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La Confederazione Generale del Lavoro - La rinascita del sindacato

Indice
La Confederazione Generale del Lavoro
La rinascita del sindacato
La scissione di Montesanto
Verso il congresso di Salerno
Il congresso di Salerno
La svolta
La CGL e le lotte contadine
Note
Tutte le pagine

La rinascita del sindacato

Con la lenta avanzata degli Alleati in Sicilia e nell'Italia meridionale nel 1943 e nella prima metà del 1944, il governo estende progressivamente a tutto il Meridione l'ordine di scioglimento dei sindacati fascisti e il diritto di costituire organizzazioni libere da ogni controllo governativo [24]. Ma la libertà concessa dagli americani è una specie di libertà "vigilata". L'occupazione alleata si farà sentire pesantemente, soprattutto a Napoli. La città resterà infatti sotto il controllo dell'Allied Military Government sino al primo gennaio del 1946. Si è anche affermato a questo riguardo che i napoletani «furono soggetti a continui arbitrii, vessazioni e spoliazioni» [25].

Il proletariato meridionale, pur tra notevoli difficoltà, riesce a ricostituire la Confederazione Generale del Lavoro, che il fascismo aveva soppresso nel 1926. Nel napoletano, subito dopo le quattro giornate, la classe operaia ed i lavoratori ridanno vita alle Camere del Lavoro.

Durante il mese di ottobre i poligrafici, i postelegrafonici ed i lavoratori dello spettacolo dichiarano decaduti i propri dirigenti fascisti e provvedono alle nuove nomine. La prima Commissione Interna viene eletta all'Acquedotto di Napoli. In novembre il comunista Vincenzo Iorio diventa segretario della Camera del Lavoro napoletana.

Il ritorno degli sfollati nella capitale partenopea dà il via alla riorganizzazione sindacale vera e propria. Rinascono le leghe (la prima è quella dei ferrovieri). In pochi giorni la Camera del Lavoro di Napoli ne organizza 26 [26]. Le Camere del Lavoro vengono costituite anche nei grossi comuni della provincia: a Pozzuoli, su iniziativa degli operai dell'Ansaldo, a Castellammare di Stabia, Torre del Greco, Marano, Nola e Torre Annunziata.

Ma anche in comuni minori, e fuori dalla regione, ben presto se ne creano delle nuove (Scafati, Angri, Nocera, Aversa, Frattamaggiore, Potenza, Salerno e Foggia).

L'ampio dibattito che si apre dà la possibilità di convocare in città, già nel mese di ottobre, un primo convegno sindacale, da cui nasce un Comitato di coordinamento.

Un altro convegno si tiene nella prima decade di novembre [27]. La sindacalizzazione si sviluppa, oltre che nell'ambiente operaio, anche tra gli addetti ai pubblici servizi.

La presenza proletaria in Campania è abbastanza forte: a Napoli vi sono l'Ilva-Bagnoli con duemila operai, la Navalmeccanica con ottocento operai, l'OMF con cinquecento dipendenti; gli autoferrotranvieri sono duemila e circa duemila sono pure gli addetti ai servizi dell'acqua, del gas e dell'energia elettrica. Le Cotonerie Meridionali contano millecinquecento operai.

A Castellammare, ai Cantieri Navali e ai Cantieri Metallurgici, sono in attività, rispettivamente, duemilacinquecento e cinquecento operai. All'Ilva di Torre Annunziata ve ne sono altri millecinquecento [28].

Al convegno di novembre partecipano praticamente soltanto i lavoratori della provincia di Napoli, in particolare i metallurgici, i ferrovieri, i marittimi e gli impiegati.

È durante questo Convegno che viene strutturata la Camera del Lavoro locale, creato il Segretariato Meridionale della CGL e sono fissate le direttive fondamentali del nuovo sindacato.

Viene eletto un Comitato direttivo provvisorio composto da Iorio e Gallo per il PCI, da Bosso e Di Bartolomeo per il PSIUP, da Arminio e Gentili per il Pd'A.

Enrico Russo, «fedele guardia della bandiera proletaria» [29], viene nominato Segretario Generale dell'organizzazione. Nato a Napoli nel 1895, aveva iniziato come operaio metallurgico al Silurificio, nel 1910 si era iscritto ad un circolo giovanile socialista e l'anno successivo era passato al PSI, dedicandosi all'attività sindacale. Nel 1918 viene nominato segretario della FIOM di Napoli. In disaccordo con Bordiga sulla necessità di separarsi dal Partito Socialista, vi rimane anche dopo la scissione di Livorno. Aderisce al PCd'I soltanto nel 1924, con la frazione terzinternazionalista, diventando l'anno successivo segretario della Camera del Lavoro di Napoli e responsabile della CGL per la Campania.

Condannato a cinque anni di confino, riesce ad emigrare in Francia nel 1927. L'anno seguente passa all'opposizione di sinistra ed entra in contatto con la Frazione di sinistra del PCd'I, collaborando attivamente alle riviste «Bilan» e «Prometeo».

Dalla Francia viene espulso nel 1930 per soggiorno illegale ed è costretto a riparare a Bruxelles. Qui, tra l'altro, segue al Politecnico le lezioni dell'ex sindacalista rivoluzionario Arturo Labriola.

Nel 1936 si stacca dalla Frazione non condividendone la posizione sulla guerra di Spagna. Contrariamente alla maggioranza del gruppo della sinistra comunista, Russo varca clandestinamente la frontiera spagnola con altri militanti e partecipa alla lotta contro il franchismo nella Colonna Lenin, aderente al Partido Obrero de Unificación Marxista.

Ritornato in Francia, viene arrestato ed internato in un campo di concentramento. Durante la guerra le autorità francesi di Vichy lo consegnano a quelle italiane. Condannato al confino alle Isole Tremiti, riacquista la libertà alla fine di agosto del 1943 e riprende la sua attività tra i comunisti napoletani.

La CGL, in seguito alle prime battaglie che la qualificano immediatamente agli occhi delle masse meridionali, vede un massiccio aumento di iscritti, e non solo a Napoli ma in tutte le province del Sud.

Seicento operai conservieri, dopo aver dato vita al loro sindacato, iniziano una lotta il cui obiettivo è un aumento salariale del 175 per cento; all'Istituto Tabacchi mille dipendenti in assemblea decidono di costituire la propria Commissione Interna e di aderire alla CGL.

A proposito di questo entusiastico avvio del nuovo sindacato, l'organo del PCI, «l'Unità», afferma che «la stragrande maggioranza dei lavoratori italiani è orientata verso la Confederazione Generale del Lavoro, alla quale è confermata l'adesione dei gruppi sindacali aderenti a tutti i partiti del Fronte Popolare Antifascista» [30].

Nelle principali fabbriche cittadine la CGL crea organismi rappresentativi dei lavoratori con il compito di impedire lo smantellamento delle fabbriche e di far ritornare la normalità produttiva. In pratica, si tratta di salvaguardare il proletariato come classe.

I vari comitati riescono a conseguire anche qualche successo: all'Alfa Romeo di Pomigliano il Comitato di studio e di azione riesce ad imporre l'allontanamento del direttore, accusato di aver licenziato gran parte delle maestranze; all'Ilva di Torre Annunziata ed alla Navalmeccanica di Castellammare i comitati sono in grado di imporre la riapertura degli stabilimenti; all'Ilva di Bagnoli gli operai si impegnano a sgomberare le macerie in cambio di aumenti salariali.

Si era inoltre costituita la Federazione dei Lavoratori Portuali e la FILAB (Federazione Italiana Lavoratori Arte Bianca, mugnai, pastai); ma la struttura portante della CGL di Napoli è costituita dalla FIOM.

L'impostazione del nuovo sindacato che si sta diramando in Campania e nelle altre regioni del Sud è decisamente classista e ciò porta ad uno scontro con la direzione del PCI, che punta invece sull'unità con le altre classi in funzione della liberazione nazionale. A Napoli si verifica anche una spaccatura all'interno del partito, detta "scissione di Montesanto", che ha inizio il 24 ottobre e si ricompone il 12 dicembre [31].



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