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L'operaismo italiano e il suo Sessantotto lungo vent'anni

Indice
L'operaismo italiano e il suo Sessantotto lungo vent'anni
Seconda parte
Terza parte
Quarta parte
Quinta parte
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operaismoLa bestia è l'azienda, non il fatto che abbia un padrone. L'immediatista ha sempre bisogno di disegnare il nuovo su una passiva fotografia del vecchio. Gramsci chiamò il suo immediatismo "concretismo", e non avvertì che ogni concretismo è controrivoluzione (A. Bordiga, 1957).

Il più disgraziato e pernicioso prodotto del fascismo è l'antifascismo. Partigiano è chi, per fede, per dovere o per soldo, combatte per un altro. Militante del partito rivoluzionario è chi combatte per sé e per la sua classe. La ripresa rivoluzionaria dipende dal poter elevare una barriera tra il metodo demoborghese della lotta partigiana e quello dell'azione classista di partito (A. Bordiga, 1949).

La terza stagione operaista

La prima stagione dell'operaismo italiano fu anarco-sindacalista e si collocò fra la crisi della Prima Internazionale (1872) e la fondazione del Partito Socialista Italiano (1892); la seconda, in parte sovrapposta alla prima, fu quella socialista e gramsciana che va dalla fondazione del Partito Operaio Italiano (1882) fino alla catastrofe degenerativa dell'Internazionale Comunista (1926); la terza, di cui qui ci occupiamo specificamente, iniziò nel 1958-59 con un tentativo di riscossa contro il lungo periodo controrivoluzionario staliniano al culmine della ricostruzione postbellica. Fu soprattutto il prodotto di una forte spinta degli operai d'industria, che mise in fermento anche gruppi di giovani militanti dei partiti tradizionali e dei sindacati, ai quali si affiancarono elementi dell'intellettualità universitaria piccolo-borghese. Durò vent'anni, diffondendosi grazie a una situazione internazionale e interna favorevole. La quarta, siamone certi, arriverà non appena il fermento sociale raggiungerà nuovamente una soglia critica e il variopinto "movimento dei movimenti" riscoprirà il gramsciano primato della fabbrica. I giovani militanti d'oggi devono premunirsi, e quindi capirne gli ascendenti.

A Torino un Gramsci poco più che ventenne era rimasto impressionato di fronte alla realtà della FIAT e alla subordinazione dei proletari al vecchio socialismo dei notabili nel contesto della città operaia. Allo stesso modo, sul finire degli anni '50 i nuovi operaisti rimasero impressionati dal folgorante sviluppo del modernissimo sistema di fabbrica che aveva attirato nel processo produttivo milioni di giovani operai, strappati dalle loro origini. Più ancora furono impressionati dalla contraddizione fra una classe operaia estremamente combattiva e l'ambiente politico-sindacale ancora permeato di ideologia da guerra fredda. Senza uscire dagli uffici di partito e dalle università, i nuovi operaisti trovarono quindi manodopera militante fra gli studenti e gli operai. Passarono ad occuparsi di una realtà in febbrile subbuglio e si presero la febbre. Furono insomma travolti. Attratti dal fascino di eventi dal potenziale esplosivo, pensarono di aver scoperto un mondo nuovo rispetto a quello che era già stato perfettamente descritto e anticipato un secolo prima. Quindi si dedicarono a spiegarlo agli operai adattando Marx ai "nuovi orizzonti della rivoluzione". I quali consistevano nel saltare a piè pari la necessità del partito rivoluzionario, sostituito dal primato della lotta di fabbrica su tutto il resto:

"Per la prima volta nella storia, la classe operaia è chiamata alla lotta diretta per il socialismo. Questo è il carattere veramente entusiasmante. Noi sentiamo questa spinta" (Panzieri, 1962).

Dapprima ovviamente predicarono nel deserto, poi crebbe un movimento forte al quale, nello stesso tempo, si adeguarono e diedero la loro impronta. Come nelle passate stagioni operaiste, la spinta primaria venne dal movimento operaio e, ancora una volta, essa fu ripresa e stravolta all'interno del PSI. Mentre i militanti proletari venivano sistematicamente buttati fuori "per operaismo" dal partito e dal sindacato cui erano iscritti, più d'uno tra i promotori d'origine non proletaria mantenne posizione e tessera per anni e anni.

Anche se nelle riunioni e negli articoli dei nuovi operaisti ricorrevano con insistenza categorie gramsciane, il movimento non rappresentò un ritorno dell'ordinovismo originario, né sarebbe corretto definirlo semplicemente comunista, dato che molti suoi membri erano, come essi stessi dichiaravano, non comunisti. C'erano diversi elementi che si richiamavano con molta confusione al socialismo umanistico, alla Luxemburg, all'eresia comunistica di Pietro Valdo (un paio di convegni si svolsero ad Agape, un centro alpino della comunità valdese) e persino a Max Weber:

"Nei Quaderni Rossi c'erano dei non marxisti: la disputa era se partire da Karl Marx o partire da Max Weber, poi la risolvemmo dicendo 'partiamo da Marx Weber' e trovammo una sintesi" (Tronti, 2000).

Con Gramsci il movimento ebbe certo molti punti in comune, per esempio il proposito esplicito di rinnovare il marxismo partendo dalla realtà di fabbrica. Per il resto le analogie furono segnate dai tempi e apparvero meno nette: non si era in situazione rivoluzionaria e le tragedie, come si sa, si ripetono in farsa. Il guaio è che ad una farsa ideologica e politica corrispose nuovamente una tragedia sul campo della lotta di classe. In margine al Congresso di Lione del PCd'I, nel 1926, Bordiga aveva osservato che preferiva coloro che non erano ancora giunti al comunismo (Gramsci) a coloro che lo avevano già abbandonato (i centristi, futuri stalinisti): gli operaisti italiani non erano iscrivibili né nell'una né nell'altra schiera, dato che comunisti non lo erano mai stati e, con le premesse da cui erano partiti, non lo sarebbero mai diventati.

La base su cui si fondò la loro ricomparsa si può riassumere in poche parole: un po' di Marx, un po' di aziendalismo rivoluzionario, molta sociologia e, dopo qualche anno, un mare di democrazia antifascista. Questa fu l'origine di quel Sessantotto italiano che si protrasse per un ventennio, nel quale quello studentesco alla Berkeley-Sorbona irruppe come un'esterofila ondata che durò una sola estate.

In quanto degenerazione del marxismo, l'operaismo della terza stagione fece danni notevoli così com'era, e ne fece ancora di più quando s'incontrò con suggestioni staliniste, cinesi, scemenze sociologiche e insensate ipotesi guerrigliere. Essendo il genuino prodotto di una società in decomposizione che spinge le non-classi a darsi delle ideologie spurie scopiazzando a destra e a manca, ce lo troveremo tra i piedi in mille travestimenti fino a che non salterà il capitalismo. Andiamo sul sicuro con un facile pronostico basato su preludi già avvertibili: la quarta stagione mescolerà ancora il gramsciano primato aziendalistico, Karl Marx, Max Weber, Mao e Stalin, ma vi aggiungerà un po' di New Age e di Rivoluzione conservatrice. Sposerà insomma gli "ismi" d'oggi con lo Zen, Tolkien e Schmitt.

La classe operaia come eroe romantico

Chiamiamo operaismo l'errata tendenza storica ad individuare la forza motrice della rivoluzione di quest'epoca negli operai e non nella materiale dinamica complessiva che plasma il passaggio dalla forma sociale capitalistica a quella comunistica.

Marx ed Engels, scoprendo le leggi che regolano il rivoluzionario divenire sociale, ponevano il proletariato come ultima classe della storia in ordine di tempo. Essa, prodotto dell'evoluzione di tutte forme sociali fin qui esistite e del trapasso dall'una all'altra, sarebbe stata infine fattore della dissoluzione di tutte le classi. Fin qui nulla di speciale, siamo all'ABC che ogni masticatore di marxismo, anche distratto, dovrebbe aver assorbito. Dalla loro scoperta Marx ed Engels avevano dedotto certamente il trapasso dalla forma capitalistica a quella comunista come opera del proletariato cosciente, attraverso la formazione e lo sviluppo del suo organo politico, il partito. Ma avvertivano, nello stesso tempo, che la dialettica dello sviluppo capitalistico è quella della sottomissione reale e non formale del lavoro al Capitale, vale a dire: sviluppo della forza produttiva sociale attraverso la produzione di plusvalore relativo più che assoluto (aumento della composizione tecnica e organica del Capitale, cioè del macchinismo). Perciò la forza-lavoro, lungi dal diventare sempre più importante, si sarebbe invece storicamente ridotta rispetto alla quantità di capitale che essa avrebbe messo in moto. Sia nei Grundrisse che nel Capitale, Marx non delinea affatto una specie di sociologia operaia per cui la ribellione politica di una classe porta al rivoluzionamento del modo di produzione: al contrario, la fine del capitalismo è descritta attraverso l'individuazione delle sue intrinseche leggi di sviluppo che generano i caratteri della società nuova ben prima che il proletariato ne abbia coscienza e si costituisca in classe attraverso il proprio partito.

La logica materiale della rivoluzione è perciò rovesciata rispetto a quella sociologica della storia: il proletariato diventa forza politica in ragione della sua diminuita funzione quantitativa nella produzione sociale e della sua aumentata funzione qualitativa in quanto produttore di plusvalore relativo (ovvero: nel valore finale della merce vi è sempre meno lavoro vivo e sempre più plusvalore che diventa lavoro morto cristallizzato nell'enorme massa di merci, impianti ecc., che copre la superficie del pianeta). Le cifre sul valore prodotto ex novo in un paese capitalistico avanzato (ad esempio gli Stati Uniti: 2% in agricoltura, 18% nell'industria e 80% nei servizi nel 2003) rivelano un trucco palese: l'intera società poggia sull'enorme massa di valore estratta da pochissimi lavoratori produttivi, ma questa viene poi distribuita negli altri settori. Per questo Marx vede nel dominio del lavoro morto su quello vivo addirittura la legge primaria del Capitale:

"L'accumulazione capitalistica, precisamente in rapporto alla sua energia e al suo volume, produce costantemente una sovrappopolazione operaia relativa, cioè eccedente i bisogni medi di valorizzazione del capitale, quindi superflua" (Il Capitale, libro I, cap. XIII.3).

E nello stesso tempo vi vede la sua contraddizione assoluta quando affronta la legge inesorabile della miseria crescente in rapporto al valore prodotto. Gli uomini, dice, sono obbligati a rivoluzionare la società in cui vivono proprio perché vanno in crisi mortale i rapporti di produzione che permettono loro di raggiungere certi risultati, un certo livello di vita. Quando raggiunge questo limite, ogni società non può fare a meno di togliere agli uomini ciò che prima ha dato loro. L'operaismo si ferma alla fase antecedente alla scoperta di queste leggi dello sviluppo non solo del capitalismo ma di tutte le forme sociali che lo precedono . È con ciò un vero rimasuglio del passato primitivo della lotta di classe. Al pari di tutti gli pseudomarxismi ha completamente sepolto questa concezione scientifica del divenire e ha privilegiato l'ideologia del pugno calloso che stringe falce e martello, della lotta operaia di per sé risolutrice, addirittura del "comunismo operaio" nella rozza accezione premarxista di Gramsci, il quale vedeva nel proletariato non una classe oggettivamente rivoluzionaria ma ancora il Quarto Stato dei vecchi socialisti, un Ordine fra gli altri, in lotta per l'egemonia su di una società migliore invece che per la completa distruzione di questa e per l'avvento di un'altra.

Nel lavoro di Marx la classe operaia non compare mai come motore della trasformazione. Essa non è affatto santificata e nemmeno è fatta partecipe di alcun fronte interclassista. Il proletariato è l'unico strumento adatto, il becchino che seppellirà il capitalismo e tutte le classi. Il Capitale vive della forza del proletariato, del suo lavoro, non ne muore affatto: ma il limite del modo di produzione capitalistico è un limite oggettivo, e questo fatto non è modificato dalle rivendicazioni soggettive della somma degli operai, della massa proletaria, che sono sempre entro questo sistema. Il soggetto dell'uccisione del capitalismo non può essere quindi il proletariato, ma il "movimento reale" verso la società nuova, cioè il comunismo. Solo entro tale quadro la classe esprime l'elemento soggettivo, la volontà, attraverso il suo organo politico. Quest'ultimo, anticipatore della società futura, potrà dirigere il proletariato nella distruzione del presente proprio perché sarà il protagonista cosciente di quel fenomeno che abbiamo chiamato rovesciamento della prassi, antitesi pura rispetto alle precedenti organizzazioni "naturali".

La forma merce e quindi la forma valore diventano un assurdo storico nel momento in cui la loro base, cioè il lavoro salariato, perde sempre più terreno rispetto al "ciclo complessivo della produzione di ricchezza materiale". La critica pratica al capitalismo è nel capitalismo stesso: questo e non altro è evidenziato nella "critica dell'economia politica" di Marx; perciò la possibilità di far saltare il capitalismo sta nella dialettica della continua perdita di terreno della classe operaia rispetto al ciclo produttivo mentre ogni singolo operaio apporta sempre più plusvalore alla massa delle merci. L'operaismo attuale, invece, si fonda sulla crescente centralità del cosiddetto operaio-massa, una categoria del tutto nuova rispetto a quelle di Marx (operaio parziale e operaio collettivo), che sono scientifiche e non moral-filosofico-sociologiche. Mentre per Marx le condizioni essenziali che preparano la società nuova sono le già citate: 1) perdita d'importanza del lavoro vivo rispetto al lavoro morto, 2) crescita della sovrappopolazione relativa e 3) miseria relativa crescente, per l'operaismo diventa addirittura fondamentale l'ipotesi assurda che la storia proceda in senso inverso, cioè che il lavoro vivo possa dominare il lavoro morto, trarne alimento sostanziale invece di distruggere il sistema che lo genera.

Secondo la concezione operaista i partiti e le rivoluzioni "si fanno", mentre secondo le leggi scoperte da Marx, i modi di produzione "maturano" ("nuovi rapporti di produzione non subentrano mai prima che siano maturate in seno alla vecchia società le condizioni materiali della loro esistenza…"; Marx, 1859), come maturano le condizioni per lotte rivoluzionarie nel corso delle quali i partiti si formano, si sviluppano e acquisiscono capacità di direzione ("…e allora subentra un'epoca di rivoluzione sociale"; ibid.). Ogni processo rivoluzionario acuto si impone perché la vecchia società soffoca la forza produttiva sociale; nello stesso momento la società nuova preme per la "liberazione" di questa forza. In tal senso dev'essere precisato che partiti e rivoluzioni non "si fanno" bensì, con terminologia più aderente al materialismo storico, "si dirigono". È infatti la maturazione sociale che permette la loro esistenza e quindi il rovesciamento della determinazione naturale in volontà (che è sempre sinonimo di progetto o programma non dell'individuo ma del cervello sociale).

L'operaismo ha assunto nella storia diverse forme. Si va da quella proudhoniana e bakuninista che rifiutava la "politica", a quella del tutto politicantesca del bolscevismo degenerato (che chiameremo qui per comodità "stalinismo"), passando da forme ibride, come l'anarco-sindacalismo, il consigliarismo o l'ordinovismo, quest'ultimo fondato sul culto della fabbrica come centro di potere da strappare al borghese. Tutte queste forme si caratterizzano per essere antipartito. La prima fu combattuta da Marx ed Engels al tempo della Prima Internazionale; tutte le altre comparvero durante l'ascesa della rivoluzione in Europa nel primo quarto del '900 ed ebbero la loro critica definitiva nel corso della rivoluzione stessa (una notevole eccezione fu la breve esperienza del citato Partito Operaio Italiano).

In ogni caso l'operaismo, poggiando su una concezione rovesciata della funzione storica della classe e del partito, non ha mai potuto distaccarsi del tutto, nel corso della sua intera storia fino ad oggi, dalle categorie della forma sociale esistente, accettando di volta in volta, a vari gradi, il riformismo (anche quando mascherato da truculenti propositi di lotta), la democrazia, i fronti interclassisti, l'antifascismo resistenziale, il partigianesimo, insomma, ogni genere di deviazione, compreso il nazionalismo.

Antistalinismo stalinista

Intendiamo per "stalinismo" non la dottrina di una persona, ma l'attitudine politica e sociale indotta dalla controrivoluzione in Europa a partire dalla metà degli anni '20. È per noi evidente che vi sono notevoli invarianze tra lo stalinismo e le strutture ideologiche e politiche borghesi, come ve ne sono nel raffronto con gli altri "ismi" dei quali si è nutrita la politica corrente dell'ultimo secolo. Lo stalinismo fu il prodotto di materiali sconvolgimenti sociali, in Russia e fuori, che portarono il mondo intero ad adottare politiche totalitarie di intervento dello Stato nella vita dei cittadini per la conservazione della società capitalistica. E, se è idiota accomunare Stalin, Hitler e Mussolini sulla base del solo parametro della violenza di classe esplicita, è invece corretto individuare l'invariante della conservazione tramite l'indirizzo statale dell'economia e della società intera.

Da questo punto di vista l'insieme delle nazioni che furono spinte dalla crisi del modo di produzione capitalistico ad adottare l'ordinamento statalistico, e a togliere di mano ai "privati" l'economia e la politica, si allarga: a Russia, Germania e Italia, occorre aggiungere Giappone, Inghilterra, Francia e Stati Uniti. Alla grande ondata di crisi degli anni '30, seguì la corsa ai ripari da parte della borghesia in tutto il mondo e il risultato fu la Seconda Guerra Mondiale. In tale contesto storico non è indifferente notare che i "fascismi" adottarono misure di politica economica per imbrigliare i flussi di plusvalore all'interno della società, molto prima che le politiche keynesiane venissero alla luce tentandone la sistemazione teoretica.

Tornando all'operaismo nostrano da cui eravamo partiti, in Italia, a cavallo del 1960, emersero correnti eterogenee di critica allo stalinismo. Venivano da ceppi del Partito Socialista in disfacimento e da elementi che, rifiutando l'indirizzo togliattiano del Partito Comunista, tentarono di superare l'evidente mistificazione "marxista" del fronte bipartitico al servizio della ragion di stato dell'Unione Sovietica. A indirizzare questo processo di ripensamento aveva influito in modo decisivo lo shock derivato dall'invasione dell'Ungheria nel 1956 e dalla bestiale repressione che colpì soprattutto la classe operaia. Ma non fu possibile, in piena controrivoluzione, evitare che "si disegnasse il nuovo su una passiva fotografia del vecchio".

La base ideologica fu un misto fra il lavoro svolto anni prima da Rodolfo Morandi nel PSI (nel 1958-61 venivano raccolte e pubblicate le sue Opere da Einaudi), l'eredità di Gramsci e una rilettura di Marx alla luce dell'industrializzazione moderna e del movimento di masse operaie dal Sud al Nord del paese. Al di là delle sue singole articolazioni, questa corrente informale si configurava come tentativo di superare la cloaca della politica da guerra fredda ma, nello stesso tempo, resuscitava le vecchie istanze ormai cadaveri, e cioè gli aspetti operaisti, anarco-sindacalisti, ordinovisti e addirittura proudhoniani della lotta di classe, dagli albori del movimento operaio all'avvento del fascismo. All'interno del PSI fu una reazione all'inesorabile marcia del partito verso le responsabilità di governo assunte poi nel 1963, reazione che consentì una sopravvivenza delle correnti di sinistra, destinate ad essere esigua minoranza e infine ad essere emarginate e costrette ad andarsene.

Il ritorno dell'operaismo fu dunque un riciclaggio di roba vecchia, anche se rivitalizzata in un contesto di ripresa della lotta di classe in fabbrica. Ormai gli scontri "sindacali" superavano per estensione, profondità e significato quelli provocati nella fase storica precedente dagli eventi "politici" di origine resistenziale o antiatlantica. Infatti le sparatorie contro i militanti del PCI da parte di banditi, come a Portella delle Ginestre, o contro le manifestazioni di popolo da parte della polizia scelbiana, avevano lasciato il posto ad un vero scontro di classe, ad una lotta sempre più generalizzata frutto della rapida espansione industriale. La proletarizzazione dei contadini, l'intensivo sfruttamento dovuto all'enorme accumulazione del dopoguerra e il movimento interno di grandi masse umane portarono non solo alla crescita numerica del proletariato, ma all'aumento del suo peso specifico nella società, e quindi anche alla inevitabile rottura del famigerato patto fra le classi per la ricostruzione postbellica .

Sembrava effettivamente che vi fosse una situazione di classe favorevole allo sviluppo di una critica marxista allo stalinismo, che i fatti si incaricassero di renderne evidente il tradimento; invece il peso della tradizione operaista ebbe il sopravvento e si presentò, tramite i pretesi critici, come rafforzamento dello stalinismo stesso attraverso una riproposizione "di sinistra" dei suoi invarianti storici. Giovani intellettuali, insofferenti di fronte al rullo compressore ideologico del PCI, che era ormai nient'altro che un'appendice italiana degli interessi imperialistici dell'URSS, senza più alcun legame con l'origine proletaria dell'Ottobre rosso, coltivarono l'illusione di poter "costruire" una nuova attività di classe, nuovi partiti e nuove possibilità rivoluzionarie. Non afferrarono che prima della "costruzione" sarebbe stato necessario impadronirsi delle armi critiche e soprattutto della forza necessarie per "demolire" ciò che nel frattempo la storia aveva saldamente impiantato entro la società esistente attraverso i partiti opportunisti. Alla fine degli anni '50, individui inquieti, ma incapaci di superare il guazzabuglio "marxista", risultato della controrivoluzione vincente, provocarono dunque senza volerlo le prime fratture all'interno del fronte elettorale PCI-PSI; la nascita dei Quaderni Rossi e di Classe Operaia non fu concepita come taglio netto col passato ma come integrazione critica di ciò che già esisteva. Più tardi, gruppi come Il Potere Operaio, Avanguardia Operaia, Lotta Continua, Potere Operaio, quelli di derivazione "cinese", ecc., riproposero uno stalinismo senza varianti. Non a caso questo confuso movimento fu assai prodigo, al suo riflusso, nel fornire manodopera qualificata all'apparato sindacale corporativo, ai partiti tradizionali, alle università e all'intellettualità borghese in genere, specie quando si ruppero gli equilibri della cosiddetta prima repubblica e nacquero gli schieramenti attuali.

L'incapacità di scorgere una strada alternativa non derivava affatto da carenze soggettive. Anzi, intorno al 1960 i due partiti "di sinistra" pullulavano di giovani intellettuali svegli e preparati, disposti davvero ad andare "verso le masse", cioè ad andare a lavorare in fabbrica, proposito che più d'uno mise in pratica. Vi fu piuttosto l'impossibilità, da parte del movimento proletario industriale, di superare quella soglia critica oltre la quale si spezzano irreversibilmente i vecchi equilibri. Il movimento fu molto forte ma non abbastanza da imporre un repulisti generale, una drastica demolizione dell'ipoteca stalinista. Perciò non fu strano che, fra i militanti delle vecchie organizzazioni e le nuove leve scaturite dallo scontro di fabbrica, prendessero il sopravvento i primi, cioè quelli che aderivano meglio alla matrice che li aveva prodotti.



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