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L'operaismo italiano e il suo Sessantotto lungo vent'anni - Seconda parte

Indice
L'operaismo italiano e il suo Sessantotto lungo vent'anni
Seconda parte
Terza parte
Quarta parte
Quinta parte
Tutte le pagine

Nel 1968, in Italia, il Sessantotto aveva già dieci anni

Oggi molti giovani s'immaginano il Maggio francese come un lampo a ciel sereno e un punto di svolta storico, da cui partì la scintilla per il resto del mondo. Per chi ha vissuto quegli anni e ne ha fatto un bilancio critico le cose stanno un po' diversamente, come si potrebbe leggere anche nella gran quantità di saggi prodotti da quegli avvenimenti se solo si filtrassero i fatti rispetto alle costruzioni ideologiche. Comunque l'immaginazione non andò al potere, naturalmente, al contrario di come propugnavano gli studenti sui loro estetizzanti manifesti. Si scatenò invece nel trovare veste nuova alle rancide tesi politiche della pesante e realissima controrivoluzione. Il Sessantotto mondiale non fu affatto l'ultima frontiera dei tentativi rivoluzionari del '900, non fu un assalto al cielo in versione postmoderna e neppure una estensione delle istanze proletarie ad un'umanità proletarizzata: fu una manifestazione integrale della controrivoluzione che salvava sé stessa attraverso un blocco fra le mezze classi, il proletariato e il magma interclassista degli studenti. In quanto finzione di radicalismo sociale venato di lotta classista fu una gigantesca dimostrazione di impotenza politica dell'operaismo di fronte ad una vera sollevazione operaia, un'inferiorità palese di fronte al preteso avversario opportunista "ufficiale". E tutto questo si ripeterà con il movimento aclassista internazionale contro la globalizzazione, con le lotte del proletariato che inevitabilmente esploderanno e con la confusione che nascerà di nuovo quando al movimento operaio si accoderanno, tanto per cambiare, pretesi rappresentanti delle istanze proletarie. Finché non si salderà un organismo politico formale al gran partito storico che rappresenta il movimento reale verso la società futura.

Il retroterra del Sessantotto fu un grande, effettivo sconvolgimento sia dal punto di vista della quantità e qualità della produzione materiale, sia dal punto di vista delle ripercussioni sul proletariato e sulle non-classi (in presenza di milioni di studenti e insegnanti, è meglio parlare di non-classi piuttosto che di classi medie, sinonimo di piccola borghesia, tradizionalmente formata da bottegai e professionisti). A partire dalla ricostruzione postbellica la grande quantità di plusvalore disponibile nella società si era sposata con il boom demografico e l'emigrazione interna, per cui l'intera società aveva potuto permettersi lo sviluppo della scuola, delle amministrazioni pubbliche, delle infrastrutture e di una keynesiana e gigantesca burocrazia statale. Il tutto consentiva un ciclo capitalistico virtuoso di produzione e consumo che, tra leggi fiscali (Vanoni), lavori pubblici (Fanfani), industria statale (IRI) e connivenza sindacale (la Triplice) serviva ad utilizzare il gran flusso di valore totale (salario più plusvalore) per l'accumulazione accelerata. Con questi ingredienti fu cucinato il "miracolo economico" e l'Italia fu il paese, fra gli sconfitti della Guerra Mondiale, che più recuperò terreno rispetto all'arretratezza industriale precedente, grazie alla struttura ereditata dal fascismo che permise di fertilizzare al meglio il capitale pletorico americano.

Si dimostrava dunque adeguata in modo del tutto "naturale" la politica della borghesia filoamericana. Fu invece del tutto fuori luogo quella degli oppositori stalinisti filosovietici. Era inevitabile che si inneggiasse al capitalismo "dimostrando" l'errore di Marx sulla miseria crescente: la classe operaia aveva ora la Seicento, la lavatrice e la casa Fanfani. Era altrettanto inevitabile che vi fosse chi, animato dalla critica allo stalinismo divenuto solo uno spauracchio per la borghesia atlantica, vedeva nell'enorme sfruttamento un segno di potenzialità per la lotta di classe. Il proposito di strappare il giovane proletariato italiano dalle grinfie dei seguaci di Baffone fu una conseguenza logica. C'era un potenziale enorme, che si mostrò come tangibile energia cinetica nelle fabbriche e soprattutto sulle piazze; ma evidentemente non fu sufficiente a produrre un salto qualitativo. Così il proletariato si trovò per alcuni anni nella terribile situazione di avere una guida che non sentiva più "sua", ma di non avere un'alternativa: rifiutava la guida delle organizzazioni tradizionali, che riteneva insufficiente, ma non riusciva a suscitarne una nuova, dato che nessuna delle organizzazioni sedicenti alternative era all'altezza. D'altra parte fu impossibile la saldatura con la tradizione della Sinistra Comunista "italiana", di cui sopravviveva un nucleo troppo esiguo per poter avere voce in capitolo (anche se in alcuni casi isolati ebbe più seguito di quello millantato dagli operaisti). Con questo dato di fatto, la situazione, per quanto apparentemente vicina al collasso del sistema, non si poteva assolutamente definire rivoluzionaria.

Tra il 1958 e il 1961, dunque, intorno ai giovani dirigenti del PSI che scalpitavano, si aggregarono entusiasticamente giovanissimi militanti e altri elementi intellettuali non iscritti al partito. Si formò un gruppo che ben presto divenne una corrente definita, con un programma abbastanza omogeneo, nonostante i protagonisti ritenessero di rappresentare notevoli differenze. Nel luglio del 1960 c'era stata una sollevazione proletaria – con dieci ammazzati sulle piazze dalla polizia – apparentemente contro un governo appoggiato dagli ex fascisti, in realtà per ragioni di insofferenza sociale a causa della situazione di altissimo sfruttamento e delle generali condizioni di vita. I giovani proletari "con la maglietta a strisce" (abbigliamento di poco prezzo immortalato nelle foto e nelle cronache di allora) anticipavano gli operai "teppisti" della FIAT che nel '62 avrebbero dato uno scossone tremendo al patto interclassista con la battaglia di Piazza Statuto a Torino.

La sollevazione del '60 ebbe il suo fulcro a Genova, dove l'annuncio di un congresso neofascista aveva prodotto una convergenza politica fra i giovani proletari, i vecchi operai partigiani e le sinistre del PCI e del PSI. Essa rappresentò la prova di persistente antifascismo democratico, ma anche il raggiungimento di una soglia critica di sopportabilità sociale. Una terra di confine fra autentiche potenzialità rivoluzionarie favorevoli a un superamento della politica stalinista e una saldatura fra l'ultima generazione proletaria e lo stalinismo resistenziale ed elettoralesco. A Torino, durante una manifestazione contro le brutalità della polizia genovese, folti gruppi di giovani operai tentarono di attaccare le caserme, ma furono bloccati da un imponente servizio d'ordine della CGIL. A Genova, senza che alcuna manifestazione fosse indetta, ripresero violentissimi gli scontri. Come dimostrarono successivamente le estese lotte prettamente operaie, era autentica l'aspettativa di cambiamento, ma le premesse teoriche risultate alla fine vincenti non riuscirono ad andare oltre al vecchio materiale stalinista riciclato. Marx, Engels, Lenin, Gramsci, la Luxemburg e più tardi Mao, tutti furono riletti nell'ottica di una specie di riformismo rivoluzionario che attivò case editrici e tipografie nella stampa di milioni di volumi, spesso raffazzonati alla bell'e meglio dietro lo stimolo del mercato.

Per l'operaismo risorgente il perno della società e della lotta era la fabbrica come sorgente del valore e quindi del potere capitalistico; l'attacco alla classe operaia veniva sferrato attraverso la ristrutturazione della produzione per estrarre più plusvalore relativo; la risposta doveva essere perciò l'appropriazione di un'autonomia di classe a partire dal processo di produzione. Quando nacquero i Quaderni Rossi, Raniero Panzieri, che ne fu il principale fautore, sosteneva che la loro funzione dovesse essere quella di affiancare i partiti e i sindacati esistenti, che avevano recepito le spinte del proletariato e avevano risposto in modo "largamente positivo" anche se in un processo "complicato di reciproca comunicazione" (Siena, marzo 1962). Anche il giovane gruppo dirigente del PSI torinese aveva contatti con i Quaderni Rossi per ragioni "politiche". Esso sperava di ricavarne una benefica pressione all'interno del partito per salvare le sorti della corrente di sinistra, assai compromesse dall'avanzata dei cosiddetti autonomisti di Nenni che da anni volevano farla finita con il fronte PCI-PSI (il gruppo aderì quasi al completo alla scissione che diede vita al PSIUP nel '64). Un indice della crisi che si tentava di superare era l'enorme calo degli iscritti: il PSI li aveva visti dimezzarsi ed era quasi scomparsa la Federazione Giovanile, mentre il PCI aveva perso quasi un milione di tessere dal suo massimo storico del '47 (2.300.000). A Torino e Milano il calo era stato, rispettivamente, del 70 e del 65%. La FIOM alla FIAT era stata decimata, e non solo dal clima di terrore che vi si era instaurato: nel 1949 aveva 37.500 iscritti su 42.000 dipendenti; nel 1967 ne aveva poco più di 1.000 su circa 80.000.

Liberazione del lavoro, nel lavoro o dal lavoro?

Non stupisce quindi che il nucleo originario dell'operaismo italiano recente si autorappresentasse come una specie di "intellettualità proletaria", alla Gramsci (ma di intellettuali proletari non ve n'era neppure l'ombra, c'erano solo intellettuali-intellettuali), con funzioni di guida salvifica nei confronti di una situazione disastrosa, mentre studenti e operai man mano reclutati, specie quelli del Nord industriale, venivano indirizzati al lavoro verso le fabbriche, a partire dalle "inchieste operaie". Di queste ultime ne vennero dalla FIAT, dalle fabbriche milanesi e dalla Olivetti; esperienze che a malapena oggi si ricordano, ma che risaltano nelle storie dell'operaismo come uno dei suoi miti fondanti.

La grande attività extrapartito ebbe un effetto pratico limitato, cioè non portò militanti né al nuovo gruppo né ai partiti né ai sindacati, ma servì certamente a rafforzare coloro che insistevano sul baratro – reale – che separava gli apparati politici e sindacali dalle esigenze dei proletari e si davano da fare per colmarlo. Che questo baratro esistesse era reso evidente anche dall'atmosfera che si veniva a creare in margine alle prime riunioni degli operaisti, dove i promotori s'intrattenevano amabilmente con gli "invitati", mentre i pochi operai si raggruppavano silenziosi in un angolo. Significativa fu una delle prime riunioni del genere, sulla Olivetti, organizzata a Ivrea dalla sinistra del PSI nel 1961 e presentata da Foa, dove due operai intervennero rivendicando l'estensione delle lotte e non la loro specificità di azienda, demolendo in pochi minuti il mito gramsciano che la fabbrica sia una unità economica e sociale a sé stante e che l'operaio debba plasmare la sua attività politica su di essa, vero esistenzialismo operaista.

Si era di fronte a una situazione che di fatto non permetteva alcun lavoro complementare: mentre l'ufficialità del fronte PSI-PCI insisteva ancora su pretesi residui di feudalesimo nel Sud e su di un'arretratezza generale del sistema italiano, era cresciuta una numerosa e forte classe operaia all'interno di fabbriche modernissime, tanto da portare la produzione al livello dei maggiori paesi industriali europei. Il riemergente operaismo, cercando confusamente di ritornare ai fondamenti della produzione moderna di plusvalore, toccava nervi certamente sensibili della classe e non poteva che scontrarsi con la vecchia incrostazione togliattiana. Ma lo fece ergendosi su basi che all'epoca erano già logore da quarant'anni, per cui fu prima neutralizzato e poi assorbito.

Mentre i proletari si accingevano ad uscire dalla fabbrica per appropriarsi della piazza in uno scontro sindacale che, generalizzato, diventava politico, gli operaisti, partendo da una concezione politica, riportavano la fabbrica al centro dell'azione per una nuova versione dell'egemonia operaia sindacal-ordinovista.

Mentre i proletari manifestavano la loro rabbia per una vita di sopralavoro e urlavano il loro odio profondo per una fabbrica-galera che si sostituiva a tutto, gli operaisti non riuscivano nemmeno a rivendicare il libello di Lafargue sull'odio al lavoro mercificato, sulla prospettiva di una sua progressiva eliminazione. In un'epoca in cui si lavorava da 49 (Olivetti) a 52 (FIAT) ore alla settimana su sei giorni, gli operaisti non riuscirono neppure a riprendere la parola d'ordine del vecchio socialismo sulla liberazione del lavoro, che già si opponeva a quella marxista sulla liberazione dal lavoro: bacati da quella malattia tutta torinese che fu il gramscismo, continuarono a vagheggiare una liberazione nel lavoro. Così, miracolosamente, la mostruosa FIAT non fu più un penitenziario kafkiano e orwelliano da eliminare dalla società, ma un modello, una fucina non della classe in quanto potente distruttrice di vecchi rapporti sociali, forza della natura che critica sé stessa, ma dell'esercito di bravi operai istruiti, "dotati" di coscienza di classe, costruttori consapevoli di un ordine nuovo.

Con queste premesse, mentre in Francia il '68 fu un'esplosione di creatività piccolo borghese proudhoniana anarcoide, che si manifestò anche attraverso un'estetica particolare (bisogna anche tenere d'occhio le sovrastrutture estetiche per capire ciò che cova sotto di esse), in Italia un processo molto più lungo e complesso servì a salvare e a rivitalizzare tutto ciò che il periodo rivoluzionario seguito alla Prima Guerra Mondiale aveva già criticato: dal luxemburghismo alle concezioni sociologiche della rivoluzione, dall'anarco-sindacalismo all'antifascismo democratico, dallo spontaneismo dello sciopero selvaggio all'organizzazione cellulare sul posto di lavoro nella classica scia della bolscevizzazione forzata dei partiti europei negli anni '20. Non c'è da stupirsi se l'estetica che ne derivò fu un misto fra quella della Repubblica di Weimar e quella dell'eroico operaio resistenzial-patriottico immortalato dallo stalinismo.

Protagonismo delle non-classi, freno sociale

Questa fu la matrice da cui nacquero per successiva clonazione e mutazione tutti i gruppi che, per circa vent'anni, si sarebbero mossi sulla scena storica italiana. Questo è il terreno su cui, inevitabilmente, crescerà di nuovo la pianta operaista finché le nuove generazioni non riusciranno a capire che da un secolo si vanno riciclando di continuo vecchie solfe revisionistiche di destra e di sinistra, a parte la breve parentesi rivoluzionaria che va dal 1917 alla degenerazione dell'Internazionale.

Le cifre che nel 1964-65 fecero parlare di congiuntura economica sfavorevole, oggi sarebbero considerate come un'accettabile prestazione del sistema: il prodotto lordo crebbe in termini reali del 2,5% e la produzione industriale del 2% circa in ognuno dei due anni (con un dato negativo solo nei sei mesi centrali del '64). Ma erano cifre basse rispetto al passato e, negli anni successivi, risultò evidente che il boom era finito e che la curva della crescita aveva raggiunto un punto di "flesso", cioè era passata da incrementi esponenziali a incrementi decrescenti anno su anno.

Quando scoppia una crisi acuta e catastrofica ne soffrono tutte le classi, ovviamente in proporzione al reddito e soprattutto alle riserve economiche. Ma la crisi a metà degli anni '60 non era una catastrofe provocata dall'abbassamento dei parametri economici: era una "congiuntura economica sfavorevole", come giustamente fu chiamata, cioè solo un rallentamento della crescita, e quindi gli effetti furono diversi. La borghesia ebbe semplicemente meno profitto, mentre il proletariato si trovava ancora in ascesa e si apprestava a presentare il conto per l'intensivo sfruttamento che aveva reso possibile il "miracolo economico". Chi era veramente toccato dalla congiuntura sfavorevole erano le mezze classi e le non-classi, che notoriamente vivono di plusvalore altrui.

Il fenomeno era internazionale e riguardava tutti i paesi industrializzati, ma in Italia il processo era stato particolarmente rapido e intenso, perciò provocò reazioni più vistose. Mentre contadini e braccianti diventavano proletari di fabbrica, molte figure della vecchia società scomparivano, sostituite da uno strato sociale intermedio che non poteva definirsi né piccola borghesia né proletariato e che andava a fornire servizi vendibili e non. Nel 1963 il "reddito" inerente alla pubblica amministrazione era salito di un eccezionale 23% sull'anno precedente e nel 1964 ancora del 13%, raggiungendo il 10% dell'intero Reddito Nazionale. Su una popolazione di 50,7 milioni, nel 1964 lavoravano 19,5 milioni di persone di cui 7,9 nell'industria e artigianato, 4,9 nell'agricoltura e 6,7 nei servizi privati e pubblici. Rispetto al 1959 vi era stato un trasferimento di due milioni di occupati dall'agricoltura all'industria e servizi, mentre mezzo milione era passato dall'industria ai servizi. Ma il dato forse più significativo è che, mentre la popolazione totale saliva in cinque anni da 47,9 milioni a 50,7, gli occupati scendevano da 20,1 a 19,5, cioè passavano dal 42% sul totale al 38%. Siccome erano cresciuti i lavoratori autonomi e non era cresciuta la produttività degli addetti ai servizi e dell'amministrazione pubblica, quella diminuzione di occupati andava attribuita tutta all'aumento enorme del plusvalore relativo estratto dai lavoratori produttivi e ripartito sul resto della società. Proprio mentre si inneggiava alla "sconfitta" ideologica di Marx, la realtà confermava la più possente delle sue previsioni, quella sulla miseria relativa crescente.

Da una parte questa notevole variazione in un solo triennio spiega le istanze proletarie a livello sindacale e l'esplosione operaia del 1962, dall'altra, con la crisi in corso, si spiegano le "rivendicazioni" della fascia sociale intermedia che, si disse, correva il rischio di proletarizzazione. Più che di un rischio si trattava di una prospettiva certa: il proletariato aveva sopportato sulle proprie spalle tutto il peso della ricostruzione e del boom economico, mentre le altre classi ne avevano beneficiato; ora, a partire dal 1962 fino al cosiddetto autunno caldo del 1969, esso era riuscito a strappare con importanti lotte dei risultati notevoli sia dal punto di vista retributivo che normativo. Con la crisi, la scarsità di plusvalore "liberato nella società" rendeva necessario l'esclusivo indirizzo di plusvalore sulla produzione, lasciando a secco i cosiddetti ceti medi. I quali risposero, nel volgere di qualche anno, nell'unico modo che sanno: producendo teorie e movimenti politici ad hoc – come nota il solito Marx a proposito di Proudhon e seguaci – e parlando di sé stessi fingendo di parlare del proletariato e al proletariato.

La teoria e l'azione sessantottesca delle non-classi furono protagoniste di quegli anni, si piazzarono in parallelo alla lotta del proletariato senza mai incontrarla realmente e infine rappresentarono un potente freno sociale. Aiutarono il sistema capitalistico a neutralizzare la radicalizzazione che si stava imponendo in modo serio e preoccupante (per la borghesia e per i partiti tradizionali) e furono adoperate dai sindacati, che presero al volo l'occasione assemblearista per rivitalizzarsi attraverso i consigli di fabbrica. Questi ultimi sostituirono definitivamente quei vecchi parlamentini che erano diventate le commissioni interne. Più tardi il sessantottismo, nella sua forma partigianesca armata, fu spudoratamente utilizzato dallo Stato per blindarsi ulteriormente, così come fu utilizzato dai partiti ex proletari per inserirsi ancora di più nel sistema di autodifesa del capitalismo.

Movimentismo risorgente, tenace e resistenziale

Nel maggio del 1968 comparve sull'organo del Partito Comunista Internazionale l'ultimo articolo scritto da Bordiga: Nota elementare sugli studenti e il marxismo. Suscitò qualche polemica, un po' perché era circoscritto alla "questione studentesca", mentre molti si aspettavano un'analisi più estesa, ma soprattutto deluse gli attivisti perché non dava alcuna importanza al movimento del '68. Non si accettò il fatto che fosse stato scritto proprio per spiegare che quel movimento, appunto, era solo una prova della raggiunta putrescenza sociale, altro che esplosione rivoluzionaria. Succede che, nella storia, alla classe operaia in movimento si accodino frange di altre classi, ma non era quella l'epoca storica adatta. Gli studenti in quanto tali – e l'articolo fu anticipatore, visti i fatti successivi – non possono che adottare schemi ideologici presi a prestito dalla classe dominante, come dimostrano le vicende storiche. Essi non fanno parte di una specifica classe ma rappresentano un insieme che è frutto della sovrapposizione di tutte le classi, e quindi non possono esprimere un indirizzo unitario, solo tesi imbastardite. Singoli elementi possono essere influenzati da una classe o dall'altra e attingervi: ma l'insieme non può che esprimere una media sociale, il minestrone ideologico delle classi medie, appunto.

Nel filone originario dell'operaismo, Resistenza e antifascismo non erano presi in considerazione che di sfuggita. L'intera serie dei Quaderni Rossi era dedicata totalmente alla condizione operaia, alla fabbrica, alle lotte immediate e al loro legame con quella per il socialismo. Invece il tema era assai presente, insieme a quello terzomondista, in altre riviste, come per esempio i Quaderni Piacentini. Quando l'operaismo divenne movimento, il filone culturalista di questo tipo ebbe il sopravvento. Il peso del gruppo originario si dimostrò insignificante di fronte a quello delle non-classi: democrazia, antifascismo, Resistenza e antimperialismo terzomondista assunsero una predominanza schiacciante. Fu inevitabile, perché i movimenti interclassisti, qualunque cosa dicano di sé stessi, sono alla base sia dei fenomeni fascisti che di quelli frontisti: nel '68 e dintorni, il tema dominante fu quello della vera democrazia, quella definita proletaria. E siccome erano ancora attivi simulacri di fascismo in camicia nera, scoppiarono un po' ovunque scontri squadristici, che in certi casi diventarono un fine in sé. Scrive per esempio Erri De Luca nell'introduzione a un tremendo libretto di ex movimentisti esuli in Francia:

"È scritto che i gruppi, Lotta Continua e affini, finirono il loro ciclo politico nel '73. Posso dire che Lotta Continua a Roma comincia solo in quell'anno la sua crescita e che negli anni successivi diventa insopportabilmente vasta e molteplice per le spalle di chi ne aveva cura e responsabilità. E nervo di questo accrescimento fu l'antifascismo […]. Sta il fatto che i giovani a Roma, proprio dal '73 in poi, andavano con Lotta Continua perché faceva qualcosa contro i fascisti e mi trovavo un servizio d'ordine con centinaia, svariate centinaia, di giovani disposti a battersi e non in ordine sparso, ma seguendo linea e disciplina" (Il nemico inconfessabile).

Molto prima del '73, prima ancora del '68, si erano formati gruppi di "nuova Resistenza" e negli spettacoli come negli incontri conviviali si cantavano vecchie canzoni partigiane e nuove ballate antifasciste, mentre a rimorchio della politica sovietica prendeva piede l'antiamericanismo, con una bella incongruenza, visto che proprio la Resistenza fu alleanza con gli Stati Uniti liberatori contro l'Asse nazifascista oppressore. Una "Associazione Giovanile Nuova Resistenza" nacque nel 1962, dagli stessi ambienti della sinistra PSI da cui era nato l'operaismo italiano, forte specialmente a Torino, con ramificazioni in Piemonte. Lungo gli anni il termine "nuova Resistenza" ricorre spessissimo anche se, naturalmente e senza contraddizione, in contesti che vanno dalla democrazia riformista parlamentare ai gruppi ormai pletorici come Lotta Continua, arrivando ai gruppi armati.

L'ideologia e l'atteggiamento resistenziale furono alla base di quest'ultima variante del movimentismo dell'epoca. Organizziamo la nuova Resistenza era intitolato un numero unico di Sinistra proletaria, pubblicato dai futuri fondatori delle Brigate Rosse in cui si recitava:

"È giunto il momento di radicare nelle masse proletarie in lotta il principio che non si ha potere politico se non si ha potere militare, per educare attraverso l’azione partigiana la sinistra proletaria e rivoluzionaria alla resistenza, alla lotta armata".

E, pubblicamente, essi scrissero in un loro documento dopo un convegno tenuto a Chiavari nel 1969:

"Compagni, non è con le armi della critica e della chiarificazione che si intacca la corazza del potere capitalistico. Questi anni di lotta proletaria hanno finalmente maturato un fatto nuovo ed un fiore è sbocciato: la lotta violenta e organizzata dei nuovi partigiani contro il potere, i suoi strumenti e i suoi servi. Da Milano a Roma, da Trento al Sud, le poderose e incessanti lotte proletarie hanno trovato uno sbocco nelle azioni offensive dei primi nuclei proletari della nuova Resistenza".

Questi "contenuti" aprirono la strada al periodico dello stesso gruppo che s'intitolò decisamente Nuova Resistenza, uscito la prima volta il 25 aprile del 1971 in Lombardia. Nuova Resistenza fu il motto dell'Autonomia francese negli anni '70 e a una nuova Resistenza inneggiano invariabilmente tutti i gruppi che sfilano nelle manifestazioni "di sinistra", specie da quando esiste il partito berlusconiano. Gli invarianti sono facili da individuare e sono riassunti dalla frase: "È giunto il momento di radicare nelle masse in lotta…" (sottolineatura nostra), ovvero dalla valutazione che i tempi sono maturi per applicare ciò che il particolare gruppo "vuole" come programma. Evidentemente si ritiene superato il processo materiale che porta alla costituzione di organismi politici immediati come furono i soviet, alla formazione e sviluppo del partito, all'utilizzo della forza e alla distruzione dello Stato; non si pensa che tutto ciò può essere solo frutto della radicalizzazione delle masse e lo si sostituisce con immagini platoniche nate dalla mente da radicare, che è come dire piantare e far attecchire.

Il movimento operaio, sempre possente anche quando fatto muovere per ragioni di salvaguardia del capitalismo, non si accorge neppure dell'esistenza di questi formicolii "privati", ma chi è affetto dall'individualistica e volontaristica malattia s'intestardisce nel voler radicare nelle masse le sue particolari elucubrazioni (o quelle di un gruppetto, fa lo stesso).

Rodomontate goliardiche – si potrebbe dire, specie col senno di poi – finite in tragedia. Ma la tragedia non è che qualche individuo sia andato fuori di testa, e qualcuno sia giunto a teorizzare sparatorie: questo è normale in una società immersa nell'angoscia. La tragedia consiste nel ciclico rigurgito di "radicatori nelle masse" di slogan pseudorivoluzionari, questo mostruoso lascito dello stalinismo. E siccome si tratta di un fatto storico, esso viene a galla indipendentemente dall'esistenza di qualche gruppetto che lo preservi nel tempo. Risorge con pestifera regolarità dalle viscere della controrivoluzione e non ha antidoti se non nella rivoluzione che avanza.

La differenza fra gli studenti dell'inizio '900 e quelli di adesso sta solo nel cambio di bersaglio, dalla sottana nera del prete alla camicia nera del fascista (o il doppiopetto del borghese); e quando il fascista in camicia nera è estinto, così come si è estinto il "padrone" alla vecchia maniera, li si immagina per esempio nella figura caramellosa di un Berlusconi. Non c'è limite alla fantasia di un democratico quando deve trovarsi sia un nemico che un alleato, come dimostrò proprio il Sessantotto: i suoi protagonisti non giunsero mai all'altezza degli insegnamenti di Marx, il quale aveva analizzato la dominazione impersonale del Capitale, ma ebbero sempre bisogno di oggettivare il nemico nella fabbrica, o addirittura nelle persone ("fascisti, borghesi, ancora pochi mesi"), mostrando di credere veramente che tutto si risolverebbe togliendo di mezzo degli inutili battilocchi.

Così, dice Bordiga nella Nota elementare, l'inganno delle classi fantasma non muta nel corso della storia, ed è sempre lo stesso: lavorare per gettare ponti sulle barriere che separano le classi irriducibilmente avversarie, dato che non manca mai un borghese progressista con cui fare fronte contro il cattivissimo fascista. Le non-classi possono essere solo ruffiane mediatrici fra le grandi classi, nascondendo la realtà dell'ineliminabile antagonismo che le separa. Così è stato, nonostante il linguaggio roboante e truculento. E così sarà ancora.



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