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Salario, prezzo, profitto - 1. Produzione e salari

Indice
Salario, prezzo, profitto
1. Produzione e salari
2. Produzione, salari, profitti
3. Salari e denaro
4. Offerta e domanda
5. Salari e prezzi
6. Valore e lavoro
7. La forza-lavoro
8. La produzione del plusvalore
10. Come si crea il profitto quando una merce è venduta al suo valore
11. Le diverse parti in cui si scompone il plusvalore
12. Il rapporto generale tra profitti, salari e prezzi
13. I casi principali in cui vengono richiesti aumenti e combattute diminuzioni di salario
14. La lotta tra capitale e lavoro e i suoi risultati
Note
Tutte le pagine

1. Produzione e salari.

Il ragionamento del cittadino Weston poggia di fatto su due premesse:

1) che l'ammontare della produzione nazionale è qualcosa di fisso, una quantità o grandezza costante, come direbbe il matematico;
2) che la somma dei salari reali, cioè dei salari calcolati secondo la quantità di merci che con essi si possono comperare, è un importo fisso, è una grandezza costante.

Ora, la sua prima asserzione è evidentemente errata. Voi troverete che il valore e la massa della produzione aumentano di anno in anno, che le forze produttive del lavoro nazionale aumentano, e che la quantità di denaro necessaria per la circolazione di questa produzione accresciuta cambia continuamente. Ciò che è vero alla fine dell'anno e per diversi anni confrontati fra di loro, è vero anche per ogni giorno medio dell'anno. La massa o grandezza della produzione nazionale cambia continuamente. Essa non è una grandezza costante, ma una grandezza variabile; e, pur facendo astrazione dalle variazioni della popolazione, non potrebbe non essere così, grazie al mutamento continuo dell'accumulazione di capitale e delle forze produttive del lavoro. E' assolutamente giusto che se oggi si verificasse un aumento del livello generale dei salari, questo solo fatto non muterebbe immediatamente la massa della produzione,

qualunque potesse essere il suo effetto ulteriore. Essa partirebbe anzitutto dallo stato di cose esistente. Ma se la produzione nazionale era variabile e non costante prima dell'aumento dei salari, essa continuerà a essere variabile e non costante anche dopo l'aumento dei salari.

Ammettiamo pure, però, che la massa della produzione nazionale sia costante e non variabile. Anche in questo caso quella che il nostro amico Weston considera come una conclusione logica rimarrebbe una affermazione infondata. Se ho un numero determinato, per esempio 8, i limiti assoluti di questo numero non impediscono alle sue parti di mutare i loro limiti relativi. Se i profitti sono eguali a 6 e i salari sono eguali a 2, i salari possono salire a 6 e i profitti scendere a 2; il totale rimane sempre 8. Dunque, l'invariabilità della massa della produzione non proverebbe affatto l'immutabilità dell'ammontare dei salari. In quale modo il nostro amico Weston dimostra questa immutabilità? Affermandola.

Ma anche se si accetta come giusta la sua affermazione, essa dovrebbe agire in due direzioni, mentre egli la fa operare da un lato solo. Se l'importo dei salari è una grandezza costante, esso non può venire né aumentato né diminuito. Se gli operai agiscono dunque insensatamente imponendo un aumento passeggero dei salari, non meno insensatamente agirebbero i capitalisti imponendo loro una temporanea diminuzione. Il nostro amico Weston non nega che in determinate circostanze gli operai possano strappare degli aumenti di salario; ma, poichè l'importo dei salari è di sua natura fisso, all'aumento deve seguire una reazione. Egli sa però anche, d'altra parte, che i capitalisti possono imporre una diminuzione dei salari, e tentano di farlo, infatti, di continuo. Secondo il principio della immutabilità dei salari, la reazione dovrebbe verificarsi in questo caso non meno che nel caso precedente. Gli operai agirebbero dunque giustamente, insorgendo contro il tentativo di diminuire i salari o contro la loro diminuzione effettiva. Essi agirebbero dunque giustamente quando cercano di strappare un aumento di salario, perchè ogni reazione contro una diminuzione dei salari è un'azione per aumentarli. Dunque, secondo la stessa teoria del cittadino Weston, secondo la teoria, cioè, dell'immutabilità dei salari, gli operai dovrebbero, in certe circostanze, unirsi e lottare per ottenere un aumento dei salari.

Se egli nega questa conclusione, egli deve rinunciare alla premessa da cui essa scaturisce. Egli non deve dire che l'ammontare dei salari è una grandezza costante, ma deve dire che esso, benchè non possa e non debba salire, può e deve cadere, ogni qualvolta piaccia al capitale di abbassarlo. Se al capitalista piace nutrirsi di patate anzichè di carne, di farina d'avena anzichè di grano, dovete accettare la sua volontà come una legge dell'economia politica, e sottomettervi ad essa. Se in un paese il livello dei salari è più elevato che in un altro, negli Stati Uniti, per esempio, più che in Inghilterra, dovete spiegarvi questa differenza del livello dei salari come una differenza tra la volontà del capitalista americano e quella del capitalista inglese, - metodo questo che semplificherebbe molto lo studio non solo dei fenomeni economici, ma di tutti gli altri fenomeni in generale.

Ma anche in questo caso potremmo chiedere: perchè la volontà del capitalista americano è diversa da quella del capitalista inglese? E per rispondere a questa domanda dovete uscire dal campo della volontà. Un prete mi può raccontare che Dio vuole una cosa in Francia, un'altra in Inghilterra. Se insisto perchè mi spieghi la dualità di questa volontà, egli potrebbe avere la faccia tosta di rispondermi che Dio vuole avere una volontà in Francia e una diversa volontà in Inghilterra. Ma il nostro amico Weston è certamente l'ultimo a fare un argomento di una simile negazione completa di ogni ragionamento.

La volontà del capitalista consiste certamente nel prendere quanto più è possibile. Ciò che noi dobbiamo fare non è di parlare della sua volontà, ma di indagare la sua forza, i limiti di questa forza e il carattere di questi limiti.



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