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La Confederazione Generale del Lavoro - Il congresso di Salerno

Indice
La Confederazione Generale del Lavoro
La rinascita del sindacato
La scissione di Montesanto
Verso il congresso di Salerno
Il congresso di Salerno
La svolta
La CGL e le lotte contadine
Note
Tutte le pagine

II congresso di Salerno

Lo stesso numero del giornale annuncia il primo Congresso nazionale della CGL, che si sarebbe tenuto a Salerno dal 18 al 20 febbraio. La preparazione al confronto congressuale avviene con un formidabile lavoro di base, svolto soprattutto dalle Camere del Lavoro e dalle assemblee di fabbrica. Nelle località dove già esistono le Commissioni di fabbrica vengono eletti i delegati da inviare al congresso. I più importanti pre-congressi in Campania si tengono a Torre Annunziata, a Caserta, a Lettere e a Gragnano; in Puglia, ad Andria.

Alcuni dei delegati erano reduci da dure lotte. I rappresentanti pugliesi avevano partecipato, all'inizio del mese, allo sciopero dei cantieri Tosi e S. Giorgio. A Taranto 12 mila lavoratori erano scesi in piazza e l’8 febbraio avevano invaso la Prefettura [70].

Il tema di fondo dei lavori è rappresentato dal dibattito sull'unità di tutti i lavoratori e sul modo di raggiungerla. Per l'unità sindacale è anche il titolo di un articolo, apparso sempre nel primo numero di «Battaglie Sindacali», che delinea la concezione del gruppo dirigente della CGL:

"È necessario innanzi tutto che le libere organizzazioni sindacali sorgano [...] sulla base da tutti ammessa e riconosciuta della libertà sindacale, che questa libertà sindacale trovi un limite preciso e severo nello scopo dell'attività sindacale: l'interesse della classe lavoratrice. Se ogni partito politico volesse creare un proprio sindacato, per ogni categoria di mestiere, si farebbe con ciò il gioco e l'interesse della classe padronale [...]. Sindacati unici dunque; e sindacati raggruppati in un'unica organizzazione sindacale generale [71]."

Al Congresso di Salerno partecipano trenta Camere del Lavoro, quattro sindacati campani, ventitré federazioni della terra ed i delegati delle Commissioni di fabbrica per i centri in cui le Camere del Lavoro non funzionano ancora [72]. Una delegazione giunge dalla Puglia (Andria) e altri rappresentanti dall'Abruzzo e Molise. È assente la CGIL di Bari, che peraltro aveva fatto di tutto per cercare di impedire l'adesione delle altre province. Il Teatro Verdi, dove si tiene la manifestazione, è gremito: vi sono oltre duemila persone [73].

Il Congresso, alla cui presidenza vengono eletti Costantino Sciucca, Marcello Marroni e Dino Gentili, deve discutere il seguente ordine del giorno: relazione di Enrico Russo sulla situazione sindacale, partecipazione del lavoro italiano allo sforzo di guerra (Gentili), ripresa dei rapporti internazionali, mutualità e assistenza, stampa e nomina del Consiglio direttivo.

La relazione di Russo affronta il problema che si pone alla classe operaia in quel particolare momento:

"Non vi deve essere alcuna tregua sindacale."

Le rivendicazioni immediate ed urgenti (lotta contro il mercato nero, eliminazione della disoccupazione mediante la consegna delle fabbriche alla gestione diretta operaia, aumenti salariali, ecc.) devono essere agitate in modo da mettere in moto i lavoratori sul terreno dell'"intransigenza classista".

"Il 25 luglio non è stato altro che il salvataggio della borghesia. Si è cambiata l'etichetta, ma il fascismo è rimasto, e il proletariato lo ha capito benissimo [74]."

L'epurazione è un argomento di discussione vivace. Già sul primo numero del giornale un gruppo di operai della Navalmeccanica dava il senso delle aspettative dei lavoratori:

"Diciamo a tutti: se l'epurazione deve assumere il ruolo di una farsa, noi la trasformeremo in una tragedia."

Alcuni delegati erano giunti al Congresso appena reduci dalla cacciata dei fascisti dai posti di lavoro. Pochi giorni prima la CdL di Napoli aveva promosso l'agitazione di cinquemila dipendenti dei servizi pubblici e diretto l'occupazione delle Ferrovie Vesuvio, dove le maestranze avevano allontanato i vecchi dirigenti fascisti. Così era avvenuto anche alla Navalmeccanica, alla Volturno ed in altre fabbriche del napoletano [75].

"Oggi - aggiunge Russo nella sua relazione - dobbiamo sottrarre il sindacato al controllo statale perché potremmo trovarci nella necessità di ingaggiare una lotta proprio contro lo Stato [...]. Con il governo della borghesia non possiamo venire a nessun accordo [...]. Le masse lavoratrici sono decisamente contro il governo Badoglio che, coprendo le responsabilità dei fascisti, rinnova e rafforza il fascismo [76]."

Caduto il fascismo, sostiene Russo, non si può semplicemente affermare che si sono create le condizioni che portano direttamente dalla società capitalista a quella socialista, tramite la "democrazia progressiva" e senza la lotta di classe.

Sul problema della guerra si nota, all'interno del gruppo dirigente, la diversa impostazione degli azionisti e dell'ala comunista di sinistra. Per Gentili i lavoratori avrebbero dovuto partecipare allo sforzo bellico, «ben più direttamente che con il lavoro prestato nelle retrovie» [77].

Russo subordina invece la partecipazione operaia alla guerra all'«assoluta certezza» che i volontari «non diventeranno domani strumenti di qualsiasi reazione. Nessun operaio, nessun contadino è disposto a recarsi ad affrontare la morte se non per la libertà ed un migliore avvenire per la classe proletaria». Egli pone come condizione pregiudiziale che i battaglioni di volontari vengano composti solo da operai e diretti da ufficiali eletti. Facendo queste richieste, rende di fatto impossibile qualsiasi partecipazione operaia alla guerra nazionale, anche se non c'è un'esplicita esclusione.

Il Congresso vota inoltre l'unificazione con la CGIL di Bari. Si tratta però di una unificazione più che altro formale in quanto la stragrande maggioranza dei lavoratori segue l'organizzazione napoletana e, in ogni caso, le due organizzazioni resteranno sempre distinte [78].

Russo e Di Bartolomeo non risparmiano le critiche alla politica del CLN. Libero Villone interviene invece sostenendo la necessità di portare a fondo la lotta di classe per dare un colpo risolutivo al sistema capitalista. Egli afferma che «in ogni lotta è buona regola sfruttare la momentanea debolezza dell'avversario per debellarlo»; così il proletariato può, e deve, nel momento attuale sfruttare il vantaggio che gli deriva dal marasma in cui versa la società capitalista italiana, per infliggerle il colpo mortale [79].

Di Bartolomeo presenta un ordine del giorno, forse il più avanzato, in cui sostiene che il congresso

"considerato che le sorti della classe lavoratrice sono strettamente legate ad una radicale trasformazione della società, trasformazione basata sulla socializzazione dei grandi mezzi di produzione e di scambio, considerato che a causa della guerra, tali mezzi o sono distrutti, o sono inerti [...] dichiara di non riconoscere alcun programma di ricostruzione nazionale che tenda a rivalutare la proprietà privata ed a ricostruire il privilegio del capitale sul lavoro, contesta al governo attuale il diritto di prendere provvedimenti in materia economica [...], delibera di coordinare efficacemente, in base alle direttive su esposte, l'azione sindacale di tutte le categorie e di tutte le tendenze, al fine di consolidare sempre più l'unità delle masse lavoratrici [80]."

Al di là delle tesi enunciate dalla sinistra, il Congresso risulta influenzato dalla presenza azionista. Le mozioni finali risentono della duplicità delle posizioni, specialmente quella relativa alla «Partecipazione allo sforzo di guerra» e quella «Per la risoluzione della crisi politica», in cui il classismo della sinistra, senz'altro maggioritaria, viene limitato pesantemente.

Gentili, sostenendo la tesi azionista (che mirava a dare priorità al problema istituzionale), nella sua relazione aveva tra l'altro affermato che per appoggiare la guerra democratica era necessario prestare tutto l'appoggio alla Giunta Esecutiva del CLN eletta a Bari [81].

In effetti la concezione del Pd'A sul ruolo del sindacato divergeva molto da quella comunista. In primo luogo gli azionisti accentuavano maggiormente il momento educativo; in secondo luogo, pensavano di creare, accanto all'organizzazione sindacale, degli Uffici del Lavoro:

"proprio perché lo Stato democratico deve mantenersi estraneo alle organizzazioni dei lavoratori, garantendone così la libertà e l'autonomia, esso ha bisogno di avere un proprio organo specifico [...], Sindacati, Commissioni Interne non bastano. Il trinomio degli organismi di lavoro ha bisogno di Uffici del Lavoro [...] sulla base dell'uguale diritto di ogni cittadino di concorrere a parità di merito al lavoro indipendentemente dalla religione che professa, dal partito in cui è iscritto, dall'organizzazione di cui fa parte [82]."

Gli Uffici del Lavoro avrebbero dovuto svolgere la funzione di controllo nel collocamento della mano d'opera. Il Pd'A prevedeva, attraverso questi Uffici, l'intervento diretto dello Stato nel mondo del lavoro (ma non nel sindacato). I lavoratori a loro volta dovevano favorire quel processo di democratizzazione dell'apparato statale che era il cardine centrale della strategia azionista.

Nel gennaio 1944 era stato intanto costituito l'Ufficio provinciale del Lavoro di Napoli, affiancato poco dopo da una Commissione sindacale con compiti di controllo.

È evidente come gli Alleati, e in particolar modo gli americani, vedessero con favore la penetrazione del Pd'A tra le masse in quanto questa organizzazione, pur appoggiando lotte radicali, non diffondeva ideologie "rivoluzionarie" e, pur essendo un partito di sinistra, era svincolata da ogni influenza sovietica.

«Battaglie Sindacali», sotto l'influenza azionista, rivolge molta attenzione all'esperienza anglosassone (CIO e Trade Unions) [83]. Ma, in ogni caso, la strategia sindacale azionista non aveva alcuna possibilità di attecchire in quanto era strettamente connessa alla visione di una profonda democratizzazione della struttura statale che, al di là di ogni slogan e di ogni propaganda, nessun partito condivideva.

Il PCI, presente a Salerno con i propri rappresentanti, aveva tentato di scalzare la direzione di Enrico Russo. I dirigenti comunisti erano anche disposti ad accettare una CGL non direttamente sotto la loro influenza - almeno per il momento - a condizione che Russo venisse rimosso dalla carica di segretario.

I servizi segreti americani, in un documento del periodo, rilevano i retroscena del Congresso:

"Tengono banco Gentili, il PD'A e i comunisti dissidenti di Russo. I socialisti e i comunisti di Napoli non riescono a sconfessare del tutto Salerno e lo definiscono regionale, cercando di dare peso all'altra CGL [...] incaricano poi i socialisti presenti a Salerno di votare, nella votazione finale, contro Russo. Ma i socialisti di Salerno passarono l'informazione a Gentili e Russo si salva con 60 voti contro 26 [84]."

Ma il gruppo dirigente di sinistra della CGL soffre in questo periodo, oltreché dell'ipoteca azionista, di un'altra debolezza: l'atteggiamento nei confronti del PCI. Nonostante la durezza degli attacchi del partito nei confronti di Russo, privato della tessera di iscrizione (anche se considerato "rientrato" [85]), questi, con l'appoggio di tutta la direzione della CGL, si ostina a voler svolgere ancora la sua attività all'interno dell'organizzazione per tentare di riportarla su posizioni rivoluzionarie.

Dopo l'esperienza della scissione, e col seguito che vantano, i dirigenti della CGL pensano di avere forza sufficiente per influenzare il partito. Essi si sentono incoraggiati anche dai risultati del congresso del PCI, tenutosi a Bari alla fine di gennaio, quando Velio Spano si è ritrovato la maggioranza dei delegati «orientata verso la linea di opposizione classista nel seno dei CLN» e contraria alla collaborazione interpartitica [86].

Ma l'illusione di Russo e degli altri si sfalda nel giro di qualche mese.

Le espulsioni dal partito di coloro che erano stati riammessi e dei militanti che contestano da sinistra la linea della direzione seguono ben presto a catena. Per continuare la propria attività politica la sinistra dovrà costituirsi in frazione esterna, pur mantenendo legami con la base.

Onde parare il colpo inferto dal Congresso di Salerno della CGL, i comunisti avevano deciso di convocare il Congresso provinciale della Federazione campana. Il dibattito si apre significativamente con le parole d'ordine di «Unità nazionale contro l'hitlerismo» e di «Unità e disciplina bolscevica nel partito» [87].

Se da una parte «l'Unità» è costretta a riconoscere che «una grande attività ferve alla CGL», dall'altra riporta:

"Il comitato federale Napoletano [...], mentre richiama tutti i membri del Partito all'osservanza della disciplina [,..] decide di infliggere biasimo pubblico e collettivo a quei compagni che recentemente, nel Congresso di una organizzazione di massa molto importante, hanno mostrato di non sentire [...] la disciplina del partito [88]."

Nello stesso periodo in cui si tiene il convegno di Salerno la Campania versa in una situazione sempre più difficile. Ai primi di febbraio i territori controllati dall'Amministrazione Militare (AMGOT) vengono ceduti al governo Badoglio, che si trasferisce a Salerno. Mancano i viveri, le comunicazioni sono interrotte, i disoccupati sono molti e molte le abitazioni distrutte dai bombardamenti. Agitazioni importanti avvengono alla Navalmeccanica, alla Volturno e un po' dappertutto.

Sono lotte che il PCI non condivide e che, come vanta «l'Unità», «solo la presenza dei comunisti e degli altri antifascisti riesce a mantenere pacifiche» [89].

Il discorso di Churchill del 22 febbraio, insultante verso i partiti antifascisti italiani che egli giudica non in grado di rappresentare una valida alternativa alla monarchia, getta benzina su un fuoco già acceso, e forse è il pretesto, per le masse, di scendere in piazza. La CGL rivendica la proclamazione della sospensione del lavoro e lo stabilimento delle modalità della protesta, anche se cerca di accordarsi con gli esponenti dei partiti di sinistra.

Il giorno è fissato per il 4 marzo e l'astensione dal lavoro è stabilita in 10 minuti. «l'Unità» del 7 marzo, però, non nomina la CGL tra gli organizzatori della protesta.

Gli Alleati proibiscono la manifestazione, ma le pressioni sono molte e così, dopo un rinvio, non possono fare a meno di autorizzare un comizio, indetto in alternativa allo sciopero, che si terrà il giorno 12. Anche il direttivo della CGL, come risulta da una sua lettera inviata a «Il Risorgimento» il 12 marzo, è d'accordo sulla revoca dell'agitazione. Non si conosce però, purtroppo, il dibattito interno, tra i gruppi azionisti e comunisti, su questo specifico fatto.

Nonostante le indicazioni sindacali, in diversi luoghi di lavoro lo sciopero prorompe ugualmente. È segno dell'esistenza di un profondo malessere tra i lavoratori. «l'Unità» rileva eufemisticamente che gli operai hanno scioperato ugualmente poiché non sono stati «informati in tempo del contrordine» [90]. Tutte le maestranze del cantiere navale di Castellammare si astengono dal lavoro. Lo stesso avviene all'Ilva di Torre Annunziata e nei Cantieri Navali di San Giovanni a Teduccio. A Salerno scendono in sciopero gli operai della Manifattura Tabacchi, a Bari e nelle Puglie si ha un'entusiastica astensione dal lavoro [91].

A Napoli la manifestazione del giorno 12 riesce molto bene a dispetto di un'atmosfera arroventata, segnata da mille provocazioni. Le comunicazioni interne vengono interrotte per ordine degli Alleati, mentre la capitale partenopea è praticamente ridotta in stato d'assedio.

Il discorso di Russo si differenzia notevolmente da quelli degli altri oratori (Spano, Lizzadri, Cianca).

"Si è corso il rischio - annota nel suo diario Italo De Feo - che la manifestazione si risolvesse in un comizio anti-alleato. Per il PCI ha parlato Spano, il quale ha moderato gli accenti, ma Enrico Russo [...] è andato oltre ogni limite, minacciando da Napoli una guerra rivoluzionaria contro le potenze... capitaliste. Poco è mancato che Churchill non fosse chiamato fascista [92]."

In questa occasione il segretario della CGL rilancia la sua tesi classista di autonomia del mondo del lavoro. Egli, nel condannare il fascismo, nega qualsiasi possibilità di alleanza con la borghesia per poterlo sconfiggere [93]. Sostiene inoltre la necessità, per il sindacato, di «fare della politica perché manca un vero governo ed i problemi del popolo non possono essere affidati all'attuale» [94].



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