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CVM - Petrolchimico di Porto Marghera

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CVM - Petrolchimico di Porto Marghera
Possiamo rimanere ragionevolmente tranquilli?
D'accordo: cerchiamo di essere concreti!
Per essere precisi: volete il mercato?
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cvmPossiamo rimanere "ragionevolmente tranquilli"?

Ogni analisi di fenomeni sociali "indipendente da valori" si fonda sulla tacita assunzione di un sistema di valori che è implicito nella scelta e nella interpretazione dei dati. Evitando il problema dei valori, quindi, non è che gli scienziati sociali siano più scientifici, ma al contrario, lo sono di meno, in quanto trascurano di formulare esplicitamente gli assunti che sono alla base delle loro teorie. Essi sono esposti alla critica marxista che "tutte le scienze sociali sono ideologie camuffate". F. Capra


 INTRODUZIONE

NON TRATTEREMO DEI MASSIMI SISTEMI E NEPPURE DEI GRANDI PROBLEMI DELL'ECOLOGIA, MA DI UN CASO SPECIFICO CHE SI PRESTA AD AMPIE GENERALIZZAZIONI SULLA SOCIETA' CAPITALISTICA E SULLA NECESSITA' DEL SUO SUPERAMENTO

Se in apertura del nostro opuscolo riportiamo un'affermazione di Fritjof Capra [1], è perché consideriamo positivo che dei borghesi – pur se tendenti ad un ecologismo ibrido, impastato nello stesso tempo di scienza e spiritualità - riescano a rendersi conto che il marxismo è tutt'altro che morto. Più ancora, riteniamo positiva la rivendicazione dell'"assunzione di un sistema di valori" come inevitabile per la scelta e la lettura di qualsiasi informazione.

Non sono i dati che possono mancare. Oggi è possibile accedere a molte banche-dati e, quindi, ad una montagna di informazioni dei più svariati tipi, semplicemente navigando all'interno della Rete tramite il computer di casa.

Ma le informazioni brute, i dati grezzi, possono essere considerati come i numeri naturali: chiunque è in grado di enumerarli nella loro successione infinita (unico limite sarà il tempo a disposizione), ma la complessità delle relazioni fra di essi non sarà mai compresa se non si è in possesso di una solida teoria dei numeri (o "sistema di valori", per usare l'espressione di Capra).

Alla stessa stregua dei numeri naturali, qualsiasi fatto, qualsiasi situazione, qualsiasi avvenimento può essere facilmente associato, da chiunque, a non importa quale altro occasionale fenomeno; ciò sarà possibile facendo ricorso all'evidenza palese, al classico buon senso, se non addirittura… ai proverbi del nonno. Ma al buon senso non si può certo fare appello quando si vogliano indagare scientificamente i nessi nascosti, le leggi che governano il movimento ed i rapporti causali esistenti fra i più disparati elementi presenti all'interno di una società. A maggior ragione, se il quadro all'interno del quale si svolge un determinato avvenimento abbraccia un'area ed un tempo che inevitabilmente sfuggono alla nostra individuale ed immediata percezione (es., il mondo intero con la sua storia anche soltanto di un paio di generazioni), il buon senso si rivelerà come una palla al piede e ci impedirà perfino di comprendere le cose più semplici e più ovvie.

Il "sistema di valori", una chiave di lettura teorica della realtà, dunque, non solo è indispensabile per comprendere i "grandi problemi dell'universo", ma anche i più semplici problemi epidemiologici, come quello che qui affrontiamo. Non basta che la teoria relativa a qualsiasi tipo di problema sia chiara nelle nostre teste; essa deve essere sempre esplicitata nitidamente, se non si vuole che un possibile dialogo per lo scambio delle informazioni, dei dati, risulti ben presto un dialogo fra sordi. Non succede e non succederà mai che l'incomprensione su di un determinato tema sia generata dal fatto che i "dialoganti" partono uno da una "posizione teorica", e l'altro da una "posizione pratica". Questa è una falsa contrapposizione: se i fenomeni che si vogliono descrivere sono gli stessi, se il terreno che si vuole attraversare è comune, allora dovrà inevitabilmente essere comune pure il linguaggio. Quando non vi è possibilità di usare un comune linguaggio, è perché il trasmittente ed il ricevente si trovano collocati su lunghezze d'onda differenti: partono cioè da asserzioni differenti, usano chiavi di lettura differenti.

Può succedere allora che ci si sforzi di lanciarsi messaggi, per amore di "unità", per non demordere di fronte alla possibilità di risolvere un problema la cui soluzione si considera di utilità comune. In questo caso l'unica cosa seria non è tanto continuare caparbiamente a "discutere", quanto rendere espliciti i punti di partenza del proprio discorso, nel rendere esplicito il proprio "sistema di valori", nel rendere esplicita la propria teoria. Quindi dichiariamo in maniera esplicita che il nostro "sistema di valori" (la nostra teoria) è quello che permette di affermare senza mezze misure che "tutte le scienze sociali [prodotte dall'attuale società] sono ideologie camuffate"; dichiariamo in maniera esplicita che la nostra teoria è la critica dell'economia politica "vecchia" ormai di un secolo e mezzo, vale a dire il "vecchio" marxismo. Termine sotto il quale, oggigiorno, si raccoglie arbitrariamente un po' di tutto.

Aggiungiamo indicativamente che ci rifacciamo all'esperienza storica della Sinistra Comunista, che denunciò la degenerazione socialdemocratica tipica della Seconda Internazionale, la degenerazione stalinista della Terza e, nel secondo dopoguerra, l'integrazione totale nello stato capitalista di sindacati e partiti sedicenti operai. In questo periodo si caratterizzò soprattutto per lo sforzo di riannodare il filo rosso del comunismo rivoluzionario principalmente attraverso un'analisi rigorosa del capitalismo ultramaturo e di tutte le forme storiche dell'opportunismo, tutte riconducibili ad un denominatore comune, che è quello della corresponsabilità nel mantenimento dell'ordine borghese.

Nelle pagine che seguiranno non tratteremo i grandi sistemi riguardanti l'universo, ma ci limiteremo a parlare di un problema specifico (uno dei tanti) all'ordine del giorno, in questi ultimi anni, nel limitato spazio del Comune di Venezia; più precisamente di Porto Marghera. Benché vissuta in prima persona dagli abitanti del territorio veneziano, tale situazione è seguita, da parte degli "interessati ai lavori", molto attentamente ben oltre lo stesso territorio nazionale. Per tutti è chiaro come l'esito del "processo-Casson", contro gli imputati in giudizio per la morte dei lavoratori all'interno degli impianti di Montedison ed Enichem, abbia una valenza internazionale.

Affronteremo non tanto la questione dell'insieme della tossicità dell'industria chimica presente nel polo industriale, quanto il problema della cancerogenicità di una particolare sostanza: il Cloruro di Vinile Monomero (CVM). La relazione fra l'angiosarcoma epatico (nonché altre forme tumorali attualmente allo studio) e la produzione industriale di tale sostanza è infatti certa.

Ci preme sottolineare subito alcuni aspetti di questo nostro breve lavoro:
1) Sia grande oppure piccolo il problema al quale vogliamo rapportarci; siano "teorici" oppure "pratici" (per noi non vi è separazione né tantomeno contrapposizione fra i due termini) i grossi ostacoli che di volta in volta dobbiamo superare, troveremo le nostre categorie concettuali, i nostri strumenti - politici e quindi tecnici – a partire da quel "sistema di valori" che è dato dalla critica dell'economia politica, cioè dalla critica della società di classe all'interno della quale viviamo. Chi pensa ingenuamente (ingenuamente?) di poter evitare questo terreno, farà sicuramente del lavoro pratico, ma il suo lavoro si svilupperà – volente o nolente – sulla base di categorie e strumenti concettuali tipici della economia politica (e non della sua critica e negazione), che sono il fondamento dell'attualissima e concretissima società borghese.
2) Se affrontiamo il problema della cancerogenicità del CVM, non è certo per inseguire in modo immediatista un tema che fa audience. Per il nostro modo di affrontare i problemi, lo studio delle più diverse questioni che ruotano attorno al Cloruro di Vinile, non è altro che lo studio di un vastissimo gruppo di problemi, nella costante ricerca non tanto del o dei colpevoli di turno, quanto del comune denominatore che tutto avviluppa, sia che si parli dell'angiosarcoma epatico oppure dell'encefalopatia spongiforme ("mucca pazza") o dei cancri ai polmoni provocati (in aggiunta ad altre cause) dalla combustione di tonnellate di prodotti petroliferi che migliaia di autoveicoli scaricano giornalmente nell'atmosfera, ecc. ecc.
3) Dobbiamo sempre ricordare che, per quanto grandi siano i nostri sforzi e la nostra capacità di individuare e denunciare sostanze tossiche e cancerogene (o schifezze di qualsiasi natura) prodotte dalla necessità di valorizzazione del Capitale, sempre maggiore sarà la sua capacità di produrne di nuove.

Significa forse che dobbiamo starcene con le mani in mano? Che dobbiamo impedirci di "fare qualcosa"? "Bisogna pur cominciare da qualche parte"! Sicuro che bisogna pur cominciare da qualche parte (ce l'hanno ripetuto fino alla nausea - durante i recenti bombardamenti in Yugoslavia - i vari Clinton, i vari Bonino e soci). In fondo questo piccolo lavoro è un "cominciare da qualche parte" a studiare un problema da un'angolazione diversa rispetto a quella corrente, anche se nessuno si aspetta risultati eclatanti nell'immediato.

In ogni caso, non è mai indifferente da dove si comincia. Soprattutto dobbiamo sapere che, da qualsiasi parte si cominci, ciò non è mai casuale. L'obiettivo che si comincia a "bombardare" e, soprattutto, il modo in cui lo si attacca dipendono sempre – vi sia consapevolezza o meno – dal sistema di valori, dai presupposti teorici, dai più generali obiettivi strategici dai quali ognuno prende le mosse.

Cercheremo di non appesantire il testo con troppi riferimenti tecnici, ma non potevamo certo affrontare l'argomento appoggiandoci ai luoghi comuni che si leggono su qualsiasi Gazzettino di Venezia o Nuova Venezia, non si possono "trasformare i macigni in pillole". Siamo convinti che non pochi lavoratori del Petrolchimico di Porto Marghera (come di un qualsiasi impianto del genere) sono in grado, qualora lo vogliano, di seguire e comprendere senza eccessivo sforzo quanto abbiamo scritto e, se vorranno discuterne, sarà possibile approfondire il problema trattato, contro chi invece tende a banalizzarlo pur partecipando al giustificato allarme.

Di proposito non abbiamo voluto affiancarci  alla denuncia del macroinquinamento provocato dalle migliaia di tonnellate di inquinanti provenienti dai camini del polo industriale. Strada, questa, percorsa ad esempio nell'utilissimo lavoro sviluppato dall'associazione "Gabriele Bortolozzo" [2], lavoro che si conclude con la richiesta di una "indagine epidemiologica sulla popolazione del veneziano". La rivendicazione è sacrosanta, però deve essere chiaro che essa può avere un esito positivo alla sola condizione che vi siano delle forze sociali che spingano alla sua realizzazione.

E' illusorio e fuorviante indurre a pensare che queste forze sociali possano essere "il Comune e la Provincia e la Regione Veneto" alle quali ci si vuol rivolgere. Anche se oggi questi soggetti istituzionali sono parti civili all'interno del processo Casson, accanto a vecchi operai ammalati oppure ai parenti degli operai ormai morti a causa del cancro provocato dal CVM, sorge spontanea una domanda: dov'erano anni fa queste istituzioni? Cosa pensano oggi queste istituzioni, a proposito del campo di cancerogenicità del Cloruro di Vinile Monomero (CVM) e di tutti gli altri prodotti o "situazioni" cancerogene, permesso dalle leggi dello Stato? D'altra parte, quando si scrive che "se enti locali e magistratura non si muoveranno autonomamente" (da chi o da che cosa?), significa che almeno qualche dubbio esiste, in proposito.

Che si farà in tal caso? Ci si rivolgerà ai partiti? E' certo che essi non potranno dare qualcosa di diverso rispetto a quanto hanno dato fino a questo momento.

Ci si rivolgerà all'opinione pubblica? Ma questa non è affatto una "forza", bensì il risultato sul "pubblico" di sollecitazioni che derivano dalle idee della classe dominante, quindi una categoria astratta, nel suo complesso aleatoria ed indefinibile. E' vero che all'interno della indistinta massa sociale, tramite una selezione accurata, potrebbero essere individuate tendenze e strutture che c'interessano, ed è vero che queste ultime potrebbero anche disporsi in un "ordine" particolare di fronte  a certe situazioni sociali; ma allora il problema diventa quello di affrontarle per quello che sono, cioè delle correnti di classe. In tal caso occorre essere consapevoli che ciò significa distruggere alle radici il concetto stesso di "opinione pubblica".

Ci si rivolgerà alle varie associazioni sul territorio? Se sono forze reali di lavoro e non semplici sigle sulla carta possono sicuramente dare, per ora, degli utili risultati sul piano della conoscenza, come per esempio il già citato lavoro dell'Associazione Bortolozzo, ma bisogna avere la chiara consapevolezza che ci vuole ben altro per impedire "nel futuro di continuare ad avere un aumento ed un numero spropositato di tumori di ogni tipo", come vi si legge.

Per quanto ci riguarda, non intendiamo in alcun modo distribuire consigli su quanto debbano fare gli altri: ognuno seguirà la strada che avrà scelto in base a convinzioni individuali che saranno determinate soprattutto dai potenti campi di forza "ideologici" prodotti dalla presente società. Noi seguiremo la strada della denuncia dell'informazione mistificante, come cerchiamo di spiegare lungo le pagine seguenti, quella stessa che profonde grandi quantità di dati sul cloruro di vinile e altri veleni presenti nell'ambiente di lavoro ma si guarda bene dal rendere pubblico il meccanismo attraverso cui gli operai si ammalano di cancro.

Non mettiamo qui in discussione la veridicità o meno dei dati che di volta in volta le aziende chimiche forniscono in rapporto ai limiti di legge (concentrazione media consentita nell'arco dell'anno: fino a 3 ppm, parti per milione). Nel caso specifico l'informazione mistificante consiste nel rapportare un certo numero di ppm rilevate nell'ambiente alle 3 ppm limite stabilite dalla legge. Ora, si sa benissimo che qualunque sia il dato denunciato dalle aziende chimiche, questo rappresenta un campo di cancerogenicità effettivo (alto o basso che sia), mentre il limite di legge è un campo di cancerogenicità giuridico, al di sotto del quale il cancro legalmente non esiste. Se si muore di cancro lo stesso, nessuno è perseguibile legalmente, perciò nessuno è colpevole.

Chi supera tale limite è evidentemente al di fuori delle leggi dello Stato. Ma chi permette che si lavori in questo campo di cancerogenicità (da un impossibile zero a 3 ppm di CVM) sapendo che un lavoratore che ruota attorno ai reparti dove si produce quel cancerogeno può essere colpito da angiosarcoma epatico, e lo rassicura sull'assenza di un tale pericolo, si colloca all'interno delle leggi dello Stato, oppure ne è fuori?

In tempi diversi, quando si è in presenza di un forte movimento di classe, è facile, per l'insieme dei proletari, dare una risposta a questo tipo di domande per prima cosa distruggendo la domanda stessa: il cancro, come tutte le malattie, si previene vivendo bene, non si cura dopo che si manifesta vivendo male. E non serve a nulla piangere sui morti.

Oggi, in questo triviale mercato della carne da cannone, i proletari dovranno forse trovare una risposta nel Codice Penale? E se anche fosse, a quale voce: omicidio colposo oppure doloso? E chi o cosa dovrà essere processato?

Non è questa la strada.

 

[1] Fritjof Capra, Il punto di svolta, Feltrinelli, pag. 158.

[2] L'aria che respiriamo ed i suoi effetti, a cura dell'Associazione Gabriele Bortolozzo, Porto Marghera giugno 1999.


POSSIAMO RIMANERE "RAGIONEVOLMENTE" TRANQUILLI?

OGNI TUMORE E' MONOCLONALE, VALE A DIRE CHE LA CRESCITA NEOPLASTICA HA ORIGINE DALLA TRASFORMAZIONE DI UN'UNICA CELLULA. E' SUFFICIENTE UNA SOLA MOLECOLA DI SOSTANZE CANCEROGENE PER CAUSARE LA TRASFORMAZIONE DI QUESTA CELLULA, PERCIO' NON ESISTE UN CRITERIO SCIENTIFICAMENTE ACCETTABILE PER DEFINIRE LIMITI DI SICUREZZA TOTALE, MA SOLO CRITERI ECONOMICI E POLITICI.

A lato del grande calderone della lotta all'inquinamento, qualche lavoratore del Petrolchimico di Porto Marghera (soprattutto chi, avendo avuto la fortuna di non ammalarsi e di non morire, continua ad operare a stretto contatto con il CVM) potrebbe, di tanto in tanto, chiedersi quale fine abbia fatto il processo contro una trentina fra i molti responsabili della morte di circa 130 operai occupati per anni in questo stesso stabilimento; morte causata da uno degli svariati cancerogeni che qui vengono prodotti: il Cloruro di Vinile Monomero, appunto. La domanda potrebbe ricevere una risposta del tipo: il processo è sempre vivo e rimane chiuso all'interno delle aule giudiziarie perché sorretto esclusivamente dagli articoli del Codice Penale, mentre voi lavoratori rifiutate di far sentire il vostro appoggio alle "parti civili".

In realtà l'eco del processo giunge, all'insieme dei lavoratori, alquanto ovattato. E' vero che non si può pretendere di ascoltare la dirompente Cavalcata delle Valchirie da chi sa solo eseguire un riposante Adagio, ma non si va molto lontani dal vero affermando che le organizzazioni sindacali (FULC ed RSU del Petrolchimico, in testa) hanno fatto e continuano a fare di tutto per indirizzare l'ascolto dei lavoratori verso l'adagio soporifero impedendo l'innalzamento del tono, del ritmo e del volume.

D'altra parte, i lavoratori chimici non possono pretendere che il gruppo degli avvocati delle "parti civili" (non dell'insieme dei lavoratori del Petrolchimico, dunque), armati dello Statuto dei Lavoratori distribuiscano qualche migliaio di volantini per far luce sull'uso, contro gli imputati al processo, di una serie di articoli del Codice Penale. In fondo, non si può fare alcuna critica ad un avvocato se - facendo il suo mestiere - sintetizza il discorso in questo modo: prendi la bicicletta e pedala, ovvero, se la cosa ti interessa, prendi un giorno di ferie ogni tanto, e segui le udienze all'aula-bunker di Mestre. Così, non gli si può fare alcuna particolare critica se – in modo del tutto professionale - aiuta i suoi assistiti costituitisi "parte civile" contro gli imputati a ritirare la propria adesione in cambio di un po' di denaro (alleggerito, naturalmente, della dovuta percentuale). E cavoli suoi per chi non sa, o si ostina nel rifiuto di "annusare" la concretezza della situazione.

Dal canto loro, le organizzazioni ambientaliste sembra siano molto impegnate ad articolare il discorso in tanti aspetti distinti, pur focalizzando e denunciando un degrado generale dell'ambiente (terra, acqua ed aria) nel quale viviamo. Nel fare ciò esse non possono fare a meno di impegnarsi verso il proprio referente all'interno della società, cioè un "popolo" indistinto e aclassista, quello stesso che in certe occasioni si trasforma in "elettorato". E' naturale che per queste organizzazioni il referente non possa essere la sola classe operaia delle fabbriche di Marghera, che per ora ha fornito i morti accertati, in quanto la nocività dell'aria e delle acque (causata da queste stesse fabbriche e dall'insieme della vita sociale dell'intera pianura Padana) non colpisce solo la classe operaia, bensì tutta la popolazione.

Nello stesso tempo, paradossalmente, non ci si può rapportare alla "popolazione" in quanto categoria del tutto generica: ci si troverebbe di fronte alla somma dei singoli "cittadini", senza alcuna distinzione particolare fra di loro, eccetto che per il colore degli occhi o per la circonferenza del ventre. Con questi cittadini si può avere, nella migliore delle ipotesi, un rapporto esclusivamente individuale, con il risultato inevitabile che la diffusione di "informazione" e la dissipazione di energia si sparpagliano in mille rivoli e perdono ogni efficacia.

Si comprende così come l'unico rapporto possibile venga individuato nel "confronto" con le rappresentanze di questa stessa popolazione, come per esempio gli organi istituzionali, i partiti politici, i movimenti "apolitici", ecc., verso cui o attraverso cui sono presentate istanze concernenti interessi particolari della popolazione. Si chiede giustizia e risarcimento attraverso il processo CVM, si chiedono discariche o inceneritori sicuri ed efficienti, si rivendicano aria, terra e mare puliti. Considerando che da sola l'istanza non può reggersi in piedi, il presentarla rimanda immediatamente ad una qualche forma di rappresentanza e, quindi, agli organismi istituzionali ed alle forze politiche ed "apolitiche" cui si è appena accennato; a meno che non si ipotizzi di lavorare alla formazione di una rappresentanza di tipo nuovo, che non abbia nulla a che vedere con le forze e forme istituzionali esistenti. Ma ciò comporterebbe un ribaltamento totale delle attuali logiche politiche introducendo un tipo di battaglia che nessuno oggi, a livello degli organismi esistenti, si sogna neppure di pensare.

Limitiamoci all'esistente. Non si tratta di negare la possibilità di informare capillarmente, di volantinare ai grossi incroci cittadini, davanti agli ipermercati o all'interno dei mercatini rionali; meno che meno si tratta di negare l'utilità di forme assembleari che non siano esclusivamente assemblee operaie. Non c'è nulla che impedisca seriamente di volantinare al Petrolchimico se non forse il timore di prendere qualche sonoro rimbrotto (in questi casi è sempre bene chiedersi: chi o che cosa "impedisce" di fare una certa attività?).

Il problema reale sta quindi nella natura dell'informazione che si fornisce, perché questa, a sua volta, determinerà il tipo di referente a cui rivolgersi. Non è mai un semplice problema di "verità", perché ogni informazione, per quanto precisa, sarà quasi sempre colta dal referente secondo quanto egli ha già in testa. Non solo, ma chi fornisce l'informazione lo fa già adeguando le caratteristiche di quest'ultima a quelle del referente. L'arte del politicantismo consiste appunto nel saper dire bene quel che l'ascoltatore vuol sentirsi dire.

Molto si è parlato (e straparlato), ad esempio, del Cloruro di Vinile Monomero. Non occorre compiere grandi sforzi per rendersi conto che toccare questo tasto, a Porto Marghera e particolarmente con i lavoratori dell'EVC, dell'Enichem e di tutta l'area del Petrolchimico, è estremamente faticoso, perché questi stessi lavoratori sono portati immediatamente a chiudersi a riccio in una difesa delle condizioni della loro esistenza; difesa che però si indirizza su obbiettivi che vanno in direzione diametralmente opposta alla sacrosanta pretesa di condurre una vita decente e che si può sintetizzare nella disgraziatissima parola d'ordine: "pane e monomero!".

Nella confusione imperante, la maggior parte dei lavoratori del Petrolchimico, preoccupati della "difesa del posto di lavoro (costi quel che costi!)" riescono ad ascoltare, come abbiamo detto sopra, solamente il tipo di informazione che vogliono ascoltare.

Si può decidere di essere indifferenti di fronte alla presenza di un qualsiasi agente cancerogeno ed affidarsi alla possibilità che esso ci passi a fianco senza che si accorga di noi; oppure si può, lancia in resta, partire per una strenua caccia ad un singolo cancerogeno - o singolo gruppo di sostanze cancerogene - non preoccupandosi, poi, di risalire alle cause che hanno portato alla produzione industriale di tali sostanze chimiche.

Ognuno fa le "scelte" che crede più opportune, o che l'ambiente sociale circostante gli permette.

Le stesse industrie chimiche, dovendo lottare strenuamente per conservare la loro posizione all'interno di un mercato sempre più concorrenziale, si rendono conto che in questa guerra commerciale possono esserci degli "effetti collaterali" (leggi: perdita di vite umane), e questo perché sono assolutamente vincolate dal rapporto tra i costi di produzione e i costi della sicurezza; rapporto che, come insegna tutta la storia dell'industria, non può sbilanciarsi a favore della sicurezza oltre un certo limite, pena la chiusura immediata della stessa attività produttiva. [3]

In un ambiente nel quale ci si rifiuta di discutere pubblicamente un problema così grave; dove non sono coinvolti nella discussione neppure quei soggetti che in prima persona lo hanno vissuto e lo vivono sulla propria pelle; in cui sembra si eviti di farlo uscire dallo stretto ed esclusivo ambito delle aule giudiziarie; in cui gli unici portavoce sono i gazzettini locali; in cui si formano ristretti conciliaboli intorno al classico e triviale "mercato delle vacche"; in questo ambiente risulta ben difficile presentare non tanto una proposta, quanto un serio piano di discussione e soprattutto di lavoro che vada oltre la superficialità della "presa di posizione" assolutamente fuorviante ma ormai comune: prodotto chimico x sì, prodotto chimico y no; chimica sì, chimica no.

Nonostante tutto, crediamo sia utile far circolare alcuni argomenti di riflessione che finora non hanno fatto parte del "dibattito". Noi non partecipiamo affatto ad esso, in quanto siamo del tutto estranei alla logica che un tal tipo di dibattito sottende, mentre ci interessa moltissimo gettare la sonda di un detector, un rilevatore in grado di dirci se vi sono elementi che, avendone ormai le tasche piene, siano in grado di sottrarsi ai luoghi comuni e alle trappole degli organismi rappresentativi ufficiali.

Le note che ci servono a questo scopo sono certamente limitate rispetto ad una trattazione approfondita dei problemi e scontenteranno sia chi ha eccessive pretese di semplicità, sia gli addetti ai lavori. Tuttavia ci rivolgiamo a tutti perché non vogliamo essere elementi passivi in una guerra di interessi opposti, dove i rapporti di forza sono assolutamente sproporzionati e la bilancia pende in modo del tutto favorevole dalla parte dei fautori e dei puntellatori del sistema esistente, mentre non vi è forza che sia effettivamente dalla parte di chi subisce ogni giorno gli "effetti collaterali", cioè dalla parte degli operai. I quali, più che frequentare le aule giudiziarie, sono abituati a frequentare le "aule di produzione", e per tale motivo sono il più scontato bersaglio del bombardamento a base di agenti cancerogeni.

Non ci interessa qui sviscerare tutti gli aspetti di carattere tecnico-scientifico sui quali si basa il "processo-Casson", che vede imputati 32 dirigenti di Montedison ed Enichem per la morte di oltre 130 operai che lavoravano alla produzione del CVM, né dilungarci sui miglioramenti, reali o presunti, apportati negli impianti di produzione, dal punto di vista della sicurezza dei lavoratori che attualmente vi sono impegnati. Ma, prendendo lo spunto da un solo fatto significativo, ne soppeseremo le conseguenze.

Si tratta dell'informazione diffusa dalle aziende in materia di sicurezza nei posti di lavoro. Diciamo subito che bisogna imparare a distinguere fra informazione e mistificazione: da un punto di vista puramente formale si può mistificare anche informando correttamente. Prima ancora, però, di vedere la differenza fra informazione formalmente corretta ed informazione mistificante, vogliamo sgombrare il campo da quella che consideriamo una semplice informazione banale, se non proprio una semplice banalità.

Prendiamo, a titolo d'esempio, l'intervista concessa a Repubblica dal presidente di EVC-Italia, Vidotto, ed apparsa sullo stesso giornale il 25 febbraio 1999. Essa, così come riportata nella forma giornalistica, non è che una sagra delle ovvietà: vi si dice di tutto con la massima cura di dire il niente assoluto. Lasciamo perdere il titolo, che sarà dovuto alla redazione: per un operaio che lavora al Petrolchimico leggere che "Il vinile non è dannoso per la salute" è semplicemente come ricevere un insulto arrogante. C'è di buono, nonostante tutto, che quel "niente assoluto" diventa una spia rivelatrice di un disagio provocato dalla impossibilità di evitare madornali contraddizioni.

Non dubitiamo che il Vidotto abbia delle idee proprie sul significato di "totale innovazione" dei processi produttivi, però potrebbe fare uno sforzo per spiegare anche a noi comuni mortali cosa intende quando usa questi termini. Per esempio: è proprio vero che sono strutturalmente cambiati a Porto Marghera i nuovi reparti per la produzione del CVM e del PVC, dal 1971 ad oggi? Ci potrebbe precisare inoltre che cosa significa "zero impatto ambientale" oppure "minimizzazione dell'impatto ambientale"? E quale differenza si attribuisce alle due espressioni? Ed ancora, cosa significa parlare di "ulteriore minimizzazione del rischio per i lavoratori implicati nella produzione"?

Se "il vinile non è dannoso alla salute" e si è minimizzato l'impatto ambientale, quale potrà mai essere la causa di rischio? Forse che, durante un'operazione manutentiva, una qualsiasi flangia può cadere sul piede di qualche meccanico? Forse che un lavoratore, colpevolmente incurante di mettersi l'elmetto, può essere centrato dagli escrementi liberati da un gabbiano in volo? Oppure, si sta pensando al rischio di angiosarcoma epatico, o ad un'analoga schifezza?

Una cosa è chiara: oggi, dopo ampi studi sull'epidemiologia dei tumori nei paesi più avanzati, si sa benissimo che i tumori un tempo ritenuti spontanei sono in realtà quasi totalmente provocati da agenti cancerogeni artificiali. Questa conoscenza sarebbe di vitale importanza al fine di predisporre misure sul piano preventivo per ridurre drasticamente l'incidenza dei tumori nella specie umana. Basterebbe infatti ridurre altrettanto drasticamente gli stimoli cancerogeni a cui la popolazione tutta e i lavoratori in particolare sono massicciamente sottoposti. [4]

Che significa però "ridurre drasticamente"? Siamo certi che EVC si è attivata per la "minimizzazione del rischio" di cancro ed accettiamo pure per buona (salvo prova contraria) l'affermazione sull'innalzamento dei margini di sicurezza nell'esposizione al CVM, che oggi - così si dichiara nell'articolo - sono di ben dieci o venti volte superiori ai limiti di legge (in seguito vedremo che, accettando i valori comunicati dalla stessa azienda, i margini di sicurezza si sarebbero alzati di "ben" 11.111 volte). [5]

Ma che tipo di conoscenza si può ricavare dall'affermazione che siamo passati, ad esempio, da 1 parte per milione di CVM a 0,1, oppure 0,05 ppm (valori riportati dall'intervista suddetta)?

Questa, si può definire informazione? E qual è il confine fra informazione e mistificazione (ricordiamo che anche una informazione formalisticamente corretta può essere mistificante)?

Proviamo a fare un esempio di informazione corretta:

"La legge ci impone di non superare, all'interno dei nostri reparti di produzione, la concentrazione media di 3 ppm di cloruro di vinile, nell'arco dell'anno. Nei nostri reparti non viene superata tale concentrazione. Noi rispettiamo la legge".

Ed ora, un esempio di informazione mistificante:

"La legge ci impone di non superare, all'interno dei nostri reparti di produzione, la concentrazione media di 3 ppm di cloruro di vinile, nell'arco dell'anno. Nei nostri reparti non viene superata tale concentrazione. Noi rispettiamo la legge. I lavoratori in quei reparti possono stare tranquilli".

Dove sta la mistificazione? L'informazione mistificante consiste nella riproduzione in tutte le salse di un criterio di misura (ppm) che, rapportato ai limiti di legge, risulta molto più basso e quindi ingenera indebita sicurezza.  Ma quel dato, di per sé, non rappresenta affatto una garanzia assoluta nei confronti del cancro che può colpire i lavoratori. Lo stesso criterio è utilizzato indifferentemente, senza le necessarie specificazioni, per affrontare i problemi posti sia dalla generica prevenzione ambientale, sia dalla biochimica o dall'epidemiologia. Ad esempio, il possibile rapporto fra molecole organoclorurate e recettori proteici, concausa del possibilissimo avvio di un processo cancerogeno, non dipende dalle "parti per milione", cioè una diffusione misurabile sempre in quanto media, ma dalla quantità di molecole presenti in prossimità delle cellule interessate, e soprattutto anche in relazione al tempo di esposizione.

Estremizzando: poiché un metro cubo è la milionesima parte di un ettaro cubico, se immaginiamo questo ettaro libero da tossine per 999.999 metri cubi, è ovvio che dovrà esservi da qualche parte la concentrazione di un metro cubo di CVM puro [6]; inoltre, ed è la cosa più importante, anche in presenza di elementi tossici in diffusione media di una ppm, le loro molecole rimangono tali, non si possono diluire. Noi possiamo diluire del colore rosso in uno bianco passando attraverso tutte le gradazioni del rosa fino a non distinguere altro che il bianco una volta giunti ad una ppm, ma in un litro di colore bianco vi sarà sempre un millimetro cubo di molecole di pigmento rosso. Rosso, non rosa.

Eppure il criterio generalissimo, e di per sé corretto, della concentrazione media (ppm) è utilizzato nel nostro caso per rispondere a problemi molto specifici posti dalle più diverse istituzioni dello Stato, per esempio dalla magistratura con il processo Casson.

Utilizziamo, a titolo esemplificativo, un documento di EVC datato 27 febbraio 1998 e indirizzato "a tutto il personale di Porto Marghera-Ve". Ciò prima di tutto per fare in modo che la questione  non lasci più dubbi, in secondo luogo per avere un argomento di partenza, offerto dalla stessa azienda, sul quale impostare una discussione con tutti coloro che volessero affrontare seriamente il problema della cancerogenicità del Cloruro di Vinile Monomero. Al capitolo L'indagine epidemiologica sui lavoratori del ciclo CVM/PVC e i suoi obbiettivi possiamo leggere (pag. 9):

"A fronte della correlazione tra esposizione al CVM in elevate concentrazioni (superiori a 500 ppm - parti in volume di CVM per ogni milione di parti di atmosfera) e possibile insorgenza di angiosarcoma al fegato nell'uomo, l'industria ha realizzato interventi radicali sui processi di produzione del CVM e del PVC per ridurre e limitare drasticamente la concentrazione di CVM negli ambienti di lavoro" [7].

Cerchiamo di capire.

La prima domanda che ci si pone è se la possibile insorgenza di angiosarcoma al fegato dell'uomo è data dalla "esposizione al CVM", oppure dalla "esposizione al CVM in elevate concentrazioni". Espresso in altri termini: è sufficiente che vi siano molecole di CVM per far partire un processo cancerogeno, oppure è indispensabile che vi sia una loro concentrazione?

Innanzitutto, è evidente che quando si verifica un'insolita frequenza di una rara forma di tumore al fegato (angiosarcoma epatico) che colpisce i lavoratori del ciclo CVM/PVC, si pone immediatamente una relazione fra angiosarcoma e CVM, anche se la relazione non può essere meccanicamente biunivoca: a) la presenza di CVM non determina automaticamente la comparsa di cancro al fegato, ma, b) una frequenza significativa di questa patologia cancerogena indica automaticamente la presenza di CVM.

Quanto CVM?

Ad una tale domanda non vi può esser risposta di tipo induttivo. E' come voler conoscere la quantità precisa di fucilate necessarie affinché un uomo bendato possa colpire un bersaglio posto a qualche centinaio di metri di distanza. L'unica risposta che potremmo dare, dopo una verifica sperimentale, sarebbe una risposta di tipo statistico: date diverse serie di fucilate, è probabile che l'uomo possa colpire il bersaglio un numero n di volte. E' statisticamente possibile che, in una fra le serie di fucilate a disposizione, egli colpisca il bersaglio al primo colpo: anzi, in quanto impossibilitato a vedere, non ci dovrebbe essere differenza fra la prima, la settima o la ennesima fucilata, dato che per lui non si porrebbe il problema di "correggere il tiro".

Quello che qui è importante sottolineare è che, aumentando il numero dei colpi a disposizione, aumenta sì la probabilità di colpire il bersaglio, ma, in ogni caso, non sarà mai la probabilità a colpire, bensì la pallottola: il fucile non spara probabilità!

Pedanteria? Vedremo meglio in seguito.

Per ora ci limitiamo a prendere atto degli elementi quantitativi che il testo in questione ci offre; essi indicano che, negli impianti di produzione, si è passati da 500 ppm (a partire da quando?) [8] alle attuali 3 ppm fissate dalle autorità sanitarie, al punto che
"possiamo ragionevolmente affermare che il problema del tumore al fegato sia legato a condizioni di esposizione verificatesi 20-30 anni fa e che il manifestarsi dei casi recenti è dovuto al periodo di incubazione molto lungo (25-30 anni) della malattia". [9]

Innanzitutto: cosa significa "possiamo ragionevolmente affermare"? Quale valore si può dare all'avverbio "ragionevolmente"?

La frase appena riportata può essere posta sul terreno dell'induttivismo empirico ed ha sicuramente meno valore della classica affermazione "tutti i cigni sono bianchi" (ma i cigni neri esistono indipendentemente dal fatto che chi fa una tale affermazione non li abbia mai visti; in altri termini, rimane ancora all'interno della statistica e del calcolo della probabilità. Come dire: se possiamo ragionevolmente affermare che il problema del tumore al fegato è legato a situazioni passate, ci sentiamo però ben lontani dalla categorica affermazione che il problema dell'angiosarcoma epatico non si porrà più in futuro, pur considerando che la concentrazione media è passata dalle 500 ppm di CVM di un tempo alle 3 ppm fissate dalle autorità sanitarie, nonché alle 0,045 ppm reali denunciate attualmente. E dunque una trentina di anni di incubazione, a partire da una ventina di anni fa, potrebbe regalare – per esplicita ammissione dello stesso documento di EVC - ancora una buona dose di sorpresine.

In proposito, vogliamo spendere alcune parole sul cosiddetto effetto lavoratore sano. All'atto dell'assunzione di un operaio, qualsiasi direzione di fabbrica, e per essa lo staff medico aziendale, si preoccupa di assumere solo quegli operai che possono vantare una sana e robusta costituzione fisica: più pesante sarà la mansione da svolgere (soprattutto se il posto di lavoro da occupare si troverà nei reparti di produzione ed il lavoro sarà a turni), più robusti e sani dovranno essere gli addetti. Ora, di fronte ad una possibile statistica sulla mortalità generale della popolazione, si dovranno tenere presenti questi fatti: se, ad esempio, i casi attesi sono pari al 10%, e se si ritrova lo stesso valore all'interno di una popolazione operaia le cui condizioni di lavoro sono particolarmente gravose e nocive, significa soltanto che ci troviamo in presenza di un settore di popolazione che riesce a sopportare, più di altri, condizioni particolarmente pesanti. Perciò l'effetto lavoratore sano, a parità di condizioni, non ci indica condizioni di lavoro particolarmente sopportabili ma proprio il contrario.

Inoltre, l'effetto lavoratore sano potrà tramutarsi, dopo non molti anni, nel suo opposto, proprio perché l'operaio con sana e robusta costituzione fisica verrà adibito a lavori logoranti. La mortalità fra la popolazione operaia di certi settori sarà dunque destinata ad avere tassi più alti rispetto alla generalità della popolazione. [10]

E' risaputo che l'incidenza della maggior parte delle forme di cancro aumenta con il passare degli anni: la probabilità che una cellula particolare possa subire una certa mutazione aumenta con l'età,
"ed il cancro insorgerebbe quando una cellula accumula parecchie mutazioni specifiche (ciascuna delle quali rappresenta un evento genetico separato). Poiché le mutazioni possono avvenire in un momento qualsiasi, la probabilità che una cellula particolare possa subire una certa mutazione aumenta in maniera direttamente proporzionale all'età". [11]

Le circa 1013 cellule, ognuna composta a sua volta di 1016 atomi, che formano il nostro corpo, con i suoi diversi organi (pelle, fegato, reni, sistema nervoso, ecc.), nascono, vivono, muoiono, e vengono immediatamente sostituite da cellule nuove, secondo

"un programma controllatissimo che determina la crescita di ogni tipo di cellula presente nel corpo, poiché anche solo poche duplicazioni in più o in meno verrebbero a produrre in breve tempo il caos assoluto. Per l'insorgenza di un tumore è sufficiente che una sola cellula perda la sensibilità a tali controlli". [12]

Una sola cellula, le cui molecole entrano in contatto con altre molecole in grado di alterarne la struttura.

"Fino al 1940 circa era largamente diffusa l'opinione che il cancro fosse una conseguenza inevitabile dell'invecchiamento, e che gli stessi processi vitali comportassero l'insorgere di cellule trasformate con una significativa frequenza [...] Comunque [ciò], non sembra essere applicabile alla maggior parte delle specie mortali di cancro: questo è stato rilevato da studi epidemiologici nei quali si è compiuta un'analisi statistica dei casi di morte dovuti a cancro, in relazione al paese ove essi si verificano, ai gruppi sociali colpiti, alle loro occupazioni e modi di vivere e su un arco di tempo variabile [...]. Sono fattori ambientali ad avere perciò grossa parte nella determinazione della probabilità che il cancro si sviluppi, piuttosto che un processo intrinseco ed inevitabile di invecchiamento". [13]

Abbiamo detto poco fa, parlando dei valori presentati da EVC, che non volevamo mettere in discussione i numeri forniti: non è interessante e non serve a dimostrare niente. D'altra parte, è la stessa chiave di lettura usata da questa azienda, più che i dati numerici presi in sé, ad evidenziare come il problema non sia assolutamente cambiato nei suoi termini qualitativi, per cui risulta assai dubbio che gli "interventi radicali" effettuati in questi ultimi venticinque anni all'interno dei reparti di produzione CVM/PVC siano stati effettivamente tali da consentire la massima tranquillità.

Proviamo a seguire i dati presentatici.

I valori esposti sono il prodotto di una serie di campionamenti dell'aria all'interno dei luoghi di lavoro, ottenuti sia con il sistema gascromatografico che con lo spettrometro di massa e poi confrontati. Il valore medio aritmetico espresso in ppm, per il periodo gennaio-dicembre 1997, è di (media gc + media ms)/2 = 0,045. Considerando che il limite di legge viene posto a 3 ppm, si vede subito che lo scarto è notevole: ossia 3/0,045 = ben 66 volte al disotto dei limiti imposti dalla legge.

D'altra parte siamo ben certi che i "limiti di legge" non sono altro che una convenzione attorno ad un limite accettabile di rischio di cancro fissato per legge e che questo limite può oscillare in relazione alla maggiore o minore tensione sociale. [14] Per questo abbiamo chiarito subito che non ci poniamo assolutamente il problema della veridicità dei valori dichiarati: partiamo dal presupposto che essi non possano, almeno in questa sede, venir messi in discussione.[15]

A questo punto, la domanda che ci dobbiamo porre è la seguente: è vero che il salto da 500 a 0,045 ppm nella concentrazione di CVM rappresenta un punto di svolta qualitativo rispetto alle possibilità di avvio dei processi cancerogeni? Ed è vero che un abbassamento così drastico di una determinata quantità di sostanza nell'aria comporta in ogni caso un cambiamento qualitativo? Insomma, è vero o no che un salto del genere può farci stare "ragionevolmente tranquilli" di fronte all'azione di un agente cancerogeno?

E' sicuro ed immediatamente evidente, ad esempio, che lo scontro di un'automobile contro un ostacolo alla velocità di 200 km/h produce un effetto diverso rispetto ad uno scontro alla velocità di 18 m/h (undicimila volte di meno); però, non è tanto sicuro – anche se tutti quei decimali sembrano rendere il fatto evidente – che il passaggio da 500 a 0,045 ppm di concentrazione media di CVM nei posti di lavoro sia da considerarsi un evento in grado di far scattare qualitativamente l'azione cancerogena della sostanza chimica. Anche se, per assurdo, il Petrolchimico passasse da una produzione di 30.000 litri all'ora di CVM a undicimila volte di meno, cioè a 2,7 litri, non per questo cambierebbe la qualità del prodotto (in questo caso il cambiamento qualitativo sarebbe nella produzione, che passerebbe da un flusso torrenziale a quello di uno sgocciolìo di rubinetto mal chiuso).

In ultima analisi non è tanto sicuro che, se una concentrazione a 500 ppm di cloruro di vinile produce quasi sicuramente un angiosarcoma, le 3 ppm della stessa sostanza stabilite per legge o le 0,045 ppm dichiarate come misura effettiva, possano far dormire sonni tranquilli.

Quando si riscontrerebbe, ad esempio, il passaggio dal pericolo alla tranquillità? Vi sono fenomeni molto frequenti che, con l'accumulo continuo di certe condizioni, giungono ad una soluzione discontinua. Caricando per esempio una trave con un peso sempre maggiore, essa si piega in modo continuo, ma ad un certo punto essa si rompe in modo repentino; premendo un comune interruttore elettrico, si carica una molla in modo continuo finché essa fa scattare un contatto interrompendo la continuità del carico nel sistema; un uomo si arrabbia in un certo contesto accumulando tensione, finché esplode sparando un ceffone a chi lo fa arrabbiare. Questi sono esempi di fenomeni studiati e formalizzati secondo una ben precisa teoria che tutti ormai chiamano "delle catastrofi". [16]

Ora, ad ascoltare i sostenitori della ragionevole tranquillità, sembra che vi sia, da qualche parte, lungo la scala delle cifre presentate, il passaggio dal pericolo alla certezza dell'assenza di pericolo (il ragionamento "catastrofico" vale ovviamente anche all'inverso). Purtroppo per chi vive respirando a Porto Marghera, il fenomeno dell'attivazione tumorale da sostanze cancerogene non è tra quelli che possiamo classificare di tipo catastrofico. Non vi è una condizione-sì e una condizione-no, ma un passaggio graduale da zero in su o viceversa. Lo zero in pratica non esiste, in quanto vi sono condizioni cancerogene naturali cui quelle artificiali si aggiungono. Ogni punto della scala perciò è egualmente pericoloso: cambia solo la probabilità di essere colpiti.

Come abbiamo visto in precedenza, nel caso dell'uomo bendato e della sua probabilità di colpire un bersaglio, non è la probabilità a colpire quest'ultimo, bensì le pallottole. All'aumento della concentrazione di pallottole aumenta semplicemente la probabilità di finire ammazzati se ci si trova a passare da quelle parti. Nel caso della concentrazione più o meno grande di molecole di CVM e del loro impatto sulle cellule umane, occorre fare i conti con numeri così grandi che il verificarsi di una patologia neoplastica, essendo legato all'azione delle singole molecole della sostanza stessa, è comunque molto probabile. La differenza consiste nel fatto che le cellule modificate nella loro struttura vengono isolate dall'organismo fino a quando non si verifichi una loro generalizzata alimentazione attraverso i vasi sanguigni, e per ora nessuno sa perché questo avviene.

Quante molecole di cloruro di vinile sono necessarie per sviluppare una patologia tumorale? Ed in quali condizioni immediatamente con-causali ciò può avvenire? Le concause sono importanti quanto le cause primarie, dato che è possibile un'azione sinergica con altre sostanze tossiche, con la presenza di campi elettromagnetici ad alta frequenza, con la presenza di vibrazioni, in occasione di stress psico-fisico nei lavoratori interessati, particolarmente nei lavoratori turnisti, ecc.[17]

E' sicuramente difficile dare una risposta a domande di questo tipo e probabilmente non sarà utile darla mai, così come non serve a nulla stabilire con esattezza a quale farfalla cinese appartengano le ali il cui battito potrebbe scatenare, a partire da quel particolare momento, un uragano nel Texas.[18]

Le interazioni fra particelle microscopiche, come nel caso di molecole di CVM e molecole di cellule umane, interessano meccanismi delicatissimi che prendono l'avvio anche da una sola molecola, con reazioni misurabili in femtosecondi, cioè millesimi di miliardesimi di secondo. In esperimenti molto semplici (e quindi non in organismi complessi come il corpo umano) sappiamo che tali interazioni a livello microscopico possono dar luogo a fenomeni macroscopici. Per esempio, in una sottile pellicola di liquido riscaldata nella parte inferiore, il movimento caotico di convezione che riguarda miliardi e miliardi di particelle origina un disegno a reticolo di celle esagonali con lato di alcuni millimetri, chiamate "celle di Bénard".

La genesi delle allergie, dei tumori e persino della "malattia" in generale, non è ben conosciuta, ma è certo che vi sono fattori esterni che ad un certo punto rompono fragili equilibri che in genere l'organismo è in grado di ristabilire. In alcuni casi, però, la malattia prende il sopravvento e nessuno è in grado di dire per quale motivo preciso alcuni individui rispondano positivamente alle difese e altri no. In presenza di cancerogeni riconosciuti, per esempio, non tutti i soggetti si ammalano di tumore, ma è certo che tutti i soggetti hanno cellule modificate anche se la loro proliferazione "maligna" è bloccata.

L'approccio comune al problema dei tumori provocati dai cancerogeni è di tipo riduzionistico, cioè si basa sull'osservazione di fatti e fenomeni fotografati in un certo momento e in un particolare organo o tessuto dell'organismo isolato da tutto il contesto. Questo è il modo di funzionare della medicina in questa società, perché il problema non è quello di avere una popolazione sana, condizione che non farebbe intascare profitti a nessun apparato sanitario-farmaceutico, ma quello di curare una popolazione che si ammala. E, tra l'altro, "curare" non significa affatto "guarire". Il malato cronico è una pacchia per il business della "cura", ma occorre rattopparlo in modo sufficiente per mandarlo a lavorare.

Ecco perché in casi come il nostro ci troviamo di fronte a ricerche e conclusioni che non tendono mai ad eliminare il problema alle radici bensì a curare un determinato sintomo affinché non si fermi la produzione. E questo vale per tutto il ciclo capitalistico.

Se processi elementari come quello descritto a proposito delle celle di Bénard sono così delicati, è certo che il comportamento di tutte le particelle di un organismo non lo è meno. L'effetto patologico su di un organismo vivente può dunque essere ritenuto trascurabile quando l'approccio sia il punto di vista del mondo macroscopico: vi sono molte sostanze cancerogene che non sono direttamente tossiche, non soffocano, non avvelenano, non ustionano, ecc. Ma se, come è stato dimostrato, l'ipotetica soppressione di un elettrone ai confini dell'universo provoca effetti misurabili qui da noi, cosa ne sappiamo di come reagiscono alle impercettibili differenze ambientali le particelle atomiche che compongono le cellule viventi, il codice genetico, i delicatissimi meccanismi chimici del metabolismo?". [19]

I biologi e gli studiosi dei meccanismi del corpo umano sanno benissimo che l'approccio riduzionistico è assolutamente falso, che l'intero organismo non è una semplice somma di cellule, di tessuti, di "organi" (fegato, cervello, stomaco, ecc.), e che la sua complessità richiede un approccio "olistico", cioè che tenga conto di un insieme la cui unità è impossibile scindere come somma di parti. Tuttavia, all'interno della società capitalistica, questa conoscenza già acquisita non può avere effetti pratici nel campo medico, perché l'uomo-merce sarà sempre oggetto di "riparazione", come una cosa, un meccanismo. Il ciclo capitalistico non può perciò superare il vincolo della cura basata sul sintomo. [20] Paradossalmente, ciò che rappresenta un salto scientifico importante rispetto alle concezioni meccanicistiche del passato è inutile rispetto a quella che sarebbe una delle più importanti conquiste umane: una vita goduta in buone condizioni di salute.

E' vero che il cancro è provocato da sostanze presenti in quantità più o meno concentrata nella vita di tutti i giorni, ma è impossibile separare la stessa vita di tutti i giorni dal fenomeno cancro e ridurre il tutto in asettiche tabelle.

Nell'organismo umano la moltiplicazione cellulare è controllata perennemente da meccanismi omeostatici (equilibratori) che solo in parte sono di origine locale, cioè quelli che riguardano i processi tra le cellule in contatto, oppure gli equilibri fra diversi nucleotidi ciclici ecc.; una gran parte dei processi omeostatici ha origine nel modo di essere globale dell'organismo, a partire dalla produzione ormonale, che è un fenomeno assai poco riducibile all'approccio meccanicistico.

Se le cellule, per i fenomeni impercettibili ricordati, diventano meno sensibili ai meccanismi regolativi della crescita, ecco che la moltiplicazione cellulare può diventare caotica e dare origine ai più svariati tumori. Quando, per esempio, una radiazione o un cancerogeno qualsiasi colpiscono una cellula, le basi del DNA subiscono alterazioni chimiche in grado di allarmare i meccanismi omeostatici dell'organismo, i quali attivano processi di tipo enzimatico capaci di riparare il danno e di garantire l'integrità del patrimonio genetico e quindi anche il fenotipo cellulare, cioè l'insieme dei caratteri specifici che distinguono la cellula di un particolare organo o tessuto. Ma quando si varcano certi limiti i meccanismi ricordati non sono più in grado di riparare il danno e ristabilire un equilibrio, per cui si verifica una sequenza "maligna" fino all'insorgenza del tumore diagnosticabile.

Chi dicesse di conoscere quali sono questi limiti, tenendo presente la complessità delle interazioni possibili, ingannerebbe il prossimo.

Non si spaventi il lettore, non gli chiederemo di studiare biochimica e biologia molecolare. Dobbiamo semplicemente non farci prendere per i fondelli; dobbiamo cercare di capire il più a fondo possibile, senza dare nulla per scontato, quanto ci viene detto da questo o da quell'"esperto". Il problema da affrontare è indubbiamente grosso, ma è indispensabile avvalersi del punto di vista della biologia molecolare se si vuole capire il meccanismo che permette a singole molecole di CVM (non miliardi!) di legarsi a determinati singoli recettori presenti in precisi amminoacidi utili alla formazione di proteine specifiche, aventi ognuna una funzione ben particolare… e così via.

Come si vede, anche se è vero che aumentando la quantità di una sostanza cancerogena nell'ambiente aumenta la probabilità di prendersi il cancro, non è però corretto affermare che i tumori sono provocati da una determinata concentrazione (o diluizione) di quella sostanza nell'ambiente, misurabile in ppm. A provocare l'alterazione di una cellula umana, che in questo modo diventa cancerosa e in grado di riprodursi, sono dunque singole molecole, interagenti con altre molecole e in presenza di determinate condizioni favorevoli, ma l'azione cancerogena complessiva dipende dall'intera vita che conduce l'organismo che si ammala.

Abbiamo detto che non vogliamo mettere in discussione i dati che vengono forniti da più parti e anzi utilizziamo, tra le stesse versioni aziendali, quelle meno pessimistiche, come si vede confrontando con la tabella riprodotta in appendice. Cerchiamo infatti un approccio diverso dal solito proprio perché rifiutiamo di banalizzare il problema con affermazioni del tipo:

"una molecola di qualsivoglia sostanza non fa nulla, due fanno più di una, cento fanno più di due, diecimila, un milione, cento miliardi fanno ancora di più, e gli effetti, anche gli effetti oncogeni, gli effetti neoplastici, sono proporzionali alle dosi". [21]

Prima di parlare di quantità di pallottole-molecole di CVM necessarie a dar origine ad un effetto oncogeno, è necessario conoscere il meccanismo di interazione fra questo specifico agente cancerogeno (il discorso vale per qualsiasi sostanza di questo tipo, ovviamente) ed i recettori di tali agenti presenti nelle proteine interne ad ogni singola cellula. Senza scendere in particolari che il lettore potrà trovare nei testi da noi segnalati e facilmente reperibili, possiamo accennare al fatto che il cloruro di vinile può venire trasformato ad opera dei microrganismi epatici in ossido di cloroetilene, un epossido particolarmente reattivo; esso, reagendo con il DNA può provocare diversi tipi di alterazioni genetiche, dalle mutazioni puntiformi alle più svariate aberrazioni cromosomiche.

In quest'ottica la chiave di lettura necessariamente cambia, perciò l'unità di misura generalmente utilizzata fino a questo momento ha un valore del tutto relativo.

Parlare di una, dieci, cento o mille ppm, oppure parlare di un decimo, centesimo, millesimo di ppm risultanti da misure-campione, non ha molto significato dal punto di vista della genesi del tumore e ingenera solamente confusione. Non è solo una questione di unità di misura: è ovvio che vi è un'equivalenza tra ppm (per esempio centimetri cubi al metro cubo) e numero assoluto di molecole presenti nella stessa unità, come vedremo. Ma mentre un insegnante di fisica potrebbe illustrare alcuni aspetti della propria materia passando dai parsec (= 3,26 anni luce), ai chilometri, al fine di abituare i propri allievi ai diversi metri di misura, un oste si farebbe subito capire se adottasse unità facilmente riconoscibili da tutti per vendere il suo vino, per esempio il litro invece di - poniamo - frazioni di barrel (36 galloni).

Ci rendiamo allora conto, da quanto appena detto, che per rispondere alla domanda "quanto CVM occorre per provocare un tumore" è del tutto inappropriato l'utilizzo di termini che evocano quantità concentrate o diluite quando teoricamente ne basta una molecola.

Se dunque nella pratica è difficile e non serve a nulla stabilire il numero "utile" (una, mille o cento miliardi?) di molecole di CVM per far partire un processo cancerogeno che l'organismo non riesca a bloccare, possiamo però stabilire quante molecole sono presenti in 500 ppm, in 3 ppm oppure in 0,045 ppm: questo ci servirà per avere un'idea degli ordini di grandezza rispetto al problema che qui ci interessa affrontare.

La teoria chimica ci informa che una molecola di CVM pesa 62,498 u.m.a. (unità di massa atomica) e che, in condizioni normali di pressione e temperatura, 62,498 grammi - pari a 6,02217 x 1023 molecole di cloruro di vinile (numero di Avogadro N) - occupano un volume di 22,4 litri (volume molare, pari a 22.400 cm3). Con una semplice proporzione possiamo stabilire che N/volume molare = xN/1ppm, ossia 6,02217 x 1023/22.400 = 2,688 x 1019 molecole di CVM contenute in un cm3 di CVM che, rapportato al metro cubo, è appunto una parte per milione (ppm).

Delle semplici moltiplicazioni ci permettono, a questo punto, di visualizzare in forma numerica le molecole contenute in 500, 3 oppure 0,045 ppm:

2,688 x 1019x 500 = 13.440.000.000.000.000.000.000 molecole

2,688 x 1019x 3 = 80.640.000.000.000.000.000 molecole

2,688 x 1019x 0,045 = 1.209.000.000.000.000.000 molecole

La prima cosa che balza agli occhi è che, pur non essendovi nessuna differenza fra i valori espressi in ppm e in numero di molecole, una reazione istintiva induce a pensare che 0,045 in confronto a 500 è ben poco, mentre nei grandi numeri (che appositamente abbiamo scritto per esteso) sembra non esserci molta differenza. Le apparenze ingannano, essendo i due modi di misurare del tutto identici, ma, dovendo illustrare il concetto che è una singola molecola di CVM a provocare il cancro quando entra in contatto con il recettore proteico di una singola cellula umana, ecco che utilizzando i numeri diventa immediatamente visibile una realtà poco evidenziata quando si faccia ricorso ai dati della concentrazione in ppm.

Ragionando in termini numerici e non in termini di concentrazione/diluizione, si osserva sì la stessa grande diminuzione ottenuta nel tempo, ma anche il più distratto degli osservatori nota immediatamente che vi è il passaggio da un numero enorme di molecole di CVM ad un numero che rimane ugualmente enorme. Nell'osservatore non si assopisce la tensione e il campanello d'allarme che suonava prima suona anche al risultato finale; ecco allora che il problema non viene più accantonato come superato e, su quel valore diversamente espresso, può concentrarsi una diversa attenzione e possono scaturire nuove interessanti domande. [22]

Il diverso modo di leggere la quantità presente di CVM negli impianti di produzione ci dice, dunque, che la concentrazione media è data da 0,045 ppm, pari a circa 1,2 x 1018 molecole di questa sostanza cancerogena per ogni metro cubo d'aria che respiriamo: circa un miliardo di miliardi… miliardo più, miliardo meno!

Ora, per quanto riguarda i processi appena descritti, si sa che le interazioni chimiche tra ed entro le cellule dell'organismo avvengono durante le collisioni fra le molecole che le compongono, e fra queste e le molecole provenienti dall'ambiente. La frequenza di queste collisioni è ovviamente proporzionale al numero delle molecole stesse. La strutturazione delle cellule, e quindi degli organi composti di cellule, avviene attraverso queste interazioni, e nessun processo di formazione (morfogenesi) macroscopica, dovuto ad interazioni chimiche, è possibile senza che vi siano degli stadi in cui il prodotto della reazione in corso non modifichi l'andamento della reazione stessa. La genesi dei tumori segue pedestremente questa regola e la presenza continua di una quantità qualsiasi di molecole cancerogene rinforza questo effetto di feedback.

Potremmo dire che ogni stadio nello sviluppo dei processi biologici, all'interno di una cellula, è dato dallo "scontro", dalla interazione, fra l'ordine lineare impartito dal codice genetico per la produzione di una determinata proteina - in quella quantità precisa, ed avente quella esclusiva funzione - con il cambiamento della situazione ambientale, dovuto alla possibile presenza di un agente tossico o cancerogeno. Questo "scontro" produce una situazione "non-lineare" all'interno della materia vivente che può essere di per sé gravida di conseguenze, perché l'introduzione di variabili anche impercettibili nell'equilibrio organico può, con il tempo, produrre effetti macroscopici.

Ci siamo chiesti in precedenza se sono tante, o sufficienti, 1,2 x 1018 molecole di cloruro di vinile, per far partire un processo neoplastico, oppure sono poche. Come abbiamo visto si tratta di una domanda che ci poniamo in modo esclusivamente retorico, perché presupporrebbe la possibilità di determinare il numero minimo, ovvero il livello di soglia, al disotto del quale si può "rimanere tranquilli". Però abbiamo anche visto che un tale livello di soglia non esiste per il semplice motivo che... non può esistere.

Pretendere di quantificare un livello di soglia (non solo per il cloruro di vinile ovviamente, ma anche per qualsiasi altro cancerogeno) è la stessa cosa che pretendere di porre meccanicamente la relazione CVM-angiosarcoma. Abbiamo negato questa relazione automatica già in precedenza, osservando che lo sviluppo epidemico dell'angiosarcoma epatico presuppone sempre la presenza di CVM, mentre la presenza di CVM non presuppone sempre la meccanica comparsa di un tumore.

Come si vede, nell'ottica corrente saremmo costretti a spezzare una lancia in difesa delle aziende chimiche. Se infatti il cloruro di vinile provocasse automaticamente un angiosarcoma, dovremmo affermare che tutti i lavoratori i quali, nel corso di questo secolo, sono venuti a contatto con il CVM in concentrazioni superiori a una determinata soglia, sono morti o dovranno morire in un prossimo futuro a causa di un cancro al fegato, oppure per qualche altra forma tumorale. Così non è, per fortuna, anche se non si può escludere l'esistenza di un processo cancerogeno in atto negli organi di qualche lavoratore che muoia per una qualsiasi altra causa. Allo stesso modo, come abbiamo visto, le sostanze cancerogene possono interagire con altre sostanze chimiche e varie condizioni ambientali e soggettive, sviluppando degli effetti sinergici o, al contrario, antagonisti.

In ultima analisi, come non esiste un qualsiasi livello di soglia al di sopra del quale si possa parlare con matematica sicurezza di un'insorgenza cancerogena, allo stesso modo non ha alcun senso parlare di un livello di soglia al di sotto del quale si possa stare ragionevolmente tranquilli. [23] Se è vero che la frequenza delle interazioni chimiche nell'organismo è proporzionale al numero di molecole presenti, nessuno può più

"ragionevolmente dubitare che gli esseri umani possano soffrire e morire come tutti gli altri organismi per una sottile alterazione della composizione di una singola molecola, prima al livello del DNA e poi a quello della proteina codificata". [24]

Un processo cancerogeno, secondo la teoria della cancerogenesi in due stadi di Berenblum, comincia con la fase della iniziazione e si conclude con la sua promozione. L'iniziazione può avvenire in un "attimo" – come un attimo è necessario per premere il pulsante che darà corrente ad un circuito elettrico - ed è data dal danno genetico causato dal legame della molecola genotossica con il DNA presente nel nucleo della cellula: in questo momento viene conferito alla cellula il "vantaggio" (che potrà rimanere per molti anni latente) di duplicarsi in maniera veloce, al di fuori di ogni controllo della crescita e di ogni controllo immunologico. Alla fine del periodo "silente", che per il CVM può essere di 25-30 anni, scatta la fase di promozione, di sviluppo accelerato del cancro. Questa fase può prendere avvio sia da una qualunque situazione di natura irritativo-infiammatoria che da concause molto comuni nell'ambiente in cui viviamo tutti i giorni. Leggiamo in un altro testo a conferma e rafforzo del primo:

"Se un cancerogeno che sia prevalentemente un 'iniziatore' agisce molto a lungo, in modo che la dose assorbita sia elevata, le cellule trasformate diverranno così numerose da rendere molto probabile che almeno una parte di esse sopravviva e si moltiplichi. Se invece la dose assorbita è piccola, il numero delle cellule trasformate sarà scarso e sarà di conseguenza piccola la probabilità di affermazione del tumore, a meno che non intervenga uno stimolo co-cancerogeno potente capace di attivare il ciclo replicativo di tali cellule. Le poche cellule trasformate possono rimanere per un tempo relativamente lungo in G0,[crescita zero], pertanto, sotto uno stimolo 'promovente', il tumore può fare la sua comparsa in un tessuto apparentemente normale" (sottolineatura nostra). [24]

Proviamo ora a fare qualche esempio che permetta di comprendere quanto sia debole basare un'azione preventiva (qualora si volesse veramente percorrere questa strada) su un terreno concettuale e pratico basato sul livello di soglia.

Si considerino i seguenti esempi [26], presi fra migliaia che ad egual titolo si potrebbero fare: 1) l'insetticida DDT produce la sua azione neurotossica interferendo con le funzioni dei canali presenti sulla membrana cellulare ed alterando perciò l'interscambio con l'ambiente circostante, in particolare bloccando il trasporto delle molecole di sodio verso la zona circostante il nucleo; 2) i solventi organici producono effetti depressori sul sistema nervoso centrale alterando la fluidità della membrana, vale a dire il buon funzionamento dei canali atti al trasporto delle molecole esterne; 3) cianuro, acido solfidrico ed altri composti chimici interagiscono con i normali processi di ossidazione dei carboidrati che portano alla formazione dell'adenosinatrifosfato, composto in grado di produrre e immagazzinare l'energia chimica per poi cederla per le diverse funzioni cellulari; 4) il legame dell'acido cianidrico con l'atomo di ferro trivalente del citocromo ossidasi (a + a3), provoca il rapido e spesso fatale effetto tossico di questa sostanza; 5) l'ossido di carbonio si lega con alta affinità alla forma ridotta del ferro dell'emoglobina, causando una diminuzione dell'apporto di ossigeno ai tessuti; 6) alcuni idrocarburi alogenati (es. esaclorobenzene) provocano delle porfirie a causa dell'inibizione di enzimi specifici per la biosintesi dell'eme.

Gli esempi potrebbero continuare, ma questi ci sembrano sufficienti per mostrare come vi sia sempre una interazione ligando-recettore fra ogni singola molecola di un qualsiasi agente tossico o cancerogeno e le molecole degli elementi della struttura biologica interna alle cellule dell'organismo, indipendentemente dalla quantità dell'agente esogeno.

"Alcuni dei processi discussi in precedenza possono alterare specifiche risposte fisiologiche senza determinare la morte delle cellule mentre altri, che invece provocano la morte cellulare, determinano una vera e propria perdita di funzionalità di specifici organi e tessuti. Quest'ultima situazione è particolarmente evidente quando l'esposizione avviene su base cronica e può essere causata dall'accumulo del danno tissutale determinato da episodi citotossici ripetuti". [27]

Dovrebbe risultare un po' più chiaro, a questo punto, per quale motivo insistiamo nel sottolineare la presenza di un gran numero di molecole di una sostanza genotossica, piuttosto che riferirci allo stesso dato espresso in parti per milione. Il problema si presenta fin dall'inizio nel rapporto ligando-recettore, mostrando come sia improprio parlare semplicemente di "probabilità" che determinate molecole si leghino ai siti attivi di una qualsiasi proteina, e anche come non sia corretto ritenere che i "livelli di soglia", stabiliti anche con i criteri più rigorosi, possano effettivamente delimitare il campo su cui si fondano le basi nucleotiche determinanti la forma e la relativa funzione di una proteina [28]. La probabilità non consiste nel rapporto ligando-recettore, che è certo, bensì nel prendersi o non prendersi il cancro.

Ma c'è di più, e occorre sottolinearlo di fronte a coloro che sbandierano il passaggio ad una situazione di inquinamento al di sotto della soglia legale. Per esercitare la sua azione, una molecola di sostanza cancerogena deve legarsi ad una cellula-bersaglio, ma una volta provocata la modificazione stabile nella struttura di quest'ultima, tutte le successive generazioni cellulari che ne derivano possiedono le stesse caratteristiche anche quando non vi sia più traccia della sostanza cancerogena che ha dato luogo alla trasformazione iniziale. Tra l'altro, proprio attraverso questo fenomeno la ricerca ha potuto stabilire che la maggior parte delle sostanze cancerogene industriali non rappresentano soltanto l'innesco tossico della malattia, ma hanno una vera e propria azione mutagena diretta.

Ogni singola molecola genotossica può legarsi ai relativi recettori biologici, ed ogni singola volta - non dopo 2,688 x 1019 volte - tale molecola verrà attaccata dagli oncosoppressori presenti nel nostro sistema immunitario, in un contesto che non è solo quello del rapporto molecola-cellula ma l'intera vita di un uomo; e ogni singolo attacco dovrà essere vincente… autrementnous sommes foutus.

 

[3] Interessante a tal proposito il volumetto di Aldo Fabris, L'organizzazione aziendale, edito nel 1982 dalla ETAS Libri, nella collana della "Biblioteca dei quadri aziendali". Da tenere presente anche il fatto che la sicurezza incide direttamente come passivo sui bilanci aziendali, mentre il costo degli "effetti collaterali" viene ripartito sull'intera società. Vedere anche il testo Morte differenziale, in appendice.

[4] Ma un obiettivo del genere, come si riconosce in un testo di medicina al capitolo sui tumori provocati da agenti artificiali, "richiederebbe ristrutturazioni industriali e quindi economiche e politiche di tale portata da non essere accettate da una società che si propone come modello di vita il mito, probabilmente ormai irreversibile, dell'incessante sviluppo economico" (Enrico Ciaranfi e altri, Automatismi biologici e malattia, EST Mondadori, pag. 220).

[5] Vorremmo ricordare brevemente che prima che si attivasse l'EVC – e prima ancora l'Enichem e la Montedison – sono stati i lavoratori degli impianti in questione ad "attivarsi", a partire da circa la metà degli anni '70 (salvo inerzie e resistenze individuali); l'hanno fatto incominciando semplicemente a rifiutarsi di scaricare "residui" di Cloruro di Vinile nell'atmosfera, per accelerare i tempi di degasaggio di una pompa, di una linea, ecc. ("per aumentare la produttività", si direbbe oggi). E' a partire da quegli anni che la quantità di CVM scaricato nell'aria all'interno nei reparti di produzione ha incominciato ad abbassarsi.

[6] E' ciò che, a parte la nostra estremizzazione, riconosce anche EVC in un suo documento ufficiale, quando afferma: "La strumentazione d'analisi misura i livelli per area di stabilimento e non necessariamente riflette i livelli di esposizione cui sono sottoposti individualmente gli addetti e gli appaltatori che lavorano in uno stabilimento. E' possibile che attività operative e di manutenzione da parte di singoli addetti risultino in qualche modo ad un più alto livello di esposizione di quello indicato in un'area-base. Per questa ragione, EVC ha continuato il monitoraggio personale all'interno dei suoi stabilimenti per avere un quadro dell'esposizione rispetto all'attuale lavoro in essi". Infatti i dati del rilevamento medio personale riportati nel documento indicano un valore 16 volte superiore a quelli di area (vedere in appendice la tabella riportata dall'originale).

[7] Rifiutandosi di scaricare il CVM, anche solo in minima parte, all'interno dei reparti di produzione, i lavoratori hanno incominciato a pretendere che tutto fosse scaricato alle fiaccole per essere bruciato, ma, essendo spenta la fiamma-pilota (per evitare diossine o per evitare "allarmi" dati dalla eventuale scia di fumo nero?), tutto veniva come prima scaricato… sempre nell'atmosfera, sia pure a un'altezza di oltre cento metri. Fino al 1993 – anno della messa in marcia del termocombustore al CV22 – questo è stato il maggiore degli "interventi radicali" a favore della salute dei lavoratori.

[8] Vedere in appendice i dati forniti da EVC in un documento ufficiale sulla sicurezza. 500 ppm equivalgono a mezzo litro di CVM per metro cubo d'aria, una concentrazione altissima. Nell'articolo "Chiarezza sulla storia del CVM", di Fausto Vigevani, su Venetolavoro n. 51 del 1997, si afferma che tale concentrazione risale almeno al 1973-74.

[9] Sfogliando le pagine relative al convegno organizzato dalla FULC-Venezia su La chimica tra ambiente ricerca e sviluppo, ricaviamo da un grafico che la quantità di CVM nell'ambiente del reparto CV24 era nel 1979 (dunque, quando si può "ragionevolmente affermare" che vi erano le condizioni di esposizione per innescare l'eventuale sviluppo di un tumore al fegato) pari a circa 0,4 ppm. Sorge dunque una legittima perplessità: o i dati che il sindacato offre in pasto alla pubblica opinione sono palesemente falsi, oppure la ragionevole tranquillità offerta agli operai (non a una generica popolazione) è quella che si offre al maiale per poterlo scannare senza che strilli troppo. Chissà dove è andata a pescare certi valori la FULC! Per altri dati, probabilmente più affidabili, cfr. il lavoro di G. Sansoni della ISPEL di Pescara: Rischio chimico, tossicologia e tumori vascolari. Nel testo, che si ferma al 1985, non sono indicati valori inferiori alle 5 ppm.

[10] Questo vale per gli operai in generale e non solo per gli addetti alle lavorazioni nocive. E' risaputo che la "speranza di vita" riportata nelle tabelle delle assicurazioni, è più bassa per gli operai che per qualsiasi altra categoria sociale.

[11] J. Watson, Biologia molecolare dell'igiene, Zanichelli, pagg. 1165-1169.

[12] Ibid.

[13] Ibid. E' curioso notare come autori di buona preparazione tecnica e di apparente buona capacità di andare oltre la superficie dei fenomeni, si fermino, il più delle volte - parlando di fattori ambientali o di stile di vita - a citare i classici stereotipi: il fumo di sigaretta, l'alcool, il virus dell'epatite B, i raggi ultravioletti presenti nella luce solare. Sarebbe interessante, anche a solo titolo d'esempio, soprattutto per i lavoratori direttamente interessati del CV 22/23 del Petrolchimico, conoscere la possibile azione sinergica data dalla presenza contemporanea di cloruro di vinile monomero, di dicloroetano, di varie componenti delle code clorurate leggere e pesanti (tetracloruro di carbonio, tricloroetano, tetracloroetano ecc.), di dicloroetano, di metanolo, di reattivo Karl Fischer (soluzione di iodio, piridina anidra in alcool metilico anidro, contenente anche anidride solforosa), qualche sigaretta, qualche bicchiere di vino e, a dir la verità, pochi raggi ultravioletti solari, il tutto "godibile" in una vita scandita dal ciclo di lavoro a turni che spezza il ritmo naturale dell'esistenza.

[14] E' da ricordare a tal proposito l'esempio dei limiti di atrazina presente nell'acqua potabile, problema affrontato dall'allora ministro Donat Cattin in modo geniale: L'atrazina supera i limiti di legge? Semplice, si alzino i limiti di legge! In fondo, come molte leggi, anche quella sulla concentrazione media di CVM all'interno dei posti di lavoro presenta l'elasticità classica di ogni "media del pollo". La legge appositamente stilata per il CVM afferma che il Valore Limite Tecnico di Lunga Durata (VLTLD) permette una concentrazione media annua pari a 3 ppm di Cloruro di Vinile, con un determinato numero di "superamenti ammessi": 3 superamenti della durata di una settimana a 6 ppm, 55 superamenti di 8 ore a 7 ppm, 438 superamenti di un'ora a 7,6 ppm e, infine, 1.314 superamenti di 20 minuti a 7,9 ppm (Decreto del Presidente della Repubblica, 10 settembre 1982 n. 962, Attuazione della direttiva CEE n. 78/610 relativa alla protezione sanitaria dei lavoratori esposti al Cloruro di Vinile Monomero, Gazzetta Ufficiale del 6 gennaio 1983, n. 5.

[15] Rischiano di diventare fuorvianti – pur se fatti in buona fede –  discorsi come quello di Paolo Rabitti, il quale, nello sforzo di mettere in discussione i dati presentati dalle aziende chimiche, va a collocarsi sul loro stesso mistificante terreno (Cronache dalla Chimica - Marghera e le altre, prefazione di Felice Casson, CUEN, Napoli, 1998, pag. 94). Rabitti dovrebbe rispondere invece alla seguente domanda: ammettendo, per un momento, che il dato presentato da EVC per i propri impianti (0,045 ppm) fosse veritiero "concretamente" e non solo "teoricamente", cosa cambierebbe dal punto di vista non dei limiti di legge, ma dal punto di vista della biochimica, della biologia molecolare e, cosa ancora più importante, dal punto di vista della pelle dei lavoratori interessati? Se la sente Rabitti di provare ai lavoratori che la concentrazione di legge o anche quella minima non è dannosa? E questo mentre la stessa EVC parla del problema in termini molto prudenti? Il problema si affronta in ben altra maniera!

[16] La teoria fu esposta dal matematico René Thom all'inizio degli anni '70 in Stabilità strutturale e morfogenesi, Einaudi. Vi sono testi divulgativi, tra i quali segnaliamo il chiaro Teoria delle catastrofi, di A. Woodcock e M. Davis, Garzanti. Utile in quest'ultimo caso l'agile volumetto sui cicli circadiani di Ferraris e Oliviero: I ritmi della vita, Editori Riuniti.

[17] Utile in quest'ultimo caso l'agile volumetto sui cicli circadiani di Ferraris e Oliviero: I ritmi della vita, Editori Riuniti. 

[18] Cfr. Caos di James Gleick, al capitolo "L'effetto farfalla", Rizzoli.

[19] Cfr. I problemi della fisica, di A. J. Legget, Einaudi, al capitolo "Fisica su scala umana", pag. 139. Gli stessi temi sono ripresi in Scienza e rivoluzione, Volume primo, Quaderni Internazionalisti, cap. 10.

[20] In parole povere, ciò significa far passare un mal di testa prendendo una pillola invece di eliminare le cause che lo provocano. L'intera economia capitalistica funziona così: un continuo rattoppo ai guai provocati da un andamento casuale.

[21] Da un intervento di Marco Maroni, tratto da "Il PVC nella società moderna", Atti del Convegno nazionale, 14 Ottobre 1997, p. 74.

[22] Una cosa è sicura: la "minimizzazione" operata con l'ostentato sbandieramento di quello zero virgola zero quarantacinque permette di non allargare troppo un discorso che vedrebbe immediatamente coinvolte quelle istituzioni dello Stato alle quali troppo spesso ci si rivolge per salvaguardare la salute dei lavoratori e delle generiche "popolazioni" abitanti l'intorno delle aziende chimiche. Quelle stesse istituzioni dello Stato che, Codice Penale alla mano, dovrebbero essere condannate per "concorso morale" (quando si sostiene un clima psicologico, sociale, che favorisce un determinato "atto delittuoso"), se non addirittura per "istigazione a delinquere" (quando, pubblicamente, si istiga a commettere reato: nel nostro caso, quando si invita a correre dei rischi che qualche lavoratore possa morire di cancro). Il grafico posto in appendice illustra con un solo colpo d'occhio quanto il numero di molecole di CVM rimanga alto e, in relazione ai meccanismi di cancerogenesi, non permetta affatto di rimanere "ragionevolmente tranquilli".

[23] Molto spesso si è rivendicato nel passato e si sente rivendicare a volte pure oggi, per sostanze tossiche e cancerogene, la massima concentrazione ammissibile uguale a zero (MAC = 0). Questa indicazione è nella più bonaria delle ipotesi una puerilità, tanto è vero che ben presto il tiro è stato corretto, e si è cominciato a parlare di MAC = tendente a zero, con relativo "gioco dei bussolotti" attorno a quel "tendente". E' evidente che di fronte ad una sostanza cancerogena, è forcaiolo chiede tanto il MAC = 0, quanto il MAC = tendente a 0. Le sostanze cancerogene non vanno prodotte e non ci si può accontentare di alcuna "tendenza" verso lo zero del campo di cancerogenicità. Fabrizio Fabbri di Greenpeace afferma (vedi il già citato "Il PVC nella società moderna", pag.85): "arrivare all'abbattimento del 90% [degli scarichi inquinanti] è facilissimo; arrivare all'abbattimento del 95% è un pochino più difficile; arrivare allo zero è impossibile". Sacrosanta verità, ma questo vale solamente per il CVM e per tutti i prodotti clorurati, oppure il concetto è estensibile ben al di là della sola catena del cloro, con tutti i relativi problemi politici? Per il CVM, dunque, come per qualsiasi altra sostanza o "situazione di rischio", non ha senso limitarsi alla discussione del singolo problema (o di una somma qualsiasi di singoli problemi), mentre ha grandissima importanza comprendere la situazione sociale e politica che lo pone.

[24] Edoardo Boncinelli, I nostri geni, Einaudi, pag. 48. In questo caso, l'autore si riferisce all'anemia falciforme. In ogni modo, "il valore storico della comprensione della natura molecolare di questo difetto ereditario" (sottolineatura nostra), permette di estendere l'esempio a qualsiasi altra patologia. Del resto, piccolissime modificazioni delle condizioni iniziali possono portare ad un capovolgimento delle condizioni finali di un determinato sistema. Valido anche per la fisica classica, questo principio si rivela assolutamente fondamentale in biologia. Cfr. anche Margherita Fronte, Campi elettromagnetici, Avverbi Edizioni, pag. 120.

[25] E. Ciaranfi e altri, Automatismi biologici e malattia, EST Mondadori, pag. 222.

[26] Gli esempi riportati sono tratti da AAVV, Tossicologia, i fondamenti dell'azione delle sostanze tossiche, pag. 30, EMSI, 1993.

[27] Ibid.

[28] Vedi schema in appendice, tratto da Genetica, Atlante Universale Giunti.


D'ACCORDO: CERCHIAMO DI ESSERE CONCRETI!

LA QUESTIONE COSIDDETTA ECOLOGICA. ALCUNE OSSERVAZIONI SULLA NECESSITA' DI ASTRAZIONE PER CAPIRE I PROBLEMI CONCRETI E NON FINIRE NEL CONCRETISMO, NELLA IMPROVVISAZIONE E NEL DILETTANTISMO.

A seguito delle continue discussioni e preoccupazioni, causate dalla situazione contingente esplosa con la dispersione all'aria di circa una tonnellata di CVM dal reparto CV22 di Porto Marghera, crediamo possano essere utili le seguenti considerazioni.

La realizzazione di "investimenti anti-inquinamento", all'interno di un modo di produzione e di circolazione interamente dominato dal Capitale (non lo si dimentichi nemmeno per un istante), è possibile qualora esso indirizzi una parte di sé stesso D alla produzione di merci M atte alla depurazione o alla prevenzione di fattori inquinanti: classico processo, dunque, che viene messo in moto alla sola condizione di potersi completare in D' (D + plusvalore), cioè di valorizzarsi. Al Capitale non interessa se il plusvalore è ottenuto uccidendo uomini oppure "resuscitando" gli stessi per poi poterli riuccidere. In fondo, i disastri ambientali sono sempre stati una manna per questo modo di produzione, perché, in tal modo, gli viene concesso di intervenire per riparare gli effetti di tali disastri, da esso stesso provocati, riproponendo le condizioni per nuovi disastri futuri, in una serie ciclica dove all'omicidio dei vivi si alterna e si sovrappone costantemente l'omicidio dei morti [29] Se la manutenzione "ordinaria" dei manufatti presenti in un certo ambiente costa, poniamo, un milione all'anno per ogni chilometro quadro, mentre dopo una catastrofe l'intervento ricostruttivo costa, poniamo, un miliardo a chilometro, è ovvio che al capitale conviene la catastrofe: per ottenere la stessa valorizzazione con la manutenzione, a un milione all'anno occorrerebbero mille anni!

Gli "investimenti anti-inquinamento" non hanno dunque niente di umano all'interno di questa società.

Si obietterà, a buona ragione, che non è tanto importante che il capitale si umanizzi o meno, quanto che esso si attivi positivamente a favore della situazione di miglioramento dell'ambiente (terra, acqua ed aria) nel quale viviamo, anche se ciò viene fatto da questo stesso capitale a proprio fine e beneficio. Da parte nostra insistiamo sul fatto che si tratta comunque di un falso obbiettivo, perché la velocità di valorizzazione di determinati settori del capitale, perseguita con gli investimenti anti-inquinamento, sarà sempre di gran lunga inferiore rispetto alla necessità di valorizzazione del capitale complessivo, il quale può realizzarsi solamente con distruzioni sempre maggiori.

E qui potremmo collocare la fatidica domanda: siamo dunque indifferenti al fatto di respirare, ad es., vapori di CVM o di qualsiasi altro tossico o cancerogeno? Oppure, dobbiamo rimanere indifferenti al fatto che le nostre case vengano distrutte in seguito ad un bombardamento aereo in una possibile guerra? E' sicuro che, come non vogliamo respirare vapori di cloruro di vinile, così pretendiamo di avere una casa.

Ed il capitale? E' chiaro che esso è "generoso", in quanto si colloca al di sopra dell'angusta visione individuale: esso desidera ricostruire le case di tutti (ed ancora di più) senza porsi il problema di "chi pagherà". Esso pone una sola condizione: che la messa in moto di capitale D produca tante case M e che da questa produzione esca una quantità di plusvalore tale che il ciclo si completi in D–M–D'.

Si veda, a tal proposito, il problema delle "celle a mercurio" presenti al TDI del Petrolchimico: fin dagli anni '70 esiste la pressante richiesta di una loro sostituzione con le "celle a membrana", al fine di evitare danni alla salute dei lavoratori per la presenza di grosse quantità di mercurio. L'azienda che produce sia le celle "a mercurio" che quelle "a membrana" è la stessa De Nora: una volta posto il problema della nocività causata dalle grosse concentrazioni di fanghi di mercurio, essa ha trovato subito la soluzione, anche se i costi – in questo caso per Enichem - diventano sicuramente maggiori. Alla De Nora potrebbe stare a cuore, in questo caso, la salute dei lavoratori, perché un movimento in questa direzione si configurerebbe, dal suo punto di vista, come un movimento per la valorizzazione del proprio capitale.

Prima domanda: dovremmo rimanere indifferenti al problema, per non "fare il gioco del Capitale"? Risposta: no, sicuramente; in questo caso dobbiamo pretendere l'eliminazione delle "celle a mercurio", come pretendiamo l'intervento dei muratori di un'azienda edile, qualora il tetto di una sala quadri minacci di caderci in testa!

Seconda domanda: dobbiamo limitarci a condannare Enichem ed a chiudere il problema all'interno di un angusto aspetto tecnico relativo al rapporto fra "celle a mercurio" e "celle a membrana", oppure dobbiamo allargare il problema e chiederci quali nuovi possibili danni sta combinando la De Nora (in questo specifico caso) nella produzione di questa soluzione "pro-lavoratori"?

Terza domanda: dobbiamo vietarci la possibile denuncia dell'eco-businnes, dell'industria della salute, di un determinato settore della produzione e riproduzione di capitale, per il solo fatto che esso va contro un settore diverso - di aspetto diverso – della stessa produzione e riproduzione del medesimo capitale? Dobbiamo a tutti i costi vietarci (magari per "non fare il gioco del nemico") di ricercare il comune denominatore fra Enichem e De Nora (e fra queste e qualsiasi altra azienda)?

Dobbiamo a tutti i costi adoperarci per tagliare quel tenue filo che ancora ci lega al nostro esclusivo programma di classe, per il timore che l'eccessivo ampliamento dell'orizzonte rischi di portarci ad affrontare non tanto uno ad uno i problemi che di volta in volta vengono a presentarsi (in una serie infinita, quindi irrisolvibile), quanto il problema più generale del superamento dell'attuale cancerogena società?

Lo stesso discorso vale per il problema del CVM (come per la produzione a livello industriale di un qualsiasi cancerogeno), per le "celle a membrana" in alternativa alle "celle a mercurio"; così come per una eventuale alluvione del Po, per "salvare Venezia", ecc. ecc..

Ripieghiamo su formule astratte, fuggendo la "concretezza" dei problemi reali?

Capita, il più delle volte, che per affrontare i problemi in modo reale, occorra parlarne in modo astratto, per poterne cogliere l'essenziale.

Se facciamo l'esempio del CV22 del Petrolchimico (si cambi pure reparto e prodotto, il discorso di fondo rimane invariato), osserviamo che ogni operatore conosce bene il processo che dalla distillazione porta il DCE (dicloroetano) al cracking [30] per ottenere CVM; conosce pure bene il simbolo DCE che indica 100% di dicloroetano, come sa benissimo che mai uscirà dalla distillazione DCE al 100%: le analisi di laboratorio potranno parlare, ad es., di purezza al 99,65%, 99,38%, 99,72, ecc., con un continuo movimento ondulatorio causato dalle generali condizioni del processo di distillazione. Ora, se per avviare il cracking un qualsiasi operatore dovesse conoscere concretamente cosa esce in quel preciso momento dalla distillazione… il cracking non partirebbe mai. Per avviare fattivamente questa fase del processo, occorre essere concretamente astratti: occorre, cioè, operare un'astrazione eliminando concettualmente il campo dalle sempre presenti impurità (0,35%, 0,62%, 0,28%, ecc.); in altre parole, occorre impadronirsi di quella compressione linguistica (DCE) che racchiude, nelle sue tre lettere, la breve storia di tutte le sue componenti chimiche, fisiche ed umane.

Quando il nostro vecchio operatore ordinerà di inserire quella certa valvola di alimentazione, operazione che negli schemi di processo significa chiedere di alimentare dalla distillazione al cracking DCE "puro", un giovane operaio potrebbe rispondergli un po' ingenuamente: "dobbiamo essere concreti: non esiste dicloroetano puro"; al che, il nostro operatore potrebbe rispondere deciso: "vai ad inserire quella regolatrice e non rompere le scatole!".

Per chi ha lavorato per anni alla conduzione di un tale impianto (o di qualsiasi altro impianto complesso), diventa naturale operare queste necessarie schematizzazioni. Chi ha vissuto per anni all'interno di un tale processo di produzione, nelle compressioni linguistiche (DCE, CVM, ecc.), vede immediatamente un insieme di colonne di distillazione, serbatoi, grovigli di tubi, regolatrici, ribollitori, condensatori, pompe, il tutto con le sue "appendici umane" (per il capitale). Egli sa attribuire funzioni e nomi precisi a tutto ciò. Ad esempio, per qualsiasi lavoratore di tale reparto la compressione linguistica DCE-CVM-OXI non è una cosa astratta, ma la rappresentazione precisa di un reale impianto di produzione (identificato con una sigla senza significato per la maggior parte delle persone) che può abbracciare con un solo sguardo, cogliendo, nello stesso tempo il succedersi dei vari momenti della sua vita produttiva, assieme a quella degli altri lavoratori che hanno vissuto nelle stesse condizioni.

E gli viene talmente naturale parlare in modo concretamente astratto di questo impianto, che non riflette mai sul come ne parla.

Anche la formuletta D–M–D' è un'astrazione necessaria a condensare la vita reale che ci circonda. Però, a differenza dell'impianto di cui si parla, ci è impossibile abbracciare col nostro quotidiano sguardo l'insieme e la complessità non pura di questa vita reale. Ed allora ci rimangono solo due strade: a) buttare via la nostra formula perché non corrispondente – con la sua purezza – alla non pura vita reale; insomma: diventare immediatisticamente concreti; b) far astrazione dalle impurità, dagli elementi non portanti della vita reale per legare in un insieme dinamico i suoi elementi essenziali, portanti.

Per quanto ci riguarda, non abbiamo dubbi sulla volontà di seguire la seconda strada: inizialmente "sederci sulla Luna" e da lì osservare – spazialmente e storicamente – la vita reale che si svolge sulla Terra; tracciare uno schema d'insieme (es. D–M–D') all'interno del quale sia possibile collocare correttamente la complessità dei fenomeni più o meno locali e temporali: dal crollo del muro di Berlino alla "guerra delle banane" fra USA ed UE; dai megaincendi delle foreste del Borneo alla progressiva deforestazione della Amazzonia; dagli investimenti di Capitale senza specificazione, agli investimenti di Capitale anti-inquinamento, ecc. ecc..

Siamo stati ancora troppo generici, troppo fumosi?

Parliamo allora di come si potrebbe disinquinare "concretamente" questa cloaca che è l'alto-Adriatico (limitarsi a parlare del disinquinamente della laguna di Venezia, non è demagogia, ma semplice "bambinesca ingenuità"), dimenticando per un momento che l'Adriatico è legato al Mediterraneo, ed avviando un ipotetico piano per l'installazione di enormi depuratori sulle foci dei maggiori fiumi: Isonzo, Tagliamento, Piave, Brenta, Adige e Po. Si tratterebbe indubbiamente di un'opera colossale, che richiederebbe il coordinamento di tutto ciò che succede a monte dei depuratori in tutta l'area idrogeologica padana, ecc. Vi sarebbero inoltre notevoli ripercussioni sull'attività produttiva in genere, con lo sviluppo dell'industria siderurgica, di quella meccanica, dei materiali elettrici, della chimica, dei trasporti, ecc. con relativo sviluppo delle emissioni inquinanti specifiche di queste nuove attività, che dovrebbe essere tenuto presente nel progetto di depurazione, il quale dovrebbe contemplare la possibilità di potenziamento futuro dei depuratori, la rinnovata ripercussione a monte (rinnovato sviluppo industriale, rinnovato sviluppo dei fattori inquinanti, ecc.), in un circolo vizioso che porterebbe lo stato M (merci) presente nella Pianura padana allo stato M+1, con immediata ripercussione sullo stato dell'adiacente Adriatico, anch'esso proiettato al livello di M+1 (merda +1) [31].

Sforziamoci di essere ottimisti per un momento e - facendo affidamento sull'unica forza sociale e politica (il proletariato con la sua dittatura di classe... una volta che abbiano esaurito i loro tentativi sia la Banca Mondiale che l'Onnipotente, ovviamente) che, a livello non solo padano, potesse mettere in atto un reale piano di disinquinamento delle acque, della terra e dell'acqua. Immaginiamo che, a quanto detto sopra, si aggiunga un vasto programma di costruzione di depuratori per ogni singola fase produttiva. Questo rappresenterebbe sicuramente un enorme investimento, anche se in questo caso non a base di capitale (nello Stato del proletariato, non è il capitale la maggior forza propulsiva) bensì di energia sociale, forza produttiva misurabile quantitativamente in un concreto sviluppo ulteriore della siderurgia, della chimica, della meccanica, dei trasporti, ecc., insomma, della mineralizzazione della vita organica. Se si intendesse per dittatura proletaria una cosa del genere, non si potrebbe forse parlare di sviluppo del capitale nel senso comune del termine, ma certamente ci troveremmo di fronte ad una specie di sviluppo "proletario" della produzione per la produzione, anche se non gli attribuissimo il risultato finale di un aumento dell'inquinamento.

Evidentemente, c'è qualcosa che non quadra.

Poste così le cose, l'intera pianura Padana diventerebbe un'enorme fabbrica ed il complesso padano-adriatico si avvierebbe inevitabilmente dalla situazione M+1 a quella M+2 (nelle due accezioni: merce e merda). Meglio lasciar fare al capitale che con i suoi ciclici salassi (crisi) almeno si limiterebbe a passare da M+1 a M+1,5.

Si ripropone, a questo punto, l'ingenua (a suo tempo, qualcuno avrebbe scritto: fessa, quando non falsa) domanda: ma allora non proponiamo niente "in concreto"? E' sicuro che diamo delle risposte "in concreto". Anzi, ad essere precisi, non abbiamo bisogno di inventare chissà quali risposte, poiché esse sono già state date nei primi anni '50 da quel piccolo movimento che rappresentava la continuità con la Sinistra Comunista: movimento che, grazie al proprio "schematismo dottrinario" ed "astrattismo" (sempre esplicitamente rivendicati!) rispetto alle particolarità della vita reale, riusciva a condensare in estremamente chiare formulazioni non solo le risposte che di volta in volta abbisognavano, ma soprattutto la ben più importante chiave di lettura per le domande stesse, senza la quale nessuna risposta sarebbe stata possibile.

In piena coerenza col Manifesto di Marx-Engels (la società attuale possiede troppa ricchezza, troppa industria e troppo commercio) viene implicitamente esclusa, per il movimento comunista, ogni possibilità che qualsiasi piano di "investimenti anti-inquinamento" possa risolvere il problema generale della nocività presente nei posti di lavoro [32]. E questo perché la soluzione di tale problema richiederebbe non tanto maggior investimento quanto

"disinvestimento dei capitali, ossia destinazione di una parte assai minore del prodotto a beni strumentali e non di consumo" [33]

Dovremmo dunque sforzarci - in quanto classe – di entrare nell'ottica che la circolazione dev'essere circolazione di bisogni umani e non di merci. Vedremo così subito, tanto per fare un esempio, la concreta possibilità di un ridimensionamento (disinvestimento) del "problema" trasporti, perché diverrà subito chiara l'antitesi fra mezzo di trasporto sociale e mezzo individuale, fra ferrovia e trasporto su gomma, fra terra libera e terra cementarmatificata da una rete stradale assurda. Parlando di bisogni umani vediamo che è possibile ridurre al minimo l'industria cementiera e come lo stesso disinvestimento sia possibile nell'industria delle automobili (comincia così a disinquinarsi l'aria delle città, senza bisogno di particolari investimenti). La stessa industria metallurgica comincia a ridimensionarsi: meno vetture individuali significa minor utilizzo di materiali ferrosi e, di pari passo, meno materiali plastici (industria chimica), meno scarichi nelle acque, nella terra e nell'aria. Ci ammaleremmo di meno, con una conseguente drastica riduzione della produzione di medicinali, se non sempre dannosi, spesso assolutamente inutili. Insomma, con un'organizzazione economica e sociale mirante ai reali bisogni umani, lentamente non vi sarebbe più bisogno delle grandi concentrazioni industriali (funzionali al capitale) e, dunque, comincerebbero a ridimensionarsi le grandi concentrazioni urbane (le odierne megalopoli).

Ecc., ecc., ecc..

Come si vede, non abbiamo compiuto voli extragalattici: abbiamo cercato di affrontare il problema concreto nella sua concretezza, al fine di evitare di "spaventare" chicchessia. Sicuramente ci si potrebbe dilungare, e questo permetterebbe esempi migliori, precisazioni ulteriori, sulle quali ora non ci soffermiamo. La cosa fondamentale da capire, comunque, è che problemi di questo tipo li possiamo affrontare "concretamente" solo se abbiamo la capacità di porli all'interno di uno schema generale, quindi astratto, che riproduce la società non come la vede ognuno di noi, ma in modo che ci sia permessa una sua lettura complessiva, depurata dal "rumore" (disturbo, disordine) come dicono gli informatici; una volta trovato l'ordine con cui analizzare i fenomeni, abbiamo anche la chiave di lettura dello stesso rumore: o particolarità specifica, o fatto "concreto", se si preferisce.

Mai nessun ecologista e nessun immediatista potrà fare in maniera coerente questo tipo di lavoro, perché, per poterlo fare, bisognerebbe sapersi proiettare fuori dal tran tran delle categorie ideologiche capitalistiche, nonché riconoscere che tutta una serie di strumenti di azione immediata messi a disposizione da questa società classista, sono utili esclusivamente ad essa. L'ecologia, che per noi sarà terreno fondamentale di ricerca ed applicazione di energia sociale, è invece oggi terreno prediletto per la chiacchiera a ruota libera di borghesi teneri e nobili démodés. Essi sono disposti a rivolgersi anche a settori del proletariato, ma solamente perché non è possibile compartimentare l'aria e l'acqua che pure loro respirano e bevono; così come non possono riavere con le sole proprie forze quello zeffirelliano paesaggio che una volta si potevano godere dall'attico.

Senza una visione generale di ciò che significa "ecologia" finiremmo di fare qualcosa di immediatisticamente concreto, come guidare squadre di proletari a pulire (gratis) i fossi, i boschi e le spiagge pieni di monnezza, paesaggi che tanto disturbano l'occhio estetico del borghese, anzi del nobile, visto che i massimi patrocinatori dei vari WWF sono i duchi di Edimburgo, i Bernardi d'Olanda, le donne Giulie Marie Mozzoni Crespi e via dicendo.

Senza una sufficiente capacità di astrazione si finisce per definire "concreto" solo ciò che serve a tamponare con dei miseri cerotti i guai della società borghese.

Ai lavoratori del Petrolchimico (il discorso rimane valido per qualsiasi altra fabbrica), che di fronte agli ecologisti si arroccano nell'operaistica formula "difesa del posto di lavoro", bisogna far comprendere i limiti di tale formula.

E chi il posto di lavoro non ce l'ha? Dobbiamo chiedere investimenti produttivi di qualche tipo?

Posti di lavoro ce ne sono anche troppi, perché sappiamo che, se fosse lasciato libero campo allo sviluppo delle forze produttive, molti posti di lavoro che oggi rappresentano una specie di ammortizzatore sociale sarebbero spazzati via. La realtà mostra che i posti di lavoro non ci sono perché la società attuale possiede troppa ricchezza, troppa industria, troppo commercio (Marx!) in rapporto ad un mercato paludoso e ad una domanda solvibile che non riesce ad assorbire quanto viene prodotto; non si può "chiedere" che si aumenti ricchezza, industria e commercio (quindi che si aumentino i fattori di sovrapproduzione e di crisi!) al solo fine di aumentare i posti di lavoro. Non si può chiedere che si aumentino i posti di lavoro per ottenere in tal modo una sovrapproduzione di posti di lavoro: è una contraddizione insuperabile.

Il posto di lavoro non è solo un'entità spaziale, ma insieme temporale (es., il posto di lavoro per un tempo di 8 ore). Questa unificazione dello spazio e del tempo in un'unica dimensione spazio-temporale permette di porre l'uguaglianza "posto di lavoro" = "luogo in cui svolgiamo la nostra attività per un tempo di 8 ore"; ne consegue che noi (questo "noi" è puramente esemplificativo) difendiamo non solo il nostro spazio fisico di lavoro, ma anche il nostro tempo di lavoro (8 ore).

Su queste basi, non vi potrà mai essere unità d'intenti e tantomeno di lotta, fra noi ed i disoccupati.

Non si tratta dunque di difendere a tutti i costi un qualsiasi posto di lavoro (magari condannato per sempre dallo sviluppo sociale), bensì di rivendicare la possibilità di una vita dignitosa per tutti, come rivendicavano gli operai "analfabeti" degli anni '20 (salario garantito ai disoccupati in base alle necessità delle varie famiglie): cosa immensamente difficile da pensare in questo fine millennio, dove la consapevolezza dei propri interessi ha lasciato il posto ad una marmellata di luoghi comuni ingigantiti dal rincoglionimento televisivo.

Accanto a ciò bisogna rivendicare una drastica riduzione dell'orario di lavoro, per es. da 8 a 4 ore giornaliere. Se questo può sembrare una richiesta di "scambio" fra orario e posti di lavoro, il significato diventa inequivocabile una volta che unifichiamo le due richieste, perché chiunque voglia legarsi al filo storico della autonoma esperienza di classe

"difende la situazione futura di un ridotto tempo di lavoro a fini utili alla vita, e lavora in funzione di quel risultato dell'avvenire, facendo leva su tutti gli sviluppi reali. Quella conquista, che sembra miseramente espressa in ore e ridotta a un conteggio materiale, rappresenta una gigantesca vittoria, la massima possibile, rispetto alla necessità che tutti ci schiavizza e trascina".[34]

In coerenza con il nostro modo di porre la "questione sindacale", non possiamo dunque chiedere la "difesa del posto di lavoro": non vedevamo l'ora che le macchine potessero prendere il nostro posto e lavorare per noi! Ci sono in giro sindacalisti che preferiscono far scendere i minatori a crepare in miniere improduttive in nome della "difesa del posto di lavoro", piuttosto di chiudere quelle tombe per sempre.

Le rivendicazioni degli operai che se ne fregano di rientrare nella logica dei problemi capitalistici da risolvere (e sono le uniche ad essere interessanti per noi) hanno il vantaggio di unificare positivamente occupati e disoccupati, di abituare il proletariato allo scontro con l'avversario, a non cadere nel tranello del solito "siamo tutti nella stessa barca", ecc..

Tutto ciò è irrealistico, utopistico ed astratto? E' vero che non abbiamo la forza, per ora e chissà per quanto tempo, di intraprendere una simile strada, ma non esistono altre strade se non quella di obbedire supinamente agli interessi del Capitale! Una rivendicazione che sia fondata sugli "investimenti anti-nocività ed anti-inquinamento", per il solo motivo che la situazione ti mette fra i piedi quello specifico problema (tralasciando l'altro milione di problemi simili) può essere certamente una strada, una "realistica linea di difesa", come dicono molti sindacalisti ed immediatisti, ma solo per quegli operai che, chiusi nel ghetto della loro fabbrica, dimenticano di far parte di una classe ben definita e di agire in una società che vive esclusivamente sul lavoro salariato.

Si trattasse esclusivamente di una colonna di distillazione che disperde all'aria del gas cancerogeno, il problema sarebbe facile da risolvere; ma qui siamo di fronte al dis-funzionamento di una società intera ed a questo bisogna rispondere.

In fondo, gli operai che si occupano solo del proprio orticello (della propria fabbrica, se non addirittura del proprio reparto) fanno come quei motoristi che, nella situazione in cui la nave sta per essere affondata dalla tempesta, si illudono di poter salvare la sala-macchine e la propria vita, chiudendosi all'interno di essa e bloccando ben bene i boccaporti, affinché nulla vi possa penetrare.

A proposito della distruzione di tempo di lavoro operata dallo sviluppo delle forze produttive (e quindi anche di posti di lavoro nelle fabbriche capitalistiche): fino a quando i lavoratori dell'EVC di Porto Marghera potranno essere rassicurati, sia pure sotto la bandiera di "pane e monomero"? Se nei prossimi anni, com'è prevedibile in base a recenti comunicati aziendali, nuovi processi produttivi renderanno antieconomico il vecchio impianto CV22, non basteranno di certo le giaculatorie sul "posto di lavoro non si tocca" e le roboanti frasi sulla sua "intransigente difesa". I posti di lavoro a Porto Marghera sono "toccati" ben vigorosamente da quella stessa EVC che dovrebbe garantirli con la sua sopravvivenza. L'impianto-pilota di Wilhelmshaven ha già dimostrato la possibilità di saltare il ciclo dell'etilene e la produzione di dicloroetano, partendo direttamente dall'etano, che costa tre volte di meno. La sua capacità potenziale è oggi di 1.000 tonnellate annue. Se tutto ciò sarà confermato, le azioni di EVC si preparano a compiere un bel salto sul mercato, mentre i lavoratori faranno un bel salto… dal mercato! (Vedere in appendice il riassunto dell'accordo EVC-Bechtel per il progetto complessivo)

 

[29] E' anche il titolo di un articolo contenuto nel libro Drammi gialli e sinistri della moderna decadenza sociale, edito dai Quaderni internazionalisti.

[30] Processo di rottura, per mezzo di alte temperature, di molecole di idrocarburi per ottenerne dei derivati; nel caso specifico si parla del cracking del DCE per ottenere Cloruro di Vinile.

[31] Circoli viziosi di questo genere sono presi in considerazione nell'ormai storico rapporto Meadows sui Limiti dello sviluppo (ed. EST Mondadori), ma già Marx ne individuò un esempio nel sistema di macchine a vapore che inquinava l'acqua nel momento stesso in cui questa gli serviva pura.

[32] I lavoratori, presenti in un qualsiasi ciclo produttivo, non chiederanno mai – di fronte a questo o quel problema immediato (es. fuoriuscita di prodotto da una pompa o da una valvola) – un generale "piano di investimenti anti-inquinamento", bensì l'immediata riparazione o sostituzione della pompa e della valvola.

[33] Da Il programma rivoluzionario immediato, Riunione di Forlì, del 28 dicembre 1952. Ora in Per l'organica sistemazione dei principi comunisti, Edizioni Quaderni Internazionalisti.

[34] Per l'organica… cit., Riunione di Genova, aprile 1953.


PER ESSERE PRECISI: VOLETE IL MERCATO?

IL CAPITALISMO È UN MODO DI PRODUZIONE CHE SI BASA SULLE CATEGORIE DI MISURA DEL VALORE, LA CUI RAPPRESENTAZIONE GENERALE È IL DENARO. SE NON SI ESCE DALLE CATEGORIE SUDDETTE NON SI ESCE DAL CAPITALISMO. QUINDI, QUANDO SIA IN GIOCO LA VITA UMANA, ENTRANDO NEL MERITO DEI MECCANISMI CAPITALISTICI SI ACCETTA IN FONDO DI STABILIRNE IL PREZZO.

Giornalista. Colonnello Mathieu è vero che, nella lotta contro il Fronte di Liberazione Nazionale algerino, viene applicata la tortura?

Mathieu. Cerchiamo di essere precisi. Non è questo il problema. Il problema è: Il Fronte di Liberazione Nazionale vuole mandarci via dall'Algeria e noi vogliamo restarci. Ora, a me sembra che, anche se con sfumature diverse, siete tutti d'accordo che dobbiamo rimanere. Per essere precisi pongo io una domanda: la Francia deve rimanere in Algeria? Se rispondete ancora sì, dovete accettare tutte le necessarie conseguenze.

Dal film La battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo

"È impossibile fornire una soglia di sicurezza nei confronti di una sostanza cancerogena. Le soglie di sicurezza oggi vigenti per tutte le sostanze cancerogene vanno ritenute soglie socialmente accettabili, ma sono biologicamente non sicure". Questa, l'affermazione che fece il professor Cesare Maltoni, il 3 ottobre 1996.

Nella sua richiesta di rinvio a giudizio del 16 ottobre, seguita alle indagini sulle patologie causate da CVM e PVC nell'area del Petrolchimico di Marghera, il Sostituto Procuratore della Repubblica, Felice Casson, definisce "agghiacciante" l'affermazione del professor Maltoni. Casson, usando quel termine, mostra evidentemente di essere "indignato".

Per parte nostra non proviamo alcuna sorpresa e, se di indignazione bisogna parlare (a parte la carica moralistica che il termine comporta), essa deve scaturire soprattutto dal substrato materiale - economico e sociale - sul quale si misurano le "soglie socialmente accettabili" descritte in modo "agghiacciante" dal professor Maltoni.

Casson cita anche una Nota di servizio centrale di manutenzione dal Budget di manutenzione per gli anni 1978-1980, spedito dalla sede centrale della Montedison a tutti i suoi stabilimenti in Italia. Tale nota di servizio era tutt'altro che segreta, visto che fu pubblicata sul giornale Lotta Continua, ed era a conoscenza di un gran numero di operai, considerato che, all'epoca, le fotocopie giravano per tutti i reparti. Tale nota avvertiva che, sul fronte della sicurezza,

"bisogna correre dei ragionevoli rischi; non ha senso infatti affrontare oggi perdite di prodotto e costi sicuri per evitare conseguenze possibili in futuro se non si è accuratamente verificato che la loro gravità e la probabilità che si verifichino sono tali da non lasciare dubbi".

Per inciso, notiamo che la proposizione "tali da non lasciare dubbi" non può legarsi al concetto di probabilità, bensì al concetto di certezza. Il che significa: dato che il concetto di probabilità lascia spazio alla possibilità che nessuno muoia, e dato che delle certezze "tali da non lasciare dubbi" sono possibili solo qualora si sia "accuratamente verificato" il decesso di qualche lavoratore... aspettiamo che ne muoia qualcuno.

Questa nota di servizio veniva inviata agli stabilimenti del gruppo quando già, dall'autunno del 1973, si era a conoscenza del caso Goodrich, lo stabilimento statunitense nel quale alcuni operai addetti alla produzione del CVM erano morti per angiosarcoma epatico; inoltre, la nota veniva inviata nonostante la relazione finale (datata 12 marzo 1977) dell'indagine epidemiologica, effettuata nel 1975-76, parlasse di "situazione sanitaria complessiva grave".

Nel suo esposto, Casson parla di "omicidio colposo plurimo aggravato" in quanto difficilmente dimostrabile l'ipotesi di "omicidio plurimo a titolo di dolo eventuale", per quanto "la linea di demarcazione giuridica fra le due citate fattispecie delittuose sia piuttosto sottile". Si parla dunque di omicidio, non di fragoline!

L'imputazione riguardava inizialmente 39 persone; ne rimangono 27, in quanto 2 sono state stralciate e 10 sono decedute. Conoscere i responsabili di questi omicidi è compito specifico della magistratura, la quale seguirà il suo corso nell'opera di accertamento delle responsabilità individuali dei singoli soggetti. Essa deve porsi, e si pone, la seguente domanda: "Chi è il colpevole?". E per dare la sua risposta deve limitare il proprio campo di indagine ai fatti specifici che hanno portato un dirigente d'industria ad essere imputato di omicidio colposo plurimo. Deve cioè rinunciare alla domanda: "Perché è colpevole?"; rinuncia che noi lavoratori non possiamo evidentemente fare. Infatti noi notiamo subito che nella stessa nota di servizio della Montedison, che Casson definisce "sconcertante", è spiegato il perché sia necessario correre dei "ragionevoli rischi" all'interno delle varie attività produttive ed è questo:

"l'obiettivo primario e costante di tutta la Divisione è la competitività... la necessità di far quadrare il bilancio... poiché la nostra divisione opera sul mercato ed ha... un profitto".

Sulla vicenda si è innescato un "caso" sindacal-giudiziario, e non si sente nessuno, diciamo nessuno, che tenti di capire come mai casi come questo, che danno lavoro extra ai sindacati e alla magistratura, non siano risolvibili nell'ambito delle funzioni di sindacati e magistratura. Occorre perciò portare alle estreme conseguenze la logica soggiacente a questi morti di cancro.

Se dicessimo semplicemente che "tutto è colpa del capitalismo", avremmo né più né meno assunto l'atteggiamento "indignato" di Casson, il quale fa il suo mestiere cercando di dimostrare che "tutto è colpa di qualcuno". Fra l'altro, questo "qualcuno" va riferito alle persone fisiche e non alla generica proprietà aziendale: il Codice Penale, dunque, perseguirà gli individui giuridicamente responsabili di Montedison ed Enichem; non potrà perseguire le aziende stesse né tantomeno la rete di interessi che ruota attorno ad esse. Quando si dice che è colpa di qualcuno, si intende che, eliminata la colpa, tutto va bene. Ma coloro che accettano di "entrare nel merito" del caso sindacal-giudiziario e si danno da fare per una sua "giusta" soluzione, rivendicando il miglioramento della realtà presente senza vederla nel suo cambiamento verso un'altra realtà che la supera (per noi ovviamente la società futura), finiscono per legittimarla anziché propugnarne l'eliminazione.

Nel documento appena citato si parla di competitività e di profitto, e quindi si potrebbero incolpare queste due categorie: basta estendere oltre i limiti della magistratura l'indignazione di Casson e avremmo rivendicato un'azione moderatrice di qualche organo sociale sui guasti provocati da competitività e profitto. Ciò rappresenta la classica visione "sindacalista", cioè basata su "rivendicazioni", tipica non solo dei sindacati, ma di tutte le forze che, in un modo o nell'altro, si agitano contro gli effetti del capitalismo e non giungono alla critica distruttiva e rivoluzionaria delle cause. Ma anche l'azione dello Stato borghese è criticamente costruttiva (quindi equilibratrice e conservatrice) nei confronti dell'anarchia della produzione, della distribuzione e dell'ambiente, insita nel modo di produzione attuale. È ovvio che il capitalismo ha in sé elementi per la propria sopravvivenza.

La critica profonda al modo di produzione capitalistico non ha bisogno del ricorso a termini cui vengono affibbiati i più diversi significati, trasformati in luoghi comuni. E dunque lasceremo da parte termini come "rivoluzione", "comunismo", "lotta di classe" ecc. Ci basta una considerazione generalissima che è questa: il capitalismo è un modo di produzione che si basa sulle categorie di misura del valore, specificamente valore di scambio. Esso si esprime attraverso la sua rappresentazione generale che è il denaro. Tutte le volte che non si esce dalle categorie di valore, non si esce dalla salvaguardia del capitalismo.

Nel documento citato è ben specificata la fondamentale categoria di valore del capitalismo: il profitto; la completano due inseparabili conseguenze: il mercato e la competitività (concorrenza). Là si sofferma la nostra attenzione. Ma a quale parte del documento potrebbe legarsi lo sconcerto di Casson? Alla parte relativa ai "ragionevoli rischi"? Se così fosse ci troveremmo di fronte ad una palese incongruenza, in quanto i ragionevoli rischi non sono altro che la conseguenza della fondamentale premessa posta dalla realtà economica del mercato, all'interno del quale l'obiettivo costante dev'essere la competitività al fine di ottenere un profitto.

Ed allora, lo sconcerto deriverebbe dalla constatazione che esisterebbe un mercato e se ne difendono le leggi? È difficile crederlo. Se così fosse, lo stesso Casson non se ne occuperebbe sul piano giuridico e la questione sarebbe demandata alla politica, dato che non sarebbe affrontabile e risolvibile da qualsivoglia livello della magistratura. Ma politicamente essa potrebbe essere affrontata e risolta solo da quel movimento e da quella organizzazione di classe che sapessero fondere le due separate domande "chi è colpevole?" e "perché è colpevole?", in una sola domanda: "perché è colpevole 'chi'?" Attenzione: la ricerca del motivo per cui qualcuno sarebbe colpevole non serve qui ad accontentarci del fatto che abbiamo ben formulato la domanda; nel nostro caso la formulazione della domanda è solo una via per giungere ad una risposta precisa, che in effetti distrugge la domanda stessa e fa scattare l'argomento in un'altra dimensione.

Una lettura superficiale di quanto stiamo affermando potrebbe suggerire l'impressione di un discorso astratto che distoglie l'attenzione da un problema specifico e dalle relative responsabilità rispetto ad esso. Tralasciando per il momento questioni che riguardano l'annosa discussione sul concretismo e l'astrattismo, limitiamoci a sottolineare che noi lavoratori - e non parliamo in maniera esclusiva di quanti hanno provato direttamente sulla propria pelle il valore dei "ragionevoli rischi" - non possiamo accontentarci di soluzioni salva-coscienza, di responsabili occasionali (la risposta al chi?) che svolgano la funzione di parafulmine di un sistema il quale, rimanendo inalterato (mercato, profitto, ecc.), possa riproporre periodicamente dei nuovi "ragionevoli rischi", dei nuovi lavoratori ammazzati, dei nuovi responsabili, dei nuovi chi?... lungo un ciclo infernale che continuamente si ripete.

Quei dirigenti (i chi?), nei confronti dei quali è stato chiesto il rinvio a giudizio da Casson, sono sotto la spada di Damocle rappresentata da una condanna per "omicidio colposo plurimo" e nell'attesa, forse, troveranno individualmente la forza per riflettere sul rapporto tra profitto e carne da cannone. Ma non è questo il punto. Noi vogliamo qui mostrare che omicidi colposi plurimi in tal numero non hanno origine da individui, a cominciare dal fatto banale che non possono essere compiuti da un numero esiguo di persone.

La domanda "perché è colpevole 'chi'?" è formulata a questo modo proprio per non spostare il discorso su un esclusivo e apparentemente nebuloso, astratto perché?, tacendo sulle responsabilità soggettive e individuali. Ma l'aggiunta del perché? incomincia con l'allargare l'atto d'accusa di "omicidio colposo plurimo" all'intera rete di relazioni sociali che caratterizza l'attuale società capitalistica. La domanda così formulata pone il problema dell'individuazione non solo degli esecutori di questi omicidi, ma anche dei loro ispiratori, i quali sarebbero sicuramente pronti a tirar fuori il loro alibi scontato: "io non c'ero sul luogo dell'assassinio", pur sapendo benissimo di essere parte attiva di quella rete di interessi che è la determinante causa di questi omicidi.

Come si vede, non stiamo ancora usando categorie nostre: per ora ci limitiamo a spingere ai limiti ciò che dicono gli stessi borghesi. Spezzeremo in seguito questi limiti. A titolo d'esempio, prendiamo il libro di un certo Aldo Fabris, L'organizzazione dell'impresa [35], che fa parte di una collana dal significativo titolo: Biblioteca dei quadri aziendali. Nel retro di copertina sono riportati vari titoli di merito che ricordano a chi compra il libro che l'autore è un elemento competente ed è anche ispiratore di linee-guida per la formazione dei dirigenti.

Questo signor Fabris, criticando la "visione burocratica e statica" in contrasto con l'effettivo presentarsi di "variabili, in termini di economicità, efficacia ed efficienza", pone la funzione dei quadri in un contesto che comporta "il privilegiare le caratteristiche dinamiche di adattamento e flessibilità". Egli considera che una qualsiasi attività produttiva è immersa in quell'ambiente chiamato mercato ed è sottoposta alle leggi di aspra guerra (competitività) economica, per cui deve dotarsi di un'organizzazione che leghi dinamicamente in un unico concetto la triade strumento-risorse-risultati; deve, cioè,
"guardare all'organizzazione come strumento per integrare delle risorse ed ottenere dei risultati che devono essere tali da reggere il confronto con modi alternativi di lavoro... pena il declino e la morte".

È a questo punto che, al concetto di organizzazione, il signor Fabris collega due aspetti: l'efficacia, per la quale "l'obiettivo previsto e programmato deve essere raggiunto" e l'efficienza, che si esprime nelle modalità con cui si deve tendere all'obiettivo. Se "il rapporto fra efficacia ed efficienza deve essere costruito in relazione alla situazione specifica", ciò significa che l'efficienza rimane sempre funzione dell'efficacia, pena il "il declino e la morte" dell'azienda stessa. Banalmente, altisonanti giri di parole ci dicono che l'obiettivo sono i ricavi e che l'efficienza sono i costi. Abbiamo quindi un classicissimo esempio di dove si vada sempre a parare quando il criterio per stabilire "la vita o la morte" sia la misura del valore. Considerando che l'obiettivo di una qualsiasi attività produttiva, operante all'interno delle leggi di mercato, è determinato dal raggiungimento di una quota x di valorizzazione del proprio capitale investito, e considerando inoltre che questo obiettivo (efficacia) è sempre contrastato dall'obiettivo di una diversa e concorrente organizzazione produttiva, ne consegue che esso sarà tanto più alto quanto più il costo dell'efficienza sia basso.

Per esempio: supposta l'efficacia di un'organizzazione che si ponga un obiettivo pari a 100 e supposta la modalità efficiente il cui costo sia pari a 50, il rapporto efficacia/efficienza risulterà pari a 2. Qualora i limiti dello sviluppo (sovrapproduzione, competitività, esacerbata guerra economica, ecc.) costringano a ridurre l'obiettivo a 90, il rapporto scenderebbe a 1,8. Per l'azienda si porrebbe il problema del declino economico (in vista della futura morte) a meno che essa non riuscisse a riportare il rapporto obiettivo/modalità (efficacia/efficienza) al precedente valore. Lo si può fare in un unico modo: data la caduta dell'efficacia da 100 a 90, il costo dell'efficienza deve scendere assolutamente a 45, per ristabilire il rapporto pari a 2 (90/45).

Arrivato a questo punto il signor Fabris ci dice qualcosa di veramente interessante:

"Il rapporto fra efficacia ed efficienza deve essere costruito in relazione alla situazione specifica; alcune volte non ci si può permettere di non raggiungere il risultato, anche a scapito dell'efficienza: come esempio possono essere ricordate le situazioni dove sono in pericolo le vite umane" (sottolineatura nostra).

In parole povere, ci viene detto che quando sono in pericolo vite umane il risultato va raggiunto senza badare ai costi dell'efficienza. L'apparente filantropia dell'affermazione è però contraddetta da ciò che precede: se infatti per l'azienda è questione di vita o di morte raggiungere l'obiettivo, l'alternativa è, in condizioni di concorrenza (competitività), o la morte dell'azienda o la morte degli uomini. In una società che misura tutto con le categorie del valore, l'alternativa si risolve nel senso di ciò che conviene.

Ci è rimasto nella memoria un processo sindacal-giudiziario per un fatto accaduto molti anni fa negli Stati Uniti. Seguendo i filoni naturali di silice, una cava a cielo aperto si trasformò in miniera. Nelle gallerie aumentarono ovviamente i costi e quindi, come ci insegna il signor Fabris, diminuì il rapporto efficacia/efficienza. La miniera chiuse, anche perché nelle gallerie, a differenza che all'aperto, la polvere silicea era ad una concentrazione tale che per la sicurezza sarebbero occorsi impianti di estrazione ad acqua, quindi pompe, drenaggi e nuovi tipi di struttura di contenimento. Vi fu sciopero per la difesa del posto di lavoro, ma il vecchio proprietario, conti alla mano, rifiutò di riaprire la miniera. Essa fu allora concessa in appalto temporaneo ad un altro imprenditore il quale, con gli stessi conti, dimostrò che poteva ristabilire l'equilibrio efficacia/efficienza risparmiando sugli impianti e mettendo più uomini, come se avesse letto Marx e la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto. La bassa composizione organica del capitale [36] nelle gallerie permise profitto e posti di lavoro in abbondanza, infatti si scavò intensivamente silice pura fino all'esaurimento della miniera. Nessuno ne parlò più, ma dopo alcuni anni i minatori che si erano avvicendati in quella miniera incominciarono a morire di silicosi. Si aprì un'inchiesta e, prima del processo, ne erano già morti duemila. Non ricordiamo se ci furono condanne, ma ci pare evidente che la legge che il signor Fabris crede di aver scoperto funziona benissimo.

Noi, in quanto lavoratori che non si accontentano di condannare un macellaio sostituendolo con un altro macellaio e in quanto uomini che lavorano e che non vogliono essere carne da cannone, ci dobbiamo porre una domanda: che rapporto esiste fra la nota di servizio della Montedison, citata da Casson, la richiesta di rinvio a giudizio, da parte dello stesso Casson, per "omicidio colposo plurimo" e le considerazioni contenute nel libro del signor Aldo Fabris? Dato che questa società si basa sulle categorie di misura del valore e che il rapporto efficacia/efficienza è una questione di vita o di morte per il Capitale, la formuletta del libro è da considerare come "istigazione a delinquere". Certo, solo dopo che ci sono i morti, perché prima il margine di discrezionalità è talmente ampio da essere descritto con la frase statisticamente poco precisa di "ragionevoli rischi". Dopo un numero statisticamente probante di morti, però, c'è la certezza che i rischi non erano tanto ragionevoli.

A leggere fino in fondo nell'indignazione di Casson, è evidente che egli vede, nella sua lucidità giuridica, quale ampiezza dovrebbe assumere la sua azione se per obbligo deontologico dovesse andare fino in fondo. Egli sa bene che

"ai fini della sussistenza del reato di istigazione a delinquere non è necessario che il fatto istigato abbia assunto una precisa individuazione attraverso la specificazione del nomen juris (omicidio, ecc.) che lo qualifica penalmente, ma è sufficiente che contenga i presupposti che consentano di inquadrarlo in uno o più tipi di reato previsti dall'ordinamento penale" (Sentenza '85, Cass. Pen.- Sez. 1, '85/170600).

Questi "fondamentali" distinguo presenti nel codice penale e nella giurisprudenza, ci allargano l'orizzonte, ma certo solo all'interno della stessa "fondamentale" materia. In quanto appartenenti alla classe salariata rimaniamo refrattari di fronte al diritto, mentre riteniamo fondamentale sapere come e se si caverà silice o si fabbricherà plastica nella società futura senza che siano distrutte vite umane nella quadratura del rapporto efficacia/efficienza. E più ancora ci interessa indagare come si vivrà senza dover morire per la silice o il CVM, senza dover morire ogni giorno un poco, anche solo per il più venefico effetto di questa società: il furto del tempo di vita, che corrisponde al tempo di pluslavoro.

E affinché nel suo intimo il lettore non senta diminuire il senso di nausea che speriamo gli abbiano suscitato i fondamentali argomenti del pensiero borghese, gli sottoponiamo un'ulteriore elaborazione di tale pensiero, che giunge ad avvalersi degli alti risultati della statistica. Nella già citata nota Montedison, la scienza matematica statistica, ridotta ai ricordati "ragionevoli rischi", è di nuovo scienza positiva e rigorosa:

"Ognuno di noi paga un premio ad una Società Assicuratrice per cautelarsi dai rischi derivanti dall'uso dell'automobile [...] che, considerati nell'ambito individuale possono essere gravissimi. Nell'insieme di una comunità peraltro gli assicurati prosperano perché la somma dei danni è sempre inferiore alla somma dei premi pagati agli individui. Analogamente rischi di affidabilità che potrebbero essere non accettabili se considerati nell'ambito del singolo impianto, diventano accettabili se sono frutto di una mentalità estesa ad un intero stabilimento o ad una Divisione".

È evidente che la natura di un discorso del genere è squisitamente politica, anche se mortalmente politica. I vari Cefis, Medici, Schimberni, la cui conoscenza tecnico-industriale sicuramente non è eccelsa, potrebbero parlare di rischi "accettabili" solo dopo aver incaricato dei tecnici specialisti per fare accertamenti, e non nell'immediato, bensì negli anni. Da una non superficiale lettura della nota Montedison emerge dunque una doppia ipotesi di "reato": se indubbiamente vi è differenza fra l'ordine di accertare un pericolo di morte e quello di accettare un tale pericolo, essa non sussiste più fra l'ordinare e l'eseguire in piena consapevolezza. È dunque strumentale e demagogico scaricare la responsabilità soltanto su chi ordina, quando appare evidente che tale responsabilità omicida appartiene a tutta la struttura piramidale che esegue e poggia sulla "carne da cannone".

La domanda quindi diventa: quanti chi all'interno della struttura piramidale Montedison-Enichem non solo conoscevano, ma ordinavano, accettavano ed eseguivano modalità produttive comportanti il pericolo di morte per un numero non indifferente di lavoratori? Quando mai sono stati avvisati i lavoratori del grave pericolo (di morte) che incombeva si di loro? Ma soprattutto: quante e quali situazioni permangono di "rischio socialmente accettabile" rientranti anche solo nella limitata sfera del Codice Penale? E dunque, se il Codice Penale persegue responsabilità oggettive chiaramente individuabili in persone fisiche, chi ancora oggi, conoscendo modalità produttive comportanti "rischio accettabile" di morte - e forse anche di strage - le ordina o le esegue? Dove ci si ferma lungo la catena? Sarà processato, alla fine della catena, anche il petrolio?

Nessun anello della catena umana che sta alla base delle responsabilità vive in un limbo asettico privo di relazioni col mondo circostante. Si pensi a quanti uomini hanno dato ordini o ne hanno eseguiti per quanto riguarda il cancerogeno Dicloroetano, il cui

"effetto è noto quanto meno dal 1978 e consiste in un rilevato eccesso di tumori gastrici e di leucemie".

Ora, proseguendo nella logica dei processi giudiziari, se sistemi di monitoraggio sono stati progettati solo nel '92, acquistati nel '95 e posti in funzione nell'estate del '96, bisogna ancora chiedersi: "perché è colpevole 'chi'?", e conseguentemente perseguire tutti i chi. E se l'entrata in funzione di questi stessi sistemi di monitoraggio è dovuta ad una legge "emanata con grave ritardo come spesso è successo in questa materia", bisogna chiedersi il perché di un tale ritardo e chi è o chi sono i responsabili di un così criminale ritardo, e perseguire anche loro, sennò l'indignazione di Casson non rispetta il fondamentale diritto ma le sue opinioni personali. Quindi egli dovrebbe spingersi lungo i fili di una ragnatela di connivenze che va dall'industria alla sanità, dalla stampa all'università, connivenze che hanno evidentemente il placet dell'apparato politico dello Stato. E poi c'è la "cultura" in generale, difficile da individuare in ogni soggetto giuridico, ma altamente colpevole, in base al concetto di concorso morale, perché favorisce un clima sociale e psicologico utile al reato.

Come una qualsiasi direzione aziendale non vive in un vuoto asettico, così la magistratura è parte integrante dell'ambiente sociale in cui vive, ed il suo Codice Penale non è la "tavola della legge" dettata da un'entità esterna. Il Codice Penale della magistratura è lo strumento tecnico che, di volta in volta, si rende indispensabile in relazione alle specifiche esigenze di ordine sociale, vale a dire di controllo e restringimento del campo del disordine sociale entro limiti accettabili per l'insieme della classe borghese e del suo Stato.

La magistratura dello Stato è parte integrante di quella rete di interessi che si sviluppa su una base economica e sociale tessuta da quelle esigenze di valorizzazione del capitale, le quali, indipendentemente dalle volontà soggettive di Tizio o Caio, comportano "rischi socialmente accettabili" in funzione della competitività delle merci sul mercato nazionale ed internazionale.

Se la magistratura potesse essere conseguente con quanto va dichiarando e applicare il Codice Penale ai diversi livelli di omicidio colposo aggravato, di istigazione pubblica, di concorso morale, essa sarebbe socialmente asettica e potrebbe perseguire i colpevoli. Non avremmo nessuna rivoluzione lo stesso, ma in compenso si verificherebbe un notevole incremento del Prodotto Interno Lordo attraverso i salari e i profitti generati dall'espansione di un'edilizia carceraria che avvolgerebbe l'intero pianeta.

Coloro che vorrebbero inserirsi "in ogni piccola contraddizione del sistema" per scardinarlo ragionino: Casson può indicare i presupposti di un omicidio colposo, ma non può perseguirli perché nessun codice può perseguire il mercato, la competitività, il profitto, ecc. Può solo perseguire certi effetti delittuosi di tali presupposti e più precisamente alcuni "chi" fra i responsabili di tali effetti.

Ma allora, nell'attesa di una "completa giustizia" a venire, questi devono intanto farla franca? Non è qui il problema. Nessuno può essere per principio contrario al fatto che qualche pezzo grosso al servizio del Capitale sia messo in condizione di riflettere pacatamente sui morti proletari. Ma non possiamo fare a meno di osservare che, quando inizierà il processo, il 3 marzo prossimo, se sarà più rapida l'individuazione delle responsabilità penali rispetto alle passate stragi del Vajont, di Ustica, ecc., se gli imputati che rimarranno (alcuni nel frattempo sono già passati a miglior vita) saranno riconosciuti colpevoli, allora pagheranno quanto stabilirà la magistratura. Se, a seguito di ciò, essi si "pentiranno", potranno usufruire di tutti gli eventuali benefici di legge, permettendo un più facile avvio delle eventuali cause civili di risarcimento ai parenti delle vittime causate dal Cloruro di Vinile Monomero; ossia delle vittime di Montedison-Enichem (in attesa che il supplemento d'inchiesta verifichi la posizione di EVC). Allora il grande processo avrà dimostrato fino in fondo che dal circolo vizioso della misura secondo le categorie del valore non si esce neppure di fronte al rapporto tra i vivi e i morti. E sarà stabilito il precedente, con valore giuridico per i prossimi morti e i prossimi processi, di quanto vale, in denaro, un proletario che muoia in quelle specifiche circostanze. Con gli interessi arretrati.

E allora non ci si accontenti - in quanto lavoratori salariati, in quanto classe sfruttata - di rivendicare diritti "particolari", perché contro di noi non viene esercitata alcuna ingiustizia "particolare", bensì l'ingiustizia senz'altro ed essa non è descrivibile secondo un linguaggio giuridico e neppure morale, bensì con quello della forza (Marx). Questo particolare tipo di "ingiustizia" non avrà mai fine finché continueremo ad appellarci al "diritto" di una società che è storicamente data. Non dobbiamo quindi appellarci ad una categoria di questa società, che è transitoria come la società stessa, bensì ad una categoria umana, cioè riguardante tutta la specie e il suo futuro: imparando perciò a rivendicare con forza la nostra prerogativa di uomini, che non si trovano in contrasto unilaterale rispetto a qualche conseguenza del sistema economico attuale, ma in contrasto universale con tutte le sue premesse.

Troppo semplicistica e fuorviante, la semplice messa sotto accusa dei vari dirigenti succedutisi ai vertici Montedison ed Enichem. Molto più difficile da percorrere - ma unica risolutrice - la strada che non ammette processi e toghe ma condanna per sempre l'intera classe dei borghesi, non solo per omicidio plurimo aggravato, ma per essere ormai una classe inutile alla storia. Lungo questa strada non ci sono mai stati compromessi o confusioni e sarà facile rendersi conto che gli odierni "amici della carne da cannone" faranno fronte comune e si riveleranno quali "amici del mercato della carne da cannone".

Allora, chi ha ucciso i 130 lavoratori colpiti in questi anni da angiosarcoma epatico?

 

[35] Edito nel 1982 dalla ETAS Libri.

[36] La composizione organica del capitale è il rapporto fra il capitale costante (macchine, energia, materie prime, semilavorati ecc.) e il capitale variabile (salario) che lo mette in moto nella produzione, il tutto espresso in termini di valore.


APPENDICE

LA MORTE DIFFERENZIALE

Quello che presentiamo qui di seguito è il capitolo di un lavoro più vasto sulla teoria della rendita e sulle determinazioni che caratterizzano l'agricoltura capitalistica e l'estrazione dei prodotti del sottosuolo [37]. L'argomento trattato sembra a prima vista estraneo alla chimica, alle sostanze cancerogene o ai problemi dell'ecologia, ma  in realtà lo si può collegare, e anche molto direttamente, a questi temi, in quanto l'esigenza primaria di risparmiare capitale costante in ambiente di concorrenza è la stessa per tutti i sistemi industriali alle prese con problemi di sicurezza per i lavoratori. L'articolo inquadra anche la questione delle rivendicazioni sul mantenimento ad ogni costo di lavorazioni pericolose o nocive su determinati territori, specie quando vengono sbandierate del tutto a sproposito rivendicazioni inerenti alla "difesa del posto di lavoro".

Con le prime notizie della sciagura che ha ucciso 42 lavoratori nella tenebra, nel soffoco e nel fango del lavoro estrattivo, si sono diffuse le descrizioni della miniera di lignite toscana [38]. Nelle prime notizie, nelle primissime date senza ancora pensare ad effetti spregevoli di partito, tutti lo hanno detto: la vecchia miniera male attrezzata e ormai prossima ad esaurirsi e tale da non meritare la spesa di un modernamento di installazioni doveva andare in disarmo. Ma sarebbe stata la disoccupazione e la fame per il piccolo paese di Ribolla, che non aveva alcuna altra risorsa economica.

Quindi la miniera è rimasta aperta e la soluzione è degna dei principii che reggono il sistema capitalistico: è un fatto che i morti non mangiano.

Un'altra fabbrica, ad esempio, che facesse per ogni unità lavorativa cento di prodotto invece di mille sarebbe stata chiusa da decenni, ma la miniera era aperta. I procedimenti erano quelli di secoli fa, e quelli che le descrizioni dell'ottocento attribuiscono alle miniere inglesi e francesi di combustibili fossili. Mentre queste si vanno liberando di tali procedimenti grazie a moderni impianti di sicurezza, i nostri impianti italiani invece peggiorano.

Ma ciò è conseguenza diretta delle leggi economiche del capitalismo. Altri e più industriali paesi sono anzitutto ricchi nel sottosuolo di minerali di qualità e di potenza calorifica molto più alta noi siamo ridotti alla lignite e alla torba perfino e ad adoperare miniere di fertilità deteriore.

Esse regolano bene il prezzo internazionale e tengono su quello dell'antracite, che ci farà profumatamente pagare il pool del carbone, il rentier della coltivazione europea dei combustibili e dei minerali, nido caldo del soprapprofitto capitalista sulle materie prime della morte militare e civile.

I combustibili che si scavano dalle viscere della terra derivano dalla digestione geologica di vegetali, di savane e foreste. Sono più o meno ricchi di carbonio e di varia potenza calorifica. Si classificano all'ingrosso in torbe, ligniti, litantraci ed antraciti. Gli ultimi sono i ricchi carboni fossili che in gran parte vengono da Inghilterra, Stati Uniti, Sud Africa, ecc. In Italia ve n'è poca dotazione: il fabbisogno totale è tra 12 e 15 milioni annui di tonnellate, la produzione oggi, di appena 2 milioni. Mussolini nei piani autarchici la volle portare dai 3 milioni del '39 a 4, pari a un terzo del fabbisogno. Nel 1942, anno di guerra, la famosa Azienda Statale Carboni Italiani, fondatrice di nuove città, raggiunse infatti i 5 milioni di tonnellate [39].

La poca antracite si estrae in Val d'Aosta e nella sarda Barbagia. Quantità ancora minori di litantrace nel Friuli e nell'Iglesiente. L'antracite delle ottime miniere istriane dell'Arsia è perduta dopo la guerra. Il grosso è lignite sarda, umbra, del Valdarno e del grossetano; dei vari tipi dai più ricchi (picea, xíloide) ai più magri (torbosa) il carbone "Sulcis" si classificava già come una lignite ed è di basso valore.

L'antracite migliore arriva al potere calorifico di oltre 9.000 calorie per chilogrammo, il litantrace sta sulle 8.000, le varie ligniti tra 7.000-7.500 e meno, la torba che va prima essiccata, verso i 3.000.

I prezzi internazionali di questi combustibili vanno da 24 mila lire per tonnellata del carbone sudafricano, a 18 mila dell'antracite inglese, 14 mila del litantrace, 8 mila circa delle ligniti nazionali; e le migliori anche 10 e 11 mila. Il prezzo dunque varia colla efficienza calorifica, in ragione di un duemila lire per ogni migliaio di calorie-chilogrammo. Lo stesso vale dire che il minerale più spregevole e quindi la meno fertile miniera, regola il mercato generale.

Politica economica!

Si dice che la spesa di estrazione del carbone Sulcis, scadentissimo rispetto ai carboni fossili di importazione (in effetti, di massima, la spesa di estrazione dipende dalla massa di materiale e non dal suo potere calorifico e deve sensibilmente essere la stessa: le difficoltà tecniche si compensano e le miniere di combustibili più ricchi sono logicamente meglio attrezzate negli impianti di taglio, elevazione, sicurezza, e quindi a lavorazione più produttiva) sia sulle 11.700 lire nette per tonnellata. Secondo le gazzette commerciali lo si esita solo a prezzi inferiori al listino e con una perdita di 4 mila lire alla tonnellata: una rendita al rovescio. Ma non vi è dubbio che alla spesa netta di capitale costante e salari (le maestranze minacciano continui scioperi vantando crediti verso le aziende) si aggiunge il profitto delle società esercenti ed anche una rendita "assoluta". E' Pantalone che la sborsa: il gioco costa allo Stato italiano 4 miliardi annui. In queste assurde condizioni la produzione aumenta, l'azienda tiene scorte di montagne di questo pessimo carbone, come pare che altrettante se ne ammonticchino nei docks di Genova di buon carbone importato in eccesso, pagato in valuta pregiata all'estero.

Poiché non vi sono ragioni che il prezzo individuale di produzione del Cardiff o dei carboni extraeuropei sia molto diverso dalle 11-12 mila lire italiane, la differenza tra tale prezzo e il valore di mercato, per circa uno scarto da sei a dodicimila, costituisce rendita differenziale per quelle miniere. Esse pagheranno, si dirà più alti salari, ma grazie ai macchinari migliori è certissimo che le tonnellate-anno per ogni unità lavorativa sono molte di più.

In tutto questo quale è la bestialità potente, la demagogia economica più imbecille? Non il denunziare la rendita, il soprapprofitto, il profitto delle società capitalistiche, che si combattono solo sul terreno dell'organizzazione sociale e politica dell'intera Europa e non con manovre mercantili e legislative, ma il reclamare che le miniere da disarmare siano tenute aperte; chiedere, pur sapendo bene che si tratta di un assurdo, che siano dotate, mentre stanno per esaurirsi, di costosi impianti di sicurezza.

Questo lo chiedono i partiti "estremi" che devono fabbricare voti locali nelle elezioni, e non altro, col pagliaccesco merito della lotta contro "anche un licenziato solo".

Questo lo chiedono a coro insultandosi con i primi solo per l'effetto sulla balorda platea, i capitalisti, lieti che al saldo passivo provveda a proprio carico lo Stato e naturalmente la classe lavoratrice italiana.

In tutti questi movimenti balordi il mondo degli affaristi mangia soldi a palate e il mondo dei chiacchieroni parlamentari giustifica la coltivazione della più idiota delle miniere: quella della fessaggine umana.

Quando il logico sviluppo delle leggi economiche del capitalismo aziendale - che sono anche in Russia matematicamente le stesse e con gli stessi fatali effetti - sbocca nella strage, non se ne trae l'occasione per svegliare nella classe proletaria il possesso della rivoluzionaria dottrina di classe, ma si cerca, con la mentalità più crassamente borghese, la "responsabilità", la colpa di questo dirigente capitalista meglio che di quello o di tutti, lo scandalo, ossigeno supremo di questa smidollata Italia postdonghiana, che nella sua sciagurata opera di amministrazione, comune nelle direttive a governi e opposizioni, ricalca dell'uomo di Dongo [40] le istruzioni, colla sola differenza di ottenere risultati di gran lunga più coglioni.

Se il capitale italiano, povera sottosezione del capitale mondiale, ma ricca di esperienza e di espedienti per storica eredità, ponesse a concorso il modo migliore per tenere la classe operaia lontana dal ritorno ad un potenziale rivoluzionario, vincerebbe da lontano il primissimo premio lo stalinismo locale, coi capolavoro delle sue manovre e del suo linguaggio, in ogni successiva occasione più platealmente, cafonescamente ruffiano.

Deve credersi che glielo paghino già. E se questa fosse insinuazione, andrebbero disprezzati un poco di più.

 

GRAFICI A CONFRONTO

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Nel grafico superiore è sintetizzato l'andamento nel tempo del CVM presente nell'ambiente di lavoro secondo i dati forniti da EVC. I valori massimi esistenti in un passato non specificato (x) e minimi rilevati nel 1997 (z) furono forniti in parti per milione (ppm). Nel tempo i valori transitarono per il valore massimo consentito dalla legge del 1982 (y). Il grafico inferiore, tenendo conto che la relazione cancerogena è sempre molecola-cellula, mostra lo stesso andamento ma in numero di molecole rappresentato con scala di potenze di dieci. La curva visualizzata in questo modo evidenzia che non si può parlare di "ragionevole tranquillità" quando esiste comunque un vasto campo di cancerogenicità nel tempo x-z (in grigio).

 

 

 

 

 

 

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UN NUOVO PROCESSO PER LA PRODUZIONE DI CVM

La produzione del Cloruro di Vinile Monomero è oggi basata sull'etilene e, in pochi vecchi stabilimenti, sull'acetilene. Il nuovo processo di EVC utilizza etano e cloro per ottenere direttamente CVM. L'etano costa circa un terzo rispetto all'etilene. L'8 settembre 1999 è stato comunicato un accordo con l'impresa americana Bechtel - una delle più grandi organizzazioni al mondo specializzate in progettazione, costruzione e direzione di impianti - che si occuperà della commercializzazione del brevetto e della costruzione di stabilimenti industriali per la produzione del CVM dall'etano. Il successo delle ricerche di laboratorio e i promettenti risultati ottenuti in produzioni semi-industriali, confermano la possibilità di realizzazione del processo etano-CVM studiato da EVC. Nonostante alcuni aspetti ancora da verificare, l'azienda ritiene di poter dare inizio al progetto per un primo stabilimento completo. Il processo in questione rappresenta un potenziale salto nell'evoluzione delle tecnologie produttive dopo più di 60 anni di produzione tradizionale. La Bechtel è già partner internazionale di EVC ed ha notevole esperienza nella progettazione e costruzione di impianti per il CVM. L'esperienza congiunta permetterà l'ottimizzazione del processo e la costruzione del primo stabilimento industriale entro il 2003.
(Riassunto da: EVC reaches alliance agreement with Bechtel for ethane-to-VCM process, comunicato stampa dell'8 settembre 1999).

 

 

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[37] Mai la merce sfamerà l'uomo, del 1953-54, ora edito da Quaderni Internaz.

[38] L'esplosione di grisù nella miniera di Ribolla (Grosseto) avvenne il 4 maggio 1954. Analoghe esplosioni erano avvenute nel 1925 (7 morti), 1935 (una decina di vittime), 1945 (15 morti).

[39] La produzione italiana di carbon fossile, fra antracite e Sulcis, superava di poco, nel 1953, il milione e 70 mila tonnellate; da allora è scesa a cifre insignificanti.

[40] Mussolini, catturato, con coloro che lo accompagnavano, dai partigiani nel villaggio di Dongo, sul lago di Como, il 23 aprile 1945.

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