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L'insurrezione di La Spezia

La_SpeziaLa Spezia, basti vedere la sua pianta, è una città artificiale. Voluta infatti come porto militare dai Savoia appena la monarchia Sabauda "unificò" l'Italia, fu costruita seguendo i dettami canonici che il barone Haussmann, dopo il macello della "Comune", impose in tutta quanta l'Europa. Le strade della città sono infatti perfettamente geometriche, ad eccezione di una via in diagonale pensata per permettere alle truppe di accorrere celermente là dove si poteva manifestare il benché minimo accenno di sedizione.

La città conobbe uno sviluppo rapidissimo che si incentrò praticamente tutto quanto sulla costruzione dell'Arsenale, pensato per la costruzione, la manutenzione e la riparazione delle navi da combattimento. Il borgo marino che contava nel 1861 appena 15.000 abitanti, divenne in pochi decenni una città che, assieme al circondario, arrivava a contare nel 1919, ben 212.000 abitanti.

Assieme all'Arsenale che divenne l'emblema della città, vennero aperte negli esigui confini cittadini, delimitati dagli Appennini che scendono fin quasi a toccare il mare, dalle Cinque Terre a ovest e dai borghi marini come San Terenzo ad est, vennero aperte alcune tra le più importanti fabbriche dell'Italia intera. Furono infatti costruiti gli stabilimenti della San Giorgio, della Montecatini, della Pirelli, della OTO Melara e della Vickers. Fabbriche di armamenti e di "prodotti esplodenti", come venivano chiamati allora gli esplosivi e le munizioni, "filiali" delle "case madri" sviluppatesi in altri posti, costruite spesso con il forte concorso del capitale straniero. Fabbriche che erano state pensate per l'imperialismo "straccione" dell'Italietta della fine dell'800. Rette da dirigenti più simili nel loro modo di agire e di pensare a degli ufficiali in "redingote" che a dei borghesi.

Una città quelle di La Spezia che anche visivamente rappresentava la quintessenza della lotta di classe.

Il proletariato che era in massima parte il frutto dell'emigrazione interna dalla Lunigiana e dai borghi di pescatori di tutta la riviera, era stato fin da subito rinserrato nei quartieri compressi tra la linea ferroviaria e le mura dell'Arsenale, in quartieri dai quali non si vedeva il mare e sovrastati dai fumi delle ciminiere delle fabbriche. Quartieri miserabili, dove gli operai si accalcavano, assieme alle loro famiglie, in tuguri privi di acqua corrente e con le fogne a cielo aperto. Tanto che, ancora nel 1884, un'epidemia di colera ne aveva uccisi più di duecento.

La poca borghesia cittadina, formata in massima parte da commercianti e da liberi professionisti, vive nelle belle case del centro, in quella dimensione di riservatezza che da sempre contraddistingue l'austera borghesia della Liguria.

I dirigenti delle fabbriche che hanno il compito di tenere i rapporti con il potere politico di Roma e con i suoi vari ministeri, vera e propria espressione di una borghesia monopolistica, si chiude in impenetrabili circoli e nelle ville con l'intonaco color pastello, con elaborate panoplie di fiori e di frutta e ambisce a fare sposare le proprie figlie a qualche comandante di una delle tante navi che sono sempre ormeggiate nella rada.

In questa città, dove la lotta di classe è senza mediazione alcuna, l'Unione Sindacale Italiana ha una delle sue roccaforti.

La Camera del Lavoro sindacalista organizza infatti in una ventina di leghe più di un terzo del proletariato spezzino, che è composto da decine di migliaia di operai, ma esercita anche una grande influenza su tutta quanta la massa operaia nel suo complesso, tanto che i sindacati diretti dai socialisti che, assieme alle aziende cogestiscono le assunzioni all'Arsenale, sono costretti molto spesso ad inseguire sul terreno rivendicativo i sindacalisti rivoluzionari. Questi a loro volta, possono contare su due potentissimi alleati. Il Sindacato Lavoratori del Mare e il Sindacato Ferrovieri che sono legati all'USI da un patto d'azione.

Inoltre, a partire dal 1903, Pasquale Binazzi, un anarchico spezzino, stimato in tutta quanta la città, assieme a Zelmira, la sua compagna di tutta una vita, fa uscire "IL Libertario". Un periodico che ha contribuito non poco alla maturazione politica e culturale del proletariato della città. Infatti tutti ma proprio tutti a La Spezia riconoscono ai sindacalisti dell'USI doti di serietà di preparazione culturale e di competenza. Esiste in città anche l'Unione Anarchica Italiana e un folto gruppo di anarcoindividualisti con Tintino Persio Rasi, Dante Carnesecchi e soprattutto Renzo Novatore. Abele Rizieri Ferrari, questo è il suo vero nome, che verrà ucciso dai carabinieri in un'osteria di Teglia, una località vicina a Genova è un disertore condannato a morte e poi amnistiato. I suoi amici lo ricorderanno con le seguenti parole: "Era l'angelo e il leone, era il soldato del sogno." Conosce Stirner, Wilde, Baudelaire e Ibsen e assieme ai suoi compagniè legato da un complicato e conflittuale rapporto con le organizzazioni sindacaliste rivoluzionarie.

Inoltre, sono presenti la camera del lavoro interventista, diretta da due sindacalisti che hanno partecipato alla guerra e al cui interno è in corso un lavoro sotterraneo di riconsiderazione di cosa è stata la Prima Guerra Mondiale che organizza venti leghe operaie attive in tutte quelle attività connesse ai lavori portuali. I socialisti della CGdL sono da parte loro potentissimi tra le maestranze dell'arsenale.

Questo proletariato che è sottoposto a durissimi turni di lavoro, per la massima parte è formato da operai che hanno un'elevata capacità professionale, sotto la guida dei sindacalisti rivoluzionari, è stato capace, prima di guerra, di importanti conquiste salariali ed è in massima parte sindacalizzato. Formato in gran parte da operai che sanno svolgere alla perfezione complessi lavori di meccanica, è stato in gran parte militarizzato durante il conflitto. Non è stata così ammessa la benché minima trattativa e i salari ormai falcidiati da un'inflazione brutale, non consentono di vivere agli operai e alle loro famiglie.

Inoltre le fabbriche della città si sono gonfiate in maniera ipertrofica durante tutta quanta la guerra, grazie alle commesse statali e ora, finito il conflitto, finita la grande cornocupia per gli industriali della città, essi licenziano la metà della forza lavoro, come ad esempio è stato fatto alla Vickers Terni. E come non bastasse, la messa in congedo di ben undici classi di soldati, ha portato in città altre migliaia di giovani, che risultano essere quasi tutti disoccupati.

Inoltre pesa su tutta quanta la città un fattore psicologico che nella rivolta dell'11 giugno giocherà un ruolo importante. In massima parte gli operai spezzini non sono infatti partiti per il fronte perché dichiarati "indispensabili" allo sforzo bellico e si sono così risparmiati il macello nelle trincee dell'Altopiano di Asiago come in quelle della Bainsizza. Ma per tutti quegli anni essi erano sempre stati sotto la minaccia di essere inviati a combattere. Per la minima protesta, per il minimo mugugno, un operaio riceveva immancabilmente la minaccia di essere mandato a combattere.

Mancava poco perché la città esplodesse e il pretesto arrivò in quell’estate, quando nel proletariato spezzino, come del resto in quello di tutta quanta l’Europa industriale, era forte la tentazione di "fare come in Russia".

L'11 giugno del 1919 a La Spezia, le tre camere del lavoro, per una volta congiuntamente, avevano indetto una manifestazione di protesta a causa del carovita.

Fu ottenuto dall'Uffico Approvigionamento un prezzo calmierato dei generi di prima necessità, pane, pasta e poco altro per potere fare fronte alla fame che ormai dilagava in tutta quanta la città.

I grossisti risposero con una serrata, ma quando la mattina dell'11 giugno furono visti gruppi di loro rovesciare per terra interi carichi di frutta e di verdura, la voce corse all'Ansaldo, alla Terni e alle altre fabbriche della città, da cui uscirono infuriati migliaia di operai.

Una manifestazione di 15.000 operai si diresse verso il centro della città mentre già cominciavano i saccheggi. Le truppe accorse in massa, all'ordine degli ufficiali, si rifiutarono di sparare. Lo fecero da parte loro i Regi Carabinieri che uccisero due operai, mentre molti altri furono feriti. Inoltre tantissimi tra di loro vennero arrestati, scioperi di solidarietà vennero dichiarati a Carrara, Viareggio, Reggio Emilia e Pisa. A Viareggio, come del resto a Seravezza e Pietrasanta, le rispettive camere del lavoro imposero ai commercianti prezzi calmierati, in tanti altri posti, furono addirittura gli stessi commercianti che consegnarono le chiavi dei loro negozi alle Camere del Lavoro, riconoscendo così implicitamente la loro autorità.

Lo sciopero generale a La Spezia durò un'altra settimana; finì per consunzione perché fu sconfessato dal PSI e dalla CGdL. Queste due organizzazioni lo definirono infatti "uno sciopero della pancia". Insomma una specie di assalto ai forni di manzoniana memoria più che una lotta operaia. E tutto questo malgrado alla testa delle manifestazioni e degli scioperi ci fosse l'élite della classe operai della città.

La verità vera, come ebbero a dire e a scrivere ripetute volte i dirigenti socialisti in seguito era che "se si fossero messe in moto le masse, sarebbero stati i Malatesta a dirigerle" e questo i dirigenti del PSI non se lo potevano proprio permettere.

Tratto da:
Antonio Bianchi: "Lotte sociali e dittatura in Lunigiana storica e Versilia 1918-1930" Olschki.
Francesco Galmozzi: "Diciannovismo".

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