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L'operaismo italiano e il suo Sessantotto lungo vent'anni - Terza parte

Indice
L'operaismo italiano e il suo Sessantotto lungo vent'anni
Seconda parte
Terza parte
Quarta parte
Quinta parte
Tutte le pagine

Prodromi dell'esplosione sociale

Lo Stato aveva fatto il pieno di impiegati e funzionari, le scuole traboccavano di studenti e insegnanti, gli asili erano al colmo per il baby-boom e le grandi città stavano raddoppiando o triplicando i propri abitanti. In parallelo crescevano sia la forza numerica e contrattuale del proletariato che quella di ricatto delle non-classi, che volevano la loro parte di plusvalore. Il cocktail fu micidiale per la classe operaia. Mentre le cifre viste più sopra mostrano che si stava formando una sovrappopolazione relativa dovuta all'aumento della produttività industriale, cresceva l'occupazione nei settori non produttivi proprio grazie alla maggiore disponibilità sociale di plusvalore. Vi furono anche esempi di keynesismo industriale del tutto improduttivo, come il quarto centro siderurgico a ciclo completo di Taranto e la fabbrica di automobili Alfasud di Pomigliano d'Arco, costruiti a metà degli anni '60 con plusvalore prodotto altrove e senza la prospettiva di produrne a loro volta per dar vita a un'accumulazione locale (un quinto polo siderurgico doveva sorgere a Gioia Tauro). È chiaro che, in un sistema in cui gli impianti non raggiungono il pieno utilizzo neppure in tempi di boom, una fabbrica nuova impiantata a puri scopi di "redistribuzione del reddito" non farà altro che accaparrarsi una parte della produzione di plusvalore esistente altrove. In tal modo non si produce nuovo valore: non si fa che utilizzare quello esistente per pagare sia i proletarizzati improduttivi che le mezze classi e le non-classi. Queste ultime furono effettivamente gonfiate a dismisura dalla politica sociale democristiana, varata sia come sistema di garanzia elettoralesca che come ammortizzatore sociale.

La classe produttiva aveva dunque ogni motivo per iniziare a ribellarsi e persino PCI e CGIL dell'epoca iniziarono una campagna contro quella che, invece di essere una politica di distribuzione del reddito, come recitano i manuali, era, vedi un po', una politica per mantenere bassi i salari. Ma, nel momento in cui ci sarebbe stato bisogno, dal punto di vista del proletariato, della massima coesione, decisione e indirizzo univoco e totalitario, dal movimento studentesco e anche da quello operaista si affermò, sull'onda del movimento nato qualche anno prima nei campus universitari degli Stati Uniti, l'istanza antiautoritaria.

Il Sessantotto internazionale, sebbene con qualche forzatura, viene fatto risalire ai primi movimenti di "rifiuto" dell'american way of life, intorno al 1962. In Europa l'eco arrivò un paio d'anni dopo, in Italia per ultima. Se prendiamo a caso un documento di quel periodo (redatto da Onda Verde, un gruppo che si rifaceva all'Underground americano) vi leggiamo la traduzione di quella crisi esistenziale che già aveva messo in fermento gli universitari americani:

"Non ci vanno le autorità, la famiglia, la repressione sessuale, l'economia dei consumi, la guerra e gli eserciti, i preti, i poliziotti, i culturali, i pedagoghi e demagoghi. Noi vogliamo cambiare subito e con urgenza le situazioni in cui ci troviamo. La vecchia generazione, che detiene o sostiene o subisce il controllo sociale e la repressione, deve morire prima di noi".

Fece scalpore l'attacco virulento e la repressione poliziesca contro alcuni ragazzi che avevano pubblicato un giornaletto di scuola (La Zanzara), da cui merita segnalare la tremenda risposta di una studentessa sedicenne durante un'intervista: per vivere casa, lavoro e famiglia come fanno i miei, piuttosto mi ammazzo. In aria c'erano cose del genere, che avrebbero richiesto una seria riflessione sul come si fa a superare una società che prospetta ai giovani una vita da suicidio. Non c'era ancora stato l'incontro con il "marxismo" degli operaisti fabbrichisti il quale, di lì a poco, avrebbe solo ripescato vecchi luoghi comuni, senza neppure riuscire a cogliere l'enorme spinta sociale al cambiamento, le cui prospettive erano annichilite dalle ingannevoli parole d'ordine dell'opportunismo. L'estremismo parolaio riuscì a spegnere nel ridicolo conformismo "marxista" l'autentico senso di inquietudine che attanagliava i giovani di fronte al futuro.

Dapprima operaisti, studenti e operai si trovarono come ai vertici di un triangolo; ma nient'affatto uniti dai tre lati, bensì separati da altrettanti abissi. All'inizio gli operaisti trovarono riscontro unicamente nel proprio ambiente intellettuale, gli studenti nella scuola e gli operai nella fabbrica. Ma furono solo gli operai a prendere l'iniziativa di rompere l'isolamento e a invadere uno spazio "esterno" rispetto a quello in cui era racchiusa la loro vita. Gli altri si accodarono e sfasciarono tutto, i dannati. Se operaisti e studenti non avessero gettato il fatidico ponte fra le classi ricordato nella Nota elementare, in nessuna fabbrica avrebbero mai attecchito ideologie contadino-bottegaie come quella dello sciopero a singhiozzo, a scacchiera, a gatto selvaggio nel proprio campicello… pardon reparto. Così, mentre gli operai esaltavano la loro condizione collettiva, quella partecipazione globale al general intellect "marxiano" che piaceva tanto ai primi operaisti, questi, in assoluto contrasto con l'evidenza di scioperi durissimi e reiterati, predicavano l'atomizzazione delle lotte. Nessuno poté mai, senza far ridere i polli, portare in fabbrica gli slogan scaturiti dalla mente isterica del piccolo borghese insoddisfatto del tipo: "Siate realisti chiedete l'impossibile". Nessun operaio, educato alla dura scuola del dispotismo di fabbrica, sopportò mai parole d’ordine come "l’immaginazione al potere".

L'immaginazione dovette travestirsi, come ad esempio in questo fantasioso programma enunciato da Tronti: "Organizzazione del proletariato come classe antagonista; autogoverno politico della classe operaia dentro il sistema economico del capitalismo. Se ha un senso 'dualismo di poteri', questo deve essere" (La fabbrica e la società, 1962). Il dualismo ovviamente andava preteso subito. Di un duro lavoro per il futuro, quando si presenterà un organico congiungersi delle determinazioni e della volontà tramite il partito, neanche parlarne. La leniniana "settimana che non deve passare", in cui la storia assume un andamento catastrofico e l'umanità si trova di fronte a una biforcazione, diventa autogoverno dentro il sistema capitalistico. Organizzazione, autogoverno e dualismo "si devono creare" da parte di chi, assumendo per un attimo le prerogative del padreterno, vorrebbe calare all'interno del processo produttivo un universo a parte. "La macchina dello Stato borghese va spezzata oggi dentro la fabbrica capitalistica" (ibid.). Mere frasi che non volevano dire niente di niente, ma non c'è limite, appunto, all'immaginazione. Erano meglio i vecchi operai stalinisti che aspettavano Baffone o i giovani immigrati pieni di rabbia. Erano meglio persino i figli dei fiori, che almeno si facevano i fatti loro.

Stupidaggini come quelle sopraccennate furono prodotte in quantità industriale. Non sarebbero mai potute circolare nelle fabbriche se non fossero state travestite col linguaggio dei vari marxismi. Senza l'operaismo il Sessantotto sarebbe rimasto un reperto della memoria alla pari delle foto dei fiori nei fucili, i manifesti degli studenti di architettura, le frasi sul libero amore e le decorative barricate di Parigi (le barricate! Come se si fosse nel 1848! Alla faccia della fantasia!). Invece viene ancora spacciato per l’anno della grande rivoluzione che avrebbe potuto sovvertire ogni aspetto della vita sociale nelle metropoli occidentali. Fantasticando che dalle scuole e dalle fabbriche un "movimento antagonista" si fosse sviluppato fino a diventare davvero un fermento universale capace di trasformare tutti i rapporti del passato. Che la contestazione avesse fatto davvero pulizia del passato e potessero quindi essere ribaltati davvero scuola, famiglia, sesso, autorità, cultura, fabbrica, ecc. Il Sessantotto vive come un mito impresso nell'immaginario collettivo, genuino prodotto della società dello spettacolo.

Il Sessantotto italiano nel contesto internazionale

In Francia, a partire dal 14 maggio 1968, sull'onda del fermento sociale, scese in lotta il proletariato, rompendo finalmente l'ingabbiamento di fabbrica con un possente sciopero spontaneo che coinvolse in pochi giorni tutti i settori produttivi. Nove milioni di operai paralizzarono il paese per quindici giorni di seguito. Ma non fu a causa del cordone sanitario subito eretto da sindacati e partiti che venne a mancare la saldatura col movimento studentesco: fu per incompatibilità dei fini, dei mezzi e della sovrastruttura ideologica, dato che nessuno, in tutti i mesi di agitazione sociale, aveva mai detto qualcosa di più di un Mendès-France, che proponeva di superare la routine parlamentaristica con forme di autogestione. Persino il generale De Gaulle, che da ex resistente adesso si sentiva chiamare fascista, ammetteva che una qualche forma di partecipazione industriale fosse possibile, venendo sul terreno del sindacalismo superintegrato tedesco con le sue pratiche di Mitbestimmung (co-determinazione) che sono poi l'unica variante possibile dell'operaista autodeterminazione, con buona pace delle fantasie egemoniche gramsciane. Per gente che stava strillando nelle piazze parole d'ordine sulle fabbriche agli operai, le terre ai contadini, le scuole agli studenti e persino… il calcio ai calciatori, le avances del potere costituito avrebbero dovuto rappresentare materiale su cui riflettere. Invece tutto venne digerito attraverso il conformismo luogocomunista. Il famoso – o famigerato – Sessantotto di stampo francese passò come una febbre acuta, lo sbalzo sintomatico di una malattia cronica del capitalismo, segno evidente che le terapie avevano dei limiti. La storia aveva provato a rendere visibile l'alternativa: o si partecipava alla terapia o si ammazzava l'osceno zombie per lasciar nascere una società nuova. Tutto ruotò intorno all'accanimento terapeutico e, quando De Gaulle batté il pugno: Non disturbate le elezioni, la risposta fu all'altezza, originalissima: Più democrazia!

In Italia ci fu un ventennale Sessantotto, ma quello francesizzante durò solo un po' di più che in Francia. Passò senza che nessuno potesse raccogliere coerentemente evidenze storiche importanti come l'insopportabilità manifestata dai giovani nei confronti del "sistema" omologante denunciato da Marcuse e come l'estrema combattività del proletariato contro il Capitale. Precisamente incominciò nel febbraio del 1967 con l'occupazione delle 11 università più importanti. Nell'autunno, mentre in Bolivia veniva assassinato Che Guevara (ottobre), a Milano e Torino venivano rioccupate le università con più accanimento di prima. In particolare a Torino, nella sede delle facoltà umanistiche di Palazzo Campana, occupata tre volte in un anno, si applicò e venne teorizzata per la prima volta la democrazia assembleare diretta, "partecipativa" (Cfr. Bobbio, 1967, Viale 1968). Questo proprio nel momento in cui lì scaturiva, contraddittoriamente, il leaderismo. I due fenomeni – l'inverso del principio di autorità e dell'impersonalità contemplati dal programma comunista – saranno gli invarianti per gli anni successivi. Entro il febbraio del '68, mentre in Vietnam veniva scatenata l'offensiva "del Tet" da parte dei Vietcong, e gli Zengakuren giapponesi si scontravano con la polizia in furiose battaglie urbane, vennero occupate quasi tutte le università italiane con due motivazioni veramente rivoluzionarie: la proposta di riforma Gui e l'autoritarismo accademico dei "baroni". Quando la polizia sgombrò con una certa brutalità l'università di Roma, gli studenti l'assaltarono per riprenderla. La "battaglia di Valle Giulia", vide polizia e fascisti contro gli studenti. In marzo la protesta si allargò alle medie superiori. La prima rivolta proletaria fu a Valdagno, dove gli operai della Marzotto abbatterono la statua del fondatore e assediarono le ville di padroni e dirigenti. Il Maggio francese scoppiò che qui c'era già un notevole fermento. Nei mesi successivi le notizie dall'estero alimentarono la tensione: in Vietnam ci fu il massacro di My Lai, negli Stati Uniti furono assassinati Luther King e Bob Kennedy, in Germania spararono in testa a Rudi Dutschke, l'URSS invase la Cecoslovacchia, in Messico furono trucidati 300 studenti. L'anno si chiuse con due sparatorie della polizia: ad Avola (due braccianti uccisi e 50 feriti) e a Viareggio (uno studente rimasto paralizzato). Questi furono il clima e l'ambiente che diedero l'impronta al Sessantotto italiano. C'era tensione ovunque, altissima, insopportabile.

I programmi neomarxisti sarebbero precipitati nell'oblio se, l'anno successivo, il proletariato non fosse sceso in lotta per coronare il percorso iniziato nel '62, chiedendo finalmente soddisfazione rispetto ai suoi specifici interessi classisti. Ponendo cioè sul tappeto, pesantemente e con una lotta formidabile al culmine di un processo durato sei o sette anni, il problema delle proprie peggiorate condizioni di vita. Era chiaro che non si trattava di miseria assoluta (che secondo i borghesi Marx aveva erroneamente previsto, tanto da far saltare la sua stessa teoria sociale): si trattava di miseria relativa, per cui la legge del valore prendeva la sua vendetta sulle menzogne della "ripartizione dei redditi". Infatti le rivendicazioni sindacali scaturite dal forte movimento implicavano "semplicemente" che si spostasse a favore dell'operaio la linea che separa, nell'intera giornata lavorativa, il tempo lavorato per sé e quello lavorato per il capitalista. Lo sciopero fu una valanga impressionante che travolse il sindacato, obbligando i sindacalisti a sparire o a "dirigere" quel che gli operai stavano imponendo. A questo punto, delle elucubrazioni dell'operaismo all'operaio non poteva importare di meno.

Invarianza di programmi nonostante persone e gruppi

Ma all'operaismo la sollevazione proletaria importava, eccome. Si poteva sorvolare sul fatto che essa avveniva scrupolosamente nell'ambito del sindacalismo corrente e "traditore", ma sembrava davvero che stesse per realizzarsi la parola d'ordine operaista: il salario come variabile indipendente. Di per sé la frase, al solito, non diceva niente, ma il concetto rappresentava l'arma totale, perché lo capirebbe anche un bambino che aumentando il salario oltre il livello sostenibile dal capitalismo, questo salta. Fu Potere Operaio a cavalcare più insistentemente l'ipotesi, ma lo slogan attecchì ben oltre i confini del gruppo. Il comportamento normale di una classe in lotta assunse "valenza strategica". E comunque, nell'idolatrata fabbrica gli operaisti continuarono a non reclutare, fra gli operai, le masse. Esattamente come prima. In compenso i sindacalisti dovettero vedersela con forme operaie dirette di auto-organizzazione seria, dura, cui i pochi militanti dei gruppi si aggregavano, permettendo a chi stava fuori e scriveva sui vari periodici di immaginarsi alla testa delle lotte.

C'è l'abitudine di descrivere la storia attraverso nomi, date e organizzazioni. In parte è inevitabile, ma è certo più aderente a un metodo scientifico derivare i "movimenti del deretano", come diceva Bordiga a proposito dell'attivismo, dalle condizioni storico-materiali che determinano tale dinamica. Perciò, individuata la corrente, non ci occuperemo se non di sfuggita dei particolari individui o gruppi che l'hanno formata. Per esempio: anche se il filone maoista fu attore non secondario nel panorama dell'operaismo italiano, qui non ne terremo quasi conto dato che fu esplicitamente stalinista e per di più venato di moralismo contadino. Anche il trotskismo, che dopo Trotsky venne a somigliare sempre più allo stalinismo (nell'accezione precedentemente spiegata), può essere ricordato in questa trattazione solo per aver figliato Avanguardia Operaia, che tra il '68 e il '69 assorbì alcuni gruppi operaisti come il Collettivo Lenin di Torino, il Rosa Luxemburg di Venezia, il Centro Karl Marx umbro, Unità Proletaria di Verona, ecc. diventando uno strano ibrido mao-trotskista.

Ciò che ci sembra utile ribadire è che il "nuovo" operaismo non ruppe affatto la tradizione di quello "vecchio", anche se nessun operaista delle origini o degli altri filoni, o delle varie clonazioni e mutazioni successive, si riconoscerebbe nella descrizione che ne stiamo facendo. La continuità è invece del tutto logica: alla fine degli anni '50 una corrente operaista nacque rivendicando un "ritorno a Marx" contro chi l'aveva abbandonato; ma la reazione allo stalinismo non fece altro che basarsi su tutto l'armamentario che lo stalinismo stesso aveva lasciato in eredità. In effetti non vi fu altro che una sua riproposizione, persino più arretrata, dato che furono rispolverate posizioni della Prima e della Seconda Internazionale già definitivamente demolite durante il periodo rivoluzionario che aveva portato alla Terza. Il cocktail fra i partiti e sindacati esistenti, fra Proudhon, Bakunin, Kautsky, Bernstein, Sorel e Gramsci – che non s'era discostato troppo da costoro – fu semplicemente micidiale.

Il passaggio logico produsse uno stato patologico, dato che la contraddizione indusse a comportamenti sociali schizofrenici, il più evidente dei quali fu quello del gruppone Lotta Continua, che si autoeliminò proprio perché non poteva vivere con tre anime, una anarcoide insurrezionalista, una elezionista parlamentare e l'altra antifascista partigiana lottarmatista. Tale invarianza anticomunista tra le fasi apparentemente diverse dell'operaismo va trattata un po' come succede in topologia: nessuno a prima vista direbbe che una ciambella ha le stesse caratteristiche matematiche di una tazzina da caffè, ma le ha, e si può spingere l'analogia delle forme fino a limiti incredibili senza che le stesse proprietà vadano perse. Tale "incredibilità" sarebbe ancor più accentuata se si chiedesse a una tazzina come si sentirebbe se fosse descritta ad immagine di ciambella. Non si può fare scienza a partire da ciò che le nazioni, o le classi, o gli individui pensano di sé stessi.

Ora, la critica non avrebbe nessun senso se fossa rivolta alle persone che costituirono i vari gruppi politici, scrissero i periodici e lottarono per programmi che riteniamo distanti da quello rivoluzionario attinente al grande partito storico di quest'epoca di capitalismo stramaturo. Le persone che parteciparono a quell'esperienza militarono poi in organizzazioni diverse o si ritirarono a scrivere le proprie memorie, non ha importanza. Ciò che interessa è la sequenza dei fatti e le loro determinazioni, per capirne il futuro sviluppo; se qui ricorrono anche nomi di persone, non è certo per ritenerli responsabili del corso di qualche decennio disgraziato. Migliaia e migliaia di sconosciuti, sulla base dello sviluppo della forza produttiva sociale, hanno rappresentato un insieme di energie più robusto di qualsiasi individuo o rivista. Semmai individui e riviste hanno registrato ciò che passava il convento, si sono fatti portavoce e strumento di un'epoca turbolenta ma piuttosto noiosa dal punto di vista delle realizzazioni politiche e dei loro risultati pratici. L'individuo va e viene; oltre tutto stiamo parlando di tempi in cui molti "militanti" trascinati sul terreno politico avevano meno di vent'anni.

Rodolfo Morandi, che faceva parte del ceppo da cui sbocciarono i giovani polloni operaisti, cercava la continuità del socialismo italiano ereditandone tutti gli aspetti e cercando di affasciarli in un tutto differenziato ma ecumenico. Oggi sarebbe impossibile trovargli una collocazione nel panorama politico ufficiale, dato che sosteneva la necessità della rivoluzione socialista. Dichiararsi rivoluzionario non gli impediva, nell'immediato dopoguerra, di essere dirigente del PSI, ministro dell'industria, capo di quella corrente massimalista che finì per uscire dal PSI nel '64 per fondare il PSIUP. I suoi eredi diretti sono riconfluiti nel PCI o poi in Rifondazione, pallido ricordo rosé di ciò che furono i socialisti degli anni '50, già da noi considerati tutt'altro che rossi. Morandi diresse Mondo Operaio e, come ministro, si adoperò per la costituzione dei Consigli di Gestione, organi misti fra operai e padroni con velleità di conduzione comune dell'azienda, sopravvissuti in alcune grandi fabbriche fino alle lotte del '62 e oltre. Rileggendo i suoi scritti, ci accorgiamo che già in essi è descritto tutto il mondo dell'operaismo che stava per nascere dalle ceneri del vecchio socialismo.

È generalmente ammesso che l'erede di Morandi fu Raniero Panzieri e che l'insegnamento del maestro con lui non era andato perduto. Oggi gli scritti sia dell'uno che dell'altro sono soltanto oggetto di studio da parte di qualche storico, ma sappiamo che la serie è continuata. Comunque Panzieri può essere a buon titolo designato come erede di Morandi perché era nel solco della tradizione del PSI. Fu legato a Nenni e non fece mai parte della sinistra del partito. Da morto fu paragonato a Gramsci e a Gobetti. Qualcuno, esagerando un po', disse che fu un piccolo Lenin. Ebbe il merito di alimentare in Italia – a partire dal Capitale di Marx – il discorso sullo sfruttamento moderno e sul macchinismo, inquadrando il problema dell'automazione e della pianificazione capitalistica. Nell'ambito dei Quaderni Rossi portò in discussione il Frammento sulle macchine dai Grundrisse (poi tradotto da Solmi e pubblicato sulla rivista) e il VI Capitolo inedito quando in Italia erano ancora del tutto sconosciuti. Concetti che egli derivò da Marx, come "operaio sociale", "antagonismo", "autodeterminazione", "sussunzione formale e reale del lavoro al Capitale" e quindi "comando capitalista" entrarono nel lessico dei suoi degenerati nipoti con altro significato.

Ma il merito dell'intuizione fu oscurato dalla prassi e, si sa, non vi può essere contraddizione fra le due. La rivista cui diede vita fu eclettica, specchio dell'ambiente che la partoriva. Tanto per dire, fu Lucio Colletti ad avvicinare Mario Tronti a Panzieri e sul primo numero scrissero anche Vittorio Foa, Giovanni Alasia, Sergio Garavini, Emilio Pugno. Tutti elementi che ebbero responsabilità pubbliche in vario modo legate all'odiato sistema. Nel pantheon variopinto dell'operaismo italiano figurano, oltre all'ibrido "Marx-Weber", anche Chabod, Bobbio, Della Volpe, Marcuse, Mao, ecc.

Diciamo che le origini non potevano garantire gran che dal punto di vista dell'aderenza al programma rivoluzionario, e quel che venne dopo non fu che un rotolare per la china delle pretese innovazioni, in realtà rifritture di cose vecchissime. I gruppi politici che ne scaturirono dal '69 in poi ebbero un ritorno di fiamma e somigliarono sempre di più all'originale controrivoluzionario, non quello di Panzieri (che morì nel 1964 a 44 anni) e compagni, che era già una derivazione critica, ma quello di Baffone, con tanto di centralismo democratico, elettoralismo, squadrismo interno. Malati per di più di quella malattia che la nostra corrente definì lebbra dell'illegalismo bastardo, consistente nel crogiolarsi in tutte le categorie della società esistente pur facendo la voce grossa e minacciando violenze indicibili contro l'esecrato nemico. Questi gruppi politici privi di storia – o meglio, con una storia che essi credevano di rinnegare – vennero a somigliare, come i partiti "ufficiali" che l'avevano tradita da tempo, sempre più a gang chiuse e insofferenti verso la concorrenza, senza tuttavia poter partecipare al banchetto della politica, più o meno nelle condizioni dei polli di Renzo.

L'equivoco sul salario come "variabile indipendente"

Con un soprassalto di lucidità ha detto bene Franco Piperno, ex Potere Operaio, uno dei gruppi più grintosi dell'epoca, in un recente convegno sull'operaismo: "Non c’è nessuna ragione per cui dovremmo fare [sottolineatura nostra] continuamente le rivoluzioni, io trovo questa un’idea un po’ ebete… Rivoluzione, filologicamente, vuol dire tornare al posto di prima". Giusto: primo, le rivoluzioni non si "fanno" e chi le vuole "fare" ritorna da dov'è partito, per cui vedremo ripetersi l'orbita, sicuro come il succedersi delle stagioni; secondo, nel nostro schema delle fasi rivoluzionarie, il punto più alto raggiunto da una società morente è il punto zero della società nuova che la sostituisce. È invece sbagliato accostare le due proposizioni, dato che il volontaristico "fare la rivoluzione" non c'entra per nulla con la rivoluzione, che per ogni marxista è un processo storico al culmine del quale soltanto sta il punto di "catastrofe", la "cuspide" che matematicamente non ha tangente o che ammette infinite tangenti (cfr. Amadeo Bordiga, Il rovesciamento della prassi, 1951).

Comunque, mentre il Sessantotto studentesco stava poco per volta scomparendo dalla scena, cresceva la tensione fra le grandi classi: si verificarono sparatorie della polizia con morti e feriti, vi furono scioperi reiterati fino alla famosa battaglia di corso Traiano a Torino, scoppiarono bombe sui treni. E si verificò un curioso fenomeno sindacale. Siccome nella CGIL stalinista si veniva sbattuti fuori non appena si usciva dal seminato, ecco che la FIM-CISL aprì le porte a tutti i sinistri smaniosi di andare verso le masse, ingrandendo notevolmente i suoi effettivi. Fu così che il suo capo, Macario, con una brillante operazione di marketing politico, raccolse al volo la sinistrissima parola d'ordine degli operaisti più duri e dichiarò anche lui in pubblico (18 ottobre 1969) che il salario è una variabile indipendente.

Fu un vero terremoto, dato che lo slogan, nell'accezione di "variabile libera", rimbalzò fino all'ambiente da cui era partito, nel frattempo assai diversificato, diffondendosi ovunque, tanto da essere fatto proprio persino da Luciano Lama, che l'anno dopo sarebbe diventato segretario generale della CGIL (egli rinnegò poi lo slogan in un'intervista a Scalfari, direttore di Repubblica nel 1978). Al convegno succitato sull'operaismo un intervenuto pose una questione critica direttamente ai fondatori del movimento:

"Significava affermare una dismisura, cioè negare in qualche modo il carattere di merce della forza-lavoro… Tutto questo ha una componente di ideologia, ha un valore semplicemente metaforico".

Semplicemente metaforico. Di nuovo però nell'accezione errata di variabile libera. Con l'occhio alla formula del saggio di profitto di Marx è vero che ad ogni valore della variabile "salario" (v) è associato un determinato valore della variabile "plusvalore" (p) e che quindi p è funzione di v ovvero p=f(v); perciò v è, nell'accezione matematica, correttamente definibile come variabile indipendente, mentre p è quella dipendente. Ma, nella furbesca accezione propagandistica, è una bufala, e c'è cascato anche Livio Maitan in un articolo comparso da poco, dove ribatte che né il salario, né il profitto possono essere variabili indipendenti.

Prendiamo la formula del saggio di profitto s = p/(c+v), che rappresenta rapporti sociali (saggio di sfruttamento, composizione organica del capitale, limiti del modo di produzione capitalistico). Se sale il salario diminuisce il profitto, a meno che non cambi lo sfruttamento, cioè l'intensità o la durata del lavoro, che nella formula non appaiono affatto. La legge matematica dice semplicemente che quantità variabili dipendono l'una dall'altra – e questo succede nella realtà – ma non sottintende che esista anche un rapporto di causa-effetto. È ovvio che se la classe operaia attaccasse la borghesia per un aumento salariale, introdurrebbe questo rapporto, ma quel "se" non dipende dalla volontà degli operaisti e di chiunque altro, bensì dal processo di sviluppo dello scontro, che a volte copre decenni. Anche i borghesi possono, a buon diritto, reclamare che il profitto è una variabile indipendente, perché è anche vero che v può essere funzione di p, se per esempio si guarda al loro rapporto attraverso l'attuale confronto internazionale fra salari e fra profitti. In fondo si tratta di sapere a quali variabili si assegnano gli assi cartesiani di un grafico. E allora possono essere variabili indipendenti anche la durata della giornata lavorativa, l'introduzione dei robot, l'efficienza degli uffici tempi e metodi, la qualità totale, ecc., perché p o indifferentemente anche v o addirittura il saggio di sfruttamento p/v sono funzione di tutto ciò, dipende dalla situazione sociale e dai rapporti di forza fra le classi.

Ricavare proposizioni strategiche da un gioco di parole ebbe un successone, dato che lo slogan divenne fulcro di "accesi dibattiti", ma a che cosa poteva servire? La Confindustria strillava che il salario non è una variabile indipendente (invece può esserlo) mentre gli attivisti strillavano che lo è (invece può non esserlo). Tutto ciò mentre i proletari lottavano per conto loro, chiedendo semplicemente aumenti salariali e miglioramenti normativi in base alla legge primordiale dell'istinto di classe, mobilitando con la loro forza partiti e sindacati (e non viceversa) come giustamente aveva detto, nel modo più gradualista e "sindacalista", proprio Panzieri già nel citato convegno del '62. Questo suo derivare la lotta di classe dal rapporto operaio-macchina-fabbrica era stato scambiato per altro, e si cercò – e si vide – la rivoluzione dove non c'era, mentre sarebbe stato saggio reputare il normale scontro immediato del '69, anche contro i sindacati, più radicale di tutti i proclami "rivoluzionari" che vi furono costruiti sopra.

Abbiamo fatto solo un esempio. L'assordante sferragliare dell'armamentario ideologico (che produsse una curiosa repulsione per l'ideologia da parte di quegli operaisti che in seguito si autodenominarono "autonomi") non servì ad altro che a riciclare il sessantottismo, ormai pressoché morto e sepolto, a sostituire un attivismo della frase con un altro e peggiore attivismo della frase, questa volta con una marcata accentuazione del linguaggio fabbrichista e soprattutto con un rinnovato sparafucilismo, per quell'anno ancora soltanto verbale.



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