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Comitato unitario di base della Pirelli - La Pirelli

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Comitato unitario di base della Pirelli
La Pirelli
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LA PIRELLI

La Pirelli Bicocca è il più grande stabilimento italiano della gomma, diviso in tre settori di produzione: cavi, pneumatici e articoli vari; raccoglie nei reparti circa 9000 operai. Nel milanese, accanto a questo che è lo stabilimento centrale, si trovano le fabbriche consociate AGA SAPSA, Ripamonti, CAME, Azienda Meccanica, nelle quali lavorano circa 2500 operai. In Italia, secondo una dichiarazione dello stesso Pirelli, vi sono complessivamente circa 66.000 operai che lavorano nelle sue fabbriche e 32.000 all'estero (gli stabilimenti sono 82, di cui 30 all'estero, in 13 diversi paesi).

LA CLASSE OPERAIA DELLA PIRELLI DOPO I CONTRATTI NAZIONALI DEL '64 E '68

Nell'azienda Pirelli, "avanguardia dello sfruttamento e della reazione", la finissima politica padronale approfittando della separazione dei vertici sindacali, era riuscita a far passare i suoi disegni a tutti i livelli, per mezzo degli accordi separati. Così, mentre le scadenze dei rinnovi contrattuali erano in passato annuali, nel 1960 i sindacati accettarono scadenze biennali di rinnovo, e nel 1964 si convenne sul rinnovo ogni tre anni. A questo punto la direzione mise il suo impegno a bloccare la dinamica del cottimo, e vi riuscì perfettamente con il contratto del '64. Infatti, bloccando la dinamica del cottimo sul premio di produzione, la Pirelli riusciva: 1) a far perdere una parte di salario al lavoratore (la dinamica portava in busta paga circa 8.000 lire del premio di produzione, sotto la voce di superminimo); 2) a creare le condizioni a metà anno per poter assorbire gli aumenti percentuali che ci sarebbero stati al rinnovo del contratto di fine d'anno.

17 giorni di sciopero; una partecipazione operaia del 95%; eppure, attraverso il contratto 1964 il padrone faceva passare in pieno nell'azienda la politica dei redditi: bassi aumenti salariali (gli operai recuperano solo una parte del salario tolto da Pirelli all'inizio dell'anno), nessuna soluzione ai problemi della normativa, grave sperequazione operai-impiegati e, questo è il peggio, si accettava la gabbia padronale della lotta: i sindacati si impegnarono a non promuovere nessuna lotta rivendicativa nell'arco di tempo di validità del contratto. La CGIL rifiutava la firma, e dopo tre mesi rilanciava la lotta per il superamento del contratto, ma non riuscì a mobilitare gli operai intorno alla sua iniziativa sindacale. Le tradizionali divisioni della classe operaia della Pirelli furono determinanti per il fallimento dell'azione, e così la CGIL decise di lavorare in prospettiva del contratto successivo.

Intanto in fabbrica nei tre anni aumenta il malcontento, e sono già chiari i sintomi di una potenziale riscossa operaia, grazie anche all'assunzione di circa duemila giovani operai. Nell'agosto '67, per esigenze molto diffuse, in alcune consociate ed alla tipografia, scoppiano i primi scioperi di reparto, che i sindacati raccolgono solo in parte con alcuni accordi insignificanti firmati a fine d'anno dalla CISL e dalla UIL, e di cui gli operai sono molto scontenti. I tre sindacati, intanto, prima della scadenza contrattuale (fine '67), avviavano trattative con gli industriali su una piattaforma rivendicativa generale. Nella fabbrica affiorava una volontà di lotta per un discorso nuovo su contenuti nuovi. All'atto delle contrattazioni, le assemblee operaie esprimevano esigenze di fondo, ed erano disponibili ad una lotta senza riserve. A questa volontà operaia si contrapponeva invece una decisione sindacale che dava il fatto compiuto, e i tre giorni di sciopero che i sindacati decisero di proclamare, risultarono solo uno "sciopero dimostrativo".

In una riunione della FILCEP-CGIL, indetta per valutare l'operato della segreteria sull'accordo di massima che il padrone si diceva disposto ad accettare, su 17 interventi operai, 9 erano contrari alla firma di un contratto in quei termini, 8 erano favorevoli (compresi funzionari e dirigenti sindacali). Pure l'accordo fu firmato anche dalla CGIL. La volontà operaia era stata del tutto emarginata dai giochi dei vertici sindacali.

Nel '64, come si è detto, attraverso il congegno di rivalutazione dei cottimi, Pirelli aveva preso ai lavoratori qualcosa come 1314.000 lire al mese. Ebbene, il contratto del '68 recuperava solo 34.000 lire. Nessun effettivo miglioramento, dunque, e nemmeno il ritorno alla condizione precedente; sì rivedevano soltanto, e parzialmente, l'orario di lavoro e le qualifiche, mentre restavano fuori i problemi dei ritmi di produzione, del cottimo e della nocività. La contrattazione del premio di produzione veniva rimandata al giugno '69. Dopo molti anni veniva ripresa la delega sindacale (l'iscrizione al sindacato attraverso trattenute sulla busta paga), che dava modo alla direzione di avere sott'occhio tutto il quadro della situazione sindacale in fabbrica, e le facilitava di conseguenza una eventuale volontà di repressione.

LA LOTTA IN UNA NUOVA DIREZIONE

Organizzarsi

 

Il malcontento lasciato dalla firma unitaria del contratto fu subito molto forte. In un primo tempo era rabbia operaia contro il sindacato (non furono pochi gli operai che allora strapparono le tessere sindacali), anche perché gli attivisti sindacali facevano a gara nel decantare i contenuti del contratto. Successivamente una pioggia di autocritiche da parte dei sindacati finiva sostanzialmente in un invito a rinnovare la fiducia, magari attraverso una presenza più assidua, "di controllo", nelle assemblee sindacali. Ma per alcuni operai la lezione era stata definitiva: il contratto bidone era il risultato di una mancanza di visione politica dei problemi operai, mancanza di una coscienza di lotta continua e frontale con il padrone; era il risultato della ricerca del compromesso, secondo la linea portata avanti dalle centrali sindacali (attente solo ai giochi di vertice e per nulla al clima "politico" creatosi nella base operaia) disposte, anzi, a sacrificare qualunque esigenza di base in nome dell'unità di vertice.

Si fanno strada le prime proposte operaie, per dare uno sbocco politico al malcontento, si ripensa ai problemi della lotta della classe operaia, si discute per rivedere le forme in cui viene impostata. Fuori della fabbrica, operai iscritti a diversi sindacati e decisi a cominciare un lavoro nuovo nella fabbrica, cominciano ad incontrarsi, a discutere sul che fare. Si costituisce, in questo clima, il Comitato Unitario di Base della Pirelli.

I primi mesi del CUB sono duri: le sezioni sindacali fanno infatti pressioni per richiamare gli attivisti ad un lavoro all'interno, e non all'esterno del sindacato . Ma dalla discussione coi dirigenti sindacali, che partecipano inizialmente alle riunioni del CUB, dal confronto diretto con la linea del sindacato, e anche del partito, si chiarificano i termini del lavoro da intraprendere, che sarà un'azione qualitativamente diversa da quella sindacale.

A Milano, intanto, s'erano sviluppate le lotte studentesche, le quali avevano portato avanti, sia pure confusamente, l'idea dell'unità tra studenti e operai. Alla Innocenti, in particolare, il Movimento Studentesco, inserendosi nel momento della lotta, aveva contribuito ad accrescere la tensione e la combattività, e quindi a portare alla conclusione di un accordo insperato. Gli operai del Comitato Pirelli intravvedono allora la possibilità d'un lavoro politico con gli studenti. Prendono contatti personali con alcuni che appaiono più disponibili per un impegno continuo. Il CUB prende così la figura d'un organismo costituito di operai e studenti.

Sul collegamento operai-studenti

 

Il CUB ha realizzato un tipo di collegamento nuovo rispetto a quello teorizzato o praticato dal Movimento Studentesco. Il superamento da parte del M.S. della logica corporativistica e settoriale, il significato decisamente anticapitalista delle sue lotte avevano logicamente portato molti studenti al lavoro politico di fabbrica, luogo in cui il capitale nasce e manifesta le sue contraddizioni più evidenti, per collegarsi con la classe operaia nella prospettiva del rovesciamento del sistema. Ma il ruolo puramente strumentale svolto dagli studenti nel corso delle lotte operaie milanesi del 1968 (es.: Innocenti e Marelli) era chiaramente privo di prospettive, perché ridotto ad una semplice funzione di servizio: lo studente distributore di volantini e componente di picchetti. Nel CUB gli studenti hanno una posizione non più subordinata, ma di partecipazione in prima persona al lavoro operaio, che è lavoro politico, e in quanto tale non ammette divisioni di categorie. Inoltre la presenza degli studenti è continua, come richiede l'obiettivo anticapitalistica delle lotte studentesche e il riconoscimento che la fabbrica è il luogo di nascita del capitale. Un corretto rapporto dentro il comitato di fabbrica esige quindi una responsabilità equiparata, che vuol dire elaborazione e scelta collettiva della tattica, degli strumenti e dei tempi di lotta. Per arrivarci, all'interno del CUB sono stati decisamente respinti: l'operaismo, che attraverso il mito dell'"operaio in quanto tale" condiziona lo studente in una prudente posizione di inferiorità e ne limita l'intervento e l'azione: l'autonomia tra M.S. e movimento operaio, formula portata avanti dal P.C.I. e dalla C.G.I.L. per conservare la "egemonia" sulla classe operaia ed evitare che l'unità studenti-operai all'interno d'un organismo possa scavalcarli.

Inoltre, per quanto riguarda il M.S. "ufficiale", c'è da dire che la collaborazione con esso si è cercata, per lo più con scarsi risultati, solo in momenti particolari (cortei o picchetti), dato che la struttura del M.S. e la sua fluidità ideologica (per non dire dell'incomprensione e dello snobismo con cui i "leaders" studenteschi milanesi hanno considerato l'esperienza Pirelli; salvo poi riempirsi la bocca dello slogan "unità operai-studenti"), non avrebbero potuto permettere ciò che al CUB si è invece voluto: che studenti e operai, cioè, abbiano la stessa funzione politica di analisi e decisione, e solo secondariamente si spartiscano i compiti, per ragioni di opportunità; i primi, infatti, hanno una maggiore disponibilità di tempo e una maggiore mobilità d'azione, e quindi assicurano meglio l'efficienza organizzativa; i secondi sono più informati della situazione della fabbrica e di conseguenza meglio collocati per l'analisi dei fatti e per avanzare proposte concrete.

Il comitato, per altro, è rimasto sempre aperto agli studenti e, genericamente, alle "forze esterne" (operai di altre fabbriche e militanti di sinistra), disposte ad accettare i contenuti del CUB e disposti a lavorare per svilupparli e realizzarli.

Metodo di lavoro del CUB

 

Non avendo un'ideologia precostituita, il CUB è partito da un'analisi del piano del capitale, visto non nella sua dinamica generale, ma nella sua realizzazione nella fabbrica. L'analisi dello sfruttamento in fabbrica è la base del discorso politico del comitato. E' attraverso la discussione sulla condizione operaia nella Pirelli che si cerca di cogliere il momento politico su cui far partire la mobilitazione. Si tratta di far vedere che gli elementi presentati come componenti essenziali e inevitabili del lavoro, i ritmi, il tempista, gli ambienti nocivi, ecc., non sono altro che elementi dello sfruttamento. Sfruttamento non è solo una parola, ma una realtà che l'operaio esperimenta in fabbrica in forme ben precise. Perciò il CUB parte sempre dall'analisi della concreta condizione operaia perché si vada oltre la semplice espressione di malcontento e si arrivi ad impegnare la lotta frontale contro lo sfruttamento e le sue cause. Da quando è iniziato il fenomeno della formazione di piccoli gruppi a sinistra del P.C.I., molti di questi hanno tentato un intervento in fabbrica (Quaderni Rossi, Avanguardia Operaia, Potere Operaio, Classe Operaia, Marxisti-Leninisti, P.C. ecc.).

La critica che il CUB muove al tipo d'intervento di questi gruppi, tra i quali non si è mai lasciato comprendere, consiste nel fatto che essi agiscono dall'esterno, malgrado le loro intenzioni, perché partono da analisi teoriche concluse o da esigenze ideologico-politiche irrinunciabili, che poi tentano di tradurre in linee di lotta e piattaforme rivendicative. Per lo più trovano scarso ascolto presso gli operai. A giudizio del CUB, il motivo della mancata risposta agli interventi esterni da parte della classe operaia, può essere questo, che il punto di partenza reale (e non di puro pretesto) deve essere la particolare e concreta condizione in cui gli operai conoscono lo sfruttamento capitalistico. Né l'azione né la teoria possono prescindere da ciò, per non essere irreali e dogmatiche.

Rivendicazioni economiche e obiettivo politico della lotta

 

Il CUB intende sviluppare la sua linea politica aderendo alla condizione operaia della fabbrica, verificando i contenuti e gli strumenti di lotta ai vari livelli della coscienza operaia. Questo non vuol dire che si "viva alla giornata" o che si sostenga un sindacalismo a tutti i costi vincente; rimane fermo che il discorso è politico. La lotta che il CUB intende sostenere è una lotta per il "potere operaio". L'attacco al padrone se deve essere generale, deve anche e può passare per vari momenti: le contraddizioni del piano padronale scoppiano solo quando l'operaio comprende che ogni suo bisogno economico è soltanto un momento di una defraudazione più generale e che i suoi bisogni economici possono trovare soddisfazione attraverso una lotta generale per la presa del potere. La prospettiva è chiara ed elementare: si contesta al padrone il potere decisionale nei singoli punti in cui esso si attua. La lotta solo rivendicativa è fallimentare in partenza. Sono i contenuti politici i soli capaci di generare un rifiuto generale delle condizioni economiche. La prospettiva politica si riempie di contenuti rivendicativi, ma non s'identifica con essi. E' fondamentale, invece, cercare di volta in volta i contenuti rivendicativi, i bisogni economici capaci di assumere concretamente significato politico.

Esempio: non ci si batte per una regolamentazione del cottimo o per un miglioramento dell'ambiente di lavoro ma attraverso la contestazione del cottimo o dell'ambiente nocivo, si contesta il potere decisionale al padrone (prima della lotta è Pirelli a decidere i ritmi o a stabilire i limiti della nocività nella lotta è l'operaio a decidere i ritmi, a rifiutare il lavoro se esso porta danno alla salute, ecc.). Il che vuol dire saper individuare i punti precisi in cui si attua la "politica" dello sfruttamento, conducendo assieme la lotta rivendicativa e la lotta politica. Ogni rivendicazione è integrabile, ma se la prospettiva di lotta è politica, è possibile rifiutare le lotte eversive e creare dei momenti e luoghi di lotta rivoluzionaria. Nella situazione attuale assistiamo come è noto, a una divisione tra il momento economico della lotta, gestito dai sindacati, e il momento politico, gestito dai partiti operai. Ma è invece proprio l'unione tra la lotta economica e quella politica che può mettere in crisi la società capitalistica. Infatti, la lotta economica è feconda soltanto se si combatte il piano generale della politica padronale, nella fabbrica e nella società (lotta politica), anzi, se scaturisce direttamente da quella politica: d'altra parte il momento politico non può separarsi, senza deperire, dalle lotte economiche. Inoltre è la coscienza operaia dei propri interessi e diritti sul luogo di lavoro che porta alla lotta generale nella società, e viceversa. Quando, come ora, il momento politico è affidato ai dirigenti di partito e il momento economico ai dirigenti sindacali, c'è il rischio che la classe operaia diventi estranea ad ambedue i processi. Senza contare che i dirigenti si trasformano in burocrazia di partito e burocrazia di sindacato.

Il CUB è un tentativo di ridare alla classe operaia il suo ruolo di soggetto sia della lotta economica, sia della lotta politica. Da quanto scritto fin qui risulta chiaro che il CUB non ha mai voluto proporre se stesso come struttura organizzativa alternativa al sindacato, non si è perciò neanche proposto di fare un'analisi o una critica puntuale dell'operato del sindacato, ha invece discusso del ruolo oggettivo del sindacato e nel suo documento programmatico si legge: "inserimento degli organismi sindacali all'interno di questo piano (del capitale — n.d.r.) e quindi ingabbiamento delle lotte anche attraverso lo strumento sindacale. I sindacati infatti devono sempre più funzionare oggettivamente da gestori dei contratti, devono essere sempre disponibili prima alla trattativa e soltanto dopo alla lotta (questo è il senso dell'accordo-quadro di cui tanto si parla e su cui torneremo in un documento successivo). La C.I. stessa deve essere subordinata al sindacato centrale e questi essere inserito attivamente nella programmazione. Le commissioni paritetiche, che peraltro per ora non funzionano, risultano armi di ricatto antioperaio in quanto possono intervenire solo nei casi di sopruso evidente e sono, per lo più, in mano padronale in quanto la metà è formata da dirigenti e la metà (ma sappiamo che è sempre possibile comprare qualche ruffiano) da rappresentanti operai". Il sindacato gestisce il contratto e propone la lotta sempre per arrivare a delle contrattazioni e dopo che c'è stato un avvio di trattative. Il sindacato di fatto è nella logica del sistema capitalistico, perché tende a stringere ed esaurire la combattività operaia tra l'avvio e la conclusione delle trattative.

Il CUB non ha cercato né lo scontro né l'incontro con il sindacato, poiché si pone su un altro piano: l'impostazione politica dei problemi e la conduzione politica della lotta, di fatto, superano la gestione puramente sindacale. Ma anche senza cercare lo scontro, il CUB ha detto le sue divergenze dal modo in cui i sindacati intendevano condurre la lotta in Pirelli e ha denunciato che lo sciopero puramente dimostrativo, lo sciopero solo minacciato per rialzare le trattative, come pure lo sciopero programmato, sono forme sterili, incapaci di mettere in sostanziale crisi il sistema padronale.

Il CUB si è fatto portatore dell'idea dello sciopero di lotta , cioè lo sciopero come espressione della combattività operaia e della sua capacità di mutare i rapporti di forza in fabbrica. Questa concezione dello sciopero permetterà forse alla classe operaia della Pirelli di superare la fase attuale, in cui la lotta si è quasi sempre sviluppata in reazione alle iniziative provocatorie del padrone. E' ancora, dunque, una fase difensiva, che va però orientandosi verso una lotta di attacco, come si può vedere dal cosiddetto "sciopero della produzione", per cui gli operai decidono, fuori dalle fasi di lotta e senza voler giungere a nessuna contrattazione immediata, di diminuire la produzione.

Il CUB, dunque, pur trovandosi forzatamente a fianco del sindacato nell'intervento in fabbrica, e portando avanti un'impostazione diversa e spesso attaccata e rifiutata da questo, ma a volte invece recuperata, non ha accusato i sindacati di essere i "traditori della classe operaia", ha invece rilevato e fatto rilevare il limite intrinseco del discorso sindacale e ha indicato la gestione politica autonoma della lotta come lo strumento capace di superare quel discorso e i suoi limiti interni. I sindacati, a parte gli attacchi ufficiali all'inizio, sono poi ripiegati su attacchi sporadici personali verso singoli aderenti del comitato, sia studenti sia operai, tentando di alienare la simpatia degli operai almeno dalla componente studentesca. Risultati vani questi tentativi, sono stati costretti a riconoscere la realtà del comitato. E' significativo a questo proposito che sulla cronaca dell'Unità non vi sia alcun cenno per molti mesi all'esistenza del CUB; solo in un servizio speciale sugli scioperi della Pirelli l'intervento del CUB è riconosciuto, ma ridotto al ruolo di "spinta". Il Gazzettino Padano, di contro, nelle sue cronache rileva con tono allarmato l'assenza sindacale in quegli scioperi, molti dei quali fa risalire al CUB, facendolo figurare per di più come "forza esterna", e alla tensione che questo avrebbe creato all'interno della fabbrica. E' anche la posizione del Corriere della Sera, negli articoli dedicati al CUB (12 e 17 dicembre 1968).

IL COMITATO NELLE LOTTE ALLA PIRELLI

Analisi della condizione operaia e documento programmatico

I primi di giugno, dopo un paio di mesi di discussione, il CUB presenta alla fabbrica il documento programmatico con la parola d'ordine fondamentale: "RIPRENDIAMO LA LOTTA". In esso viene detto che il contratto bisogna rifiutarlo, riprendendo la lotta, che già si annuncia nei fermenti esistenti in alcuni reparti: trafile plastiche (32), tubi in gomma (60), tipografia. E dai reparti che si deve partire. In ogni reparto, infatti, si può creare immediatamente la solidarietà operaia per la coscienza dei problemi comuni; collegando poi i reparti e sottolineando che i problemi di fondo sono gli stessi, si può arrivare alla mobilitazione generale degli operai della Pirelli. I problemi aperti sono molti e il Comitato nel documento analizza i principali: sistema del cottimo, salari, orario di lavoro, nocività, qualifiche, repressione.

a) i cottimi

 

Pirelli ha approfittato del periodo di ristrutturazione aziendale (19(}4óX) per riorganizzare internamente il lavoro, e rivedere quasi interamente tutto il sistema di produzione: di conseguenza venivano revisionate le tabelle dei cottimi. Il sistema Pirelli dei cottimi è una delle forme più coercitive di sfruttamento. A più riprese la stessa Commissione Interna ha tentato di ostacolare il disegno della direzione sul taglio dei tempi, ma gliene mancavano gli strumenti. Non essendo essa in possesso dei tempi parziali della tabella, doveva per forza limitarsi al giudizio: la direzione fa subire il taglio dei tempi al di fuori di qualsiasi regolazione prevista dal contratto: fa prima realizzare i tempi da lavoratori opportunamente selezionati e impone poi la tabella agli altri, avendo dimostrato che il tempo può esser tenuto. Utilizzando l'ampia struttura organizzativa interna (8.000 operai e 3.500 impiegati e qualifiche speciali) effettua un controllo continuo mediante assistenti e capisquadra per far mantenere all'operaio il ritmo prefissato.

I risultati sono che altissime percentuali di lavoratori, soprattutto nei reparti di confezione, all'età di 35-40 anni sono obbligati a portare il busto, a causa della pesantezza del lavoro e dell'alto ritmo imposto. Al reparto cinghiette trapezoidali, gran parte delle donne che vi lavorano, se vogliono realizzare la produzione a rendimento pieno, devono consumare il pasto alla macchina, passando sul lavoro anche la mezz'ora retribuita di mensa. Lo stesso fanno gli operai del reparto 60 (vulcanizzazione tubi gomma). Al reparto cerchietti le donne, causa l'alto ritmo della lavorazione, hanno le mani e le dita perforate dai fili d'acciaio (la direzione, per le continue richieste della Commissione Interna, ha provvisto le donne di guanti di gomma, che non è un rimedio adeguato, ma non ha affatto ridotto il ritmo, responsabile di quei criminali incidenti). Al reparto vulcanizzatori coperture, con 18 vulcanizzatori da controllare per operaio, con un ciclo di 21 minuti, I'operaio per soddisfare le proprie necessità deve aspettare che il caposquadra gli mandi un sostituto, poiché, essendo automatica l'apertura e la chiusura delle macchine, si è organizzato il ciclo in modo da far lavorare l'operaio a pieno tempo, senza pause. Il continuo taglio dei tempi incide non solo sullo sfruttamento degli operai, ma toglie loro di fatto parte del salario. Poiché l'operaio percepisce lo stipendio pieno solo se riesce a lavorare al 100% del rendimento previsto dalla tabella di cottimo, basta un ulteriore taglio dei tempi perché l'operaio, pur lavorando al massimo delle sue possibilità, perda parte del salario di cottimo. Alla Pirelli un operaio guadagna circa 12-14.000 lire mensili sulla voce cottimo; la media della retribuzione cottimo va a formare la paga media dell'operaio con la quale gli viene liquidata la riduzione d'orario, la tredicesima, le festività, la liquidazione di licenziamento ecc. È quindi evidente il legame tra rendimento cottimo e salario, pensione, liquidazione.

Attualmente il rapporto salario-cottimo è il momento decisivo per l'impostazione della lotta in fabbrica.

La politica dei sindacati consiste nel tentare di tener separate la parte normativa dalla retribuzione, separazione che di fatto è impossibile, come hanno dimostrato di sapere gli operai della Pirelli in questa ultima fase di lotte. Essi, infatti, si sono soprattutto battuti per il miglioramento della normativa del cottimo, avendo preso coscienza che un reale miglioramento non si ha con un aumento della parte retributiva, ma con il radicale cambiamento del sistema padronale di imposizione dei ritmi e, in prospettiva, con il rifiuto dei ritmi imposti. Sebbene la CISL e la UIL insistessero sull'importanza delle conquiste "in danaro",. la fermezza delle assemblee operaie e la presenza costante di numerosi lavoratori alle trattative, hanno impedito, come vedremo, che le trattative fossero condotte solo sulla retribuzione. La CGIL voleva una visione dinamica delle due "facce" del cottimo, e nel novembre '68 presentava una "Bozza di documento sul cottimo", i cui contenuti pretendevano d'essere molto avanzati, ma che, ad un esame attento, rivelano un'impostazione generale che lascia indisturbata la logica padronale del cottimo. La grossa novità proposta dalla CGIL sarebbe il Comitato Sindacale Cottimi:

"In ogni stabilimento (per "stabilimento" s'intende il settore produttivo di una fabbrica che produce uno specifico prodotto, per esempio a Bicocca si avrà: Cavi, Pneumatici Articoli vari) è costituito un Comitato Sindacale per i Cottimi, composto dai delegati di reparto per i cottimi. I delegati sono eletti dai lavoratori del reparto stesso e hanno il compito di seguire e controllare le tabelle di cottimo verificandone con i lavoratori la validità. Il C.S.C. elegge nel suo seno una Segreteria di 3 membri, uno per sindacato, la quale è dotata di apposito ufficio e i cui componenti sono staccati dal lavoro. Il C.S.C. si fa assistere nelle trattative dalle Sezioni sindacali nazionali e, se lo ritiene necessario, dai sindacati provinciali. Il C.S.C. tiene un proprio archivio delle tabelle di cottimo regolarmente aggiornate. L'azienda dovrà fornire al C.S.C. tutte le informazioni che esso giudica necessarie dal punto di vista tecnico per l'espletamento delle sue mansioni".

Il C.S.C. ha alcuni compiti, tra cui è particolarmente interessante quello della rilevazione dei tempi per le nuove tabelle. Secondo la proposta della CGIL, esso dovrebbe concordare con il padrone la scelta di un "gruppo" di operai rappresentanti una "media capacità lavorativa", sul quale rilevare il ritmo di lavoro "in periodi della giornata che rappresentino una media della normale intensità di applicazione del lavoratore". Il giudizio di efficienza sarà concordato tra C.S.C. e il padrone, ecc. Senza andare oltre, risulta chiaro che la CGIL avanza l'idea d'un controllo sindacale sul rilievo delle tabelle, ferma restando, però, la logica che si deve comunque arrivare a una tabella che fissa il 100% di rendimento e che costringe il lavoratore a un determinato ritmo produttivo. Ancora a pag. 3 del documento (4.2) si legge: "Rapporto rendimento-tariffa... Si stabilisce per l'intero gruppo Pirelli che a rendimento 100 (parità tra tempo impiegato e tempo assegnato), I'incentivo di cottimo per ogni categoria di lavorazione, deve rappresentare il 40% della paga base e contingenza. Il rendimento massimo è fissato a 110 e il minimo a 49".

Anche qui è chiaro che la parte di salario sotto la voce cottimo è legata alla produzione piena, cioè al ritmo e alla produzione voluti dal padrone.

La CGIL parla di "due" facce del problema cottimo mentre di fatto è una, perché l'altra è rivolta al padrone. Cioè il rapporto tra la retribuzione e la produzione si stringe a un punto ben preciso che i sindacati non hanno mai pensato di contestare: la tabella. La regolamentazione, la normativa, sono un momento successivo, che scatta nel rapporto tabella-retribuzione. A parere del CUB in tal modo si lascia indisturbata la logica del padrone. La possibilità che avrebbe il C.S.C. di "controllare" e "contestare" le tabelle vuol dire solo possibilità di regolare lo sfruttamento, non di abolirlo. Il CUB vuole invece che la lotta abbia come obiettivo, sia pure attraverso momenti intermedi, I'abolizione del meccanismo stesso. I momenti fondamentali, da tener presenti come prospettiva di ogni singola rivendicazione saranno:

a) forti aumenti sulla paga base; b) rifiuto di produrre al ritmo imposto dalla tabella.

Il documento del CUB dice: "Ristrutturazione dei ritmi di lavoro e delle tabelle di cottimo nella prospettiva dell'abolizione del cottimo stesso".

E su questo punto è venuto l'attacco della CGIL in un volantino "dedicato" al Comitato di base:

"Costoro del cosiddetto comitato cercano così di mascherarsi. ma togliete via le parole e vedrete che viene fuori chiara la loro vocazione confusionaria". Questa volta, ad esempio, costoro propongono "l'abolizione del cottimo" proprio mentre invece gli operai nei vari reparti si preparano a dare battaglia per rivalutare di 50 lire orarie i guadagni di cottimo, per contrattare i ritmi e diminuire la fatica. Proprio in questo momento costoro se ne vengono fuori con proposte demagogiche facendo ancora una volta opera di confusione".

Mentre l'operaio vede il salario diminuire perché non può tenere il cottimo e prende coscienza che attraverso questo meccanismo lo sfruttamento lo raggiunge in ogni ora e minuto della giornata trascorsa in fabbrica, perché ogni ritardo, ogni stanchezza gli portano via una parte del suo salario, la CGIL pretende che l'abolizione del cottimo non sarebbe altro che fantasia di confusionari! Altre riserve nei confronti della proposta della CGIL devono esser fatte sulla reale possibilità che avrebbe il C.S.C. di controllare e limitare le decisioni del padrone. Il documento del CUB indica come mezzo di contestazione della tabella, la lotta: "è necessario impedire qualsiasi aumento dei ritmi di lavoro, organizzando fermate non appena avvengono dei tagli di tempi. Nello stesso modo bisogna impedire gli aumenti delle tabelle di cottimo che si trasformano in minor guadagno e più sfruttamento. Le fermate non vanno lasciate isolate, ma immediatamente sostenute da tutta la fabbrica perché questi problemi, anche se momentaneamente colpiscono un solo reparto, sono problemi di tutti".

L'impostazione del CUB raccoglieva le istanze più profonde della classe operaia, tant'è vero che la lotta sul problema delle tabelle di cottimo assumerà in Pirelli un ruolo primario. La classe operaia della Pirelli ha infatti inaugurato una forma di rifiuto radicale dello sfruttamento, affermando il potere decisionale operaio: prima da alcuni reparti, poi praticamente da tutta la fabbrica è venuto il rifiuto di sostenere il lavoro comandato dalle tabelle, rifiuto che ha portato, nelle assemblee interne, a decidere di diminuire senz'altro la produzione, di lavorare cioè ad un ritmo meno estenuante. Del come e quanto lavorare devono essere gli operai a decidere. Il padrone, nel comunicato distribuito dall'Assolombarda il 10 ottobre, si è mostrato molto allarmato da questo tipo di lotta. Naturale, perché così gli operai si prendono il potere di autodecisione. La loro lotta per la regolamentazione della normativa del cottimo ha reso operante, molto più presto del previsto, I'indicazione data dal CUB nel primo volantino distribuito: "Ristrutturazione dei ritmi di lavoro e della tabella di cottimo, nella prospettiva dell'abolizione del cottimo".

Infatti se si rompe il rapporto tabella-retribuzione si è spezzato contemporaneamente il meccanismo del cottimo. Così per il problema della salute il documento programmatico sottolineava che "la salute non va né contrattata né pagata... le condizioni nocive vanno abolite". Quello che il Corriere della Sera denuncia come metodo del CUB ("ha brutalmente sovvertito ogni regola del gioco... non tratta, ma esige... rivendica ogni potere agli operai stessi... radicalizza ogni contesa") è l'indicazione di prospettiva del CUB per le lotte operaie.

b) salari

 

Al problema del cottimo è direttamente legato quello dei salari. Sulla questione il documento del CUB dice: "Alla Pirelli è necessario porsi l'obbiettivo, che è minimo, di giungere almeno ai livelli salariali di CEAT e Michelin (40.000 lire in più).

Uno dei punti essenziali della lotta salariale è senz'altro quello del premio di produzione che deve essere immediatamente legato all'attuale livello produttivo ed aumentare proporzionalmente a tutti gli aumenti di produzione ed agli incrementi della produttività. Sblocco del congegno di rivalutazione. La rivendicazione è: premio di produzione subito, che corrisponda ad almeno il 25 So de l la paga più la contingenza . A questa rivendicazione fondamentale vanno collegate quelle della rivalutazione dei cottimi, degli immediati passaggi di categoria e soprattutto di un aumento de l salario annuo con la parificazione delle mensilità tra operai ed impiegati".

I sindacati hanno stabilito di riaprire la vertenza sul premio di produzione per il giugno del 1969 e la questione non è ancora stata impostata in fabbrica. L'indicazione generale del CUB è per un legame di questo problema con la retribuzione del cottimo e con le qualifiche. La richiesta di parificazione delle mensilità degli operai e degli impiegati, che ovviamente non auspica un abbassamento della posizione del tecnico, vuole legare, contro le discriminazioni salariali, la condizione dei tecnici a quelli degli operai, già accomunati nello sfruttamento e quindi, in prospettiva, uniti nella lotta.

Nei momenti rivendicativi unificanti, operai e impiegati possono già di fatto eliminare la divisione creata dal padrone e da tutto il contesto sociale, che pretende ci sia una differenza radicale tra lavoro manuale e lavoro intellettuale. I sindacati, con la loro politica di rivendicazioni separate, hanno in questi anni accettata come "naturale" quella divisione. Quando nel 1952, 1953 gli operai avevano manifestato la volontà di abolire la separazione con opportune iniziative rivendicative, la CGIL opponeva che la sperequazione operai-impiegati era praticamente insuperabile, ché altrimenti più nessuno avrebbe fatto l'impiegato.

La questione ritornerà nel corso delle lotte alla Pirelli, che vedono un primo passo in avanti nella presa di coscienza della comune condizione di sfruttamento.

c) ambiente di lavoro

 

Altro aspetto preso in esame dal documento del CUB è l'ambiente di lavoro. È il problema della salute, che non può esser in alcun modo ridotto a una questione di salario. Esistono all'interno della fabbrica diversi tipi di lavorazione nociva. La direzione, per non suscitare diffidenze nell'operaio e perché questi non rifiuti eventualmente di manipolare certe sostanze, aggira il problema etichettando le soluzioni—al loro ingresso in fabbrica—con nomi di città e di fiori che nascondono la composizione reale del prodotto e il suo nome commerciale. Esistendo la mutua aziendale, la direzione si sottrae al controllo degli enti pubblici preposti alla difesa della salute; i lavoratori della Pirelli figurano sotto questo aspetto a carico dell'azienda. L'interessamento stesso della direzione dà la misura di quanto sia grave il problema della nocività dentro la fabbrica: gran parte dei lavoratori viene sottoposta a periodiche visite di controllo che sono obbligatorie. Ma sembra essere un problema solo del padrone, infatti i risultati delle visite non sono resi noti agli interessati, nemmeno su esplicita richiesta.

Oltre alla manipolazione di sostanze nocive, la salute è minacciata dalle esalazioni di gas prodotti dalla lavorazione di surriscaldamento della gomma o dai locali con altissima percentuale di umidità (vulcanizzatori). Nel primo caso si provvede con mezzi rudimentali, gli aspiratori impiegati non sono sufficienti a prevenire le malattie; nel secondo, che riguarda un gran numero di operai, la direzione ha semplicemente negato il problema, e per dimostrarlo, non ha trovato di meglio che abolire l'indennità per caloria per tutti i mesi dell'anno tranne quelli estivi. L'abolizione è venuta dopo il prelievo del tasso di umidità da parte del medico di fabbrica. Altro pericolo per la salute viene dal fatto che gli operai, cercando un qualche sollievo al clima soffocante, aprono le finestre; si contano così anche alcuni casi di tubercolosi. In ogni caso sono sempre e solo i medici dell'azienda, pagati dalla direzione, a giudicare delle condizioni in cui lavorano gli operai. Lo scopo è quello di non aprire la fabbrica a nessuna forma di controllo che non appartenga alla direzione. Così per la mutua, che è completamente nelle mani della direzione, sia per l'ammontare dei fondi che per il controllo malattie. Con la mutua aziendale, oltre al risparmio sulle spese di assistenza, la direzione si mette in grado di esercitare un rigido controllo fiscale sui dipendenti attraverso il medico di fabbrica, che detta le norme cui deve attenersi il lavoratore in caso di malattia; il licenziamento è previsto per chi non vi si conforma. Se in un primo tempo la mutua aziendale aveva una efficienza che dava all'assistito Pirelli un certo privilegio nei confronti di quello dell'INAM, attualmente quel vantaggio è stato cancellato. Il ricettario usato dai medici convenzionati è ormai lo stesso. Inoltre, alcune zone residenziali di dipendenti Pirelli, esempio quella di Bergamo, per i mancati accordi con gli Enti mutualistici locali, sono rimaste prive di assistenza e i lavoratori o i loro familiari sono costretti a venire a Milano o in ditta per essere curati.

Su questo problema la politica fin qui condotta dalle organizzazioni sindacali è stata quella tipica della "contrattazione" .

Il Comitato ha espresso un punto di vista intransigente, che non tollera che la questione della salute sia materia di contrattazione. Inoltre considera che c'è un problema assistenziale distinto da quello generale della prevenzione delle malattie:

"Si presenta come indispensabile risolvere il problema della nocività, attraverso la formazione di comitati di controllo eletti direttamente dagli operai. La salute non va né contrattata né pagata con le briciole delle indennità. Le condizioni nocive vanno abolite .

Un'altra rivendicazione fondamentale è quella dell'aumento degli organici per far sì che gli aumenti di produzione non ricadano sulle spalle degli operai con i tagli de i tempi, per consentire quelle sostituzioni necessarie per il lavoro stesso e per la nostra salute".

d) qualifiche

 

Per lungo tempo il sistema di lavorazione nel settore della gomma aveva scarsamente avvertito lo sviluppo tecnologico, restando fermo a metodi quasi artigianali. Nel momento in cui l'azienda procede alla meccanizzazione della produzione (periodo di ammodernamento tecnologico tra il '64 e il '68) il mansionario di classificazione è tutto da rivedere; molte lavorazioni nuove non sono nemmeno comprese.

Nel contratto nazionale gomma 1968 all'art. ó leggiamo: "Passaggio di mansioni. Il lavoratore che, per almeno 60 giorni consecutivi, disimpegni mansioni superiori alla propria categoria —sempre che non si tratti di sostituzione temporanea per malattia, infortunio o permesso—passa definitivamente alla categoria superiore", dove basterebbe quel "consecutivi" per far capire come il passaggio di categoria sia lasciato alla discrezione dell'azienda. Altro abuso questa commette quando, per il passaggio di categoria dei metalmeccanici (in cui sono inquadrati i lavoratori di manutenzione), pone come condizione il superamento d'un esame teorico-pratico presso lo stesso istituto aziendale. L'arbitrio è duplice: all'esame, del resto non previsto da contratto alcuno, è mandato chi vuole la direzione; I'azienda decide anche quanti saranno gli assegnati alla prima categoria, alla seconda, ecc.

La situazione, con gli abusi e gli arbitri che la caratterizzano, è stata più volte considerata dai sindacati. Non è un problema semplice. C'è il pericolo, infatti, che attraverso il meccanismo delle qualifiche, prenda forma quella che si chiama l'"aristocrazia operaia". Ma la "qualificazione" può essere—ed è a questo che si deve arrivare—riconoscimento e valorizzazione del lavoro dell'operaio, della sua esperienza e competenza specifiche, contro: 1) lo sfruttamento padronale che pretende che esistano lavori senza qualifica, 2) lo spostamento arbitrario di lavoratori da una mansione all'altra. Quindi difesa del lavoro, che è sempre qualificato.

Il CUB, che non ha ancora affrontato adeguatamente il problema, ritiene comunque che non c'è corretta impostazione senza collegamento con il tema del riconoscimento del lavoro, per quello che rappresenta per l'operaio, e quindi col rifiuto del "riconoscimento" padronale del lavoro.

Mentre scriviamo si sta sviluppando la lotta in molti reparti sul problema specifico delle qualifiche, in vista di una ristrutturazione del mansionario adeguata agli attuali sistemi di produzione, e per l'abolizione dell'esame per il passaggio di categoria.

e) rappresaglie

 

La Pirelli è una tra le poche fabbriche italiane che hanno anche importanza internazionale. Alla direzione dell'azienda stanno perciò grosse personalità dell'industria nazionale: presidente Leopoldo Pirelli, vicepresidente Angelo Costa (presidente notorio della Confindustria), Franco Brambilla, Enrico Dubini (presidente dell'Assolombarda e vicepresidente della Confindustria) e Luigi Rossari, consiglieri delegati. Nel Consiglio di amministrazione ci sono pure i Braschi, Kohli, Luigi Bruno, Cattani, Falk, Radice-Fossati, ecc. La politica aziendale della Pirelli, se confrontata con quella della FIAT o di altre grosse fabbriche, è più velatamente repressiva: non si hanno da anni casi clamorosi di licenziamenti di membri della Commissione Interna o di quadri di partito e di sindacato. La ragione è che la direzione ha un campo di manovra più ampio, che le consente di intaccare gli attivisti e militanti della classe operaia senza produrre casi clamorosi. Per regolamento interno, essa può spostare qualsiasi lavoratore dalle fabbriche di Milano a quelle della provincia o a quelle dislocate in giro per l'Italia (Torino, Livorno, Ravenna, Tivoli, Messina, ecc.). Uno dei metodi in uso è il concentramento di lavoratori attivisti in piccoli reparti di produzione che la direzione ha già deciso di spostare in altro stabilimento. Grazie a metodi di questo tipo, la Pirelli fino a pochi mesi fa poteva apparire come fabbrica modello per ogni padrone. Sulla pelle degli operai crescevano, assieme al capitale, l'orgoglio e il paternalismo di Pirelli, che sapeva sfruttare e non avere grane troppo grosse. Ma una lotta di nuovo tipo doveva far saltare l'equilibrio che il padrone riteneva definitivo. Una lotta nel corso della quale gli operai hanno imparato qual'è l'arma decisiva contro la repressione, in ogni sua forma, mascherata o no: la vigilanza della base, la rapida mobilitazione della fabbrica l'immediata risposta ai provvedimenti repressivi, insomma uno stato dl lotta sempre aperta.

L'ultimo volantino distribuito in fabbrica dal CUB, il 31 gennaio 1969, è tutto dedicato all'argomento delle repressioni ed è il primo atto per un discorso e un'azione della Pirelli contro la politica che è dei padroni alleati al governo e alla polizia, per imbavagliare dentro e fuori la fabbrica, operai e studenti. La protesta, la dimostrazione, per gli episodi tragici e culminanti della repressione come l'assassinio dei due braccianti siciliani, non bastano, nemmeno ad impedire altri morti. La volontà di quelli che arrivano all'eccidio non potrà essere fermata che da un'accresciuta combattività, contro lo sfruttamento e la repressione, dal collegamento con le altre fabbriche e delle fabbriche con la società. Per questo il CUB propone di iniziare dagli strumenti che si sono rivelati efficaci e validi nelle lotte alla Pirelli, le assemblee di fabbrica, dove si esercitano la vigilanza degli operai e la capacità di una immediata mobilitazione.

f) trattative

 

Quanto alle trattative, va detto che il CUB, realisticamente, le ritiene essenziali, a condizione che non tradiscano i contenuti della lotta—e può darsi che le regole delle trattative debbano essere totalmente cambiate e perciò si è impegnato anche in un discorso sul valore e sui modi delle trattative, accennato nel documento programmatico e successivamente precisato nei volantini e nelle assemblee.

Il documento specifica anche il RUOLO del Comitato nella fabbrica:

"Da quanto detto ed essendo questi i lineamenti politici del Comitato Unitario di Base è evidente che noi non vogliamo assolutamente formare un nuovo sindacato o scavalcare i sindacati esistenti. Vogliamo invece costruire un organismo che possa e sappia legare insieme la rivendicazione e la lotta l'aspetto economico e quello politico, che sappia insomma costruire intorno a sé una rete organizzativa permanente per la contestazione continua dello sfruttamento.

Questi gli obiettivi. Le forme organizzative evidentemente potranno essere precisate solo nella misura in cui il Comitato saprà riunire intorno a sé una parte sempre più numerosa di lavoratori, indipendentemente dalla tessera sindacale o di partito. Quello che però è chiaro sin da ora è che dovrà esistere la massima democrazia di base, cioè la possibilità di ciascun operaio di esprimere liberamente le sue opinioni, proprio perché non esistono linee precostituite ma tutto va creato e sviluppato nella lotta e nella partecipazione dei lavoratori a questa lotta.

Il discorso sulla DEMOCRAZIA DI BASE può essere molto equivoco, e sfruttato in tanti modi. Il CUB, parlando di democrazia di base, intende che valga come:

1) rifiuto della direzione burocratica della lotta, avendo in vista non un semplice riconoscimento formale della volontà operaia, ma la gestione diretta della lotta. La distinzione è importante, perché anche i sindacati ormai portano avanti l'esigenza d'una partecipazione più democratica alle decisioni sindacali, fermo restando per loro che la gestione della lotta rimanga in mano alle centrali sindacali;

2) rifiuto della divisione operaia nelle organizzazioni sindacali e affermazioni dell'UNITA DELLA BASE OPERAIA attraverso cui si esprimono i contenuti della lotta. L'esistenza dei vari sindacati determina spesso la divisione nella lotta e ancor più spesso le vittorie del padrone nelle trattative (questi infatti si accorda con chi presenta il pacchetto rivendicativo a lui più comodo; si è visto come gli operai Pirelli hanno duramente pagato quella divisione attraverso la pratica degli accordi separati). I tentativi di accordi tra i sindacati, inoltre, ritardano o smorzano la lotta.

Di fronte a questi problemi il CUB ha rifiutato l'ipotesi di un sindacato unificato per la gestione della lotta. Se la lotta è per il potere operaio, non ci può essere delega: perché è una lotta che coinvolge tutti gli aspetti dello sfruttamento operaio, e giorno dopo giorno, tutta la vita dell'operaio. La delega sarà, semmai, tecnica, organizzativa, e non riguarderà in alcun caso la decisione e la gestione della lotta. Questo discorso, diciamolo chiaramente, va ancora approfondito e articolato, alla luce anche dell'esperienza di lotta già acquisita. Ciò che ora possiamo senz'altro affermare è che la richiesta di democrazia operaia non è fine a se stessa: il CUB la chiede con l'unico scopo che la gestione della lotta sia nelle mani degli operai, e che possa crescere la coscienza di classe attraverso la discussione comune in fabbrica, da dove far sparire la figura del comiziante di professione. Ma questo rimane un grosso problema. Gli stessi operai della Pirelli, orgogliosi del carattere autonomo e democratico della loro lotta, arrivavano a proporre che il CUB —che era stato accettato anche perché contro la delega e la burocrazia — diventasse delegato rappresentativo. "Perché non andate voi a trattare? noi vi diamo la delega. Proclamate voi lo sciopero noi lo facciamo. Presentatevi alle elezioni della Commissione interna: voteremo per voi", così, spesso, gli operai militanti del Comitato si sentivano dire dai compagni. Naturalmente quelle richieste furono sempre rifiutate, non per modestia dei militanti, ma per loro fedeltà alla linea. Le richieste erano, in ogni caso, un sintomo della fiducia operaia per il CUB e le chiarificazioni sono state pertanto ancora più efficaci. Gli attivisti sindacali, che tentavano di accusare gli operai del Comitato di arrivismo e mania di dirigenza, hanno così presto perduto e le argomentazioni e gli ascoltatori.

Il documento iniziale indica ancora come necessario il COLLEGAMENTO attraverso la lotta con le altre fabbriche, uscendo dalla prospettiva aziendale:

"La Pirelli infatti non è un'isola particolare bensì è inserita nel contesto sociale generale. I padroni della Pirelli sono estremamente uniti con i padroni delle altre fabbriche; sono loro che controllano e dirigono la vita economica e politica attraverso il governo e lo Stato. Quindi anche gli operai devono essere uniti nella lotta".

Discorso questo da sviluppare, ma già avviato in alcuni incontri con operai di numerose fabbriche. Non ne sono, però, ancora uscite indicazioni precise sui metodi e gli strumenti per realizzare efficacemente il collegamento. È apparsa comunque l'importanza della componente studentesca, soprattutto ai fini organizzativi.

Il documento distribuito in fabbrica, dagli studenti e dagli operai stessi, ebbe immediata risonanza e fu oggetto di lunghi discussioni in fabbrica e fuori.

L'attacco del sindacato

 

In primavera, Pirelli e i sindacati sono in trattative, aperte tempo addietro, per la revisione del sistema di assistenza aziendale. L'intervento del CUB su questo problema offre alla CGIL l'occasione per un volantino di attacco al Comitato, il primo che resterà anche l'ultimo: le accuse di spontaneismo, demagogia e confusione, non fanno presa e vengono respinte dagli operai della fabbrica. Ma quel che più conta è che l'attacco della CGIL costringe il CUB a una chiarificazione definitiva della propria funzione e dei propri rapporti con il sindacato, il quale, non potendo più ripetere il primo fallimentare tentativo di opposizione frontale, è costretto ad accettarne l'esistenza. L'azione del Comitato non vuol ridursi alla distribuzione di volantini agli operai, ma procedere subito a suscitare il dibattito tra questi. Per ciò i militanti fanno in modo di stabilire contatti, all'uscita dei turni, sui marciapiedi e nei bar all'intorno. Sono numerosi gli operai che sostano per discutere dei problemi della fabbrica e dei modi per risolverli. In particolare quelli del reparto 32, nel quale c'era, lasciato in sospeso dal contratto, il problema del passaggio di categoria degli addetti alle trafile plastiche. Dopo aver discusso dono di tentare per via "normale": della cosa viene interessata la Commissione Interna che porta alla Direzione la richiesta del passaggio di categoria. La risposta è negativa. Sperimentata l'inutilità della prassi sindacale, non resta che rinunciare o lottare direttamente. Si sceglie per la lotta e a metà giugno otto lavoratori del primo turno escono due ore prima dichiarando ai capisquadra che intendevano fare sciopero per la mancata soluzione del problema delle qualifiche. Non era questo un problema generale, ma di un gruppo ristretto; era però un punto di conflitto già aperto, donde la decisione del CUB di farne un punto di partenza, perché anche altri più generali problemi venissero fuori con la stessa forza, e la volontà di lotta si allargasse. Il primo passo fu di collegare la questione delle qualifiche con la lotta della tipografia che si trascinava da mesi senza sbocchi, e con il problema delle grosse differenze salariali rispetto ai lavoratori della CEAT e della Michelin di Torino. L'effetto fu di trasformare il gesto quasi simbolico dei primi otto (al secondo turno erano solo due e nessuno a quello della notte) in una prima azione di lotta: qualche giorno dopo scende in sciopero per le qualifiche un'intera sezione di operai, alcuni perché direttamente interessati, altri per solidarietà. Gli incontri in mensa avevano preparato questa decisione comune. L'altro passo fu di sollevare, in un clima che andava scaldandosi, i due problemi maggiori degli operai alla Pirelli, il cottimo e il taglio dei tempi. Il CUB insiste particolarmente e svolge un'azione di sensibilizzazione su questi che sono problemi capaci di coinvolgere tutta la fabbrica. Nei reparti la discussione si sviluppa, di generale e produce molto rapidamente una volontà di lotta che si traduce in fermate improvvise e autonome di alcuni reparti, con riunioni di operai sul luogo di lavoro o in mensa. I sindacati, che non hanno organizzato niente, sentono che la lotta si avvia senza il loro controllo. La C.I. fa pressioni perché non ci siano scioperi; CISL e UIL condannano ufficialmente le fermate. Così, almeno all'inizio, le rivendicazioni per cui si effettuano le fermate nemmeno vengono presentate al padrone. Le fermate sono numerose, ma i sindacati ancora non riprendono i contenuti di lotta. La CGIL, per non perdere i contatti con gli operai e, insieme, per non portare offesa all'unità sindacale, è alla ricerca di una piattaforma rivendicativa comune. I tempi stringono, perché intanto la lotta si estende a macchia d'olio e raggiunge i reparti che sono il cuore della produzione: il lavoro viene interrotto per due ore, a volte per quattro, ma sempre all'improvviso. L'unità nei reparti è la forza decisiva.

Lo sciopero generale

 

I volantini distribuiti dal CUB la prima settimana di luglio oltre a pubblicizzare la lotta dei reparti e ad affermare la possibilità di generalizzarla sui contenuti già emersi, contengono delle precise indicazioni di metodo: lotta improvvisa, decisa dalla base operaia; lotta continua, senza interruzione per le trattative, che non sono da intendere come conclusione della lotta, ma solo come accordi parziali in seguito ai quali non si deve smobilitare; lotta come dimostrazione della combattività operaia.

Il discorso è per subito ma anche per il dopo. La proposta immediata su cui il Comitato insiste è quella della democrazia diretta e della gestione operaia della lotta:

"...dobbiamo gestire la nostra lotta: i contenuti delle trattative. prima di essere sottoscritti (e non importa da quale Sindacato) devono essere discussi ed accettati dai lavoratori, e non dobbiamo rinunciare alla lotta sino a che le rivendicazioni portate avanti dalle assemblee non siano state accolte e realizzate integralmente. L'assemblea all'uscita del turno è senza dubbio una forma di democrazia decisionale avanzata, ma non basta, poiché molti lavoratori non possono trattenersi per la rapida partenza dei mezzi di trasporto. Dobbiamo lottare per avere la libertà di discutere dei nostri problemi in fabbrica interrompendo il lavoro. Questo metodo è già una consuetudine in altre fabbriche, e solo con le assemblee in fabbrica si ha la partecipazione reale di tutti i lavoratori" (volantino dell'8 luglio).

Intanto il clima creatosi in fabbrica induce la CGIL a rompere gli indugi e a presentare, il 10 luglio le richieste per i reparti in lotta, quali sono emerse dalle assemblee operaie. L'interruzione rappresentata dalle ferie non riduce affatto la tensione, e la ripresa del lavoro si fa in un clima di accesa combattività. In settembre i sindacati fanno di tutto per prendere in mano la direzione e il controllo della lotta, con fermate di reparto programmate di due ore, impiegate in un susseguirsi di assemblee che si svolgono nelle sezioni sindacali o sul marciapiede. Ed è durante queste assemblee che vengono fuori evidenti le divergenze tra la concezione burocratico-sindacale della lotta e l'idea che invece hanno in mente gli operai. Il compito del Comitato in questo periodo è di estendere la lotta al maggior numero di reparti, e va detto che in ciò esso è aiutato da un buon numero di attivisti della CGIL, che non sopportano l'attendismo del sindacato, quando ormai la lotta apre buone prospettive di allargarsi e generalizzarsi. Gli scioperi articolati per reparto e improvvisi continuano; CISL e UIL negano la loro legalità e si oppongono. La CGIL, invece, consente, ma a condizione che 1'80% degli operai del reparto siano d'accordo: "scendere in lotta (2 ore per turno)" quando almeno 1'80% degli operai è convinto.

Nelle assemblee di marciapiede sono ormai presenti e attivi anche i sindacalisti della CGIL, che le promuovono, visti i risultati conseguiti con questo metodo dal Comitato.

Il 13 settembre i reparti in sciopero sono 11, per un totale di 1.900 operai; pochi giorni dopo i reparti che si fermano sono 17, poi 20: mezza fabbrica è in sciopero.

In un volantino del 25 settembre il CUB lancia la parola d'ordine: "GENERALIZZIAMO LA LOTTA" a tutta la fabbrica, poiché il cottimo è il problema di tutta la fabbrica. Si chiede non lo sciopero a oltranza o l'occupazione, ma che un'azione di lotta, anche minima, come una o due ore di fermata, sia di tutti gli operai:

"Lo sciopero generale di tutta la Pirelli si impone oggi come necessario. Necessario per piegare la direzione sui contenuti che i singoli reparti hanno individuato necessario per collegarci in modo attivo con le altre fabbriche del gruppo Pirelli che sono già in lotta necessario per sviluppare tra di noi le forme e i contenuti di una lotta anticapitalistica, seguendo il metodo della democrazia diretta, cioè della partecipazione della classe operaia alle decisioni. Ma lo sciopero generale è oggi anche possibile. Diciassette reparti già in lotta indicano la volontà reale degli operai, danno una misura della situazione in fabbrica."

I sindacati si scagliano contro la proposta, giudicandola assurda, troppo precoce, giacché, a loro avviso, la fabbrica non sarebbe matura per una prova di forza così impegnativa.

In questo periodo gli operai e gli studenti del CUB intensificano la loro presenza davanti alla fabbrica e nelle assemblee. Date le caratteristiche degli scioperi e delle fermate, non sempre i militanti operai del Comitato possono essere presenti alle assemblee di tutti i turni; sono allora gli studenti a partecipare alle assemblee, dove intervengono in qualità di membri del Comitato, riconosciuti e accettati dagli operai. La presenza alle assemblee vuol dire anche la notte in bianco; l'assemblea del turno di notte si costituisce non più tardi delle quattro del mattino.

Il 1° ottobre Pirelli opera un taglio dei tempi di produzione per un reparto, che reagisce immediatamente e si ferma. Per tutta risposta il padrone fa la serrata in cinque reparti, la cui produzione dipende dal reparto in sciopero. La provocazione padronale non divide, ma unisce i lavoratori: moltissime sono le fermate di solidarietà. Il 2 sera, al turno di notte, la fabbrica è del tutto ferma e si svolge la prima grande assemblea di fabbrica del turno di notte. Solo a tarda sera, quando gli operai avevano bloccato la fabbrica e fatta l'assemblea, non diretta dai sindacalisti, questi espongono i cartelli unitari: CISL, UIL, CGIL sciopero generale, per 24 ore, ma solo a partire dalle sei del mattino dell'indomani, mentre di fatto lo sciopero era già iniziato la notte. Alla giornata di sciopero generale seguiranno ancora le fermate di due ore programmate dai sindacati, ma ormai gli operai trovano che due ore non bastano, considerato che il padrone si organizza per soddisfare nelle rimanenti sei ore tutte le esigenze della produzione.

LINEA DEL COMITATO E LINEA SINDACALE NELL'ULTIMA FASE DELLA LOTTA

Dopo lo "sciopero del Comitato di Base" i sindacati sono in allarme e si pongono decisamente sulla strada del recupero. Il giorno stesso in cui esce il volantino del CUB, il 14 ottobre, c'è l'incontro con il padrone, il quale però non vuol sentir parlare di una revisione della normativa del cottimo e dei ritmi. L'intransigenza padronale su questi punti e la consapevolezza della situazione in fabbrica sono più che sufficienti per provocare la rottura delle trattative e quindi la costituzione dell'unità sindacale, che non esisteva sui contenuti concreti delle rivendicazioni portati alle trattative. La fase di recupero si inaugura con la proclamazione di uno sciopero di 24 ore a partire dalle 22 di lunedì 14 ottobre, nonché con la distribuzione, il giorno seguente, di un volantino che annuncia una serie di scioperi delle due ultime ore di turno, ma anche uno sciopero "a sorpresa" (e si capisce il perché: la fabbrica aveva manifestato la sua opposizione agli scioperi programmati). Il compromesso è trasparente, in quel proporre gli ormai scontati scioperi programmati delle due ultime ore, ma anche lo sciopero a sorpresa, con cui si accetta a metà il principio della lotta improvvisa. Il compromesso, per chi vuole un recupero della lotta in termini puramente sindacali, è anche inevitabile, esistendo in fabbrica ormai un potenziale di consapevolezza politica che non si può ignorare.

Il fatto nuovo, in questa ultima fase, è la massiccia adesione degli impiegati, che il CUB interpreta come l'effetto diretto della rapida politicizzazione derivante dalla qualità della lotta, dell'azione continua dei militanti del CUB, e infine anche dell'intervento della CGIL con un patetico "Appello agli impiegati", che sanciva da solo la pretestuosità della tradizionale linea sindacale, volta a distinguere obiettivi, interessi e azione per operai e impiegati. I limiti del recupero sindacale si rivelano in pieno in occasione dello sciopero "improvviso" che i sindacati proclamano il 22 ottobre e che avrebbe dovuto essere più incisivo per il corteo che era stato chiesto con insistenza dalle assemblee. Ma fin dalla settimana precedente, la data dello sciopero era nota alla direzione, che in circolari "riservate" ne informava i dirigenti, affinché questi potessero regolarsi; in fabbrica corrono le voci più diverse su quella data e i lavoratori sono in gran parte disorientati. Con alcuni giorni di anticipo il percorso del corteo viene concordato con la polizia e la manifestazione riceve regolare autorizzazione. Non si potrebbe far meglio per uno sciopero detto improvviso... Al mattino del 22 ottobre circa 3.000 sono i componenti del corteo, che vien fatto sfilare sotto il grattacielo Pirelli c poi guidato in una grande piazza della periferia, rallegrata da un gentile giardinetto, dove i rimanenti membri del corteo si vedono propinare ben sette comizi successivi, a conclusione dell'"esaltante giornata". Per un momento il disegno dei sindacalisti rischia di andare in malora, quando un gruppo di operai e studenti cerca di deviare il corteo verso il centro, contro gli accordi presi tra sindacati e polizia. L'intervento dei sindacalisti, che vedono turbata la "loro manifestazione" è violentissimo sorprendendo gli operai. È' soltanto un'anticipazione di quello che si vedrà il giorno del corteo del 3 dicembre dopo i fatti di Avola.

Ma i sindacalisti si illudono se credono d'aver la situazione in mano. L'indomani, 23 ottobre, all'imposizione di una nuova tabella di produzione al reparto 8655, i lavoratori si fermano e girano per la fabbrica dando la notizia della nuova provocazione padronale. In breve la fabbrica è ferma, lo sciopero in bianco permette di tenere assemblee all'interno, nel corso delle quali molto si discute delle torme di lotta. È generale la critica allo sciopero programmato delle due ore all'inizio o al termine del turno, perché inefficace. Si fa strada l'idea che occorre radicalizzare la lotta. Le proposte sono diverse: alcuni chiedono lo sciopero a oltranza oppure l'occupazione della fabbrica, altri le fermate improvvise e la ulteriore riduzione dei punti. I sindacati insistono nel chiedere la fiducia nell'azione programmata e organizzata. Nelle assemblee sul marciapiede e in quelle interne il CUB sottopone a critica la proposta dello sciopero a oltranza: sembra infatti un'arma dura, ma è una trappola. Il primo a cedere è l'operaio. Al padrone non mancano i mezzi per resistere. Anche l'occupazione ha dei rischi grossi, nella ,~misura in cui viene usata come strumento di pressione per le trattative; usata a questi fini, infatti, comporta lo svuotamento e l'isolamento. La sua funzione propria è di affermare che la fabbrica appartiene agli operai e non al padrone; dunque, un tatto importante e decisivo, che non può esser bruciato Per giungere al semplice rialzo delle trattative. Perciò è preferibile la riduzione dei punti, che provoca all'operaio un lieve danno economico e uno grosso al padrone, perché porta a una notevole riduzione della produzione. Anche lo sciopero di due sole ore, purché improvviso e tatto dentro la fabbrica, c uno strumento efficace, sia perché danneggia sensibilmente il padrone senza sfiancare la resistenza degli operai, sia perché mette questi in condizione di controllare continuamente l'andamento delle trattative.

Nelle assemblee interne la discussione era vivacissima. Gli attivisti sindacali premevano sulla necessità di seguire i programmi. Nel comunicato distribuito il 24 novembre, contenente la programmazione degli scioperi, i sindacati dicevano infatti: "Lavoratori, non raccogliete provocazioni, respingete i tentativi di portarvi nelle linee diverse da quelle da voi stessi approvate e indicate dai vostri sindacati". I programmi prevedevano fermate di due ore combinate in modo (al termine o all'inizio del turno) da permettere le assemblee operaie fuori della fabbrica, dove era possibile il controllo della discussione e delle decisioni da parte dei sindacati. L'esperienza aveva già mostrato che le decisioni prese nelle discussioni tra operai diventavano confuse o generiche una volta portate nelle sedi sindacali. Per questo i sindacati, all'inizio, si oppongono alle assemblee interne, che lasciano loro soltanto il ruolo di "esecutori", e non più di "gestori".

Il 25 ottobre il padrone emette un comunicato in cui denuncia gli scioperi "svoltisi anche al di fuori delle agitazioni ufficialmente proclamate dai sindacati" e definisce come "violenza di pochi (la fabbrica era ferma, n.d.r.) la decisione degli operai d'impedire qualsiasi attività degli uffici e dei dirigenti". Forse "la violenza dei pochi" allude a~un paio d'episodi: un dirigente, per sfuggire al controllo degli operai, s'era rifugiato nelle docce, da dove era stato t'atto uscire da alcune operaie, in mutande e gocciolante (perché per esser verosimile la doccia se la stava proprio facendo alle 8 di mattina); altri dirigenti, per lo stesso motivo, si erano rinchiusi nella camera oscura, e di lì stanati, per il loro bene, d'altronde, perché potevano anche asfissiarsi. Il procedimento era di far scortare i dirigenti, man mano che uscivano, da un picchetto che li consegnava al picchetto esterno. In una delle consociate, la SAPSA, di fronte all'ostinazione di tutti gli impiegati che non volevano uscire, gli operai decidevano di sbarrare le uscite: "se volete restare, ci resterete finché decideremo diversamente". Finalmente, li lasciavano uscire, per le insistenze dei sindacalisti.

In questa fase l'agitazione è di tre tipi: adesione agli scioperi programmati; fermate improvvise in risposta alle rappresaglie padronali; riduzione dei punti.

Davanti a questa situazione, Pirelli muove i grossi calibri della mediazione e così, in seguito alla " autorevole mediazione del signor prefetto" la direzione comunica che è disposta ad incontrarsi, 1'8 novembre, con i sindacati, purché cessi ogni forma di agitazione in fabbrica. Più volte le assemblee hanno espresso la decisione di non interrompere la lotta durante le trattative. I sindacalisti lo sanno e devono neutralizzare l'ostacolo, che mette in pericolo la possibilità di incontrarsi con il padrone. Allo scopo convocano le assemblee all'uscita dei turni, per discutere la cosa, e nel corso di quella del primo turno giocano tutte le loro carte, tanno parlare gli attivisti, e riescono, aiutati dalla debole presenza di militanti del CUB, a far votare per l'annullamento dello sciopero previsto per l'indomani. Agli operai del normale, a loro volta riuniti, si dà il fatto compiuto, ma le reazioni sono violente, pesantissime le accuse ai sindacati, unanime il rifiuto della tregua. Allora si decide di rimandare la decisione definitiva alle altre due assemblee (secondo turno e notte). Intanto però viene ciclostilato il comunicato in cui i sindacati dichiarano di "soprassedere allo sciopero di due ore già proclamato per venerdì 8 c.m." e danno notizia dell'incontro con la direzione. Le assemblee successive ricevono semplicemente la comunicazione che è sospeso lo sciopero del giorno successivo per dar modo ai sindacati d'incontrarsi ecc. ecc.

L'incontro ha luogo , sulla normatività del cottimo, ma il padrone è rigido e i sindacati rompono le trattative. La fabbrica si ferma immediatamente, nessuno lavora, si riformano i picchetti esterni e il giorno dopo gli operai, invece di fermarsi le due ultime ore, fanno la fermata al mattino, così il ciclo produttivo, aderendo alla proposta già avanzata da operai nelle assemblee. Dopo il fallimento della mediazione del prefetto, all'azienda, per salvare la taccia, non resta che il ricorso alla mediazione del ministro del lavoro, il quale "riesce" a combinare un incontro tra le due parti per lunedì 18 novembre. Ma durante gli incontri con il signor ministro, i sindacati di nuovo ignorano la precisa volontà degli operai, che non si interrompano le agitazioni per le trattative. Questa volta, non volendo di nuovo arrischiare l'assemblea, combineranno un programma di agitazioni che non prevede niente in coincidenza con gli incontri suddetti. La sera stessa del 18 si aprono le trattative. La direzione chiede ai sindacati la piattaforma rivendicativa. Questi si dicono "colti di sorpresa" (...); non hanno piattaforma rivendicativa e l'incontro è rinviato all'indomani. Intanto si fermano prima due reparti, poi, tra le ore 18 e 22, tutto il secondo turno, mentre i sindacati sono spariti. Alla sera i militanti del CUB, che hanno seguito le trattative, si recano alle portinerie per dar notizia del loro andamento. Vivissimo è il malcontento tra gli operai che entrano.

L'indomani la fabbrica è in fermento e impaziente di sapere come vanno le cose; le lungaggini irritano. Nel pomeriggio per decisione autonoma, gli operai si fermano; alle 18 la fabbrica è bloccata. Il turno della notte esce il 20 mattina alle ore 4. Il primo turno e il normale bloccano internamente la fabbrica dalle 7.30 alle 10, occupano la portineria degli impiegati e formano picchetti interni ed esterni. Lo stesso giorno, 20 novembre, la direzione comunica che non intende condurre le trattative con un clima simile e non si presenta all'incontro fissato con i sindacati per le ore 11. La notizia arriva agli operai, che senza esitare fermano tutta la fabbrica tra le 12 e le 13. I sindacati, nell'impossibilità di esercitare il loro controllo, t'anno riunioni su riunioni. Intanto, in vari punti della fabbrica si radunano assemblee, si discutono i termini e i modi della lotta; è ormai impossibile distinguere tra i militanti del CUB e gli altri, che hanno fatto propria la sua linea. È questo il momento di più intenso rapporto politico tra il CUB e la fabbrica.

La frattura tra sindacati e operai è nettissima. Militanti e iscritti della CISL e UIL si rivoltano contro i sindacalisti, che scompaiono dalla circolazione,} vita dura hanno anche certi attivisti della CGIL e del PCI. Nelle assemblee viene duramente denunciata la debolezza dei sindacati, ancora divisi tra loro e ancora intenti nei loro giochi politici di vertice, davanti a quella prova d'unità della classe operaia. Nel tardo pomeriggio, per la forte pressione degli attivisti della CGIL, le acque sembrano calmarsi. Ma ancora il giorno 21 il normale e il primo turno scioperano per due ore, al 100Sc; alcuni reparti del secondo si fermano autonomamente alle ore 16, nel mezzo dell'orario di lavoro. Nella stessa giornata non mancano aspetti comici: gli impiegati di Segnanino, incerti sull'atteggiamento da prendere riguardo agli scioperi, si riuniscono in mensa, dove li trova, inorridito, il direttore: "che fate! non sapete che gli operai sono in lotta anche per l'assemblea in fabbrica, e voi la mettete in atto!". Oppure: il Gazzettino Padano della RAI annuncia quel giorno che la direzione della Pirelli non ha potuto proseguire le trattative perché "il Comitato di Base ha iniziato gli scioperi in fabbrica". Un'altra: mentre già tutta la fabbrica sta uscendo in sciopero non programmato, al reparto 8655 i tre membri del "Comitato di reparto", lanciato in fabbrica da PCI e PSIUP, erano fermi in panchina per discutere se far uscire o no il "proprio" reparto. Riguardo i "comitati di reparto", che si vorrebbero come il punto più avanzato e democratico dell'organizzazione operaia, il giudizio del CUB, sostenuto anche dai fatti, è negativo. Essi sono un fatto organizzativo, che non si forma nella volontà di lotta e stenta ad assimilarne i contenuti. Per la loro stessa struttura, che precede l'unità della base, non arrivano ad esprimerla, al punto, come nel caso visto sopra, da porsi come alternativa alla decisione realmente unitaria, del reparto. Sono, quindi, una forma di burocrazia interna alla fabbrica, che sarebbe solo di freno o ritardo, ricostituendo all'interno una forma di autoritarismo e di controllo. In breve, a giudizio del CUB, i comitati sono una trasposizione in fabbrica delle burocrazie verticistiche. In Pirelli, nonostante gli sforzi dispiegati dal PCI e dal PSIUP, non hanno praticamente seguito.

Dopo un'ennesima rottura tra sindacati e Pirelli (26 novembre), un'altra fase della lotta, che avrà il suo punto focale nello sciopero generale e nel corteo del 3 dicembre, si apre con la programmazione sindacale di una serie di scioperi di due ore (per 27 ore complessive), da realizzarsi dal 27 novembre al 7 dicembre. In questo programma c'è da notare il recupero sindacale delle fermate di due ore durante l'orario di lavoro, per il 1 turno, in coincidenza con lo sciopero delle prime due ore del turno normale. Tentativo di recupero immediatamente ridimensionato dai lavoratori del 1° turno, che decidono di tenere un'assemblea generale dentro la fabbrica, e a questo scopo occupano la mensa impiegati. Arrivata la notizia all'esterno, i lavoratori del normale che si trovano fuori dei cancelli in attesa di terminare le loro due ore di sciopero, decidono di entrare per partecipare all'assemblea, e a nulla valgono i tentativi dei funzionari dei tre sindacati e del PCI, che strombazzano che lo sciopero dei lavoratori del turno normale deve tenersi fuori della fabbrica, cercando così d'impedire l'assemblea generale comune, e in fabbrica, dei lavoratori di due turni diversi. I lavoratori che stanno scioperando fuori della fabbrica entrano e si uniscono in assemblea ai compagni. Gli interventi della C.I. al completo sono massicci, e praticamente impediscono agli operai d'intervenire. Un solo militante del CUB riesce a prendere la parola, e sottolinea soprattutto che l'assemblea, per essere veramente tale, deve dare la possibilità a tutti d'intervenire.

In un volantino distribuito il 2 dicembre dal CUB, i punti più importanti proposti, sono: un rifiuto degli scioperi programmati, e l'attuazione generale della riduzione della produzione, vale a dire il rifiuto dei ritmi imposti dalla direzione. Ancora, si sottolinea il legame tra le lotte della Pirelli e le lotte degli operai in tutta Italia. Dopo questo volantino, ed un solo intervento in assemblea generale, la fabbrica adotta come linea la proposta del CUB, costituendo, al termine dell'assemblea generale, assemblee in quasi tutti i reparti per decidere di quanti punti ridurre la produzione. Con ciò si porta un attacco diretto allo sfruttamento, si ha la decisione autonoma delle forme di lotta e la loro gestione, col rifiuto, o il metterla in secondo piano, della lotta programmata; e contemporaneamente, la lotta rivendicativa assume un carattere superiore ed un taglio più prettamente politico.

Tanto è efficace la decisione presa dagli operai, che immediata ed intimidatoria è la reazione padronale: alle 15,30 viene affisso un manifesto che minaccia tre ore di multa a tutti coloro che riducono la produzione. Gli operai si fermano immediatamente. Mentre i sindacati compiono dei "passi" presso il prefetto per far togliere il manifesto, in fabbrica si tiene l'assemblea generale, in cui si decide di far entrare in fabbrica i sindacalisti per metterli di fronte alle decisioni operaie e farle loro accettare. Ma i dirigenti sindacali rifiutano l'invito. I lavoratori, tenuto fermo che nessuna minaccia di Pirelli li avrebbe fatti desistere dalla decisione di produrre al ritmo da loro stessi deciso, escono dalla fabbrica e bloccano viale Sarca. Si arriva così alla sera, all'ora di entrata del turno di notte. I sindacalisti sono tutti sul marciapiede, ed ai lavoratori che entrano chiedono di attenersi ai programmi sindacali, lavorare cioè fino alle quattro del mattino, scioperare le ultime due ore, e restare per i picchetti, dato che l'indomani era stato programmato da tempo come giorno di sciopero generale e di un corteo. I militanti del CUB sono anche numerosi sul marciapiede, e informano dei fatti avvenuti in giornata, della decisione presa in assemblea di ridurre la produzione in tutta la fabbrica. I sindacalisti non vogliono dare notizia con l'altoparlante dei morti di Avola, gli operai e gli studenti che ne sono a conoscenza lo comunicano agli altri, tanto che infine anche l'altoparlante è costretto a darne notizia (a malincuore, poiché i fatti "non interessano direttamente gli operai Pirelli").

Il turno di notte entra, e la sua decisione è immediata: ridurre la produzione a 100 punti (in luogo dei 450 previsti dal padrone). Ma la rabbia e la tensione sono troppo t'orti i reparti decidono di fermarsi del tutto, e alle 24 nessuno lavora. Si ripetono i cortei, si canta "bandiera rossa", si erigono barr)cate interne alle portinerie, trasportando materiale raccolto nei viali della fabbrica. Dopo tante fatiche, gli operai decidono che hanno bisogno di nutrirsi, e senza chiedere autorizzazioni (d'altronde, a chi avrebbero dovuto rivolgersi, visto che superiori e guardie erano scomparsi dalla circolazione?) vanno in dispensa e si servono senza complimenti. Arriva il momento di uscire per i picchetti, vengono fermati pullman dove degli operai erano saliti per tornarsene a casa, e i compagni li convincono che devono tutti restare per partecipare al corteo. Alle sei del mattino, metà turno della notte si reca al grattacielo e lo circonda per impedire l'ingresso a quanti vi lavorano. Alla luce di due grandi fuochi fronteggiano la polizia, immobile e infreddolita sul marciapiede opposto.

Intanto alla Bicocca c'è grande fermento: in risposta alla lotta dei lavoratori, Pirelli ha operato la serrata. La notizia giunge immediatamente al grattacielo, la rabbia e la durezza dei picchetti aumenta, e inutilmente, verso le otto la polizia tenta di occupare i marciapiedi del grattacielo per liberare gli ingressi, viene respinta coi tizzoni accesi da un numero di operai inferiore della metà ai poliziotti. Verso le nove arriva il corteo dalla Bicocca, numerosissimo, e la coscienza della propria forza e l'entusiasmo sono altissimi tra i lavoratori, che con questa dimostrazione non vogliono assolutamente ripetere la processione del corteo precedente, ma farne un momento culmine della lotta. Non appena il corteo della Bicocca si unisce ai picchetti del grattacielo, al grido unanime di "Assassini!", gli operai entrano in contatto con due plotoni di poliziotti che sono costretti ad abbandonare precipitosamente il marciapiede e a ritirarsi. A questo punto si scatenano i sindacalisti, che trovano il più genuino momento di unità: a braccetto, fanno cordone per difendere i poliziotti, si scagliano contro gli operai e gli studenti che avevano più rabbia in corpo e quindi più decisi a far allontanare la polizia; arrivano a colpire, volano botte tra sindacalisti e operai. Nella realizzazione di questa unità sindacale, si mettono in luce, per buona volontà, soprattutto funzionari CGIL e PCI. Un esponente molto conosciuto del PCI strappa l'Unità con la notizia dell'eccidio, dalle mani di un operaio che l'alzava sulla testa, e come se non bastasse, gli urla come un forsennato: " Provocatore ! " .

Numerosissimi sono gli episodi di questo tipo, e di fronte a simili fatti inevitabilmente si crea disorientamento nella massa degli operai, i funzionari e gli attivisti delle organizzazioni hanno buon gioco e riescono nell'intento di creare fratture tra gli operai, parte dei quali si allontanano dal luogo di scontro tra sindacalisti — polizia — squadra politica, da una parte, e operai e qualche studente dall'altra. Magra soddisfazione dà la cattura di qualche berretto dei P.S., che viene ridotto a brandelli, tranne uno che, salvato da un solerte galoppino sindacale, viene restituito ai poliziotti. Il corteo riprende, con continui appelli dei funzionari dei vari sindacati, che, alternandosi al microfono installato sul furgoncino della UIL, chiedono agli operai di evitare le provocazioni, ed isolare i provocatori (!). Salve di urla e fischi accolgono questi inviti, ma nulla più; i sindacati riescono ad imbrigliare la manifestazione, che tuttavia è imponente, anche per il continuo inserirsi nel corteo di gruppi e cortei studenteschi. A Piazza Duomo, si tengono i comizi e il corteo dovrebbe concludersi, ma si ha un ultimo sussulto di volontà operaia: si decide di recarsi a protestare sotto la RAI, contro la parzialità e la scarsità delle notizie sullo sciopero.I sindacati si guardano bene dall'opporsi, si mettono, anzi, alla testa del corteo, e così davanti alla RAI dopo qualche fischio la manifestazione si scioglie.

Il giorno successivo (4 dicembre) nell'assemblea generale in mensa, contro l'esaltazione t'atta dai membri di commissione interna dell'ordine e della legalità in cui si è svolto il corteo, sono forti le proteste operaie contro i sindacati e il loro comportamento, e, come atto positivo di affermazione della volontà operaia, all'unanimità si decide una ulteriore riduzione della produzione: da 300 a 200 punti. I sindacalisti impazziscono, la direzione fa nuovamente affiggere i manifesti con l'annuncio delle multe.La fabbrica di nuovo si ferma immediatamente, operai ed impiegati si riversano in mensa per l'assemblea. Nella confusione generale metà dei lavoratori decidono di riprendere il lavoro, l'altra metà resta ferma.

Unanime però è il rifiuto del ricatto padronale: "producete a ritmo normale e io toglierò le multe".

La determinazione nel rifiuto di ripristinare la "normalità produttiva" e la "leale collaborazione", caratterizza quest'ultima fase della lotta, in cui i sindacati t'anno la voce grossa col padrone, mantengono gli scioperi programmati di 2 ore e minacciano uno sciopero generale della provincia di Milano in solidarietà con la Pirelli, al solo scopo di giungere ad un rialzo delle trattative. In fabbrica gli operai attendono i risultati degli incontri sindacati-padrone, con la consapevolezza che se anche i termini degli accordi non ci sono, tuttavia, ormai in linea di massima l'accordo c'è. L'attesa per conoscere i contenuti dell'accordo è molto viva, viene registrato un ulteriore punto a favore dei sindacati nel momento in cui questi accettano senza esitare la proposta del padrone di condurre le trattative a delegazioni ristrette. Fino a quel momento, infatti, la presenza e la partecipazione alle trattative di un notevole numero di lavoratori della Pirelli (che quindi controllavano il comportamento delle delegazioni padronali e sindacali) avevano dato molto fastidio sia al padrone che ai sindacati, che si sentivano oggetto di "pressioni".Infine le basi per l'intesa tra sindacati e padroni si precisano e in assemblee tenute in fabbrica — con il permesso del padrone — nei giorni 10 e 11 dicembre, i lavoratori danno mandato ai sindacati di concludere l'accordo sulle basi prospettate.

Ci si rende conto che molte aspettative sono eluse, che le possibilità reali di contestare i ritmi imposti dalla direzione, saranno minime con gli strumenti normativi che l'accordo mette a disposizione dei sindacati. Se la massa degli operai, nelle affrettate assemblee, non ha la possibilità di accorgersi che anche le conquiste salariali sono relative, ciò è ben presente in un buon numero di operai che hanno formato l'avanguardia della lotta. Tuttavia non sembra opportuno spingere alla lotta per il rifiuto dell'accordo, si sente bisogno di una pausa di riflessione, la necessità di un periodo per rinsaldare, nella fabbrica, I'unità reale e la coscienza che la classe operaia della Pirelli ha ritrovate.

DOPO LA LOTTA

La chiusura della vertenza sindacale non ha affatto spento la coscienza e la volontà di lotta della classe operaia della Pirelli, e del resto i limiti enormi dell'accordo non hanno tardato a manifestarsi in modo palese a tutti. I sindacati gridano "Vittoria!" e si assumono la paternità delle conquiste. La CGIL riesce addirittura ad acquisire 1000 nuovi iscritti, 400 la CISL. Nessuno che abbia seguito da vicino la lotta può equivocare il significato di queste "tessere". Gli operai della Pirelli (e non sono gli unici) non rifiutano di per sé lo strumento sindacale, anzi, sono disposti a sostenerlo addirittura finanziariamente, coscienti che non è con l'astensionismo che si combatte la "linea sindacale". Gli operai della Pirelli riconoscono, ovviamente, la funzione tecnica del sindacato, sono ben decisi, per('), a togliere alle organizzazioni sindacali il potere decisionale finora esercitato, e proporsi loro, invece, come i gestori della lotta, dei suoi contenuti, dei modi in cui essa deve svolgersi, e delle mete cui deve approdare. Anche il PCI si sente in dovere di esultare e di assumere con disinvoltura la paternità della lotta in virtù, è vero, di qualche buffo giro di parole. Esemplare il numero speciale de "La Fabbrica" dedicato alla lotta della Pirelli: "Molte discussioni sono nate attorno alla presenza del partito nella fabbrica e sulla sua reale capacità egemonica nell'indirizzo "politico" della lotta. È certo che la t'orza del partito dovrà essere adeguata alla sua reale funzione, ma è altrettanto certo che la spinta verso la discussione prima, la conquista dopo, attorno alla necessità di nuovi strumenti di potere dei lavoratori è venuta in modo determinante dai comunisti (....). Ciò, molto spesso nel fuoco di una lotta lunga, complessa, con momenti del tutto nuovi come le assemblee operaie, non è sempre apparso alla luce del sole. Ma è illusorio pensare che senza la forza dei comunisti nella fabbrica, e quindi solo per virtù di interventi "taumaturgici" esterni, sarebbe stato possibile aprire le porte ad un salutare vento rinnovatore, capace di esaltare il ruolo decisivo, e da nessuno sostituibile, della classe operaia per la costruzione di una società senza padroni".

Finita la lotta, il CUB non ha certo smobilitato e nemmeno ha esultato della "vittoria" su Pirelli. I limiti dell'accordo sono chiari, e in un volantino del 15.1.69, il Comitato li indica sommariamente: "La firma dell'accordo ha portato ad un aumento orario sul cottimo di trentadue lire. Ma solo per chi produce al 100%. E chi non ce la fa? E i lavoratori a cottimo fisso? Quest'accordo incomincia ad essere vantaggioso a partire dall'80% di rendimento (tant'è vero che per un rendimento inferiore si tiene valida la vecchia busta paga) e le trentadue lire diventano così per Pirelli il mezzo per costringerci a mantenere i ritmi da lui stabiliti".

A fine gennaio un documento distribuito dalla CGIL con un confronto tra le vecchie e le nuove retribuzioni, mette la fabbrica a rumore: I'aumento sul cottimo si ha a partire dall'82Yc di rendimento, sono irrisori i vantaggi per i lavoratori a cottimo fisso. La CGIL si limita a commentare così: "Ciò è stato giudicato dai sindacati, nel concludere l'accordo, un limite di scarso rilievo, in quanto chi non arriva a produrre il 100% è in diritto di contestare la tabella". La superficialità (a dir poco) è davvero grossolana . In fabbrica la discussione sui ritmi di produzione e sul cottimo, se forse in qualche settore si era affievolita, riprende e si guarda all'esempio dato dal reparto confezioni, in cui gli operai non hanno smesso di produrre al ritmo deciso da loro, incuranti dei ritmi e delle minacce del padrone.

Quasi ogni giorno si registrano continue fermate contro tentativi di rappresaglia e su problemi specifici di reparto. È già avvenuto un incontro all'Assolombarda martedì 4 febbraio sul problema delle qualifiche. Si sta organizzando la lotta su qualifiche, orari e mensilità. I sindacati sono riusciti a far ritardare la ripresa della lotta di sette reparti, portando come giustificazione la necessità di concludere prima la trattativa sulla mutua aziendale e l'incontro sulle qualifiche . La lotta si prospetta dunque vicina; il clima nella fabbrica è esplosivo. Anche la partecipazione allo sciopero generale delle pensioni si prospetta non come partecipazione puramente dimostrativa, ma attiva. Il Comitato di Base, assieme al Movimento Studentesco e a gruppi di operai della Borletti e della Sit-Siemens, ha distribuito un volantino in cui rifiuta la logica "sindacale" del problema e ne prospetta una visione politica.

Le pensioni sono l'ultimo momento dello sfruttamento:

"Ecco perché il problema delle pensioni è strettamente legato alla condizione generale di sfruttamento dei lavoratori, ecco perché non possiamo accettare proposte che invece di unirci ci dividono maggiormente. Infatti l'aumento percentuale richiesto è negativo per i lavoratori. In primo luogo dal punto di vista economico, perché è sempre più avvantaggiato chi già prende di più (col 10% di aumento chi ha 30 avrà 3; chi ha già 300 avrà 30). In secondo luogo, dal punto di vista dell'unità della classe, le divisioni che già esistono tra i lavoratori vengono ancor più accentuate a tutto vantaggio dei padroni". Anche gli studenti lavoratori decidono di uscire dalla tacita accettazione del doppio sfruttamento in fabbrica e nella società. Si riuniscono, fanno un volantino per denunciare le condizioni del lavoratore studente, indicono un'assemblea e chiedono solidarietà a tutti gli operai della Pirelli in vista di una lotta sui loro problemi.

Per il CUB i problemi più urgenti ora sono di due tipi:

a) la strutturazione interna del CUB nella fabbrica e fuori. Avvicinare gli operai già sensibilizzati al discorso, chiarire discutere, approfondire insieme, portare nell'Università la discussione sul Comitato di Base, fare, assieme agli studenti più sensibili su questi problemi, una valutazione dell'esperienza politica della Pirelli.

b) approfondire e ampliare il discorso politico, nella prospettiva di un'unificazione delle lotte.

S'impone, infatti, ormai la necessità di un incontro che vada oltre al "confronto" di esperienze. Porto Marghera, la Saint Gobain, I'Alfa Romeo, I'Innocenti, la Philips, la Candy manifestano la comune esigenza di un collegamento continuo ed organico per il coordinamento delle lotte e per la creazione di una linea politica comune che si ponga in atteggiamento eversivo al sistema. I Comitati di Base possono essere lo strumento adatto allo scopo, ma c'è da tener ben presente che un comitato unitario di base non è uno strumento vuoto, che può esser riempito da chiunque e da qualunque contenuto. Tutti ora parlano di Comitati di Base e molti sono pronti ad assumerne la paternità, per "egemonizzare" dall'esterno la lotta in fabbrica. Il CUB s presenta invece come un'organizzazione delle forze anticapitalistiche che sorge dentro le masse, e non si pone fuori di esse con la funzione di egemonizzarle a livello organizzativo e dottrinario. Il CUB è lo strumento di espressione della coscienza politica e della volontà di lotta delle masse, e contemporaneamente è il mezzo per far crescere l'una e l'altra.



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