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La Confederazione Generale del Lavoro - La scissione di Montesanto

Indice
La Confederazione Generale del Lavoro
La rinascita del sindacato
La scissione di Montesanto
Verso il congresso di Salerno
Il congresso di Salerno
La svolta
La CGL e le lotte contadine
Note
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La "scissione di Montesanto"

Che cosa era avvenuto in questo periodo? Secondo la versione del PCI i fatti accaddero nel modo seguente:

"Il 24 ottobre un gruppo di vecchi compagni e di elementi politicamente indefiniti diedero l'assalto alla sede della federazione comunista tentando di impadronirsene; il tentativo fallì ma nel corso di qualche settimana si costituì a Napoli una seconda federazione "comunista", la quale, prendendo il nome della nuova sede, si chiamò Montesanto [32]."

Questo resoconto, datato 1945, è meramente descrittivo e non entra nella sostanza della discussione. Si è parlato di influenza "bordighiana" mai spenta tra le masse campane [33], ma in realtà si tratta della contrapposizione, che ritroviamo in tutta Italia, tra una posizione spontanea di base caratterizzata dal radicalismo classista, anche se avviluppato in una notevole dose di confusione politica, e la nuova politica interclassista di "unità nazionale".

Mario Palermo, uno dei principali protagonisti, racconta:

"Il giorno dopo l'armistizio era tornato a Napoli Eugenio Reale ed aveva assunto la direzione della Federazione. Dopo la Liberazione, con Ciro Picardi avevano sostituito La Rocca e me nel Comitato di Liberazione e avevano modificato la formazione del Comitato Federale senza neanche interpellarci. Ma il dissidio era ben più grave e andava al di là di queste questioni: era di fondo, era politico e si manifestò sin dall'arrivo degli Alleati [34]."

Palermo si riferisce alla politica "duttile" e "flessibile" dei nuovi dirigenti comunisti verso la classe dominante, la monarchia e gli ex fascisti che praticavano sfacciatamente il trasformismo, entrando in massa nei partiti democratici [35].

È noto che al Sud moltissimi fascisti e collaborazionisti mantennero il potere dopo il 25 luglio sia in virtù della loro influenza locale sia perché i partiti democratici li avevano assolti invece di epurarli [36].

Gli stessi CLN nel Meridione spesso non erano opera che di transfughi del vecchio regime [37].

Questi organismi non erano «il risultato di una lotta, ma un semplice riflesso delle forze di governo nazionali e [...] la prefigurazione del possibile potere di domani»; molte famiglie borghesi distribuivano i loro figli nei vari partiti rappresentati nei comitati locali, in modo che «qualunque partito avesse avuto la prevalenza alle elezioni, la famiglia potesse avere in esso il proprio punto di appoggio» [38].

Purtroppo, commenta amaramente il comunista Cinanni, «neppure il Partito Comunista seppe guardarsi abbastanza da questa politica trasformistica» [39].

Uno degli episodi considerati da Palermo, e che aveva suscitato i primi attriti e scontri all'interno del partito, era avvenuto durante una riunione del CLN, allorquando si era presentato l'ingegner Cenzato, già consigliere nazionale della Camera dei Fasci e delle Corporazioni e presidente dell'Unione Fascista degli Industriali. Al suo apparire il comunista Ingangi era insorto intimandogli di andarsene.

Reale, invece di appoggiare la richiesta di Ingangi, aveva apostrofato violentemente il compagno dichiarando che il suo «atto era impolitico» [40].

Un altro momento di tensione all'interno del partito lo si era avuto quando il primo ottobre, appena giunte a Napoli le forze alleate, alcuni militanti si erano recati, scandalizzati, presso la sede del CLN a protestare perché il prefetto Soprano, ex collaboratore nazista, aveva condiviso con gli Alleati gli applausi della folla, presentandosi al balcone della Prefettura.

Un nutrito gruppo di comunisti capeggiati da Eugenio Mancini, Vincenzo Ingangi, Antonio Cecchi e Libero Villone si era poi riunito sotto le finestre della Prefettura per contestare l'ex gerarca. Mentre dal balcone le autorità esortavano alla calma, da sotto salivano slogans quali "Viva la Russia dei Soviet!".

Travolta la forza pubblica, i saloni della Prefettura furono invasi dai manifestanti. Mancini chiese ai presenti a nome della folla l'immediata destituzione del prefetto e degli altri collaborazionisti, ma fu investito in malo modo e rimproverato da Eugenio Reale.

Questi sono soltanto scontri episodici, che rivelano però una divergenza profonda sull'impostazione politica da conferire al partito e sul concetto stesso di partito.

La critica dei dissidenti si appunta contro la «dittatura burocratica» esistente all'interno dell'organizzazione, esercitata da poche persone, in luogo di un vero centralismo democratico.

In un opuscolo intitolato Ciò che ci divide, redatto durante la scissione, gli oppositori accusano Reale di essere il gestore di questa dittatura. Egli

"insediatosi nella sede del Partito da vero despota, [...] sostituì il precedente Comitato Federale senza nemmeno interpellare i compagni che ne facevano parte per il riconoscimento del Centro, come era suo dovere. Da quel momento [...] instaurò sistemi che ricordavano in pieno quelli fascisti provocando lo sdegno dei compagni [41]."

Gli oppositori di sinistra vorrebbero un'organizzazione diversa, con la «partecipazione libera e soprattutto la libera scelta dei propri dirigenti che godono la fiducia delle masse per la loro capacità, per la loro esperienza, per il loro passato» [42]. Invece l'attività di Eugenio Reale viene «tutta spesa nel Comitato di Liberazione, nel quale egli ha agito e agisce all'unisono con i partiti borghesi». Tale atteggiamento «ha costituito il salvataggio del fascismo» e ha evitato «quell'epurazione che tutti si aspettavano». Nel suo programma immediato l'opposizione di sinistra tende quindi a contrastare la politica di "unità nazionale" propugnata da Reale, il quale, tra l'altro, è anche accusato di soggiacere all'influenza del fratello, avvocato ed esponente del Partito Liberale. I dissidenti, infatti, ritengono che la collaborazione con agli altri partiti non corrisponda alla situazione dell'Italia liberata. Il partito al Nord non può avere una visione esatta dei problemi dell'Italia occupata dagli Alleati, per cui le direttive di collaborazione sinora impartite non possono che essere state valide sino all'Armistizio.

Tuttavia, ci si guarda bene dal criticare la linea politica del PCI nel periodo precedente; infatti, per aggirare l'ostacolo, si ritiene che la situazione sia completamente mutata rispetto all'8 settembre. Le condizioni del Sud sono molto più rivoluzionarie e consigliano ora la lotta aperta, fino in fondo e senza compromessi. Mettere da parte il programma massimo per non urtare gli Alleati non porterebbe, in ogni caso, ad alcun beneficio o a riconoscimenti particolari. Gli Alleati sono interessati alla borghesia italiana, a renderla dipendente dal loro capitale e per tale ragione non molleranno la presa. Né vale riferirsi come esempio alla situazione mondiale in cui la Russia collabora con gli anglo-americani, in quanto le scelte russe di politica estera sono dettate da necessità militari. Se si vuol stabilire un riferimento con la Russia lo si deve fare col 1917. La situazione italiana sta attraversando infatti un momento storico analogo e tende al raggiungimento della medesima meta. Se a suo tempo era stato rivoluzionario collaborare con gli altri partiti al fine di indebolire il fronte interno ed obbligare l'Italia ad uscire dalla guerra, ora non lo è più poiché l'obbiettivo è stato raggiunto. Ora la collaborazione non ha più ragione di sussistere, almeno nell'Italia meridionale. Gli altri partiti rappresentano la borghesia, quella stessa che ha dato vita e sostegno al fascismo. Collaborare con essa significa salvare di fatto il fascismo, mentre la lotta contro la monarchia e la casta militare è il primo passo da compiere e, per poterlo attuare, occorre passare alla mobilitazione delle masse.

A conferma del tenace spirito antimonarchico che agita il Sud, l'allora comunista Italo De Feo riporta nel suo diario:

 "vi è un sentimento molto profondo a Napoli contro certi tatticismi, che sembrano opportunismi, del partito, che non esclude la collaborazione col governo Badoglio [43]."

Il 24 ottobre, in una assemblea della Federazione, si era stabilito che una commissione formata da Iorio, Mancini, Ingangi, Russo e Aveta avrebbe dovuto preparare un successivo incontro per le elezioni alle cariche e per l'esame delle domande di iscrizione. Reale, prevedendo una secca sconfitta dato il rapporto numerico a suo sfavore, fa chiudere d'autorità la sede.

Di qui la decisione della maggioranza di sinistra di scindersi dalla minoranza seguace di Reale. Mancini, Ingangi, Villone, Palermo e molti altri che durante il fascismo avevano operato a Napoli si trasferiscono in via Montesanto, dove aprono una nuova sede della federazione napoletana.

Pochi giorni dopo giunge a Napoli anche Spano, che tenta di stabilire contatti con i singoli militanti. La polemica fra i due tronconi, in mancanza di comunicazioni dirette e di organi propri, si trasferisce sulla stampa locale. «Il Risorgimento», giornale di tendenze liberali, controllato dagli Alleati, pubblica il 28 ottobre un comunicato del gruppo Reale-Spano nel quale si afferma:

"La Segreteria della Federazione Campana del PCI mette in guardia le autorità e la popolazione contro eventuali atti inconsulti di sedicenti comunisti che non sono d'accordo con la politica di unità nazionale per la lotta contro il nazifascismo e che non hanno nulla in comune col Partito Comunista del quale cercano, in mala fede, di sfruttare il nome e l'influenza sulle masse [44]."

La nota viene intesa dalla Federazione di Montesanto come una «delazione» alla polizia anglo-americana in quanto essa è velatamente accusata di essere favorevole alla politica fascista e nazista [45]. Due giorni dopo lo stesso giornale pubblica una contronota della Federazione di Montesanto nella quale si mostra meraviglia per il comunicato apparso sul giornale in cui Eugenio Reale si autonominava «federale» del PCI per la Campania [46].

A seguito della polemica Reale e Spano diffondono un «libello» - come viene subito definito dagli scissionisti - in cui si accusa l'altro gruppo di «perseguire una linea anti-unitaria, in contrasto col partito e tale da instaurare una politica di avventura che porterebbe all'isolamento e alla rovina». Si attaccano inoltre duramente, uno per uno, da un punto di vista personale, i promotori della scissione [47] definendoli con l'epiteto di "trotskysti", che allora per lo stalinismo suona più o meno come fascisti.

La Federazione di Montesanto risponde con il già citato Ciò che ci divide, sviando l'accusa e sostenendo che i propri aderenti non possono essere definiti trotskysti perché il termine si riferisce ad un fatto peculiare russo e non italiano.

È una risposta che può sembrare un po' ingenua, ma bisogna tener conto che erano passati soltanto pochi anni dai grandi processi di Mosca e solo quattro da quando Trotsky era stato "giustiziato" in Messico da un sicario di Stalin. Basti pensare inoltre che «l'Unità» in dicembre ricorda ai propri lettori che il PCI vanta una esperienza coerente che va «dalla collettivizzazione al patto germano-sovietico, dalla fucilazione dei trotskysti russi alla battaglia di Stalingrado...» [48] È dunque all'interno di questo clima che si può spiegare il telegramma di felicitazioni che gli oppositori Russo e Mancini inviano il 6 novembre a Stalin, in occasione dell'anniversario della Rivoluzione Russa [49].

I primi giorni della scissione passano pieni di euforia ma, man mano che il tempo trascorre, gli oppositori si rendono conto dell'impossibilità di rappresentare una vera alternativa al centro del partito. Pesa soprattutto l'isolamento in cui si trovano e a cui si aggiunge la notevole difficoltà di allacciare rapporti con la base del partito fuori dalla Campania.

«l'Unità», che inizia le pubblicazioni ai primi di dicembre, si presenta come un importante strumento di critica nei confronti della dissidenza. Il primo numero dedica buona parte dello spazio al problema delle frazioni nel partito, alla necessità dell'unità ideologica e, soprattutto, della disciplina. Le citazioni di Stalin al riguardo non mancano. Le richieste di "democrazia interna" vengono bollate come rivendicazioni trotskyste e definite come un pretesto per lottare contro il partito [50].

Ma è il numero successivo del giornale ad annunciare che la scissione si è risolta con il ritorno della maggior parte degli scissionisti in seno al partito. La separazione è durata 45 giorni e si è risolta «felicemente», ma «l'Unità» rileva che non tutto è tornato come prima. Sarebbe pericoloso illudersi

"che l'unità ricostituita sul terreno organizzativo significhi che l'unità si sia automaticamente costituita anche sul terreno politico e ideologico [51]."

Il PCI si rende conto che esiste un notevole divario tra le aspettative delle masse che desiderano «una svolta immediata e completa» [52] e la politica interclassista di "unità nazionale", e che occorre quindi convincere i «massimalisti» rientrati ad accettare tale politica senza riserve mentali.

Per il momento la ferita è superficialmente rimarginata, ma dopo la "svolta" di Salerno, quando i contrasti diventeranno nuovamente pressanti, Togliatti, rievocando la scissione, dirà che a «provocare questo episodio increscioso molto probabilmente ha influito la mano del nemico» [53].



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