli accordi ed i contratti non possono essere altro che una fase, magari importante ma non fondamentale, della lotta continua che la classe operaia deve condurre contro lo sfruttamento, contro le condizioni di fabbrica e sociali, contro l'oppressione capitalistica. Questa lotta è una lotta quotidiana che va organizzata e portata avanti ovunque, partendo dalla fabbrica, dai singoli reparti. Quindi qualsiasi piattaforma rivendicativa deve sempre essere collegata con una chiara prospettiva politica (non partitica) perché politico è il significato dello sfruttamento e politica è la volontà dei padroni di mantenere ed accrescere il loro potere. Infatti se così non avviene le rivendicazioni, anche se oltremodo avanzate, possono essere utilizzate dai padroni stessi per superare certi squilibri riscontrabili attualmente in fabbrica, lasciando però immutato il senso e la logica dello sfruttamento stesso. Problemi come quello del taglio dei tempi, ad esempio, non si risolveranno mai con accordi perché il giorno stesso che un eventuale accordo venga stipulato il padrone può ripartire con l'intensificazione dello sfruttamento, perché questa è la sua logica. L'unica risposta quindi è la lotta e la contestazione continua, ininterrotta che rifiutando le armi padronali (come appunto il taglio dei tempi) rifiuta anche tutto il sistema capitalistico . Da quanto detto ed essendo questi i lineamenti politici del Comitato Unitario di Base è evidente che noi non vogliamo assolutamente formare un nuovo sindacato o scavalcare i sindacati esistenti. Vogliamo invece costruire un organismo che possa e sappia legare insieme la rivendicazione e la lotta, l'aspetto economico e quello politico, che sappia insomma costruire intorno a sé una rete organizzativa permanente con la contestazione continua dello sfruttamento. Questi gli obiettivi. Le forme organizzative evidentemente potranno essere precisate solo nella misura in cui il Comitato saprà gestire delle lotte, saprà riunire intorno a sé una parte sempre più numerosa di lavoratori, indipendentemente dalla tessera sindacale o di partito. Quello che però è chiaro sin da ora è che dovrà esistere la massima democrazia di base, cioè la possibilità di ciascun operaio di esprimere liberamente le sue opinioni, proprio perché non esistono linee precostituite ma tutto va creato e sviluppato nella lotta e nella partecipazione dei lavoratori a questa lotta. Il presente documento dunque è la risultante di discussioni tra i compagni della Pirelli che già partecipano al Comitato. Discussioni avvenute anche insieme ad operai di altre fabbriche ed insieme anche ad un gruppo di studenti.

Questo documento quindi non è definitivo bensì soltanto iniziale: dovrà precisarsi con il contributo di tutti. In questo senso chiediamo a tutti di partecipare al Comitato Unitario di Base, le cui riunioni verranno sempre comunicate, iniziando a discutere questo documento nei reparti e collaborando con idee, notizie, con aiuti economici (ci troviamo in difficoltà economiche in quanto ci autofinanziamo e non possiamo ovviamente sviluppare il lavoro senza il contributo economico di tutti) e soprattutto iniziando la lotta in fabbrica.

4. Il collegamento con gli operai delle altre fabbriche e con gli studenti.

Uno degli obiettivi principali del Comitato è quello di organizzare la lotta alla Pirelli e di collegarla con le altre grandi lotte che si stanno sviluppando ovunque. La Pirelli infatti non è un'isola particolare bensì è inserita nel contesto sociale generale. I padroni della Pirelli sono estremamente uniti con i padroni delle altre fabbriche; sono loro che controllano e dirigono la vita economica e politica attraverso il governo e lo Stato. Quindi anche gli operai devono essere uniti nella lotta. D'altra parte alcune fabbriche anche a Milano (Innocenti, Magneti Marelli ecc.) stanno sperimentando organismi come il nostro Comitato ed è con questi organismi, con gli operai stessi in lotta, che dobbiamo e possiamo collegarci. Sarà un lavoro lungo e faticoso, ma è essenziale anche per noi della Pirelli.

Al piano generale di sfruttamento capitalista va contrapposto un piano generale di lotta operaia

Un altro dei fatti nuovi importantissimi, accanto alla ripresa delle lotte operaie, è la lotta degli studenti, che si sono mostrati disponibili ad un collegamento effettivo con gli operai come si è già realizzato da molte parti. Anche gli studenti si sono resi conto che per risolvere i loro problemi devono lottare contro i padroni che determinano la società e quindi anche la scuola. Anche gli studenti si sono resi conto che solo con una dura lotta anticapitalista si potranno modificare le condizioni attuali. Ma non è solo questo che ci ha unito agli studenti. C'è il fatto che temi come quelli del diritto allo studio per tutti sono temi che interessano direttamente i lavoratori e i loro figli, che interessano gli studenti-lavoratori di tutte le fabbriche che possono pagarsi la scuola solo subendo un violento sfruttamento in fabbrica. Quindi il Comitato Unitario di Base dovrà quanto prima affrontare anche tutti questi problemi che interessano una grossa parte di giovani anche nella nostra fabbrica. Ma evidentemente per poterci collegare di fatto con gli altri operai in lotta dobbiamo giungere con una nostra esperienza autonoma di lotta, con una nostra esperienza di battaglie e di organizzazione. L'obiettivo del collegamento con gli operai delle altre fabbriche e con gli studenti lo si può realizzare solo nella lotta. Riprendere la lotta alla Pirelli: questa la parola d'ordine del Comitato Unitario di Base che, anche con la collaborazione esterna di un gruppo di studenti, si impegna fin d'ora a sostenere politicamente ed organizzativamente le lotte che partiranno in Pirelli, cercando immediatamente di collegarle con gli altri scioperi a Milano e in Italia.

Il Comitato Unitario di Base (giugno 1968)

- SOLO CON LA LOTTA LA CLASSE OPERAIA CONQUISTA MIGLIORI CONDIZIONI Dl VITA

Lavoratori

anche se i Sindacati non lo hanno comunicato ufficialmente è già noto che la Direzione ha raggiunto un accordo di massima con l'INAM per il passaggio dell'assistenza de i lavoratori Pirelli allo Stato. Di tutto ciò i lavoratori Pirelli sono stati tenuti all'oscuro secondo un metodo che è già stato rilevato in altre occasioni come nel la firma del l'ultimo contratto . Il padrone agisce e dispone dei soldi degli operai (i fondi mutua sono soldi nostri, tolti dalla busta-paga) come gli torna più comodo; lo Stato serve gli interessi padronali con i suoi Enti e con i suoi Piani che hanno il compito di risolvere i problemi dei singoli capitalisti; i Sindacati, invece di comunicare questi fatti e di far ripartire la lotta, si limitano a mediazioni di vertice che ben poco possono mutare della realtà dello sfruttamento.

Lavoratori

il problema dell'assistenza è un problema importantissimo ma che va collegato a tutta la condizione operaia in fabbrica altrimenti rischia di diventare un obiettivo falso perché parziale e comunque non in grado di incidere sulla realtà di fabbrica. Infatti assistenza privata e assistenza di Stato sono assai simili: perché il padrone conserva sempre l'arma della fiscalità. I padroni (privati e statali) si occupano della nostra salute solo nella misura in cui gli torna comodo e cioè per garantirsi che noi siamo sempre disponibili ad essere sfruttati quotidianamente. L'assistenza diviene così una delle tante espressioni dell'autorità e dell'oppressione capitalista in fabbrica e nella società. Capi e cronometristi nella produzione, medici fiscali a casa, poliziotti negli scioperi: sono tutti strumenti di quell'unico potere capitalista che bisogna combattere. Non solo: ma l'assistenza può soltanto al massimo guarire a posteriori e non impedire le malattie, il logoramento fisico e nervoso a cui viene sottoposto l'operaio in fabbrica.

Per impedire ciò la linea deve essere chiara:

Abolizione delle condizioni di nocività

Ristrutturazione dei ritmi di lavoro e delle tabelle di cottimo nella prospettiva dell'abolizione del cottimo stesso (tra l'altro con i cottimi attuali si guadagna sempre meno in quanto non si riesce più a farli).

Riduzione dell'orario di lavoro col sabato festivo (40 ore pagate 48);

Abolizione del lavoro comandato nei giorni di conguaglio.

Senza di ciò la lotta per un'assistenza migliore, contro la fiscalità rimane una lotta che non cambia la realtà dello sfruttamento che è invece quella che vogliamo cambiare e distruggere.

Lavoratori

è solo con la lotta, con la ripresa immediata delle fermate e degli scioperi che si può battere il disegno capitalistico Pirelli (e nazionale) ed imporre la volontà operaia. Iniziamo subito con fermate di reparto e colleghiamoci con le lotte già in corso o che si stanno preparando alla Pirelli (Tipografie, trafile plastica) o nelle altre fabbriche dipendenti (Came, Aga, Sapsa, Azienda meccanica) nella prospettiva di uno sciopero di tutta la Pirelli.

Il Comitato Unitario di Base (17 giugno 1968)

- GLI OPERAI DIFENDONO IL COMITATO UNITARIO Dl BASE

Questo volantino ha il compito di chiarire qual'è la linea e quali sono le' proposte del Comitato Unitario di Base per la ripresa delle lotte in Pirelli, anche in conseguenza di assurdi attacchi mossici da un sindacato. Alla Pirelli, come in molte altre fabbriche, la situazione è ferma da dieci anni e intanto il padrone approfitta della situazione statica all'interno della fabbrica per: bloccare il congegno sul cottimo e sul premio di produzione, dimezzare il premio di produzione, aumentare i ritmi di lavoro e diminuire gli organici, con lo scopo ultimo di ridurre il salario e aumentare sempre più lo sfruttamento e di conseguenza i suoi profitti. I lavoratori però esprimono un forte malcontento ed una chiara esigenza di riprendere la lotta: da questa esigenza operaia è nato il Comitato Unitario di Base.

Cos'è il COMITATO UNITARIO Dl BASE?

Il Comitato Unitario vuole essere un tentativo di raccogliere i lavoratori sulla base di una precisa comprensione dei problemi della fabbrica, inserendo le rivendicazioni in un contesto più generale, cioè politico (non partitico), al fine di unire i lavoratori della Pirelli per una lotta di tutta la fabbrica contro i padroni. L'unità dei lavoratori deve nascere dall'esigenza di risolvere i problemi della condizione operaia con la lotta contro la politica padronale. Indipendentemente dalla tessera sindacale o di partito, il Comitato vuole creare un'unità di base, cioè un momento di lotta a cui ogni singolo operaio partecipi senza aspettare direttive dall'alto e senza sperare che qualcun'altro possa risolvere i suoi problemi.

IL COMITATO NON È UN QUARTO SINDACATO (si rassicurino quanti temono la concorrenza e vedono in pericolo la loro carriera di funzionari): è solo un organismo di base che vuole adoperarsi per un'azione di lotta sui problemi che uniscono tutti gli operai Pirelli. In questo senso il Comitato Unitario, fedele alla sua linea, ha affrontato la questione della mutua, collegandola a tutti i problemi della fabbrica (nocività, cottimi, qualifiche, lavoro comandato, ecc.). Dal punto di vista della classe operaia non è possibile affrontare il problema dell'assistenza senza legarlo al problema della salute stessa.

LA SALUTE NON SI PUÒ CONTRATTARE: ecco perché il Comitato indica nella lotta di tutta la Pirelli lo strumento per ottenere l'effettiva tutela della nostra salute, attraverso:

Abolizione delle condizioni di nocività, Abolizione delle visite fiscali, Ristrutturazione dei ritmi di lavoro, Riduzione dell'orario

Il volantino sindacale, uscito in questi giorni, accusa il Comitato di "falso, demagogia, e confusione". Noi intendiamo dare una risposta.

a) falso: perché abbiamo sostenuto che i "sindacati non hanno comunicato ufficialmente i termini dell'accordo Pirelli-Inam".

Noi parlavamo di tutti i sindacati e lamentavamo che non fosse uscito un comunicato ufficiale a firma dei tre sindacati che presentasse ai lavoratori i termini dell'accordo ed una piattaforma rivendicativa unitaria per l'imposizione della lotta. La sola SILG-CGIL si limitava ad uh'informazione generica dell'accordo ed indicava i termini della trattativa e NON della lotta. Noi riteniamo che ogni trattativa che si dice "unitaria" è inutile se non è sostenuta da una lotta degli operai uniti. Le cosiddette trattative unitarie finiscono invece nel ridursi a compromessi e "chi guadagna è solo Pirelli". Il Comitato quindi non si è assunto il compito di combattere per principio i sindacati ma neppure di elogiarli.

IL RILANCIO DELLA LOTTA IN PIRELLI E IL NOSTRO OBIETTIVO.

b) demagogia:

ci si accusa di voler abolire il cottimo. Noi parlavamo di "ristrutturazione dei ritmi di lavoro e delle tabelle di cottimo nella prospettiva dell'abolizione del cottimo stesso". Infatti oggi è necessario lottare per un cottimo migliore e non sarà certo il Comitato Unitario di Base a negarlo: ma la prospettiva finale deve essere quella di forti aumenti sulla paga base con l'abolizione del meccanismo del cottimo, perché il cottimo ci costringe a lavorare di più e meglio per i padroni, perché il cottimo crea disoccupazione, divide gli operai e li lascia in mano al dispotismo padronale.

c) confusione: si sostiene che noi lasciamo "intendere che per la mutua ormai le cose sono fatte".

No, le cose non sono fatte se esisterà una precisa volontà di lotta dei lavoratori. Sì, le cose sono arcifatte se, come per l'ultimo contratto, la decisione sarà presa solo dalla direzione e dai dirigenti sindacali, senza la partecipazione della base operaia.

Siamo accusati di voler la confusione.

Certo, se per confusione si intende lo sciopero e la lotta, il Comitato Unitario vuole la confusione, come l'hanno voluta i lavoratori dell'Innocenti, Marelli, Marzotto, Fiat ecc. e della Francia stessa. Gli operai della Pirelli difendono il Comitato Unitario di Base perché sono per la lotta, per la ripresa delle fermate, per il collegamento con le lotte già esistenti in Pirelli (AGA, SAPSA, Azienda Meccanica, ecc.).

Il Comitato Unitario di Base (26 giugno 1968)

- SCIOPERO ALLA PIRELLI E DEMOCRAZIA OPERAIA

L'azione dei lavoratori impegnati nelle lotte di questi giorni nei reparti 32, 35 e 8691, stanno a provare il fermento crescente della fabbrica e la volontà operaia di lottare, e ci danno un importante insegnamento, che il Comitato Unitario di Base intende sottolineare e proporre a tutta la fabbrica. Questi lavoratori, infatti, senza tante chiacchiere, hanno messo in atto la DEMOCRAZIA OPERAIA. Si sono riuniti in assemblea nella mensa hanno discusso collettivamente i loro problemi, hanno deciso di scioperare subito, senza dare preavviso al padrone. Al padrone fa paura proprio questo: che i lavoratori, coscientemente, partendo dalla base dal basso, decidano delle loro lotte; senza attendere autorizzazioni, e quindi sfuggendo al controllo dei padroni, che così non hanno il tempo di organizzarsi per ridurre il costo e l'incisività degli scioperi. Ne sono prova le minacce e i tentativi di divisione degli operai portati avanti dai soliti servi del padrone, anche quelli camuffati da sindacalisti (ne sanno qualcosa i lavoratori dei reparti in lotta). In ogni reparto, in ogni compartimento, esistono problemi analoghi e magari più gravi di quelli che hanno spinto alla lotta i lavoratori del 32, 35 e dell'8691, che si sono messi in azione per risolvere una buona volta i loro problemi di reparto. Non possiamo quindi limitarci a dire che nei singoli reparti esistono solo problemi particolari: lo sfruttamento lo abbiamo addosso tutti. Problemi come quelli del Cottimo, dello Orario di lavoro, della nocività, non si risolvono con semplici rivendicazioni di reparto, ma con lo sciopero di tutta la Pirelli. Quello che hanno dimostrato i nostri compagni in lotta, è che bisogna saper cominciare, muoversi con decisione e senza deleghe e speranze che qualcuno, dall'alto, risolva i nostri problemi, e soprattutto non aspettando che i tre sindacati si mettano d'accordo, ma mettendoci d'accordo noi, alla base, portando in fabbrica il metodo dell'Assemblea, non formale, ma che esprima veramente la nostra volontà e divenga il nostro punto di forza. Ciò è avvenuto in molte altre fabbriche (CEAT, Michelin, Innocenti, Marzotto ne sono alcuni grossi esempi) e le indicazioni di lotta che ne vengono sono assai importanti. Infatti le lotte devono essere ben organizzate per gli operai, improvvise per i padroni e i suoi servi. Quelli delle trafile plastiche lo hanno fatto, è possibile farlo tutti noi. Democrazia diretta vuol dire proprio questo: partecipazione cosciente operaia a tutte le decisioni. La lotta deve estendersi da un reparto a tutta la fabbrica, collegandosi almeno con le altre fabbriche del gruppo già in lotta, legandosi agli scioperi della Pirelli di Settimo Torinese, superando divisioni artificiose e rivendicazioni parziali. Ma la linea deve essere quella dei lavoratori delle trafile plastiche: Democrazia di base e lotta. La lotta non deve cessare appena cominciano le trattative, ma proprio in quel momento dobbiamo far pesare ancor di più la nostra forza, rifiutando al padrone qualsiasi concessione prima di aver ottenuto i nostri obiettivi .

Lotta e democrazia di base devono voler dire anche e soprattutto organizzazione continua e lotta che non si ferma appena raggiunto un piccolo accordo.

Comitato Unitario di Base (Luglio 1968)

- CONDIZIONE OPERAIA DEMOCRAZIA DIRETTA

La condizione operaia all'interno della fabbrica non solo peggiora continuamente, ma tende a degenerare per il dispotismo con cui il padrone ci impone ciò che vuole: la fiscalità nell'assistenza medica, ambienti di lavoro nocivi, il ritmo a cui dobbiamo produrre e, quel che è peggio, taglia come vuole la nostra busta-paga (vedi cottimi e premi di produzione). Solo noi lavoratori possiamo porre termine a questo stato di cose, mettendo in atto quello che già molti lavoratori italiani hanno fatto: allo strapotere padronale, dobbiamo opporre le nostre unità di lotta, realizzando appieno la democrazia diretta. Con questo metodo anche alla PIRELLI si sono già fatti e si stanno facendo scioperi e fermate da parte degli operai dei reparti più combattivi Anche noi come loro dobbiamo fare assemblee di reparto e di fabbrica, decidere in queste riunioni forme di sciopero improvviso, collegandoci agli altri reparti in lotta, arrivare in questo modo ad uno Sciopero generale, **se occorresse anche alla occupazione della fabbrica, poiché solo con la fabbrica ferma il padrone acquista l'uso della ragione: non può rinunciare a lungo al suo profitto. Ma non solo: dobbiamo gestire la nostra lotta: i contenuti delle trattative, prima di essere sottoscritti (e non importa da quale Sindacato) devono essere discussi ed accettati dai lavoratori, e non dobbiamo rinunciare alla lotta sino a che le rivendicazioni portate avanti dalle assemblee non siano state accolte e realizzate integralmente. L'assemblea all'uscita del turno è senza dubbio una forma di democrazia decisionale avanzata, ma non basta, poiché molti lavoratori non possono trattenersi per la rapida partenza dei mezzi di trasporto. Dobbiamo lottare per avere la libertà di discutere dei nostri problemi in fabbrica, interrompendo il lavoro. Questo metodo è già una consuetudine in altre fabbriche, e solo con le assemblee in fabbrica si ha la partecipazione reale di tutti i lavoratori. Infine ci teniamo a ribadire:

1) che il Comitato Unitario di Base non vuole formare un altro Sindacato (già tre sono motivo di confusione per i lavoratori), ma vogliamo soprattutto diffondere tra tutti i lavoratori l'esigenza di impostare la lotta sulla base di una reale democrazia diretta operaia, e lavorare perché ciò si verifichi; 2) Non ci interessa nessuna carriera né politica né sindacale, ma solo che si avviino alla soluzione i problemi degli operai della PIRELLI, che sono i nostri stessi problemi.

Non ci interessa di che colore politico sono i lavoratori di quei reparti che scioperano unitariamente adottando il metodo della democrazia diretta, poiché essi si sono mossi come dovrebbero muoversi tutti i lavoratori della fabbrica sui loro problemi, indipendentemente dalle posizioni politiche, ma solo mirando a togliere al padrone il suo potere assoluto. Siamo con la classe operaia unita nella lotta contro il padrone, poiché unitari sono i problemi della classe operaia. Se le sigle dividono, i problemi uniscono i lavoratori.

Il Comitato Unitario di Base (settembre 1908)

- LO SCIOPERO GENERALE Dl TUTTA LA PIRELLI È OGGI POSSIBILE!

Lo sciopero genera 'e di tutta la Pirelli oggi si impone come necessario. Necessario per piegare la Direzione sui contenuti che i singoli reparti hanno individuato, necessario per collegarci in modo attivo con le altre fabbriche del gruppo Pirelli (Settimo Torinese in testa) che sono già in lotta, necessario per sviluppare tra di noi le forme e i contenuti di una lotta anticapitalistica, seguendo il metodo della democrazia diretta, cioè della partecipazione alle decisioni. Ma lo sciopero generale di tutta la fabbrica è oggi anche possibile. 17 reparti già in lotta indicano la volontà reale degli operai, danno una misura della situazione di fabbrica.

Il Comitato Unitario di Base sin dalla sua nascita si era posto l'obiettivo di smuovere la situazione statica alla Pirelli. Questo oggi è avvenuto, i reparti sono in fermento, CGIL da una parte, CISL, Direzione e UIL-Pirelli dall'altra sono costrette, una buona volta, ad accorgersi della forza e della decisione degli operai. Ma sono attualmente in corso manovre estremamente pericolose, che consistono nel rinviare alle calende greche lo sciopero di fabbrica, nel mantenere la nostra lotta al livello degli scioperi di reparto mentre al contrario può e deve crescere, nel ricercare al costo del sacrificio di obiettivi irrinunciabili l'unità d'azione con la CISL e la UIL. Se questa linea andrà avanti si finirà come a febbraio, quando fu firmato il contratto senza tener conto della spinta e delle esigenze dei lavoratori. Lasciare isolati, divisi i reparti significa lasciare che Pirelli continui a imporre la sua legge in tutta la fabbrica. Né due ore di sciopero, per giunta con un bel preavviso, sono sufficienti. Sciopero di 24 ore e di tutta la fabbrica! Lo sciopero di fabbrica è indispensabile al fine di una lotta che porti ad alcuni risultati soddisfacenti sui problemi che interessano i singoli reparti, I'intera fabbrica e infine il gruppo Pirelli. Su questi problemi i lavoratori la piattaforma unitaria l'hanno trovata nella lotta, e non occorrono minuetti di vertice per mettersi d'accordo:

—eliminazione totale di ogni condizione di nocività;

—aumento degli organici, riduzione dell'orario a 40 ore settimanali a parità di salario, sabato festivo subito: in tal modo può iniziare una lotta decisa contro l'aumento pazzesco dei ritmi di lavoro;

—aumento del salario reale attraverso la rivalutazione del cottimo, nella prospettiva dell'eliminazione di quest'ultimo per assorbimento nella paga base.

La lotta di tutta la Pirelli può fare una grande svolta! I lavoratori hanno deciso la lotta attraverso assemblee di reparto e di marciapiede, raggiungendo l'unità di base e non l'unità delle sigle. La lotta della Pirelli può non solo essere decisa ma anche diretta dagli operai tutti. L'Assemblea di tutti gli operai in sciopero sarà lo strumento democratico attraverso il quale si deciderà quali devono essere gli obiettivi precisi, quali i contenuti delle trattative, quali accordi rifiutare e quali accettare: attraverso la discussione, attraverso il contributo di ciascuno.

Non basta fermare la fabbrica, bisogna condurre la lotta in modo democratico: controllo di base sulla lotta per vincere!

Sciopero di tutta la fabbrica! dobbiamo dirlo in fabbrica a tutti quelli che oggi invitano alla calma, ad aspettare.

Giovedì 19, due reparti, per i quali non era previsto lo sciopero, si sono spontaneamente uniti ai compagni in lotta.

D'ora in poi, quando un reparto si ferma, tutti fermi, e in Assemblea per decidere come continuare la lotta, sino a distruggere il potere di Pirelli e di tutti i padroni.

Il Comitato Unitario di Base (25 settembre 1968)

- COMITATO UNITARIO Dl BASE PIRELLI BICOCCA

Lavoratori delle consociate Pirelli!

Giovedì ottobre gli operai e gli impiegati della Pirelli Bicocca, al 100%, hanno scioperato.

Lo sciopero di fabbrica è stato il punto culminante di un'agitazione in corso da diverse settimane, che aveva visto scendere in lotta gli operai di un reparto dopo l'altro. L'inizio dell'agitazione vedeva entrare in sciopero pochi reparti; ma alla vigilia dello sciopero di fabbrica già una ventina di reparti, con più della metà degli operai della Bicocca, erano in lotta. La lotta in corso alla Pirelli Bicocca è stata voluta dai lavoratori ed è partita da essi!

I reparti sono entrati in sciopero, uno dopo l'altro, per decisione unanime degli operai e sugli obiettivi che gli operai stessi decidevano: cottimi, tempi, nocività ecc. Di fronte al crescere del fronte degli scioperi di reparti, il padrone reagiva cercando di stroncare la lotta. Nel reparto 8655 (confezioni coperture giganti) venivano tagliati improvvisamente i tempi. Gli operai del reparto reagivano scioperando; al loro sciopero il padrone replicava con la serrata di cinque reparti.Lungi dal ripiegare in buon ordine, i lavoratori di tutta la Bicocca si preparavano allo sciopero generale.

L'unità alla base caratterizza la lotta alla Pirelli Bicocca.

I lavoratori fin dall'inizio hanno rifiutato che sopra le loro teste, al di fuori del loro controllo, per obiettivi non decisi da essi, venisse ricreata un'unità operativa e rivendicativa dei vertici sindacali, attraverso lunghe trattative. Questo avrebbe significato la rinuncia alla lotta oggi, subito, per obiettivi urgenti, per i quali i lavoratori della Bicocca vogliono e debbono battersi senza ritardi.

La parola d'ordine è stata ed è: unità di base, e non unità delle sigle sindacali.

La CISL e la UIL hanno cercato di impedire gli scioperi di reparto e lo sciopero di fabbrica. La CGIL ha cercato di ritardare lo sciopero di fabbrica, perché voleva a tutti i costi l'accordo con la CISL e la UIL. Ma l'unità dei lavoratori e la loro decisione di lotta hanno imposto a tutti e tre i sindacati, mercoledì 2 sera, all'ultimo minuto, di dichiarare lo sciopero generale. Se questa proclamazione non fosse avvenuta, lo sciopero generale ci sarebbe stato ugualmente. Basti accennare al fatto che giovedì, alle 4,30, gli operai di alcuni reparti (turno di notte), che effettuavano lo sciopero in bianco, sono usciti dalla fabbrica ed hanno formato un picchetto massiccio, fermando gli operai del primo turno e poi, insieme, quelli del turno normale.

La lotta continua alla Pirelli Bicocca, e continuerà fino alla sconfitta del padrone! Uniti alla base, decidendo democraticamente, in assemblee, degli obiettivi e delle forme di lotta, i lavoratori della Pirelli indicano la strada da seguire a tutte le fabbriche e invitano in primo luogo voi, lavoratori delle consociate, ad entrare in lotta, uniti alla base, per i vostri obiettivi.

(Milano, 6ottobre 1968)

- NON È' CHE UN'INIZIO - CONTINUIAMO LA LOTTA!

Lo sciopero di giovedì 3 ha rappresentato una grossa vittoria per gli operai della Pirelli. Erano molti anni che alla Pirelli ed anche a Milano non si verificava fuori dalle normali scadenze contrattuali, uno sciopero così massiccio e con una così alta partecipazione cosciente da parte dei lavoratori. I timori e i ritardi sindacali sono stati battuti dalla volontà della base che ha imposto lo sciopero generale, che ha organizzato i picchetti a partire addirittura dal turno di notte.

Non possiamo tornare indietro!

Tutti gli operai sono ben coscienti che non basta una giornata di sciopero per battere il padrone, ma che invece è necessario continuare la lotta fino alla vittoria dei lavoratori della Pirelli. Ma per questo fine è necessario precisare gli obiettivi e le forme di lotta, discutendo e decidendo collettivamente, reparto per reparto.

Portiamo avanti gli obiettivi della nostra lotta!

Gli obiettivi dei lavoratori della Pirelli sono e rimangono:

Più soldi (e quindi ristrutturazione del congegno di cottimo, il che significa aumento di salario).

Meno fatica (e quindi lotta contro il taglio dei tempi, contro l'incremento della produttività, per la riduzione dell'orario di lavoro e parità di salario, per l'abolizione delle condizioni di nocività).

La XIV e il premio di produzione sono questioni grosse ed importanti. Facciamo però attenzione, in questo momento, a non mescolare tutto assieme, perché il problema fondamentale oggi è e rimane il cottimo.

Anche le forme di sciopero sono importanti!

Giovedì scorso infatti lo sciopero è riuscito perché è stato improvviso, deciso dai lavoratori. Questa è la via da seguire e da sviluppare. I lavoratori non possono aspettare gli accordi tra i tre sindacati, non possono dipendere dalla risposta di Pirelli. Per vincere è indispensabile attaccare, come abbiamo fatto sin dai primi scioperi di reparto, e non difenderci, aspettando le eventuali provocazioni della direzione.

Non dobbiamo aspettare l'incontro delle parti fissato per mercoledì: la trattativa non deve interrompere la lotta!

Non sono gli incontri o le minacce che fanno paura al padrone. Dobbiamo controllare noi direttamente e democraticamente lo sviluppo delle trattative. Perché i contenuti della lotta dei reparti non vadano perduti è necessario che le assemblee controllino direttamente le trattative con Pirelli, che devono svolgersi solo qui a Milano, e non a Roma o in qualche altro posto.

Bisogna battere il ferro finché è caldo!

La lotta di giovedì scorso è la più corretta e la più utile: il turno di notte si ferma una o due ore prima e, di fatto, dichiara lo sciopero per tutta la fabbrica organizzando, già per il turno delle sei, il picchetto, anche con l'aiuto degli studenti, che così dimostrano la loro volontà di lotta anticapitalistica. Ma le decisioni sulla lotta devono essere prese da tutti. Il prossimo giorno di sciopero dobbiamo imporre, sin dall'inizio, l'Assemblea generale!

Bisogna discutere i problemi di tutta la fabbrica, e non di un solo reparto, come è avvenuto giovedì scorso.

Sciopero ed assemblea = La strada per battere il padrone.

Il Comitato Unitario di Base (7 ottobre 1968)

- LA LOTTA CONTINUA CONTRO IL PADRONE

I lavoratori della Pirelli, con lo sciopero di giovedì 10 ottobre, hanno risposto in modo chiaro ed adeguato alle manovre padronali. La trattativa di mercoledì, così come era stata impostata da Pirelli ed accettata dai sindacati, era una provocazione nei confronti degli operai in sciopero. Infatti non è possibile discutere del problema della mutua, rifiutandosi di affrontare i problemi di reparto (lanciando una generica promessa di colloquio sul "Gruppo" per lunedì) mentre la fabbrica è in fermento. Mercoledì gli operai del 1I turno, ricevute le prime notizie sulla trattativa, hanno subito fermato la produzione mettendosi a girare per i reparti e convincendo i pochi indecisi. Numerosi reparti del turno di notte hanno ripreso la lotta del 1I turno, hanno formato in fabbrica assemblee generali dei lavoratori che hanno deciso di estendere lo sciopero a tutta la fabbrica. L'unità dei lavoratori ha fatto così fallir! ogni tentativo di bloccare o ritardare la lotta. Di fronte ai burocrati sindacali che, in nome dell'unità dei vertici, volevano dividere i lavoratori, gli operai hanno mostrato ancora una volta che solo l'unità di base può sviluppare le forme e i contenuti della lotta. La parola d'ordine è stata decisa subito e da tutti. Sciopero generale di tutta la fabbrica. Giovedì quindi il 1 e il 2 turno hanno continuato lo sciopero bloccando anche l'ingresso agli impiegati. Infatti Sciopero generale significa sciopero di tutta la fabbrica, quindi anche degli impiegati in quanto anche essi lavoratori e sfruttati, anche se non è stata avanzata alcuna rivendicazione specifica per loro. Non dobbiamo fare il gioco di Pirelli lasciando divisi operai e impiegati. Gli impiegati possono maturare e crescere solo nella lotta, fianco a fianco con gli operai. In questo modo potranno giungere anche loro ad elaborare rivendicazioni autonome ed a unirsi agli operai in una dura lotta anticapitalistica.

La linea venuta fuori democraticamente e dalla base giovedì è e deve essere: —Lotta continua sino al raggiungimento degli obiettivi dei lavoratori; — Scioperi improvvisi, senza i preavvisi che servono al padrone;—Democrazia diretta e cioè assemblee in fabbrica dove tutti possano parlare e decidere. Questa è la linea che fa paura a Pirelli. Infatti il recente comunicato della Assolombarda ha sottolineato che il tipo di lotta attuato giovedì è estraneo alla prassi sindacale. I sindacati cioè, secondo il padrone, devono aspettare i tempi da lui fissati. Il comunicato Assolombarda ci dimostra come la nostra lotta colpisca i padroni e che quindi non deve essere mutata. Essa non è uno sfogo esasperato, ma una scelta politica che dovrà estendersi a tutte le fabbriche Pirelli. Di fronte alla linea del padrone la risposta è stata e deve essere: Sciopero ininterrotto per le ore straordinarie e per i comandati nei riposi di conguaglio, per tutto il tempo della vertenza; Blocco della produzione quando venga deciso dalle assemblee e per imporre la trattativa anche sui problemi di reparto: Oggi, dopo l'incontro sindacale, nessun compromesso ma assemblee di tutti i lavoratori dentro la fabbrica per decidere e organizzare le scelte operaie su tempi, modi, mezzi ed obiettivi di lotta.

Solo l'Assemblea operaia di fabbrica ha potere di decisione.

Il Comitato Unitario di Base (14 novembre 1968)

- COMITATO UNITARIO Dl BASE

Lavoratori delle consociate Pirelli, il giorno di lotta generale della Pirelli per il cottimo, il taglio dei tempi, il premio di produzione e la quattordicesima, già preannunciato, è prossimo.

Il Comitato Unitario di Base della Pirelli, composto da operai e studenti, sottolinea l'importanza di questa giornata di lotta, nella quale al blocco totale della produzione, seguirà la manifestazione, decisa dalle assemblee degli operai della Bicocca. La manifestazione è uno strumento importante per propagandare gli obbiettivi della lotta e per portare la lotta fuori della fabbrica, uscendo dal silenzio e dall'isolamento. I problemi per cui lottiamo non sopportano rimandi: il padrone deve rispondere e subito. La dislocazione delle fabbriche Pirelli aiuta il padrone a dividere gli operai. Agli operai serve l'unità e non la divisione. Le giornate di lotta comune permettono la crescita della solidarietà operaia, dell'unità di base, la discussione democratica sui mezzi e sui modi di proseguire la lotta, fatta dagli operai stessi. Le assemblee che si sono susseguite nelle fabbriche e che hanno portato alle giornate di lotta di questi mesi, sono appunto lo strumento democratico capace di fare giungere gli operai alla vittoria. La volontà emersa in queste assemblee è stata soprattutto quella della necessità dell'unità di base, anche tra la Bicocca e le consociate.

Il Comitato Unitario di Base si fa portatore di questa voce e si mette a disposizione degli operai delle consociate per:

—dare pronto avviso al mattino del giorno di lotta della Bicocca, per far così coincidere il giorno di sciopero;

—far confluire gli operai delle consociate in viale Sarca per il corteo che da lì partirà.

Il Comitato Unitario di Base (21 ottobre 1968)

- GLI OPERAI DEVONO RIPRENDERE IN MANO LA LOTTA

Mercoledì in modo inatteso e improvviso la fabbrica ha ripreso la lotta interna che si è ricollegata allo sciopero generale di martedì radicalizzandolo. Questa nuova esplosione di lotta non è stata determinata solo dalla riproposta provocatoria delle vecchie tabelle di cottimo all'8655 ma è dovuta anche al malcontento degli operai per questa ultima fase dello sciopero controllata e diretta dai sindacati in modo tradizionale. Sono state ignorate completamente le proposte e le indicazioni sorte dalla nuova realtà della conduzione autonoma e spontanea della lotta e anche dalle assemblee. Si è arrivati così allo sciopero di martedì, "improvviso" solo per gli operai e al corteo concordato con la polizia. Lo sciopero improvviso deve invece essere veramente inaspettato per Pirelli per colpire così la produzione e indebolire la resistenza padronale.

Al contrario le due ore di sciopero articolato programmate per oggi c per martedì prossimo senso un chiaro ritorno ai vecchi metodi; sono gli scioperi decisi burocraticamente dall'alto e quindi controllabili da Pirelli. Dallo sciopero improvviso e spontaneo di mercoledì sono venute fuori alcune proposte:

I ) L'assemblea di reparto come unico organo di decisione operaia;

2) La riduzione della produzione da 450 a 250 punti;

3) La ripresa degli scioperi di due ore da organizzarsi all'improvviso e dentro la fabbrica.

Questo vuol dire: Lotta quotidiana e permanente contro Pirelli.

Ogni reparto deve quindi stabilire nella assemblea lo strumento di lotta più adatto al singolo momento e al singolo reparto, unificando lo sciopero per colpire Pirelli in maniera ugualmente incisiva e dura e nello stesso tempo con un danno economico di uguale entità per gli operai dei vari reparti. E questo il modo corretto di portare avanti la lotta rifiutando la tentazione e la provocazione dello sciopero ad oltranza. Il padrone non muore di fame e può resistere più dell'operaio.

Dobbiamo colpire il sistema padronale in molti punti e in modi diversi con forme nuove e improvvise. Queste devono essere decise nelle Assemblee interne di reparto, che si debbono ottenere durante le ore di sciopero improvviso.

I ) Le Assemblee di reparto per decidere la lotta

2) L'Assemblea generale di fabbrica per unificare e rendere generale lo sciopero.

E' necessario inoltre stabilire il collegamento interno tra i singoli reparti perché tutte le decisioni e le iniziative vengano comunicate e estese a tutta la fabbrica. Questo si può fare tramite gli elementi più attivi dei vari reparti in contatto col Comitato di Base. In questo modo può essere attuato il collegamento immediato della lotta e il suo allargamento all'intera Pirelli.

Solo con la Democrazia di base può crescere la lotta.

Solo con la lotta possiamo sconfiggere il padrone.

Il Comitato Unitario di Base (25 ottobre 1968)

- SOLO LA LOTTA CONTINUA E INCISIVA PUÒ PIEGARE PIRELLI

La nostra lotta ha messo Pirelli in condizioni di dover ricorrere all'intervento del Prefetto prima e del Ministro poi per trattare sui problemi da noi posti per migliorare le condizioni di lavoro all'interno della fabbrica. Solo la nostra lotta continua e sempre più incisiva determinerà i contenuti economici e politici della trattativa.

Una prima conquista contro lo sfruttamento l'abbiamo già ottenuta e non dobbiamo rinunciarvi: LA RIDUZIONE DEI PUNTI. Ma è chiaro che solo l'unità dei lavoratori può mettere in ginocchio il padrone su un punto che costituisce la base fondamentale dello sfruttamento. Attraverso il cottimo il padrone realizza la parte più alta dei suoi profitti, riducendo il lavoratore a seguire la macchina oltre i limiti della resistenza fisica.

I sindacati si presentano alla trattativa senza una piattaforma comune: QUESTO È GRAVE.

La parte normativa del cottimo è un obiettivo non semplicemente economico: si tratta della nostra salute, della nostra fatica. Questo i lavoratori l'hanno già espresso in tutte le assemblee .

Questa deve essere l'unica posizione alla trattativa. Solo così le trattative possono essere un momento di vittoria unitaria e non di divisione. Abbiamo già verificato come l'assemblea sia l'unico momento di vera unità di tutti i lavoratori. Scioperi all'interno della fabbrica dunque e assemblea dei lavoratori . L'assemblea di fabbrica di tutti i lavoratori è l'unica che ha il potere di decidere sulle forme di lotta e sul controllo delle trattative. Da parte dei sindacati che trattano, non deve essere firmato nessun accordo senza che prima i contenuti siano portati all'assemblea la quale deciderà se accettarli oppure respingerli e continuare la lotta.

Solo i lavoratori hanno diritto di decidere sui loro interessi.

LA LOTTA NON DEVE ESSERE MAI INTERROTTA

Questa deve essere la nostra risposta alle rappresaglie e intimidazioni padronali (spostamenti, licenziamenti, minacce di chiusura ecc.). La trattativa non deve sospendere la lotta. Non deve più accadere. Solo a Pirelli serve la tregua, non ai lavoratori. L'unica condizione per la normalità in fabbrica è la soluzione dei nostri problemi.

Non riuscirà Pirelli a dividerci con le minacce. Quando siamo in fabbrica, sappiamo contarci; sappiamo di essere più forti di lui.

ALLA VIOLENZA DELLO SFRUTTAMENTO RISPONDEREMO CON LA LOTTA.

Il Comitato Unitario di Base (18 novembre 1968)

- COMITATO UNITARIO Dl BASE

La lotta degli operai della Pirelli non è una lotta isolata, ma è collegata al movimento generale di opposizione operaia alla politica padronale di sfruttamento. In tutta Italia si sviluppano le lotte e gli scioperi in forme nuove. I 60.000 metallurgici di Genova scendono in sciopero e, superando i programmi tradizionali, allargano la protesta a tutta la popolazione, e bloccano completamente la città. Alla SNAM Progetti gli operai e i tecnici in lotta si organizzano in assemblea permanente per decidere le forme e i contenuti dell'agitazione. Alla Alfa Romeo, dove la linea 10 è in sciopero, viene portata avanti da gruppi di operai la parola d'ordine dell'assemblea di linea. Alla Siemens gli operai t'anno scioperi articolati per il nostro stesso obiettivo: la contrattazione normativa del cottimo. Gli operai della Pirelli non sono dunque soli nel sostenere una lotta diversa e radicale contro il padrone. Ma la lotta non finisce alla soglia delle trattative. Le trattative sono un momentodi lotta. Prefetti e ministri si sono prestati ad aiutare Pirelli a chiedere trattative fasulle. Ciò che noi vogliamo è chiaro: se Pirelli vuole incontrarsi con noi deve dare ciò che abbiamo chiesto. Questa la condizione per la sospensione della lotta. Il momento è duro: ma noi non cederemo e dobbiamo rifiutarci di tornare indietro. No agli scioperi programmati.

Non devono essere i vertici sindacali a decidere quante ore di sciopero dobbiamo fare e quando. La decisione deve essere lasciata alla assemblea operaia, così come agli operai deve essere lasciata la decisione delle forme di lotta che devono essere quanto più possibile incisive e per contro danneggiare il meno possibile i lavoratori. Gli scioperi siano decisi da noi all'improvviso. Improvviso deve essere il blocco della fabbrica, improvviso il corteo, per sorprendere il padrone, danneggiarlo al massimo, e per costringerlo a trattare sul serio su quello che chiediamo. Il padrone si colpisce nella produzione. A Settimo Torinese tutta la fabbrica ha scelto come forma di lotta la riduzione dei punti. Ridurre i punti vuol dire lavorare meno, colpire il padrone alla produzione e, intanto, avere poco danno noi. Riducendo i punti dimostriamo al padrone che la sua produzione dipende da noi, dalla nostra decisione, e che perciò saremo noi a stabilire quanto potremo produrre. Costituiamo l'assemblea generale di fabbrica permanente: Finché Pirelli non cederà, noi ci riuniremo per discutere e decidere dei nostri interessi nell'assemblea generale. L'assemblea generale è l'organo di discussione di tutti, senza limiti di orario. L'assemblea finisce quando noi abbiamo finito di discutere i problemi, e le decisioni dell'assemblea sono vincolanti per tutti i sindacati. Non deve più accadere che alle trattative i sindacati portino le loro linee e si dimentichino delle richieste operaie.

Le trattative devono riflettere la nuova realtà di fabbrica. In fabbrica siamo uniti, mentre alle trattative i sindacati sono divisi sui contenuti. Impediamo questi giochi. Tutta la fabbrica sia mobilitata nell'assemblea finché non avremo imposto al padrone i contenuti dei nostri scioperi.

Il Comitato Unitario di Base (1 dicembre 1968)

- NO ALLA SMOBILITAZIONE! NO ALLA REPRESSIONE!

Si prospetta l'accordo: tutti tentano di accattivarsi le simpatie dei lavoratori gridando "bravi, bravissimi per la grande lotta e l'impegno dimostrato" e aggiungendo "grazie alla nostra guida vi abbiamo fatto ottenere questo e quell'altro, dunque tesseratevi e votateci". Ma proprio questa lotta ci ha dimostrato che non è con i discorsi o con le votazioni che si risolvono i problemi dei lavoratori. Il Comitato di Base non ha mire elettorali: non è né vuole essere un quarto sindacato. Fin dall'inizio abbiamo detto che la classe operaia non risolverà mai tutti i suoi problemi in una società divisa in sfruttatori e sfruttati, e che quindi qualsiasi accordo raggiunto dopo una fase di lotta non può essere altro che una tappa che ci porta alla conquista di migliori condizioni di vita, ma che per questo non pone termine alla lotta contro gli sfruttatori: perciò i lavoratori del Comitato di Base continueranno la loro azione alla Pirelli insieme con i loro compagni.

Poche parole riguardo all'accordo fra delegazioni ristrette dei sindacati e padroni. Ci avevano tolto 1013.000 lire. Otteniamo:

32 lire orarie (a rendimento 100 %) = ó.000 lire circa al mese sul cottimo. Da notare che ancora una volta si crea di fatto una sperequazione nel trattamento e di conseguenza dei presupposti di divisione fra gli operai.

—Sblocco annuale dei congegni sul cottimo.

—Normativa da concordare e definire.

—50 ore sulla quattordicesima. Totale circa 10.000 lire al mese.

Rimangono da risolvere:

—L'abolizione degli scaglionamenti sulla quattordicesima, che riguarda particolarmente gli interessi dei giovani.

—La data di applicazione dell'accordo, che secondo noi deve coincidere con l'inizio dello sciopero.

—La normativa sul cottimo.

Più che sulle parole degli oratori dobbiamo abituarci a fare i conti sui fatti. Siamo convinti che riusciremo a modificare le nostre condizioni sul posto di lavoro e nella società in base a quello che sapremo conquistarci. Ed allora per ciò che riguarda i ritmi di lavoro non dobbiamo aspettarci che l'accordo sulla normativa ci risolva il problema del cottimo. Risolvere questo problema vuol dire dare un colpo decisivo allo sfruttamento, che sappiamo non verrà diminuito o eliminato con i procedimenti burocrati di una qualche commissione. Dunque non riprendiamo più al ritmo delle tabelle del padrone, ma decidiamo noi stessi quanto lavorare adesso per potere arrivare a 60 anni ancora sani e non rottami: anche perché quando abbiamo la schiena rotta la direzione ci ringrazia mettendoci a scopare, decurtandoci il salario sul cottimo e decurtandoci quindi la liquidazione e la pensione. Se tutti comprendiamo ciò, tutti dobbiamo avere la decisione dimostrata dal reparto 8661, che si è subito fermato nel momento in cui un assistente imponeva ad un lavoratore il vecchio ritmo. Anche noi, su ogni fatto importante, su ogni problema che si presenta nei reparti dobbiamo immediatamente sospendere il lavoro, riunirci in assemblea (senza aspettare che facciano la legge che ce lo permetta: ce lo siamo già conquistato questo diritto) e tutti assieme decidere come affrontare la questione. Le condizioni di lavoro possono cambiare se noi stessi le facciamo cambiare. Se vogliamo che si risolvano i problemi delle qualifiche (non dimentichiamoci che la lotta di questi mesi è partita dallo sciopero di cinque lavoratori delle trafile plastiche proprio per le qualifiche), della nocività, degli organici e tutti gli altri grossi problemi^, che determinano la nostra condizione all'interno della fabbrica, non dobbiamo smobilitare, ma tenerci pronti. Non smobilitiamo anche per impedire le rappresaglie minacciate da Pirelli e per sapervi rispondere. Se permetteremo che con licenziamenti e trasferimenti vengano cacciati i lavoratori più combattivi, diventeremo più deboli e passerà ancora una volta la politica di Pirelli e torneremo indietro di dieci mesi.

Ricordiamoci che se noi ci fermiamo c'è qualcuno che cammina: il padrone.

Il Comitato Unitario di Base (18 dicembre 1968)

- ORGANIZZIAMOCI LA LOTTA CONQUISTIAMOCI UNA CONDIZIONE UMANA SUL LAVORO

Anche dopo gli accordi di dicembre, alla Pirelli restano aperti numerosi problemi che interessano tutti i lavoratori: dalle qualifiche alla mutua, alla nocività, all'orario di lavoro. Già alcuni reparti stanno affrontando il grosso problema delle qualifiche in termini di lotta, perché l'esperienza recente insegna che solo con la lotta la classe operaia può ottenere delle vittorie sul padrone. Ma c'è un altro problema molto sentito da tutti: la pesantezza dell'orario di lavoro, che, collegato ai ritmi di produzione imposti, fa della Pirelli una delle fabbriche in cui lo sfruttamento è portato ai limiti estremi. A questo punto è necessario riportare il discorso sui tempi di produzione e sul cottimo, su cui si era centrata la lotta durissima dei mesi scorsi. Eravamo ben decisi a rifiutare i ritmi impossibili voluti dal padrone, a rifiutare il supersfruttamento che Pirelli opera addosso a noi.

Per questo ha un valore grandissimo la decisione presa durante la lotta da pressoché tutta la fabbrica, di rifiutare le tabelle padronali e di produrre ad un ritmo che non ci massacrasse.

La firma dell'accordo ha portato ad un aumento orario sul cottimo di 32 lire. Ma solo per chi produce al 100% .

E chi non ce la fa? E i lavoratori a cottimo fisso?

Quest'accordo incomincia ad essere vantaggioso a partire dall'80% di rendimento (tant'è vero che per un rendimento inferiore si tiene valida la vecchia busta paga) e le 32 lire diventano così, per Pirelli il mezzo per costringerci a mantenere i ritmi da lui stabiliti. Ma la coscienza e la volontà di rifiutare il supersfruttamento del padrone non si sono spente. Al reparto confezione gli operai hanno deciso da soli che le tabelle erano insostenibili e che la fatica da spendere per il padrone non può andare oltre i 350400 punti. Questa decisione, questa consapevolezza della nostra forza quando siamo uniti, dobbiamo averla tutti. Come all'8655, siamo noi, i lavoratori, tutti insieme, che dobbiamo decidere quale ritmo possiamo sostenere, e che dobbiamo lottare perché il ritmo produttivo da noi deciso sia considerato rendimento 100%, e perché l'aumento della retribuzione del cottimo (come già il Comitato di Base aveva proposto) sia uguale per tutti e non in percentuale.

RITMI PAZZESCHI DI LAVORO E SALUTE SONO STRETTAMENTE LEGATI.

I busti che gli addetti ai confezionatori debbono portare già a 35, 40 anni, le mani piagate delle operaie alle cinghiette, gli aborti, ecc.; sono causati direttamente dai ritmi impossibili di lavoro e dalle condizioni ambientali in cui esso si svolge.

Rifiutiamoci di essere delle macchine che Pirelli spinge al massimo del rendimento fino a che non si rompono, e che poi vengono gettate via!

I comitati cottimi ci saranno utili tecnicamente, ma convinciamoci che solo il nostro impegno diretto e costante in tutte le fasi della lotta (comprese le trattative) porterà alla conquista di condizioni di lavoro umane nella fabbrica. Dobbiamo tenere ben presente che il problema di uno è il problema di tutti, e che ogni problema nostro, come abbiamo sperimentato, si risolve solo con la lotta. Dobbiamo difendere l'unità degli operai all'interno della fabbrica, poiché solo la solidarietà operaia impedisce le rappresaglie padronali. La prova viene dalla SAPSA: in seguito alla minaccia di licenziamento di un operaio subito tutta la fabbrica si è bloccata, facendo immediatamente rientrare ogni eventuale provvedimento. Anche all'8655 un tentativo di provocazione ha avuto una risposta unitaria immediata, che ha impedito la rappresaglia.

Unità e solidarietà operata contro le rappresaglie padronali

lotta ai ritmi imposti dal padrone.

Manteniamo i ritmi decisi da noi stessi.

Il Comitato Unitario di Base (15 gennaio 1969)

- NO ALLA REPRESSIONE NELLA FABBRICA E NELLA SOCIETÀ'

Sarebbe stato da illusi non aspettarci che dopo le lotte operaie e del Movimento Studentesco del '68, I'organizzazione degli sfruttatori (padroni, polizia e stato) organizzasse la sua repressione. Infatti, fin dalle prime lotte di Valdagno si cominciano a imprigionare e denunciare folti gruppi di operai; allo stesso modo si procede contro gli studenti che per maggior maturità politica, portano avanti iniziative di lotta in stretto contatto con la classe operaia, superando vecchi schemi partitici e sindacali che vogliono ancora l'"autonomia" e la divisione della lotta. In questo senso vanno interpretati i fatti di Avola e di Viareggio, come repressione organizzata. In questo clima trovano posto naturalmente anche le azioni criminose di fascisti: I'incendio alla facoltà di Napoli, le sparatorie di Livorno gli attentati alle sezioni del PCI di Milano, ecc.

Ma i fatti importanti sono questi: due braccianti assassinati un ragazzo reso invalido per tutta la vita.

La sparatoria di Viareggio, l'incarcerazione di decine di compagni, le tante denunce: tutto è stato orchestrato dalla polizia, dal governo, dalla RAI-TV, dalla stampa per colpire chi si oppone al sistema sfruttatori-sfruttati.

E i braccianti di Avola, che lottavano da mesi duramente per qualche biglietto da mille, sono uccisi con fredda determinazione per mantenere le condizioni di privilegio dei padroni della terra. Se nelle piazze i padroni ci fanno ammazzare dalla polizia, non meno pesante si fa sentire la repressione all'interno della fabbrica: qui il capitale ha a disposizione un'infinità di mezzi per attuare il suo disegno e il più importante fra questi è il ritmo di lavoro, fatto in modo che il lavoratore durante la giornata non possa concentrarsi altro che sul la produzione da realizzare, senza aver tempo assolutamente per parlare dei suoi problemi. Di Avola e Viareggio non si deve parlare. In questo modo il padrone raggiunge due obiettivi: reprimere il lavoratore e sfruttarlo. Un altro sistema in uso sono gli spostamenti, non potendo ancora licenziare: assistiamo in questo periodo a continui spostamenti di lavoratori e lavoratrici, la maggior parte dei quali sono stati fra i più attivi durante la lotta dei mesi scorsi.

Anche alla Pirelli ci stiamo avviando al "dopo lotta", e cerchiamo di vedere bene che cosa significhi: per i braccianti di Avola non si perseguono i colpevoli della sparatoria ma si denunciano quaranta lavoratori. A che cosa sono serviti i venti minuti di sciopero proclamati dall'alto? Se avessimo discusso in assemblee generali i fatti di Avola e Viareggio ci saremmo contentati del minuto di silenzio? E se fosse successo alla Pirelli, ci accontenteremmo di eseguire direttive dall'alto su come piangere, su come difenderci? Dobbiamo conquistarci il diritto di poter discutere anche in fabbrica fatti gravi come Avola e Viareggio, e solo se noi rispondiamo duramente per Avola e Viareggio, la repressione non sarà portata avanti neanche all'interno della fabbrica. Ma non solo: quando la classe operaia è in lotta per nuove conquiste di potere, il padrone non può usare i suoi strumenti di sfruttamento e di repressione. Lo abbiamo appena visto, come non passava né il taglio dei tempi né le rappresaglie durante la lotta.

Solo con la partecipazione permanente e diretta di tutti i lavoratori può essere portata avanti la riscossa degli sfruttati.

Solo l'assemblea generale dei lavoratori ci mette in grado di non essere più semplici esecutori di direttive, più o meno scontenti, ma di essere protagonisti per la soluzione dei nostri problemi.

Solo se "perderemo" un'ora di lavoro per discutere anche di fatti come Avola e Viareggio saremo in grado di portare avanti azioni di lotta che scalzino il potere dei padroni.

So lo se la clsse operaia si d à una struttura organizzativa di base nuova, che renda tutti protagonisti, che ci faccia uscire dalla logica delle lotte settoriali, superando le divisioni esistenti che servono solo a rendere debole la classe operaia; se la nostra lotta della Pirelli la colleghiamo direttamente con le lotte della Siemens, dell'Alfa Romeo dei braccianti della Sicilia, degli studenti, dei lavoratori della FIAT, della Saint Gobain, di Porto Marghera, dei tessili della Marzotto, solo allora vinceremo la logica dello sfruttamento e della repressione messa in atto nella fabbrica e nella società dai padroni protetti dal governo.

COLLEGHIAMOCI CON I COMPAGNI IN LOTTA DI TUTTA ITALIA.

Il Comitato Unitario di Base (31 gennaio 1969)

- COMPAGNI, LAVORATORI

Il problema delle pensioni è stato affrontato da tutte le fonti di informazione ufficiali (radio, TV, giornali, pubblicazioni dei sindacati e dei partiti, ecc.) in maniera ampia e apparentemente molto dibattuta su posizioni contrastanti. A noi non interessa entrare qui nel merito del discorso alla stessa maniera, giudicando cioè se una piattaforma è più o meno vantaggiosa di un'altra, ma ci interessa dare una valutazione politica sulle singole proposte avanzate: cioè cercare di capire che cosa esse implicano rispetto alla condizione del lavoratore. Dopo una vita di lavoro di quarant'anni, cioè quarant'anni di sfruttamento da parte dei padroni, un lavoratore, oltre a essere rimasto povero tutta la vita, in media ha versato agli enti previdenziali non meno di 20 milioni. Questo significherebbe almeno quindici anni di pensione a centomila lire al mese. Invece l'ottanta per cento dei lavoratori, ormai vecchi rottami ammalai muoiono entro cinque, dieci anni dopo aver smesso di lavorare con pensioni ben più misere.

Perché non riusciamo a vivere abbastanza per godere i miseri frutti del nostro lavoro e dove vanno a finire i nostri soldi?

È solo sfruttandoci tutta la vita che i padroni possono poi permettersi di non farci vivere a lungo e quindi di non restituirci tutto quello che noi abbiamo già pagato. A loro restano invece abbastanza soldi per elargire superpensioni a se stessi e ai loro leccapiedi governativi e amministratori degli istituti pensionistici. Possono rubare i nostri soldi per finanziare assurdi progetti demagogici di urbanizzazione mai realizzati, potenziare la rete autostradale (e chi di noi può usarla se non ci basta la vita?). E ancora armare sempre meglio un esercito inutile e centomila poliziotti pronti a scagliarsi contro di noi se solo osiamo protestare contro queste cose. Gli stessi poliziotti sono invece pronti a difendere i padroni quando vogliono spendere in lussi inutili e borghesi i soldi che in teoria non dovrebbero avere perché dicono che non possono aumentare i nostri salari di fame.

Ecco perché il problema delle pensioni è strettamente legato alla condizione generale di sfruttamento dei lavoratori.

Ecco perché non possiamo accettare proposte che invece di unirci ci dividono maggiormente. Infatti l'aumento percentuale richiesto è negativo per i lavoratori. In primo luogo dal punto di vista economico, perché è sempre più avvantaggiato chi già prende di più (col 10% di aumento chi ha 30 avrà 3, chi ha già 300 avrà 30). In secondo luogo dal punto di vista dell'unità della classe le divisioni che già esistono fra i lavoratori vengono ancor più accentuate, a tutto vantaggio dei padroni. E poi, è giusto regolamentare solo i minimi e non preoccuparsi di stabilire i massimi ammissibili? Non farlo significa in realtà sancire la struttura di classe di questa società.

Per queste considerazioni appare chiaro che è necessario scioperare compatti, ma soprattutto usare della giornata di sciopero per discutere tra di noi i nostri problemi, e trovare quindi da soli le soluzioni che rispondano alle esigenze nostre e non dei padroni.

Il Comitato Unitario di Base Pirelli

Movimento Studentesco

Gruppi operai e studenti della Borletti e della Siemens (4 febbraio 1969)

[tratto da www.nelvento.net]

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