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L'operaismo italiano e il suo Sessantotto lungo vent'anni - Quarta parte

Indice
L'operaismo italiano e il suo Sessantotto lungo vent'anni
Seconda parte
Terza parte
Quarta parte
Quinta parte
Tutte le pagine

Fuori dalla fabbrica: Piazza Statuto

Il proletariato è fin dalle sue origini diviso in comparti di mestiere, ma ha sempre tentato di superare questa condizione. Una divisione ulteriore deriva dalle differenti possibilità di organizzazione nelle grandi fabbriche e nelle medie, piccole e piccolissime. La debolezza della borghesia industriale italiana si manifesta anche attraverso un capitalismo poco accentrato, che si riflette nella pratica sindacale. Le grandi fabbriche di un ramo d'industria rappresentano l'elemento trainante per la contrattazione collettiva e i risultati si riverberano su tutti i comparti produttivi di quel settore. Perciò il sindacato è maggiormente presente nelle grandi fabbriche e tende in modo del tutto naturale ad essere "ordinovista", cioè a privilegiare l'organizzazione aziendale a scapito di quella territoriale, che sarebbe più adeguata a mobilitare tutti i proletari.

Nel 1961 avevano iniziato gli operai della FIAT a ribellarsi contro l'imposizione di 52 ore settimanali; ma, contro situazioni pretese specifiche – in realtà frammenti di una stessa tendenza al supersfruttamento, cioè alla produzione in contemporanea di plusvalore relativo (tramite le macchine) e assoluto (più ore-uomo) – si era subito messa in moto la tipica catena: prima la Michelin, poi la Lancia, poi tutto il comparto della meccanica, in un processo che coinvolse, fino al 1962, l'intero triangolo industriale Torino-Milano-Genova in lotte durissime. La caratteristica fu sempre quella di una lotta che, iniziata in fabbrica, tendeva a generalizzarsi e ad uscire sulla piazza con durissimi scontri. L'attitudine comune a sindacati e operaisti (per quel che contavano in fabbrica questi ultimi quando presero i primi contatti) fu sempre quella di teorizzare e praticare l'articolazione degli scioperi fino al limite del singolo reparto, a singhiozzo, a scacchiera, selvaggio, metodo in cui la forza della classe veniva ridotta a una guerriglia sparsa e disorganica. Basti pensare che gli operai della Michelin furono lasciati a lottare soli, completamente isolati, per cento giorni, e quelli della Lancia per trenta, durante i quali ci furono ripetuti scontri con la polizia. Nella primavera del '62, vi fu, nell'ambito di questa ondata di lotte, un episodio estremamente significativo a Milano: gli operai dell'Alfa e della Siemens, in sciopero "articolato" da due mesi, decisero di manifestare insieme, fuori dal luogo di lavoro, per chiedere l'unificazione degli scioperi, anche in vista della stagione contrattuale per la scadenza d'autunno: "Lo sciopero continua e riesce, ma anziché allargarsi a tutte le sfere produttive, la lotta viene isolata facendola passare per un dato aziendale" (da Potere Operaio, giornale di lotta dell'Alfa) Lo stesso successe con la lotta dei navalmeccanici di Genova, i quali, dopo sei settimane di sciopero durissimo, uscirono dalle fabbriche e dai cantieri trovando per tutta risposta la rabbiosa reazione della polizia.

A giugno, per le pressioni della base sindacale operaia, le Confederazioni dovettero anticipare la lotta per il contratto dei metalmeccanici, e la seconda ondata di scioperi esplose, imponendo questa volta un minimo di coordinamento nazionale, a parte le solite manfrine sui servizi essenziali. La potenza della classe si manifestò così evidente che la borghesia, spaventata, cercò di chiudere le vertenze entro la fine del mese chiamando al tavolo di una trattativa separata CISL, UIL e SIDA, che firmarono. Successe il finimondo e i proletari torinesi offrirono forse il più alto esempio di "collera proletaria" del secondo dopoguerra, sullo sfondo della FIAT e di una delle più estese piazze di Torino. Il sindacato perse completamente il controllo della situazione e, anzi, la forte rete di fabbrica del PCI fu trascinata alla lotta estrema (e sconfessata dal partito). Lo scontro fu poi ricordato come "fatti di piazza Statuto", dai titoli dei giornali; ma oltre alla piazza suddetta, dove gli operai si erano radunati per protesta sotto la sede della UIL, esso coinvolse per tre giorni e tre notti (7, 8 e 9 luglio) l'enorme area degli stabilimenti della FIAT, dell'indotto in periferia, e molte zone della città dato che le fabbriche erano ancora inserite nel tessuto urbano. Fu una vera e propria rivolta urbana, con una spietata caccia all'uomo da parte della polizia e 1.200 fermi con pestaggi che fecero più impressione delle sparatorie degli anni precedenti, cui seguirono 82 arresti, denunce, processi e licenziamenti "preventivi" in attesa della sentenza.

L'Unità, fra tutti i giornali, si distinse vomitando veleno contro gli operai definiti teppisti, provocatori, irresponsabili, scalmanati, internazionalisti, anarchici, ecc. ecc. Ma chi erano in realtà questi terribili elementi? In quei giorni erano in sciopero, nella sola provincia di Torino, 250.000 operai. Quando si seppe dei primi scontri, molti di essi affluirono in città dalla periferia e da altre zone, anche lontane, cercando di rompere il cordone della polizia, dunque intervenendo direttamente nella mischia. Giunsero anche dei ferrovieri e soprattutto molti operai edili, anch'essi in sciopero, quasi tutti giovanissimi, all'oscuro dei codici di comportamento del buon operaio ordinovista e quindi subito coinvolti dall'energia cinetica sprigionata nello scontro di classe. La polizia dovette chiamare rinforzi.

Fu così che il gruppo dei Quaderni Rossi, accusato di aver partecipato alla rivolta, prese le distanze dai "disordini" e, pur recitando di comprendere la situazione, denunciò la "squallida degenerazione di una manifestazione che era iniziata come protesta operaia verso il tradimento sindacale della UIL" (Cronache dei Q.R.). Vittorio Foa, che aveva collaborato ai Quaderni Rossi ed era segretario nazionale della FIOM dal '55, scrisse su Mondo Nuovo che gli scontri non furono neppure una "manifestazione di patologia estremista" ma una pura e semplice provocazione. Di fronte alla FIOM e al PSI che chiedevano conto dei comportamenti ambigui del gruppo, ci fu ovviamente la giustificazione: "Ben difficilmente si sarebbero potute inventare contro i compagni dei Quaderni Rossi calunnie più assurde e ridicole di quelle diffuse in questi giorni circa una loro presunta partecipazione agli incidenti" (ibid.). Un gruppo capeggiato da Danilo Montaldi si recò nella città della gran lotta. "Eravamo disposti a battagliare su qualche piazza o a fare quello che c’era da fare. Così siamo andati da Panzieri. Siamo arrivati là e tenne una riunione. Sembrava che ci fosse tutto meno che Piazza Statuto. Lui ce l’aveva un po’ con noi... Ma a parte queste cose lui diceva di Piazza Statuto che erano quattro meridionali che tiravano dei sassi" (testimonianza di G. Fiameni). Asor-Rosa inviò, dal fronte operaio, una corrispondenza che sembrava riportare le impressioni di un tranquillo turista in visita agli animali di uno zoo; prima lo zoo-fabbrica, dove meridionali e settentrionali fanno tenerezza parlando il loro "esperanto operaio", guardati da un sorvegliante "dalla fronte bassa e la mascella fortemente prognata", mentre la folla s'ingrossa e "dà l'impressione che in un balzo solo possa far sua la fabbrica"; poi uno zoo-piazza, che, al contrario della fabbrica di cui ci si può impossessare, è "dominio dell'ordine costituito", dove gli operai scatenano una "violenza non buona perché fine a sé stessa" e dove su milioni di lavoratori solo "sei o settemila unità" sono scese in piazza "per il semplice gusto di rompere la testa a qualche poliziotto"; una bella passeggiata operaista nel folclore metropolitano, se non fosse stato, ahimè, per la poliziesca "nube di gas fastidiosissimi" (Cronache dei Quaderni Rossi). In effetti, al processo per i "disordini", il 70% degli imputati risultò meridionale: mentre l'ordinovismo calava dall'alto degli uffici di sinistra dei sindacati e dei partiti, una sana ventata proletaria spazzava via questa ignobile tradizione torinese.

Può darsi che un tale comportamento poco edificante sia stato alla base della frattura successiva tra gli studiosi e gli attivisti, preambolo alla nascita di Classe Operaia; sta di fatto che né i due schieramenti di allora, né i loro discendenti individuarono il nodo centrale delle lotte che si andavano preparando, cioè il sano istinto di classe che portava gli operai fuori dalle fabbriche mentre l'ideologia operaista tendeva a rinchiuderveli (cfr. articolo di L. Lanzardo e Opuscolo per la FIAT, 1964, due documenti in cui si parla in modo maniacale solo della fabbrica e mai dell'organizzazione e della lotta proletaria territoriale). Rari furono gli esempi di comprensione della rottura straordinaria nei confronti del retaggio fabbrichista gramsciano e del ritorno spontaneo all'unione sulle piazze. I giovani operai del PCI accorsero generosamente dalle fabbriche di tutto il Piemonte per unirsi in piazza a quelli di Torino e gli operai socialisti della FIAT Ricambi fecero uscire un ciclostilato intitolato Potere Operaio in cui s'intravedeva la necessità di non stare a sentire i legalitari: "Sciopero, sciopero e basta! Nessun appello, nessun ricorso alla Costituzione, nessun addebito alla FIAT di essere scesa sul terreno dell'illegalità… Questi sono i fini, ma non è detto che si sia già ottenuta l'unità solo perché uno sciopero è riuscito alla FIAT". Quasi tutti presero invece le distanze. Tra i pochi che non lo fecero, vi fu il Partito Comunista Internazionale, che sul suo giornale esaltò correttamente quel tentativo di rottura della prassi suicida delle lotte interne e articolate con un appassionato articolo di fondo (Evviva i teppisti della guerra di classe!).

Almeno dal 1960 era stato costante il disperato tentativo degli operai di voltare la schiena alla galera-fabbrica contro l'indicazione di Confederazioni e operaisti, di uscire e lottare nel tessuto urbano, collegati attraverso le Camere del lavoro territoriali. Altro che erigere la fabbrica a strumento essenziale della propria emancipazione, altro che scioperi a "gatto selvaggio" e teorizzazioni del sabotaggio sul posto di lavoro. Il movimento fu abbastanza forte da coinvolgere l'apparato sindacale di base della FIOM, tant'è vero che i vertici della federazione metalmeccanica espulsero decine di iscritti, specie nel 1964-65, quando la nascita del PSIUP da una scissione del PSI portò via al vecchio partito tutto l'attivo di fabbrica, composto essenzialmente da giovani operai turbolenti.

Per il periodo fino al cosiddetto Autunno caldo del '69, il dato permanente fu dunque un modo di agire del tutto opposto al comportamento immaginato dall'operaismo: se è vero che la dichiarazione della lotta da parte del sindacato è sempre stata l'occasione per fare esplodere quella che covava nei reparti, non è per niente vero che "l'uso operaio della lotta sindacale aveva superato e battuto l'uso capitalistico del sindacato", come disse Tronti (Vecchia tattica per una nuova strategia, 1964). L'uso capitalistico del sindacato non lo "supererà" nessuno perché la storia l'ha fissato così, irreversibilmente, e non sarà possibile farla girare all'indietro. Succede invece che i proletari, quando ne hanno necessità, non guardino in faccia nessuno e utilizzino ciò che trovano per raggiungere i loro obiettivi, anche un sindacato integrato. Perché, la sua essenza non è costituita dai suoi uffici che stanno a metà strada fra il Ministero del Lavoro e la Confindustria, bensì da proletari e piccoli funzionari in carne ed ossa che ogni lotta mette di fronte a una biforcazione: o da una parte o dall'altra, o la lotta o il ritiro in disparte, dove non si dia fastidio. Li abbiamo visti i sindacalisti fatti scappare a gambe levate a pugni e schiaffi dagli operai, ma abbiamo anche visto gli operaisti lamentarsi e accusare il sindacato quando questo si dilegua di fronte alla determinazione operaia. La domanda spontanea è: Ma non è esattamente ciò che si vuole? Che il bonzume si tolga dai piedi? Che sgombri il campo alla possibilità di azione da parte delle "avanguardie"?

Il fatto è che – in fabbrica, non sui giornaletti – abbiamo sempre visto le avanguardie operaiste completamente spaesate e impotenti di fronte alla necessità di guida del proletariato nel momento in cui la biforcazione si presenta. Anzi, li abbiamo sempre visti sostituire i sindacalisti e utilizzare esattamente gli stessi metodi e le stesse parole d'ordine. Come dimostrano le ultra-articolazioni escogitate nelle grandi fabbriche, le paranoie sulle occupazioni e le assemblee permanenti e infine i sindacatini fondati in seguito, l'unico lascito reale rispetto alla vagheggiata rivoluzione senza partito come organo politico della classe.

Fuori dalla fabbrica: Corso Traiano

Gli anni '60 passano punteggiati di lotte incessanti. Il Sessantotto prepara il terreno per la nascita dei gruppi, apparentemente diversificati sia tra loro che dal comune ceppo operaista. Nel 1969, di nuovo alla FIAT, di nuovo a luglio (il 3), di nuovo dopo una lotta contrattuale inconcludente e spezzettata che durava ormai da 50 giorni, circolò la voce all'interno della fabbrica che era ora di finirla con i sindacati e che occorreva una manifestazione dura per coinvolgere i quartieri operai intorno alla Mirafiori. L'indomani ci sarebbe stato lo sciopero generale di 24 ore contro il caro-affitti con corteo organizzato dai sindacati. Un'assemblea cittadina, che firmava i suoi documenti con la sigla La lotta continua (titolo e organismo poi "cooptati" con un blitz politicantesco dal gruppo che prese così quel nome), dimostrò di non aver capito niente scrivendo su un volantino:

"Espulsi totalmente dalla lotta operaia, i sindacati hanno tentato di deviarla dalla fabbrica verso l'esterno, e di riconquistarne il controllo, proclamando uno sciopero generale di 24 ore per il blocco degli affitti […] Non ci lasceremo cacciare dalla fabbrica per farci trascinare in una nuova Piazza Statuto. Nella fabbrica siamo sfruttati, nella fabbrica lottiamo!".

Ma gli operai erano stufi di essere presi in giro un'altra volta con ridicoli scioperi di due o tre ore, articolati per reparto, palesemente inconcludenti e dissipativi, proclamati non solo dai sindacati ma propugnati dagli stessi gruppi che si dicevano contrari alla linea sindacale.

Il tam-tam che sempre si mette in moto in questi casi, come nel '62, riportò che sarebbe successo "qualcosa" e la sua eco arrivò in tutto il Piemonte. Lo alimentarono gli operai stessi, la detta assemblea cittadina, i residui dei Quaderni Rossi e del Sessantotto. La mattina del 3 luglio alcune migliaia di operai si trovarono davanti alla FIAT, raggiunti da un corteo di studenti e, alla spicciolata, da operai e studenti in arrivo da altre città. C'erano anche nugoli di poliziotti. Siccome una guida mancava, l'incertezza era tanta e la folla aumentava minacciosamente, la polizia decise di attaccare. In pratica decretò la formazione del corteo, che si divise, ricompose e infine diede luogo a spezzoni che rifiutarono testardamente di farsi disperdere iniziando un'altra volta la guerriglia urbana in cui fu nuovamente coinvolta la popolazione, come a Piazza Statuto. In una sconfinata periferia fatta di palazzi per metà ancora in costruzione i cui cantieri fornirono abbondante materiale da lancio, i proletari resistettero alle cariche e ai lacrimogeni per ore e ore, lungo chilometri di viali e cortili, fin sul territorio dei comuni limitrofi di Nichelino e Moncalieri, trovando spesso rifugio in porte aperte dalla solidarietà delle famiglie operaie.

Il curioso, nella storia dell'operaismo, è come abbiano potuto, gruppi come i Quaderni Rossi e Classe Operaia, dar luogo in tempi relativamente brevi a molteplici derivazioni con migliaia di aderenti e giornali che tiravano decine di migliaia di copie. Essi non erano né radicati nelle fabbriche, né ben visti dai partiti e sindacati dai quali rampollavano e che ne rappresentavano pur sempre il retroterra dal quale non si distaccarono mai. La risposta della proliferazione dei gruppi e il crescere dell'adesione ad essi è forse da trovare, più che nella storia del movimento operaio e nelle fantasie degli indagatori polizieschi che videro la lunga mano dell'URSS (vedi ad es. Relazione di AN in Commissione Stragi), in certe teorie dell'evoluzione, che paragonano le opinioni, le immagini, le percezioni, le teorie, ecc. considerandole come entità in evoluzione al pari degli esseri viventi (Dawkins), e che quindi si trasformano in base a mutazioni lievi o profonde a seconda dell'ambiente e della capacità di sopravvivenza in esso, subendo una selezione naturale che lascia sopravvivere il più adatto.

Diciamo quindi che, in questa epoca controrivoluzionaria, prese forma una corrente suscitata dalle sfide poste dal capitalismo, quindi apparentemente più adatta rispetto alla sclerosi stalinista vecchia maniera; e che invece si dimostrò inadeguata non solo alla vera trasformazione ma anche alla conservazione. Perciò fu portata all'estinzione per selezione naturale, lasciando il posto all'organismo più adatto. Non si estinse infatti il dinosauro stalinista. Pur reduce da un'altra epoca, selezionato in una storia più lunga e tragica, adeguato alla conservazione dura e pura, sopravvisse benissimo, mantenendo la capacità di deporre le sue uova malefiche.

Gli operai, invece, dimostrarono nel '69 l'assioma di Marx sulla lotta immediata: una lotta rivendicativa, quando generalizzata, diventa lotta di classe e ogni lotta di classe è lotta politica. Infatti la loro pressione, contro sindacalisti e gruppettari, fu sempre per uscire dalla fabbrica, unificare gli scioperi, superare lo stadio primitivo dello scontro nella propria azienda e contro il proprio padrone. È utile tracciare uno schema, per quanto telegrafico, della situazione a partire dall'inizio settembre, per capire quali potenzialità abbia messo in campo il proletariato e come sia stato impossibile l'emergere di una forza adeguata da contrapporre alla sfida della borghesia.

Fuori dalla fabbrica: l'Autunno caldo

Di fronte alla grande capacità di direzione e recupero da parte della potente organizzazione sindacale integrata e del PCI, il proletariato non riscoprì il filo rosso del programma storico e non fu quindi in grado di contrapporre un'effettiva alternativa di classe. I sessantottini, da parte loro e per quel che contavano, contrapposero una politica del tutto parolaia, sdegnando la pura lotta rivendicativa e immaginando che fosse in corso un attacco politico al sistema capitalistico. A partire dalla fabbrica, naturalmente, nel migliore stile operaista ordinovista. Ma facciamolo dire a Lotta Continua:

"[Il '69 è stata] un'esperienza al cui valore è destinato ad essere sordo e cieco chi, nell'esplosione dell'autonomia operaia non vedeva altro se non un'acutizzazione della lotta rivendicativa; col che ogni opportunismo diventa inevitabile. È avvenuto che la classe operaia, nelle sue avanguardie di massa, ha attaccato frontalmente, nel '69-70, l'organizzazione di fabbrica" (Tesi per il primo congresso).

Con l'organizzazione di fabbrica – si continua nel documento – il proletariato aveva anche attaccato il sindacato e il PCI, rintuzzandone la tendenza a ridurre la classe ad ingranaggio dello sviluppo capitalistico. Manifestando la sua "autonomia", la classe aveva inoltre "irreparabilmente inceppato la macchina dello sviluppo capitalistico", conquistando la coscienza tattica della "lotta di lunga durata". Perciò il recupero "di massa impressionante" del sindacato e del PCI, a partire dal '72, non era da interpretare come riflusso revisionista della classe ma come

"la piena di una tensione di classe che, senza abdicare alla propria autonomia, cercava e trovava l'occasione per unirsi, per mettere in campo una forza generale contro il fascismo e contro la crisi" (ibid.).

Dunque il sindacato e il PCI erano visti come utile catalizzatore in grado di permettere al proletariato la maturazione di una nuova coscienza tattica, quella "cinese" della lunga durata. Veniva abbracciata la tattica maoista dei fronti interclassisti tipici della guerriglia contadina per il classico "accerchiamento delle metropoli". Ad ogni modo i fatti fecero strame di tanta vuotaggine e il proletariato, mosche cocchiere o no, fantasie oniriche o attivismo immediatista a parte, diede una superba prova di combattività metropolitana, buon esempio di come una situazione del genere si potrebbe saldare a una direzione politica rivoluzionaria.

Ma veniamo ai fatti sul campo. Gli scontri di Corso Traiano a Torino avevano segnato l'apice delle lotte operaie prima della chiusura estiva delle fabbriche. Alla riapertura, il primo settembre, le prime assemblee spontanee e già il 2 partivano scioperi non dichiarati in alcuni stabilimenti della FIAT per l'avvio del contratto. La mitica officina 32 scioperò a oltranza e fu esempio per tutti. La direzione rispose immediatamente con la cassa integrazione per 6.800 operai. L'intimidazione non riuscì e lo sciopero continuò; il 5 settembre i cassintegrati furono portati a 20.000 e, nei giorni successivi, a 30.000. Si capì subito che la Confindustria, non applicando accordi precedenti, intendeva affrontare la situazione a muso duro, e gli operai risposero per le rime. Il "diritto" d'assemblea non c'era ancora, ma durante gli scioperi se ne tennero in continuazione dovunque. Scioperi spontanei esplosero nelle fabbriche di Milano, con in testa la Pirelli.

L'8 settembre iniziarono le trattative per i metalmeccanici e gli edili, subito interrotte. I metalmeccanici chiesero una lotta dura per infrangere l'intransigenza padronale e rifiutarono sia lo spezzettamento degli scioperi, oggetto di discussioni animate nelle prime assemblee, che le fumisterie normative: "inquadramento unico operai-impiegati" e "superamento delle gabbie salariali" doveva significare semplicemente "forti aumenti uguali per tutti" e "stesse normative per tutti i lavoratori". I sindacati dichiararono otto ore di sciopero generale per i metalmeccanici, quattro giorni per gli edili. Nei giorni successivi entrarono in sciopero per i contratti i chimici, i metalmeccanici pubblici, i metallurgici (alle acciaierie di Taranto scoppiò la rabbia operaia a causa di 8 morti sul lavoro in due mesi), i cementieri, gli elettrici, i farmaceutici, i benzinai, gli addetti del gas e dei laterizi. Altre fabbriche, oltre alla FIAT, ricorsero alla cassa integrazione. Il 24, quando anche la Pirelli mise in cassa integrazione 12.000 operai, il ministro del lavoro Donat-Cattin dichiarò che non erano ammissibili serrate camuffate. Ma il governo non intervenne, bloccato da discussioni interne alla maggioranza democristiana (vedremo dopo su quali temi).

Il clima assembleare divenne endemico. Il 7 ottobre 100.000 metalmeccanici manifestarono a Milano. Ovunque si susseguirono scioperi e manifestazioni, queste spesso attaccate dalla polizia. A Taranto salì la tensione cittadina e i dipendenti comunali occuparono il Comune per quattro giorni. Entrarono in sciopero i lavoratori dell'ACI, i macchinisti delle ferrovie, i portuali (a Genova, in solidarietà, bar e ristoranti chiusero per due giorni) e i postini. In alcune aziende si scioperò a oltranza in risposta a provvedimenti interni. Il 15 venne proclamato uno sciopero generale contro il carovita in Lombardia. Il 20 si sincronizzarono gli scioperi dei metalmeccanici e degli edili (3 giorni), delle Poste, dei telefoni, dei trasporti (4 giorni). Scesero in sciopero anche i lavoratori dei Monopoli, dei giornali, delle case di cura, delle Camere di Commercio, delle assicurazioni. Con tutte le categorie in agitazione si produsse una specie di sciopero generale permanente, la cui forza fu percepita con lucidità sia dalla borghesia che dal proletariato. Vi fu dunque una netta polarizzazione sociale.

A metà ottobre erano già in agitazione più di 6 milioni di proletari industriali e 3 dei servizi. L'estensione e la durata degli scioperi aveva creato una situazione che i sindacati, la Confindustria e il governo incominciarono a giudicare incontrollabile. Nelle fabbriche c'era la netta sensazione di aver superato un limite da cui non si poteva tornare indietro. Gli scioperi articolati per reparto e per fabbrica avevano decisamente lasciato il posto alle giornate multiple e soprattutto alla sincronizzazione, impensabile senza una spinta fortissima sugli organi di coordinamento centralizzato, cioè i sindacati. Si moltiplicarono i picchetti volanti: gli operai delle grandi fabbriche bloccarono i cancelli di quelle piccole. Nel Canavese, con fulcro alla Olivetti di Ivrea, una carovana-picchetto volante svuotò regolarmente per una settimana le piccole fabbriche, finché, con una manovra intimidatoria quanto teatrale, venne fatto arrivare un reparto di 300 carabinieri in assetto di guerra. Scorrendo la documentazione dell'epoca, salta agli occhi che, da ottobre, le apprensioni della borghesia diventarono terrore.

Il 31 ottobre il ministro del lavoro dichiarò che, se le parti non avessero raggiunto un accordo, lo scontro non sarebbe più stato di competenza sua ma del Ministero degli Interni. Per giungere alla pace sociale sarebbe stato necessario riconoscere i diritti dei lavoratori, esasperati dalla mancata partecipazione alla politica dei redditi (cioè alla distribuzione sociale del plusvalore). Il governo calcolò che le richieste proletarie avrebbero comportato un aumento del costo del lavoro del 28-29% in tre anni. Era alto ma sopportabile, e quindi non vi erano serie ragioni economiche né politiche per temere quell'affossamento del sistema, di cui blateravano sia gli industriali che gli "estremisti". Lo scontro politico all'interno della DC si aggravò, ma tutto venne congelato per il timore di far precipitare la situazione. La Confindustria dichiarò che avrebbe accettato la trattativa solo se si fosse ritornati a un clima di normalità in fabbrica. La tensione sembrò scendere.

All'inizio di novembre ci fu un incontro fra governo, Confindustria e sindacati, ma la trattativa fu interrotta il 6, a causa di scioperi spontanei improvvisi e di scontri con la polizia. La Rai, che dava notizie assolutamente distorte e faziose sugli scioperi, fu presidiata un po' dovunque da picchetti di scioperanti. Le sedi a Milano e Roma furono assediate a lungo. Dopo tanti giorni di lotta, nelle maggiori città industriali i commercianti avvertirono il calo delle vendite e "solidarizzarono" con gli operai in lotta. Chiusero bar e ristoranti. Quando incominciarono a scarseggiare il sale e le sigarette, gli operai sospettarono una provocazione da parte dello Stato.

L'8 novembre venne firmato in fretta e furia il contratto degli edili, che in totale tolse alla lotta un milione di proletari. I sindacati proclamarono per il 19 un altro sciopero contro il carovita, questa volta per la casa. L'11, Donat-Cattin si appellò alle parti per una conclusione rapida: il sistema aveva perso un 2,5% del PIL solo con gli scioperi di settembre, e quelli di ottobre erano stati di gran lunga più numerosi e lunghi. Il governo, spaccato al suo interno, concentrò l'attenzione sui metalmeccanici, che erano alla testa dell'agitazione. Occorreva chiudere, fece dire al ministro recalcitrante (era un democristiano "sociale"), perché vi erano troppe "occasioni per l'avventurismo politico" ed era in pericolo l'assetto democratico del Paese. La tattica fu quella dell'isolamento, occorreva lasciare soli i metalmeccanici. Il 25 novembre, dopo quello degli edili, vennero firmati i contratti di alcuni settori pubblici e quello dei laterizi. Altri 300.000 proletari furono sottratti alla lotta generale.

Con i metalmeccanici resistevano ancora chimici, cementieri, bancari, assicurativi e finanziari, parte del pubblico impiego, dipendenti dei giornali, insegnanti, enti locali e ospedalieri. A Roma, il 28, mezzo milione di metalmeccanici sfilò per 9 ore di seguito, occupando la città, fra ali di folla per metà esultante e per metà sbigottita e impaurita. Il 7 dicembre firmarono i chimici: altri 220.000 proletari tolti alla lotta. L'11 firmarono i metalmeccanici statali e i bancari. Il 21 infine i metalmeccanici. Vennero acquisite le 40 ore settimanali, il limite agli straordinari, consistenti aumenti salariali, miglioramenti normativi e il diritto di assemblea retribuita. Morirono le vecchie commissioni interne, sostituite dai consigli di fabbrica. La borghesia aveva imparato la lezione, i sindacati e i partiti anche. I gruppetti no.

Il proletariato ottenne la solita vittoria effimera dal punto di vista contrattuale, ma dimostrò tutta la potenza dell'unione di classe contro lo Stato a fronte dell'impotenza del frazionamento contro il singolo padrone. Non ebbe e non sviluppò una sua guida politica, neppure embrionale, che si saldasse al percorso del partito storico, ma dimostrò di essere in grado, da solo, nonostante freni e catene, di mettere in crisi la classe avversaria.



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