chicago86

L'operaismo italiano e il suo Sessantotto lungo vent'anni - Quinta parte

Indice
L'operaismo italiano e il suo Sessantotto lungo vent'anni
Seconda parte
Terza parte
Quarta parte
Quinta parte
Tutte le pagine

Fuori dalla fabbrica: stato di confusione sociale

La cronologia della lotta dev'essere integrata con quella dei riflessi che essa provocò sulla sovrastruttura sociale borghese fuori dai rapporti fra operai e capitalisti. Fin dai primi giorni fu chiaro che la posta avrebbe potuto essere alta e il gioco si fece duro per ragioni del tutto "naturali". L'esito poteva non essere scontato, poteva cioè andare oltre la firma dei contratti. Guarda caso, la cosiddetta strategia della tensione iniziò proprio durante l'Autunno caldo. La nostra spiegazione è molto semplice: una frazione della borghesia italica, assistita da rappresentanti di interessi "atlantici", fece di tutto per far sentire all'intera borghesia nostrana che col fuoco non si scherza, che cioè non si poteva uscire dagli accordi stabiliti con i vincitori della Seconda Guerra Mondiale. La politica interna italiana fa parte della politica estera degli Stati Uniti, e gli accordi prevedono libero mercato e, soprattutto, libertà assoluta agli Stati Uniti in questa lunga penisola proiettata sul Mediterraneo come una comoda portaerei. L'intervento dello Stato in economia è tollerato finché si tratta di gestire una politica atlantica coordinata, non certo come strumento di politica sociale indipendente: il Capitale mondiale, di cui gli Stati Uniti rappresentano la punta dirompente, non sopporta che aree importanti siano sottratte alle sue libere incursioni e che le borghesie nazionali dettino legge a casa propria sui capitali altrui. Tante cose possono ruotare intorno a questo semplice modello, ma ogni volta che ci si allontani dai suoi fondamenti possiamo essere sicuri che qualche convincente argomento "esploderà" come aveva scritto ai carabinieri il bandito Giuliano a proposito della strage di comunisti a Portella delle Ginestre.

In tale contesto – che definimmo "imperialismo delle portaerei" – s'infrangono i sogni beati di ogni autonomia operaia oltre che le illusorie speranze di autonomia statale. Il compito dei comunisti non è di mandare gli operai contro le portaerei al canto di "Buttiamo a mare le basi americane…", magari passando da uno sciopero a scacchiera in un reparto della FIAT, vero donchisciottismo esistenziale, bensì di prepararsi per il momento in cui le rotte di navi, aerei e convogli militari saranno decise dalla rivoluzione internazionale (e ovviamente preparare quel momento, non nell'ambito dell'immaginazione al potere, ma dei rapporti reali tra le forze in campo). Gli intraprendenti uomini politici italiani che hanno provato a dire qualcosa in dissonanza con il contesto geopolitico sono caduti in disgrazia, come testimoniano le vicende più o meno gravi di Mattei, Gardini, Andreotti, Craxi, Ruggiero, ecc., implicati rispettivamente in problemi riguardanti petrolio, cereali, Medio Oriente, sovranità nazionale, armamenti, e tutti entrati in conflitto con precisi interessi americani.

Non poteva essere diversamente nel '69, e la cosiddetta strategia della tensione doveva ricordare ai politici nostrani che le condizioni del proletariato le stabilisce il libero mercato e che l'Italia non è – e non può essere – un paese neutrale: perciò la sua economia non può essere "indipendente", né può adottare schemi keynesiani spinti che porterebbero ad un mercato protetto del lavoro, delle merci e dei capitali. Terminato il ciclo della ricostruzione postbellica, ed esaurita la spinta del Piano Marshall, l'utopia congiunta dei cristiano-sociali e degli pseudocomunisti per una "programmazione economica" e per "riforme di struttura" non era (e non è) altro che spazzatura ideologica davanti al Capitale internazionale e impersonale.

La borghesia – e quindi il governo democristiano e la Confindustria che in quel momento la rappresentavano – subiva la tensione crescente come un trauma. Ad avvicendarsi al governo non c'erano gli imbecilli di oggi, ma i rappresentanti di un sistema borghese effettivo. I tecnici dell'economia e dell'industria erano legati organicamente alla politica parlamentare, e le nefandezze politiche di allora erano incrostazioni che non intaccavano la struttura portante. La borghesia era perciò posta in una situazione schizofrenica dalla contraddizione fra i propri interessi nazionali e quelli del Capitale internazionale pilotato dagli Stati Uniti. Quando oggi il neopresidente della Confindustria ripete fino alla nausea davanti ai microfoni che intende formare un gruppo capitalistico in grado di "fare sistema", non fa che mostrare nostalgia di tempi in cui tale sistema era in funzione. Ma non si rende conto, forse, che il suo proposito cozza contro gli interessi di una potenza non trascurabile, quella americana, che oggi "fa sistema" utilizzando le realtà nazionali come tessere di un mosaico planetario.

Le rivoluzioni non si fanno di certo impressionare dalle diatribe tra politici e anche tra governi, anzi, è il loro procedere non lineare a determinare le grandi questioni della politica. Perciò il succedersi degli avvenimenti va sempre ricondotto, nonostante l'apparente confusione, al continuo superamento di fasi obsolete, al percorso verso situazioni future. In fondo, come abbiamo detto più volte, ogni rivoluzione è un "andare verso…". Ma verso cosa andava il tratto di percorso che chiamiamo Autunno caldo e che a sua volta si colloca, come stiamo vedendo, in un periodo lungo vent'anni?

Qui dobbiamo riprendere la cronologia almeno dal dopo-Corso Traiano, per accostare agli scioperi e alle manifestazioni sia le contraddizioni interne al movimento operaio che le difficoltà indotte da questo movimento all'interno della borghesia e delle sue frazioni. Nei momenti di polarizzazione sociale è il proletariato che diventa il fulcro di ogni politica, emergendo come classe che fa muovere le altre classi alla sua musica.

L'ormai quasi leggendario '69 era appena incominciato che l'8 settembre a Milano, davanti alla Pirelli, un gruppo di studenti si azzuffò con gli operai. A Torino, nello stesso giorno, mentre migliaia di operai lottavano, una solitaria bottiglia molotov volò oltre i cancelli della FIAT. Piccoli eventi simbolici. Non era un mistero che gli operai del PCI fossero insofferenti di fronte alle goliardate e spesso, istigati dai loro capi, venissero alle mani sia con i "maoisti", come chiamavano indistintamente tutti i gruppettari, sia con i loro compagni di lavoro non allineati alle tesi e all'atteggiamento del partitone. La molotov contro la FIAT non era altro che una rappresentazione complementare della politica stalinista: da una parte il controllo sul movimento sindacale nell'ambito della divisione del mondo stabilita a Yalta, dall'altra l'azione partigiana, il gesto magico di una bottiglietta di benzina contro l'imperialismo delle portaerei e del Capitale globale. La classe operaia altrove, sola a lottare contro i sui avversari, mettendoli in confusione.

Dal 10 al 27 settembre vi furono scontri quasi giornalieri tra gli operai e la polizia, sulle piazze, particolarmente violenti e ripetuti a Torino e Milano, ma anche a Bari, Lecce (dove 3.000 edili bloccarono la stazione), Brescia, ecc. Per tutto il mese la borghesia non riuscì a rispondere che con la repressione, peraltro scoordinata e lasciata ai comandi locali. Il fronte corporativo risultò frantumato: Stato, Industria e Sindacato, contrariamente alla tradizione, si misero ad agire per conto loro. In ottobre la CGIL accusò la Confindustria di voler estremizzare lo scontro per costringere il governo ad una repressione sistematica. Il governo tentennante invitò all'accordo. Gli industriali, più lucidi, ammisero che i costi economici sarebbero stati anche accettabili, ma quel che rifiutavano era il principio di una contrattazione globale, classe contro classe, sotto la pressione della piazza. Angelo Costa, il loro presidente, fu durissimo su questo punto durante tutta la lotta. Il partito di governo, la DC, si spaccò sulla linea da tenere e il segretario, Flaminio Piccoli, si dimise provocando una crisi.

Intanto la piazza non accennava a calmarsi e la lotta operaia continuava a provocare "effetti collaterali". Il 26 ottobre, a Pisa, gli studenti "di destra e di sinistra" si affrontarono violentemente. Per il giorno successivo fu organizzata l'inevitabile manifestazione antifascista che sfociò in uno scontro fra studenti e polizia. Ci furono le solite pseudobarricate, decine di molotov, negozi saccheggiati, automobili incendiate, botte per niente. Alla fine il bilancio: un morto (lo studente Cesare Pardini) e un centinaio di feriti equamente suddivisi fra poliziotti e studenti. Mentre si svolgevano gli scontri, due bombe fecero saltare la linea elettrica della ferrovia Torino-Milano e un'altra venne trovata inesplosa sulla Torino-Genova. Nel frattempo scoppiarono tafferugli fra i 20.000 edili che manifestavano a Roma per il loro sciopero generale e gli studenti che si volevano accodare.

I giornali sottolinearono l'incremento di confusione e violenza. A Torino, il 30 ottobre, gli operai della FIAT, esasperati dagli attacchi polizieschi e dai crumiri, sfondarono i cancelli e fecero un corteo interno danneggiando officine, linee di montaggio e una mensa. A Milano e a Ivrea gli operai spazzarono via i crumiri dagli uffici della Siemens e della Olivetti. A Cagliari i picchettanti fecero deragliare un treno mettendo copertoni da camion sui binari (52 feriti). Con gli scioperi generalizzati risultò chiaro che la polizia non aveva forze sufficienti da inviare ovunque. Gli industriali si sentirono senza protezione e in certi casi persero la testa, come a Bologna e a Rivarolo Canavese, dove affrontarono gli operai minacciandoli con dei revolver.

Nei giorni successivi, sotto la pressione degli avvenimenti, la Democrazia Cristiana andò in fibrillazione con una lotta delle correnti interne divise fra "sociali" e "intransigenti" (leggi "atlantisti"). La successione al segretario dimesso non fu semplice e addirittura nacquero nuove correnti con lo scioglimento di quella "dorotea". La spinta dei giovani DC per un cambio generazionale portò alla segreteria il relativamente giovane Forlani. Ma non vi furono riflessi sul governo, sempre impotente a risolvere la situazione. Che intanto si aggravava con un nuovo elemento di scontro: a novembre, dopo quasi due mesi dall'apertura delle scuole, mancavano ancora migliaia di insegnanti nelle medie superiori e negli istituti professionali. Docenti, personale e studenti scesero in lotta per questo specifico motivo, vi furono scontri ovunque (a Napoli e Bologna con decine di feriti) e la situazione politica si avviò verso un inviluppo caotico.

L'incertezza, unita al tentativo di ammortizzare la rabbia operaia, anche per le pesanti perdite di salario, portò a strani fenomeni sociali: alla solidarietà pelosa dei commercianti si aggiunse, il 13 novembre, quella di alcune amministrazioni locali, come i comuni di Milano e di Bologna o alcune province lombarde, che misero a disposizione un fondo di sussistenza per gli scioperanti in difficoltà, trasporti pubblici gratuiti ecc. Mentre Novella, il segretario della CGIL apprezzava ovviamente il gesto interclassista, il capo della Confindustria Costa denunciò sarcasticamente una situazione in cui "non si capiva più chi stava con chi".

Per il 19 i sindacati, spinti dalla base, dichiararono uno sciopero nazionale, ma lo legarono al caro-casa per coinvolgere tutte le categorie, anche quelle ormai non più in lotta. A Milano, durante la manifestazione, si concretizzò in piazza la confusione nazionale: gli studenti si azzuffarono fra destri e sinistri; i gruppetti intervennero a loro volta reclamando l'unità fra studenti e operai; gli operai in sciopero cercarono di tenersi alla larga seguendo le indicazioni degli scagnozzi sindacali ma, spinti da un sano istinto di classe, rintuzzarono le cariche della polizia; questa, per difetto o per eccesso di comando, attaccò indiscriminatamente tutti quanti. Ci scappò il morto, un giovane agente meridionale, Annarumma, subito elevato a rango di innocente martire "proletario" e utilizzato spudoratamente dai partiti dell'ordine, destri e sinistri. Ai funerali, il 21, parteciparono 50.000 cittadini della "maggioranza silenziosa", cioè delle non-classi e della piccola borghesia, che inscenarono lungo il percorso qualche caccia al "maoista" (le classi di mezzo sono maestre in semplificazioni semantiche e per esse i giovani sinistrorsi erano tutti "maoisti").

Tra la fine di novembre e l'inizio di dicembre si registrarono tre attentati a Roma, uno a Milano, tre a Reggio Calabria. La questione, come previsto da Donat-Cattin, non era più nelle mani del Ministero del Lavoro. Il 10 dicembre la Camera dibatté sull'ordine pubblico. Il ministro degli Interni Restivo concluse così il suo intervento: "Non consentiremo ad alcuno di sovrapporsi, con la violenza, alla volontà degli italiani, desiderosi che il Paese progredisca nella legalità e nella pace".

Il 12 esplose la bomba alla Banca dell'Agricoltura in piazza Fontana. Venne subito individuata una pista "di sinistra": era fasulla, ma il 15 Pinelli fu precipitato da una finestra della questura di Milano durante un interrogatorio e Valpreda fu arrestato. I due anarchici servirono ad avallare la tesi di una "sinistra" minoritaria eversiva e pericolosa per l'ordine costituito.

Il 21, con la firma dei metalmeccanici, non si chiuse solo una stagione contrattuale, né solo una particolare esperienza operaista minoritaria. Si chiuse anche l'epoca dello scontro di classe lineare, a suon di scioperi, manifestazioni, manganellate e magari proiettili polizieschi.

La miseria politica dello stalinismo senza Stalin

Si aprì di conseguenza un'epoca di paradossi logici: gli operaisti credettero di difendere meglio gli interessi della classe isolandosi dal suo congeniale terreno di lotta che è il sindacato; i più immediatisti credettero rivoluzionario il rifiuto di ogni delega a favore della democrazia diretta e fecero nascere il delegato di reparto e i consigli di fabbrica; i borghesi credettero di salvaguardare gli interessi del proprio Stato attraverso la demolizione del modello sociale che l'aveva reso forte (quello corporativo che chiamammo di tipo "Mussolini"); i sindacati credettero di identificare gli interessi degli operai con quelli di tutto il popolo (fu la CGIL a definirsi "sindacato dei cittadini") negandosi per ciò stesso la funzione di sindacato.

La nascita dei gruppi organizzati, dopo la stagione dell'operaismo "di tendenza", configurò veri e propri partitini "concretisti". Nonostante le proclamate differenze e l'affanno per sottolinearle, erano naturalmente assai simili tra di loro. Significativo è il già citato opuscolo di Lotta Continua diffuso in occasione del suo primo congresso e nelle cui 188 pagine si cercherebbe invano una qualche differenza (non verbale ma di sostanza) fra il costituendo partito "alternativo" e tutti i partiti stalinisti. Dopo aver affermato che oggi sarebbe un mero richiamo ideologico ed astratto ogni riferimento pratico alla Terza Internazionale, nelle tesi e nello statuto se ne adottano tutte le caratteristiche degenerative. È per esempio fatta propria la famigerata "conquista della maggioranza del proletariato", tesi democratoide già demolita dalla Sinistra Comunista negli anni '20; è ribadita l'importanza della democrazia come espressione di forza e di unità del proletariato, perciò il centralismo democratico come fulcro dell'organizzazione di partito; è rivendicato l'internazionalismo proletario, ma insieme alla peculiarità di ogni rivoluzione nazionale che deve "contare sulle proprie forze"; è richiesto ad ogni membro del partito di contribuire criticamente e creativamente all'elaborazione della linea politica del partito, come se il programma storico non esistesse e tutto dipendesse dai pruriti esistenziali degli individui.

Non è neppure possibile affermare che queste contraddittorie scemenze fossero il parto di uno particolare fra i vari gruppi, dato che ognuno di essi fu generato da pochi individui intercambiabili e per di più ebbe una base costituita da attivisti migranti da un gruppo all'altro. D'altra parte non affermeremo neppure che il ripetere trite formulette prese a prestito dal passato fosse una novità. Vorremmo solo diffondere un minimo di consapevolezza rispetto alla genesi del problema. Ci auguriamo che le giovani generazioni non ripetano acriticamente frasi fatte ma si propongano una riflessione sui significati, ricorrendo agli originali, al confronto fra scritti prodotti in diverse epoche e da diverse correnti. Dice Marx nel 18 Brumaio:

"La tradizione di tutte le generazioni scomparse grava come un incubo sul cervello dei vivi. Quando sembra che essi per l'appunto lavorino a trasformare sé ed il mondo circostante, a creare il nuovo, invocano angosciosamente gli spiriti del passato, ne mutano i nomi, le parole d'ordine, i costumi, allo scopo di erigere sotto questo antico e venerabile travestimento, e con frasi prese a prestito, la nuova scena della storia".

Nessuno è esente, neanche noi che pure cerchiamo con il nostro lavoro di diffondere l'esigenza di lasciar perdere i fantasmi e di proiettarci nel futuro. Il post-Sessantotto comunque insegna. Esso fu caratterizzato non solo da ripetizioni più o meno travestite, ma da una spaventosa mancanza di senso della realtà, per cui individui e gruppi vissero in una specie di mondo virtuale, credendo davvero di essere i motori di una rivoluzione in corso. Ancora oggi vi sono dei reduci impossibilitati a scendere dal mondo delle rappresentazioni, delle frasi fatte prive di qualunque contenuto empirico, al mondo vero, fatto di rapporti ed effetti reali. Questi eredi dei teorici della fabbrica e della produzione totalizzante sono diventati i meno adatti a capire che proprio l'immensa rete di fabbriche e l'ancor più estesa rete di infrastrutture abitate che ricoprono la crosta terrestre richiedono un approccio pratico, finalizzato, razionale, non delle chiacchiere senza contenuto. Il sessantottismo ha creato invece un tipo di militanza politica molto particolare: ha reso indipendente il pensiero dalla vita, il soggetto dall’oggetto, ha fatto del linguaggio un regno indipendente. Ci sono degli antifascisti che attaccano il "revisionismo" sulla questione dell'Olocausto proprio mentre sostengono che bisogna buttare a mare gli ebrei d'Israele.

Per questo siamo sicuri che, quando si ripresenteranno estese lotte del proletariato, questo tenderà come sempre a uscire dalla fabbrica per prendersi la piazza con la generalizzazione politica degli scioperi, mentre un movimento politico "alternativo" si affiancherà di fatto ai sindacati nell'articolazione ipersindacale delle lotte. Paradossalmente, l'abbiamo visto, è il sindacato tradizionale a usare la piazza, portandovi milioni di persone, quando gli serve per ragioni politiche. E gli "alternativi" si accodano, fingendo autonomia con comizietti separati. Questo atteggiamento codista si riflette nell'attività di fabbrica, che sola può dare a un gruppetto politico la possibilità di proiettare il proprio attivismo là dove riesca ad avere qualche militante. Agendo separatamente rispetto ai "traditori opportunisti" del sindacato, invece di lavorare dove sono schierati davvero gli operai, il gruppetto entra in conflitto con l'unico organismo che ha la capacità effettiva di organizzare masse di uomini. Si scontra sul terreno pratico prima ancora che su quello programmatico. E anche supponendo che un gruppetto si trasformasse in partito in grado di generalizzare la propria presenza, questo, con i programmi che abbiamo intravisto, non potrebbe che diventare un partito democratico elettoralesco, cosa che del resto si è sistematicamente verificata. Come la mano dell'uomo lavorando ha fatto il cervello, così è la buona tattica, la buona prassi che forgia il buon partito, mai viceversa, a dispetto di quanto credono gli idealisti.

Su di un altro fronte dell'irrealtà, è interessante osservare i corollari nostrani della guerra in Iraq: al solito, secondo la propaganda che fu cara all'imperialismo stalinista da guerra fredda, è ritenuto rivoluzionario chiunque spari contro i perfidi imperialisti americani. Il movimentismo di vent'anni fa, arrampicandosi sui vetri, aveva dato una patente progressista agli ayatollah che si ribellarono ai Pahlevi in Iran; oggi sarebbe addirittura tutto l'Islam jihadista ad essere rivoluzionario. Conseguentemente, i proletari occidentali dovrebbero solidarizzare con i guerriglieri islamici e iracheni. A parte il fatto che la faccenda andrebbe spiegata in pratica, questo permanere dell'ideologia russofila anche quando l'URSS è scomparsa da tempo ci dà la misura di quanto siano forti le radici dello stalinismo. L'invenzione delle "lotte di liberazione nazionale" fuori dall'epoca della formazione delle nazioni non è neppure un brevetto di Stalin ma dei suoi successori, che la lanciarono sul mercato della guerra fredda per trovare partigianerie a proprio vantaggio. Come si erano stalinizzate le borghesie cinese, cubana, palestinese, vietnamita, ecc. così si accentuarono i caratteri stalinisti (nell'accezione di invarianti storici cui abbiamo accennato) dei gruppetti nostrani.

Il partito dell'eterna disfatta

Con il costituirsi del gruppo Lotta Continua si chiuse la fase di formalizzazione dei partitini stalin-maoisti. La stampa periodica rifletté il nuovo assetto dell'operaismo e quindi le sue disponibilità di lavoro militante e di sottoscrizioni. Dalla primavera all'autunno del 1969 uscirono nell'ordine: La Classe (maggio); Il Manifesto (giugno); Classe (giugno); Potere Operaio (settembre); Lotta Continua (novembre). A parte il Manifesto, che nacque all'interno del PCI, e a parte la stampa dichiaratamente filocinese (nel '73 ci sarà un curioso quanto ridicolo tentativo di mao-bordighismo), tutti gli altri periodici, cui fecero capo altrettanti gruppi politici, ebbero radici nella corrente operaista di cui stiamo trattando, man mano diluita e contaminata da apporti spurii. Lotta Continua è forse il gruppo che rappresenta meglio la continuità fra l'originario operaismo antipartito e lo stalinismo cui approdò al culmine del suo "successo". Si formò intorno al periodico Il Potere Operaio di Massa e Pisa, che aveva radici nei Quaderni Rossi e in Classe Operaia e che uscì con il primo numero nel febbraio 1967 come supplemento a Lotta di Classe, il ciclostilato di un gruppo affine ai QR attivo alla Olivetti di Ivrea. Molti militanti all'epoca della fondazione erano iscritti al PCI e al PSIUP. La prima fase fu mao-guevarista, l'ultima demo-parlamentare. Morì di fatto nel 1976 dopo un intrallazzo elettoralesco e una clamorosa sconfitta alle elezioni. I residui gruppi pubblicarono ancora il giornale che chiuse definitivamente nel 1982.

Non è dunque vero che nel biennio 1968-69 dominassero idee antiautoritarie, contestatarie, antagoniste, come dicono i tardi biografi di sé stessi. Dominò uno strano miscuglio fra pseudobolscevismo operaista degenerato e terzomondismo contadino, lo stesso così ben rappresentato nel libretto rosso di Mao, più adatto alle risaie che al moderno "automa industriale" tratteggiato da Marx e "riscoperto" da Panzieri. Le istanze libertarie che passano per tipiche del Sessantotto furono in realtà seguite da un autoritarismo sfacciato, per cui tronfi leaderini caporaleschi si permisero, senza essere presi a calci dai loro seguaci mandati allo sbaraglio, svolazzi "teoretici" e organizzativi che neppure la immaginosa creatività ideologica e tattica dello stalinismo era riuscita ad immaginare in mezzo secolo.

Senza studiare le condizioni della produzione e del proletariato (sempre controllato dai partiti e sindacati storici nonostante alcuni sprazzi che tra l'altro furono ben più numerosi di quelli celebri come Piazza Statuto e Corso Traiano), senza una comprensione della profondità e durata della controrivoluzione, è impossibile rintracciare l'origine materiale delle tesi gruppettare, di questo vero partito della disfatta. Vi furono condizioni oggettive così pesanti che persino i gruppi legati alla tradizione storica della Sinistra Comunista subirono il fascino dell'attivismo, del frontismo e del caporalismo interno. Se esaminiamo quindi il Sessantotto non per quello che dice di sé stesso ma per quello che veramente è stato, sulla base dei risultati pratici, appare più chiaramente la sua funzione di ponte (delineata dalla Nota elementare) fra i grandi schieramenti di classe che non quella di rottura con lo stato di cose esistente. Il sessantottismo, supportato dalle componenti interne dei grandi schieramenti, quella della piccola borghesia da cui rampolla lo spirito studentesco e quella dell'aristocrazia operaia fabbrichista e gramsciana, ha avuto perciò funzioni prettamente conservatrici.

Quel ponte funzionò benissimo per scavalcare i vuoti lasciati dal sindacato, in modo che esso potesse rioccuparli senza fatica una volta dimostrata sul terreno la propria superiorità storica e organizzativa. Nel dopoguerra l'azione diretta del proletariato non aveva potuto esprimersi, ingabbiata com'era dalla politica filosovietica del PCI e da quella normativa ed economico-istituzionale del sindacato. Mentre imperava il patto interclassista per la ricostruzione concertata del capitalismo, in Italia ben poco margine era lasciato al conflitto, che tuttavia non poteva essere semplicemente spento. La CGIL del '69 era già da tempo un sindacato morto, che non aveva modo di offrire nulla alla sua base proletaria, ai militanti sindacali ancora combattivi e sensibili alle pressioni dei compagni di lavoro. Quando il conflitto esplodeva, esplodevano anche le contraddizioni fra il sindacato e la sua base. Le riunioni alle Camere del lavoro e nelle commissioni interne erano spesso tumultuose. I gruppi più o meno extraparlamentari non occuparono mai lo spazio vuoto lasciato da partiti e sindacati, piuttosto lo presero a simbolo, utilizzarono la sua esistenza per ricamarvi sopra parole d'ordine. Non avrebbero potuto misurarsi di fatto con lo schieramento tradizionale, non solo a causa degli evidenti rapporti di forza, ma anche perché non avevano alcuna possibilità di mantenere a lungo le posizioni momentaneamente raggiunte, per via della loro nullità programmatica.

Come i partigiani della Resistenza avevano combattuto oggettivamente a favore degli interessi americani, i gruppetti avevano aperto la strada al recupero da parte della CGIL e del PCI, che infatti, ad Autunno caldo terminato, raccolsero i frutti con un clamoroso aumento degli iscritti e dei voti, senza contare la fondamentale rivitalizzazione che derivò dalla sostituzione delle Commissioni Interne con i Consigli di Fabbrica (tardivamente boicottati da Lotta Continua, come al solito abbagliata dalla forma e del tutto sorda alla sostanza).

Comitati Unitari di Base e Consigli di Fabbrica

L’assemblea operaia fu la forma organizzativa che il movimento spontaneo della classe si era dato, durante gli scioperi del ’68-69, per rompere la pratica delle lotte compatibili con il buon funzionamento delle aziende e dell'intero sistema. Nel '68 nacquero in Lombardia i primi Comitati Unitari di Base, scomparsi in seguito, fagocitati dai Consigli di Fabbrica, dopo essere diventati praticamente gli organismi sindacali di una organizzazione specifica, Avanguardia Operaia. Il sindacato si impadronì quasi subito degli organismi di base fingendo di acconsentire all'elaborazione collettiva della piattaforma contrattuale (un "contratto aperto" autogestito avrebbe portato alla "fabbrica alternativa"!). In realtà la sua forza era stata abbondantemente intaccata dal movimento spontaneo negli scioperi, ma non certo a livello di stesura delle piattaforme contrattuali e di contrattazione. E comunque l'iniziale perdita di controllo sul movimento si rivelò, nel lungo periodo, un fenomeno in grado di rivitalizzare le vecchie strutture di base e, in qualche caso, anche di vertice locale, come a Torino, Milano, Brescia.

Le assemblee interne, a cui lavorarono alacremente gli operaisti ritenendole un diritto fondamentale, furono una trappola. Il loro manifestarsi caotico presuppose l'adozione del principio di delega per reparto e il sindacato vi si buttò a pesce inventando, per la prima volta alla FIAT nel novembre del '69, il "delegato di linea". All'inizio il delegato, che sarà poi la componente dei "consigli di fabbrica", rappresentava il tramite perfetto della democrazia di base, quindi fu non solo accettato, ma acclamato e preteso da tutti gli operaisti. Quando infine rappresentò la nuova struttura sindacale sui posti di lavoro, allora lo si definì una macchinazione del padrone e del sindacato. Ovviamente era vero, ma è caratteristica degli organismi immediati quella di essere conquistati dal più forte. Nessun comunista degno di questo nome si è mai sognato di "creare" organismi immediati nuovi unicamente perché troppo debole per combattere in quelli esistenti o contro di essi. L'impotenza è la molla che fa nascere miriadi di organismi.

Accettare elezioni in reparto, quindi competizione elettorale fra liste e infine votazioni in consiglio, significava ripresentare le vecchie commissioni interne sotto altra forma. Anzi, il nuovo organismo sarebbe stato più frazionato, quindi più controllabile dai sindacati. I consigli di fabbrica e i delegati operai furono il frutto assai precoce del tentativo di recupero del terreno perduto da parte del sindacato.

Gli operai non confusero affatto la spinta per gli organismi assembleari nati spontaneamente con il movimento dei soviet e, quando nei primi anni '70 quegli organismi erano ormai morenti, altrettanto spontaneamente affluirono nei nuovi consigli. Anche contro le indicazioni dei gruppi ai quali qualche operaio aveva aderito. Il delegato finì per essere una cinghia di trasmissione del sindacato nella fabbrica. Eletto dal "gruppo omogeneo" di cui faceva parte, divenne per contratto "esperto di linea", si occupò dei sistemi di cottimo, dei tempi, dell'organizzazione del lavoro, degli organici, degli orari e dei problemi individuali dei compagni, come un piccolo patronato locale. Del resto anche i primi comitati spontanei non erano stati certo importati dall'esterno ma costituiti per necessità da quella parte della rete sindacale esistente che si era ribellata e aveva incominciato a scavalcare il sindacato stesso. Trentin in una intervista, appropriandosi del lavoro di questa rete, arrivò a sostenere verità gesuitiche di questo tipo:

"Non esiste, a mia conoscenza, un solo delegato e non esiste un solo consiglio di fabbrica che non sia nato per volontà di un'avanguardia sindacale organizzata e come frutto di un lavoro politico del movimento sindacale... Non sono riuscito a trovare… un solo caso, una sola esperienza aziendale, in cui una storia correttamente ricostruita potesse dimostrare come il delegato fosse il frutto di un movimento di base spontaneo che si contrapponesse alla vecchia struttura sindacale".

La verità-balla si smonta osservando che basta chiamare "avanguardia sindacale organizzata" l'insieme differenziatissimo di operai che agivano in contrasto con la linea ufficiale del sindacato. Prima del sessantottismo gli operai combattivi erano tutti iscritti al sindacato, era ben raro che operai esasperati strappassero la tessera (come avvenne in Piazza Statuto). La moda della critica dall'esterno, senza partecipare alla dura lotta per far valere, appunto, la forza delle "avanguardie organizzate", venne dopo. E negli anni che seguirono, fino ad oggi, l'abbandono dei sindacati ufficiali da parte degli operai più combattivi è stato, sì, un fenomeno storico internazionale, ma non un movimento di protesta che potesse dar luogo a organismi nuovi.

Ogni variazione nelle strutture utilizzate dalla classe è sempre figlia di un'avanguardia organizzata. L'avanguardia è quella che precede il grosso dell'esercito, lo studentame gruppettaro non precedeva niente, seguiva. Quindi è vero che assemblea e consiglio di fabbrica furono una "conquista" degli operai e del sindacato. Di per sé ciò non ha grande significato: oggi fa sorridere l'idea che molti ritenessero l'assemblea retribuita una conquista rivoluzionaria, e il consiglio di fabbrica s'è dimostrato più debole e di efficacia inferiore rispetto alla vecchia commissione interna nel risolvere i problemi locali; ma è attraverso la nascita di strutture nuove e utili alla lotta immediata che si manifesta l'avanguardia. Sarà la situazione generale a stabilire chi le controllerà nel corso della lotta e l'uso che se ne farà.

In un documento del '69, scritto per i gruppi sindacali del PSIUP, si tratteggia la storia dei comitati di base, si analizza la loro natura iniziale e si ipotizza la funzione che i nascenti consigli di fabbrica potranno avere in futuro. Il nuovo strumento è differente dalle commissioni interne, ormai "parlamentarizzate" e, se è ovvio che sia stato recuperato dal sindacato, vi sono fabbriche in cui è invece ancora in mano agli operai. Alla FIAT, per esempio, vi sono interi stabilimenti (Ausiliarie e Meccaniche) dove la normalizzazione non è passata e dove, quindi, i nuovi organismi possono essere buon terreno di lotta per un partito come il PSIUP che tende a raccogliere fra i propri militanti la parte più radicale del proletariato (cfr. Ferraris).

Come partito nato dalla sinistra storica del PSI, il PSIUP mostrò maggiore realismo degli altri operaisti ormai distanti dalle loro origini. Sebbene sopravvalutasse le possibilità di azione dei costituendi consigli di fabbrica, mantenne nei confronti di essi un atteggiamento coerente, spingendosi persino ad auspicare un loro coordinamento territoriale per evitare il soffocamento aziendalistico. In fondo era l'idea che spontaneamente i comitati stessi, al loro nascere, avevano immediatamente prospettato, senza conoscere la storica lotta degli anni '20 fra lo stalinismo e la Sinistra Comunista "italiana" sull'organizzazione dei partiti comunisti e dei sindacati rossi per cellule aziendali o per sezioni territoriali. Su un volantino del CUB Pirelli, il primo comitato ad essere costituito, si legge che occorre

"un rilancio deciso della lotta di classe in fabbrica, della direzione democratica di base delle lotte, dello stimolo in direzione di altre fabbriche affinché anche altrove sorgano comitati unitari […]. Noi non vogliamo assolutamente formare un nuovo sindacato o scavalcare i sindacati esistenti. Vogliamo invece costruire un organismo che possa e sappia legare insieme la rivendicazione e la lotta, l’aspetto economico e quello politico, che sappia insomma costruire intorno a sé una rete organizzativa permanente per la contestazione continua dello sfruttamento".

Forme di coordinamento sorsero effettivamente, ma non fecero in tempo a funzionare, dato che i comitati erano poche decine e furono subito surclassati dall'estendersi dei consigli di fabbrica ufficiali.

* * *

Tutto il periodo che fin qui abbiamo ripercorso mette con chiarezza in risalto le determinazioni potenti verso un salto di qualità e quelle, altrettanto potenti, verso la conservazione. Al di là delle critiche ai vari gruppi, la cui presenza nelle fabbriche è stata più che altro una realtà ampiamente ritoccata dagli interessati fino a diventare vera e propria leggenda metropolitana (tra operai e studenti corsero più schiaffoni che abbracci), è chiaro che non ha senso parlare di responsabilità soggettive per la sconfitta finale. Essa è fatta di molte sconfitte parziali ai vari stadi del ventennio in questione, nel '60, '62, '69, '73, '77 ecc., tanto per dare una periodizzazione che si può dettagliare in molti modi. Queste sconfitte sono dipese dall'impossibilità oggettiva di superare l'ipoteca che grava sul proletariato fin dalla sconfitta della rivoluzione negli anni '20. Il nuovo movimento operaista, in tutte le sue invarianti sfumature, non nasceva neutro, come abbiamo visto, ma era il risultato di una controrivoluzione di tale portata e durata così a lungo da richiedere ben altro che improvvisate teorie rivoluzionarie: cioè compattezza, saldezza programmatica, coerenza tattica, organizzazione, forza di milioni di uomini e… il partito. Se i capi non furono all'altezza, il proletariato si mosse con uno slancio formidabile, con generosità e abnegazione degni certamente di esiti migliori. Questa dimostrazione non andrà persa per i responsabili del movimento di domani.

Necessità degli organismi di carattere sindacale

Abbiamo visto, con Marx, che una generalizzata lotta per motivi economici è lotta di classe e quindi lotta politica. I comunisti danno molta importanza a questo aspetto della lotta sociale. Abbiamo però anche visto che nella storia dell'operaismo vi fu un atteggiamento contraddittorio, fra attaccamento e rifiuto di principio, nei confronti delle organizzazioni sindacali e politiche esistenti. L'attaccamento si manifestò sia con l'appartenenza continuata dei "fondatori" a partiti e sindacati, sia con l'attività elettorale di gran parte degli "alternativi" (a volte in proprio, a volte col voto ai partiti ufficiali). Il rifiuto si manifestò soprattutto a livello sindacale, dove l'assoluto minoritarismo portò in breve alla formazione di piccoli gruppi operai di fabbrica, più o meno formalizzati e contrapposti ai sindacati esistenti. Paradossalmente ci fu un rifiuto più totale verso i sindacati che verso i partiti, e infatti dalle esperienze analizzate nacquero in seguito vere e proprie sigle sindacali, con strutture, iscritti, ecc., non troppo diverse da quelle che si aveva la pretesa di sostituire. Al danno della confusione in campo politico, nel quale la selezione e la chiarezza sono essenziali, si aggiunse così quello della confusione in campo economico immediato, sul quale, scontrandosi magari sui fini e sui metodi, si dovrebbe invece combattere come un esercito compatto contro l'avversario. Il sindacato è, per definizione, un luogo dove vi sono solo proletari, dove quindi non vi possono essere interessi contrapposti ma solo diversi modi di intendere la natura degli interessi comuni e il modo per difenderli.

L’istituzionalizzazione dei sindacati è un processo inevitabile nella fase imperialistica del capitalismo. In un'epoca come l'attuale, fondata sull'interventismo statale, più o meno accentuato a seconda delle necessità ma ormai irrinunciabile, non è possibile il libero dispiegarsi dell’attività sindacale. Oggi i rapporti di forza fanno sì che la lotta per le rivendicazioni economiche non possa più essere lasciata libera di manifestarsi nelle forme che di volta in volta la spontaneità operaia (quella che matura nelle moderne condizioni di organizzazione e disciplina del lavoro) mette in moto. Deve essere irreggimentata, inquadrata nella sfera statale come ogni altro fenomeno sociale. La fascistizzazione dei sindacati non è stata una trovata del fascismo, ma la semplice estensione alle relazioni industriali di ciò che già stava avvenendo nel resto della società. L'esigenza per una centralizzazione della vita economica sempre più spinta, come quella della produzione che porta al monopolio, si riflette nell'esigenza di totalitarismo in campo politico. Il risultato è l’accentramento del potere borghese nell’esecutivo, rappresentato da docili burattini, esecutori pedestri, appunto, degli ordini del Capitale. Tutto ciò non si coniuga con le cosiddette libertà del cittadino e tanto meno con le reazioni istintive del proletariato in campo sindacale, con organizzazioni che ne recepiscano la spinta. Perciò il sistema nel suo insieme tende a sopprimere di fatto l'attività immediata di classe cooptando negli "interessi generali" i sindacati, che diventano così delle cinghie di trasmissione tra il Capitale e la forza-lavoro.

Di fronte a questa realtà ormai consolidata e irreversibile, è assurdo costituire a freddo, o anche sull'onda di lotte parziali, nuovi sindacati, immaginando che siano liberi di lottare per gli interessi immediati dei proletari e che non diventino come gli altri. È altrettanto assurdo costituire surrogati di organismi immediati dalla forte connotazione politica come fecero i gruppi operaisti durante le lotte dell'autunno caldo e dopo. Nessun organismo può sperare di avere una minima influenza sul proletariato se non è fatto di migliaia e migliaia di proletari sulla spinta di grandi movimenti sociali, e ciò è assolutamente in contraddizione, per esempio, con la formazione di organismi costituiti da soli comunisti o cattolici, o socialdemocratici, ecc. Gli organismi immediati, per loro natura, devono essere aperti, statutariamente e di fatto, a tutti i proletari, e dovrebbe essere superfluo ribadire che l'esistenza di cinquanta sindacati è una catastrofe peggiore che se ne esistesse uno solo, per quanto assorbito da responsabilità economiche e sociali verso il capitalismo.

La corrente alla quale ci rifacciamo ha affrontato questo nodo dialettico in modo chiaro e netto: l'attività di tipo sindacale ha più che mai importanza proprio perché i sindacati sono stati "rubati" al proletariato e il campo della lotta è stato ristretto alla fase contrattuale, diventata più che altro "concertativa". Ma proprio per questa situazione di ristrettissimi margini di lotta, ogni volta che i proletari non sono appagati dalla concertazione, non possono far altro che rompere drasticamente sia con lo Stato che con le proprie organizzazioni acquiescenti. Sono la necessità e la capacità di rottura a rendere importante e anzi essenziale il lavoro nei sindacati esistenti, insieme ai proletari che vi si trovano. Come il buon stratega utilizza al meglio l'esercito che ha e non quello che vorrebbe, sfrutta le caratteristiche delle forze contrapposte e dei campi di battaglia che ci sono e non quelle che vagheggia, così il buon rivoluzionario lavora con la materia esistente – e se può la dirige – con in mente il fine, senza emulare Don Chisciotte.

Il sindacato moderno è diventato quel che è non per volontà dei governanti o a causa di particolari politiche dei responsabili ai vertici delle organizzazioni o ancora a causa di rilassatezza nel proletariato, corrotto dal consumismo o altro. È cambiato profondamente, in un lungo periodo storico, il rapporto fra operaio e padrone, fra classe degli operai e classe dei padroni. Come nel generale rapporto di produzione, il rapporto si è spersonalizzato, fino a socializzarsi completamente. Si tratta di un vantaggio e non di un difetto dell'attuale situazione. Solo che bisogna avere un programma che permetta di sfruttarlo invece di piagnucolare sui presunti "attacchi al proletariato". Il moderno rapporto sociale, come dimostrano le sporadiche lotte in cui la lotta classista organizzata fuori dai posti di lavoro si è manifestata apertamente, mette il proletariato in una situazione di forza e non di debolezza. Tutto l'apparato produttivo è estremamente connesso. Le sue caratteristiche di flessibilità e snellezza lo rendono in effetti rigidissimo di fronte ad ogni interferenza nei flussi produttivi.

Rispetto al passato, gli strumenti utili all'organizzazione produttiva, specie le comunicazioni, sono usciti dalla fabbrica per diventare di uso comune, quindi lo sciopero può essere organizzato benissimo senza passare attraverso apparati organizzativi sclerotizzati. Insomma, anche l'organizzazione della lotta, come la produzione, può diventare snella, come hanno dimostrato i lavoratori dei trasporti e come hanno imparato ben presto quelli della FIAT di Melfi, pur essendo stati tagliati fuori dall'attività sindacale anche tradizionale per ragioni specifiche di concertazione economica.

Mentre queste modificazioni del rapporto fra proletari e Capitale si precisano, il sistema nel suo complesso abbandona la vecchia struttura del mercato del lavoro, per cui quasi la metà dei lavoratori dipendenti ha perso oggi quelle garanzie che facevano dell'operaio degli anni '60 e '70 un "utente" di misure riformiste di assistenza, previdenza e sostegno alla costituzione di una famiglia, con la casa, la mobilia, l'auto, ecc., tutto funzionale alla produzione globale e quindi potente freno sociale. Oggi il fenomeno dell'esubero di manodopera è generalizzato come una potente verifica della legge della miseria relativa crescente (assoluta in certe aree) e della sovrappopolazione non più assorbibile da un mondo industriale ad altissima produttività e quindi quantitativamente ridotto. È perciò intaccato persino quel fenomeno che fu la dannazione di ogni marxista: la corruttrice condizione dell'aristocrazia operaia, terreno di coltura per l'opportunismo.

Dalla razionale combinazione di questi elementi dipenderà l'esito dei futuri scontri, ma essa non potrà neppure affacciarsi come possibilità se non saranno spazzati via prima di tutto i residui dell'operaismo, qualunque colore o sfumatura possano prendere. Se non saranno sostituiti da un oggettivo legame tra il primordiale bisogno economico del singolo e la dinamica collettiva tipica di tutte le grandi rivoluzioni. Se non si salderanno gli insegnamenti positivi e negativi della storia del movimento operaio con gli organismi immediati esistenti che, nel loro modificarsi, dissolversi o ricostituirsi, siano passibili di utilizzo da parte del proletariato, pur se collegati "ai più diversi metodi e indirizzi sociali, anche conservatori" (cfr. tutto l'ultimo capitoletto con: Partito rivoluzionario e azione economica, del Partito Comunista Internazionalista, 1951).

Librarsi nel mondo della rivoluzione virtuale

Concetti come quello di "autonomia operaia" non hanno senso. Il proletariato o è sotto l'influenza della borghesia o sotto quella del suo organo politico rivoluzionario, il partito. Ancora meno senso ha il concetto di "nuova Resistenza" contro il potere borghese, specie se si ha in mente il modello partigiano filorussoamericano del '44-45. Con queste confusioni si entra in paradossi logici impossibili da risolvere. L'autonomia operaia (già per Lenin) è assorbimento di programmi borghesi, più o meno mistificati, ma comunque inerenti all'ideologia dominante (la classe in sé da sola arriva al mero livello rivendicativo); l'ideologia resistenziale e partigianesca porta dritto e filato a teorie di lotta armata in tempo di pace sociale. Sbagliano di grosso quei borghesi che attribuiscono quest'ultimo fenomeno al comunismo: esso deriva, al contrario, dalla storia, ritenuta gloriosa, del gran blocco militare dei borghesi contro la loro frazione nazifascista e dal quale hanno derivato i fondamenti della loro Costituzione.

Il post-Sessantotto si presentò come brodo di coltura per un gran numero di gruppi politici, a partire, come abbiamo visto, da un ceppo comune o comunque da una corrente in grado di offrire a tutti i gruppi notevoli invarianti. L'operaismo fu contaminato sia dai numerosi movimenti di liberazione nazionale contro i residui coloniali, sia dalle lotte contro l'imperialismo americano, che non ha colonie ma che domina il mondo da vincitore assoluto della Seconda Guerra Mondiale. Un'ulteriore fonte di contaminazione fu l'azione dell'URSS nell'ambito della suddivisione imperialistica del mondo, azione che influenzava i moti antiamericani e le borghesie ex coloniali in fase di stabilizzazione, quindi anche chi, qui da noi, poneva nel proprio programma il terzomondismo guerrigliero contadino.

La maggior parte di tali gruppi si propose di diventare "soggetto politico" in vista del partito, ritenuto necessario in una prospettiva rivoluzionaria. Pochi riuscirono a realizzare formalmente il proposito, ma tutti, indistintamente, si diedero strutture partitiche, indipendentemente dalla massa numerica degli aderenti, dall'influenza al loro esterno e da altri parametri che normalmente sono ritenuti importanti per una definizione così impegnativa come quella di "partito". I fattori materiali di tale proliferazione e, in qualche caso, di notevole crescita numerica, sarebbero abbastanza misteriosi se li analizzassimo con la pura e semplice storia dei singoli raggruppamenti, sommando poi le storie in un trattatello sociologico, come fanno tanti. La questione non è invece troppo ostica se adottiamo il criterio che Marx pone alla base di tutte le rivoluzioni: una forma sociale non muore finché non ha dato luogo a tutte le sue possibilità storiche, cioè finché non ha fatto nascere in sé stessa i caratteri di quella successiva. Allo schema generale occorre aggiungere che vi possono essere potenti fattori di accelerazione (per esempio l'Ottobre in Russia), o fattori altrettanto potenti di freno (come oggi in Occidente). L'Internazionale Comunista, al suo Secondo Congresso, si propose di diventare un fattore di accelerazione per le rivoluzioni nazionali anticoloniali, e il Partito Comunista d'Italia si propose di diventarlo in Europa, lottando contro le tendenze che frenavano il processo con politiche socialdemocratiche e frontiste.

La forma sociale capitalistica è matura per il passaggio a una nuova forma sociale da molto tempo, e il periodo che stiamo analizzando, cioè la fine del boom postbellico, fu particolarmente indicativo di senescenza del sistema, ormai drogato sotto ogni aspetto e quindi bisognoso di overdosi sempre più massicce di capitali e di strumenti statali per pilotarli a sostegno della produzione di plusvalore. Fu per questo che s'incrinò, anzi esplose, la sovrastruttura politico-sindacale che fino a quel momento era stata utile allo scopo, in un sistema che non lasciava più spazi a nuove strade riformistiche, tutte ormai percorse, anche dal proletariato. Per questo i gruppi fiorirono in un lampo e altrettanto velocemente scomparvero, lasciando ancor meno spazio percorribile per chiunque non fosse "integrato" nel sistema. I gruppi non furono importanti in sé e tantomeno per quanto dissero e fecero, bensì perché resero visibile l'impossibilità di percorrere vie mezzane fra la democrazia (e i diritti, la Resistenza, il frontismo, ecc.) e la rottura rivoluzionaria basata sul programma storico del proletariato e del suo partito.

In mancanza di programma rivoluzionario, questa impossibilità fu la causa prima della forma lottarmatista, espressione del soffocamento derivante dalla chiusura di ogni altro spazio. Se tale programma non è conosciuto, capito, sentito e studiato mentre si vive in periodi in cui ogni alternativa è rimandata, ecco che l'individuo o soffoca o esplode. La "unipolarizzazione dello spazio politico", la "riduzione del ventaglio di opzioni strategiche percorribili" di cui parlano alcuni reduci della tragica esperienza è appunto un cortocircuito logico in cui sono caduti per evitare il soffocamento. L'esplosione è inevitabile quando concezioni non rivoluzionarie prevalgono di fronte a ultra-ridotti "spazi politici" e "opzioni". I limiti raggiunti dal sistema pongono dei limiti anche agli individui e alle organizzazioni, come ben si vede oggi, dove lo spazio di manovra politica è minimo in tutto il pianeta, e la "unipolarizzazione" è teorizzata dalla maggiore potenza e imposta ai sui avversari, gruppi, partiti o Stati. Il fatto è che il preteso sbocco "radicalmente sovversivo" è troppo facilmente utilizzabile dall'avversario per una politica di sterminio, metaforico o sul campo di battaglia. E ciò si può dimostrare, non tanto con esempi pratici (se l'esperienza insegnasse qualcosa gli attivisti non esisterebbero, dato il palese fallimento di ogni attivismo), quanto con la nostra teoria rivoluzionaria, che c'impone di prescindere dall'individuo e ragionare ad un alto livello di astrazione prima di ritornare con cognizione di causa alla "molteplicità del concreto".

L'epoca nostra, quella della sottomissione reale del lavoro al Capitale (quindi sottomissione di tutto ciò che è inerente all'attuale società), è anche l'epoca in cui ogni contrapposizione politica e sindacale che si manifesti attraverso categorie sottomesse è destinata a rafforzare, non a indebolire l'avversario. Siamo quindi ridotti all'impotenza perenne se tutto è sottomesso? No, perché il Capitale non può sottomettere le forze della società futura, le quali, come abbiamo visto citando quasi alla lettera Marx, sono da esso stesso generate entro questa società, così com'è. Il singolo non ha nozione del divenire comunista perché assorbe le proprie idee dalla società in cui è immerso e non ha ancora le cognizioni che gli deriveranno solo dal suo superamento; la somma dei singoli neppure; solo il cervello sociale può appropriarsi di questa conoscenza, ma esso non è fatto di individui, nemmeno raggruppati in insiemi numerosi: travalica la limitatezza del presente e coinvolge il tempo passato e futuro, gli individui che sono vissuti e quelli che devono ancora nascere, la memoria storica della classe, con le sue vittorie e le sue sconfitte. In una dinamica di lungo periodo, che ha permesso di fissare sia un patrimonio teoretico che un'esperienza sul campo, un insieme che la nostra corrente ha chiamato "partito storico".

Solo mettendosi in sintonia col partito storico è possibile non tanto trovare "spazi di radicalità rivoluzionaria" dove non ce ne sono, quanto uscire dagli spazi messi a disposizione dalla borghesia. Soprattutto è possibile non cadere nel tranello di fare ciò che essa vorrebbe che facessimo (e questo è un principio vecchio come Sun Zu). Dall'Autunno caldo non scaturì affatto un programma del genere, anzi, l'alternativa del diavolo fra soffocamento ed esplosione portò a una diffusa tendenza verso quest'ultima. Leggiamo da una cronaca scritta da protagonisti di allora:

"Il Collettivo politico metropolitano, a partire dal quale nasceranno le BR, sarà il primo a intraprendere in modo risolutivo [la strada del radicalismo sovversivo]; qualche anno dopo, sull'onda dell'occupazione di Mirafiori del 1973 sarà la volta di Potere Operaio, che aveva già una importante struttura di 'lavoro illegale' attiva fin dai primi momenti degli anni '70. Lotta Continua, il gruppo con più forte seguito di massa, resta invece lacerata da un contrasto di fondo. Una linea che radicalizza lo scontro, sostenuta dalla frazione operaia e da parte del servizio d'ordine – attratti dalla scelta combattente – si oppone a quella del gruppo dirigente che, una volta superate le oscillazioni del '72-'73, spinge per trasformare il movimento in partito, teorizzando l'ingresso nell'area istituzionale" (Il nemico inconfessabile).

Nell'autunno del 1976 Lotta Continua si sciolse di fronte all'impossibilità di percorrere nello stesso tempo gli "spazi di radicalità rivoluzionaria" e quelli dell'adesione al sistema istituzionale. Di fronte al "movimento del '77", colpo di coda dell'area che si autodefiniva Autonomia operaia, si sgretolò quel che rimaneva dei gruppi del filone operaista. Scomparvero per ultimi i partitini più di altri dediti alla coltivazione del luogocomunismo, come i gruppi "cinesi", Avanguardia Operaia, il PDUP, il MLS. Sopravvissero Manifesto e Democrazia Proletaria (quest'ultima nata nel '78 dalla fusione di parti di altri gruppi), particolarmente longevi per via dell'inserimento totale nel contesto democratico borghese.

L'ultimo periodo dell'operaismo (se si poteva ancora definire così) fu dunque un'agonia sofferta fra l'inserimento totale nei meccanismi del cretinismo parlamentare e un rifugio nell'irrazionalità suicida della lotta armata nel pieno di una pace sociale che non era stata minimamente scalfita neppure da milioni e milioni di operai in sciopero lungo dieci anni. Dopo l'Autunno caldo si perse molto del contenuto politico degli anni precedenti e iniziò a maturare uno stato patologico che portò a teorizzare da una parte la formazione di organizzazioni chiuse in grado di incidere col terrore sulla vita politica, dall'altra una sorta di democratizzazione del terrore stesso. Secondo alcuni protagonisti ad un certo punto non vi fu troppo disaccordo sui mezzi, mentre sussisteva sui modi del loro utilizzo. Non era vero, naturalmente, soprattutto perché ormai il distacco dal mondo reale era enorme e quindi il "dibattito" non riguardava più i comuni mortali:

"Il 16 marzo 1978, a via Fani dove venne sequestrato Aldo Moro, sono stati esplosi molti meno colpi che nella manifestazione del 12 marzo 1977 a Roma. La differenza del numero di vittime sull'asfalto era dovuta alla drammatica 'geometrica potenza' di un modello politico-organizzativo più efficace dell'agire approssimativo alla Sturm und Drang con delle P38 in mano" (Il nemico inconfessabile).

Abbiamo scelto apposta un brano piuttosto onirico affinché sia chiaro che non siamo più di fronte a qualcosa che possa essere analizzato attraverso l'individuazione di azioni o la produzione di documenti da parte di singoli o gruppi. Occorre evidentemente partire da altri presupposti, dalla struttura di una società che produce questi fenomeni.

È quello che vedremo in un prossimo articolo.

[tratto da www.quinterna.org]

Share |
e-max.it: your social media marketing partner


You are here: Archivio Storico Miscellanea (arch. stor.) Miscellanea L'operaismo italiano e il suo Sessantotto lungo vent'anni - Quinta parte

News archivio storico

News lotte in corso

News dal ventre della balena

News feedback