chicago86

La Confederazione Generale del Lavoro - La svolta

Indice
La Confederazione Generale del Lavoro
La rinascita del sindacato
La scissione di Montesanto
Verso il congresso di Salerno
Il congresso di Salerno
La svolta
La CGL e le lotte contadine
Note
Tutte le pagine

La "svolta"

Alla fine di marzo l'arrivo di Togliatti decreta il cambiamento di tattica del PCI; egli invita infatti a formare con la monarchia un governo comprendente tutti i partiti dell'arco democratico. Spiega inoltre ai lavoratori, ai disoccupati ed ai reduci che non debbono ispirarsi ad alcun «sedicente interesse di classe», ma solo a interessi nazionali [95].

La svolta governativa non era stata tentata prima dell'arrivo di Togliatti non per intima convinzione antimonarchica del gruppo dirigente ma, molto probabilmente, come confesserà diversi anni dopo Maurizio Valenzi, per il timore di «non essere seguiti da buona parte del nostro stesso partito». Ed è per questo motivo che Spano e Reale avevano rifiutato le avances che Badoglio aveva fatto loro nell'incontro del 20 gennaio [96].

Il 30 e il 31 marzo - tre giorni dopo lo sbarco di Togliatti - il primo Consiglio Nazionale del PCI dell'Italia liberata decreta l'accettazione del "compromesso istituzionale". In questo Consiglio il motivo dominante, che appare in tutti gli interventi come preoccupazione maggiore, è il radicalismo delle masse meridionali, spesso concretizzato nell'azione della CGL.

Nella sua introduzione Spano denuncia le difficoltà provenienti sia «dall'estremismo dominante nel partito e dall'attaccamento agli schemi vuoti», sia dall'illusione «che caduto il fascismo ogni problema sarebbe stato risolto e non ci sarebbe stato altro che i soviet» [97]. Le masse, che per il PCI «hanno istinto ma non coscienza» (espressione questa di Vincenzo La Rocca), debbono essere riconquistate ad una politica di «unità nazionale» [98].

Nella risoluzione finale tale obiettivo viene però esposto in modo sfumato mentre, nel contempo, si riconosce l'importanza assunta dalla CGL nell'Italia liberata [99] [xcix] . Nel corso del dibattito molti interventi, tra cui quelli di Gullo, La Torre e Fiore, mettono in luce il distacco tra la base («anche tra i vecchi e più fedeli militanti del partito») e il gruppo dirigente.

Il "caso" della CGL fa capolino in ogni discorso e si prospetta, concordemente, la necessità di allontanare Russo e Gentili dalla sua direzione. Reale, con un po' di esagerazione, sostiene che Gentili, «persona equivoca», è «l'autore di un progetto, sottoposto a Cordel Hull, per la cessione dei territori italiani agli USA» [100] [c] . Togliatti, invece, taglia corto:

"Occorre liquidare in fretta questa situazione, accelerare la riorganizzazione sindacale. Prendere contatti col PSI per avere insieme la direzione effettiva. Parlare con Russo, se non c'è soluzione sconfessarlo [101]."

Il leader del PCI è ormai a conoscenza dell'influenza preponderante della Confederazione sulle masse meridionali e, quindi, pensa che sia urgente riportarne sotto l'ala del partito la dirigenza, usando qualsiasi mezzo.

La prima mossa è l'azione diplomatica. Appena sbarcato, e conosciuta la situazione, Togliatti si era recato personalmente nella sede della CGL. Aveva salutato calorosamente Enrico Russo e lo aveva invitato ad un incontro presso la Federazione comunista [102]. Durante il colloquio, avvenuto a porte chiuse ai primi di aprile, Togliatti aveva cercato di convincere Russo che l'unica strategia possibile era quella dell'"unità nazionale". Il segretario del sindacato non avrebbe dovuto far altro che disimpegnarsi dalle posizioni sino ad allora sostenute, anche senza una formale autocritica, e Togliatti lo avrebbe appoggiato, regolarizzando, inoltre, la sua posizione in seno al partito [103].

Ma la direzione della CGL, confortata dal seguito di massa, è ferma sulle linee stabilite. Al partito non rimane allora, in attesa di una soluzione rispondente alle proprie direttive, che attaccare duramente la CGL e cercare di screditarla agli occhi dei lavoratori. Dalla seconda metà di aprile non vi è numero de «l'Unità» che non riporti un articolo contro il sindacato di Russo.

Le lotte salariali che scoppiano in aprile creano tensioni con il governo, che si sta preparando ad una "ristrutturazione" mediante la cooptazione di tutti i partiti del CLN, comunista compreso.

Mentre il nuovo governo è ancora in gestazione, la CGL scrive che nessun gabinetto «di collaborazione con elementi responsabili del fascismo può risolvere i problemi della crisi politica ed economica, né soddisfare le esigenze delle masse» [104]. In occasione del Primo Maggio la direzione napoletana si scontra con il partito quando quest'ultimo tenta di sostituirsi al sindacato nella convocazione della manifestazione.

Il governo appena costituito, con uno dei suoi primi atti, aveva riconosciuto ufficialmente questo giorno come festa nazionale. I socialisti, il PCI e la CGL invitano pertanto i lavoratori a partecipare ad una grande manifestazione da tenersi nelle maggiori città del Sud. Ma la CGL, in una lettera, rivendica il diritto di organizzare le celebrazioni, alle quali i partiti possono ovviamente aderire. Si giunge ad un compromesso secondo cui, pur programmando un'unica manifestazione, il sindacato ed i partiti possono, ognuno per proprio conto, lanciare i loro appelli. Quello della CGL contiene una critica esplicita della politica del PCI:

"La possibilità di affermazione dei lavoratori [...] risiede esclusivamente in quella unità, che trascendendo i confini della nazione, fonde in un blocco solidale i lavoratori di tutti i paesi. Unità che si manifesta nel lavoro organizzato nazionalmente ed internazionalmente [...]. Abbiamo sperimentato nel campo delle idee, come in quello dei principi generali, che nessun compromesso è ammissibile, in quanto ogni compromesso su quel terreno porta fatalmente all'indebolimento delle capacità combattive e ad un allontanamento della vittoria finale [105]."

L'appello congiunto del PCI e del PSIUP risente invece di un atteggiamento nazional-patriottico. In esso si auspica che tutte le forze italiane dell'antifascismo scendano in campo e che «tutti i cittadini che amano la libertà» combattano per la liberazione e per la redenzione del loro paese [106].

I cattolici non partecipano alle manifestazioni e ne indicono una propria per il 15 maggio, per celebrare l'anniversario dell'enciclica Rerum Novarum [107].

L'indipendenza dal governo pone il nuovo sindacato come l'unica organizzazione che si colloca intransigentemente per la difesa delle condizioni di vita dei lavoratori; cosicché tutte le forze rappresentate nel governo, o che in esso si riflettono, tendono a discriminare sui posti di lavoro i sindacalisti della CGL. L'organizzazione è costretta a denunciare la situazione che si viene a creare dopo la formazione del governo ed incita i propri militanti a non avere paura «di incorrere nelle persecuzioni» [108].

Ma l'attacco più duro al governo viene lanciato dalla Confederazione agli inizi di giugno, a causa del mancato adeguamento dei salari dei dipendenti ministeriali al costo della vita ascendente. Gli aumenti dovevano essere preventivamente autorizzati dalle autorità alleate, dato che Napoli si trovava ancora sotto la loro giurisdizione.

"Non ha ragione, nessuna ragione di esistere - ribadisce severamente «Battaglie Sindacali» -, né verso il popolo italiano, né verso gli Alleati, un governo che non abbia neppure il prestigio necessario per convincere la Commissione Alleata di controllo dell'urgenza dei miglioramenti economici [109]."

E, a commento dell'esito positivo della vertenza dei servizi pubblici, il giornale è costretto a polemizzare con i fogli di sinistra che vogliono ascrivere ai loro «compagni Eccellenza», presenti al governo come ministri, il merito del felice risultato. Dalla vicenda la CGL trae la conseguenza che i lavoratori «incominciano a capire di non poter fare assegnamento che sulle proprie forze, sulla propria iniziativa, sulla propria capacità» [110].

«l'Unità», difendendo il governo, risponde alle critiche di «Battaglie Sindacali» sostenendo che in esso vi sono degli uomini che «comprendono» le sofferenze dei lavoratori mentre invece tra i dirigenti della CGL vi è chi è stato, «in altri paesi e in altri tempi, se non campione, pedina della stolida lotta contro il movimento comunista» [111].

Dal canto suo, «Battaglie Sindacali» risponde ironicamente che la preoccupazione dei comunisti per la presenza di anticomunisti all'interno della CGL sarebbe comprensibile se avessero deciso di

"mettere alla porta, quanto meno di non accogliere più nelle file del partito comunista uomini bacati, che hanno servito il fascismo e che oggi tentano di farsi perdonare le loro malefatte inserendosi nei ranghi dei partiti antifascisti [112]."

Il 14 maggio «l'Unità» accusa il sindacato napoletano di essere antidemocratico (il che significa la rivendicazione di un maggiore spazio e potere per i comunisti ortodossi) ed il 21 seguente invita apertamente la CGIL di Bari ad operare con una aperta rottura. Nel frattempo inizia a funzionare presso la Federazione comunista un ufficio di consulenza sindacale, con chiari intenti concorrenziali [113]. L'obiettivo immediato del Partito è giungere ad una ricomposizione in proprio favore delle direzioni delle Camere del Lavoro e del sindacato napoletano. Afferma il quotidiano comunista:

"Bene o male, comunque, le organizzazioni della CGL sono oggi ricostruite quasi dappertutto. Si tratta di svilupparle, di consolidarle, di renderle unite, ordinatamente attive e quindi rigorose. A questo grave problema una soluzione esiste, a parer nostro, ed è la liquidazione delle situazioni provvisorie [114]."

Intanto la polemica contro la CGL prosegue dappertutto e i sindacalisti della CGL vengono bollati come «settari», «scissionisti» ed «antidemocratici». Mentre si procede all'espulsione di chiunque non condivida la linea politica ufficiale, il ministro Togliatti intensifica la sua propaganda verso gli operai mediante visite ufficiali nelle maggiori fabbriche del Sud.

Alla fine di maggio la convocazione di un Congresso a Bari, al quale partecipano i rappresentanti della CGIL di Bari e della CGL di Napoli ha, come "logico", carattere interlocutorio, sia per l'approssimarsi della liberazione di Roma sia perché «si preferì non pregiudicare con deliberazioni impegnative le trattative che, si sapeva, a Roma erano giunte a buon punto fra i partiti di massa» [115]. Infatti a Roma il PCI, la DC e i socialisti erano prossimi alla firma dell'accordo sindacale. «Una volta scelta questa strada», scrive il comunista Pillon, è chiaro che la tattica del PCI non può essere che «quella della lotta su due fronti sindacali»: l'eliminazione della cattolica CIL e dell'indipendente CGL [116].

Con la stipula del Patto di Roma nel giugno del 1944, i tre partiti si accordano sulla costituzione di un sindacato da allargare su scala nazionale e diretto, praticamente, da loro stessi. La nuova CGIL romana nasce così come filiazione diretta delle organizzazioni politiche, cala dall'alto e burocraticamente sulla testa dei lavoratori e s'impone grazie alla forza e legittimazione che riceve dal governo e dalle sue componenti.

I dirigenti della CGL conoscono le intenzioni dei partiti democratici, ma non i termini su cui si fonda il nuovo sindacato; non sono stati né informati né invitati. I partiti hanno deciso -commentano sul loro giornale dopo aver appreso la notizia - di fondare un sindacato diverso da quello già esistente, perché intendono «opporsi alla politica da noi seguita sin qui. Tale politica si riassume nella formula "indipendenza dai partiti politici"» [117].

Per la CGL, la nuova Confederazione, così come viene realizzata, assomiglia troppo al «corporativismo perché non vi sia il pericolo che le masse guardino ad essa con sospetto» [118]. Più tardi scriveranno che

"l'unità non si impone con una decisione dei partiti e non si realizza efficacemente in un Sindacato Unico dominato dai partiti. Diciamo che quest'unità non rinsalda le fila del movimento operaio in quanto ne attenua le capacità combattive e il senso d'autonomia [119]."

Il 6 giugno il Consiglio Direttivo del sindacato napoletano si riunisce (alla presenza di Arminio, Bosso, Gentili, Iorio, Gallo, Russo e Sciucca) e vota un ordine del giorno nel quale stigmatizza l'azione svolta da Di Vittorio e Grandi a Roma. Comprende tuttavia che l'unica possibilità di sopravvivenza consiste nello «stabilire al più presto contatti con i lavoratori di Roma e, oltre Roma, in tutta Italia» [120].

Per contrastare l'ormai invadente sindacato romano la CGL, nello stesso mese, stipula con la CIL un accordo riguardante fondamentalmente l'attività sindacale di base ed i contratti collettivi [121].

Ma anche la CIL, superando resistenze interne che rendono necessario un viaggio a Napoli di Achille Grandi, aderisce al Patto unitario.

Nei confronti della CGL i tre partiti egemoni del nuovo sindacato tentano, in un primo momento, di operare una scissione azionista. Dopo aver escluso il Pd'A dai preparativi del costituendo sindacato, essi cercano, a cose fatte, di assorbirlo in funzione subordinata sollecitando la corrente di Gentili ad eliminare quella di Russo. Dino Gentili, invitato da Di Vittorio, respinge le offerte ed insiste invece per un eventuale inserimento di Russo nella nuova CGIL. Se però Gentili personalmente non accetta, molti azionisti ne approfittano per abbandonare il sindacato campano e aderire a quello romano.

La Confederazione di Russo e Gentili, che da questo momento entra in una fase critica, accusa il sindacato interpartitico di operare in modo non democratico e di usare mezzi scorretti. Quando i sindacalisti meridionali si recano nelle fabbriche per qualche vertenza, essi trovano ad accoglierli i carabinieri, chiamati, sostiene «Battaglie Sindacali», «non si sa da chi» [122].

La CGL, pur sentendo diminuire le proprie forze, mostra tuttavia una notevole volontà di sopravvivenza. Essa gode ancora di un buon seguito, e ciò viene riconosciuto dallo stesso PCI che, nel mese di giugno, in una conferenza d'organizzazione, ritiene che

"la debolezza del partito si manifesta principalmente nel campo sindacale per cui la cresciuta influenza tra gli operai e gli impiegati non ha ancora portato al necessario rafforzamento e risanamento dei sindacati [123]."

Tutti i mezzi per sottrarre spazio alla CGL vengono utilizzati. Il PCI giunge anche ad appoggiare, con una risoluzione adottata dal Comitato Federale il 5 luglio, l'ordine del colonnello Chapman di vietare gli scioperi ed ogni manifestazione e che dispone la punizione dei lavoratori addetti ai servizi telefonici e telegrafici con la pena di morte in caso di sospensione del lavoro [124]. Tale direttiva giunge dopo la protesta degli operai della SET (società telefonica) contro il direttore fascista Pellegrini, rimasto in carica anche dopo la liberazione di Napoli.

«Battaglie Sindacali» sostiene che

"la classe padronale ha trovato un inatteso alleato nella Federazione Comunista Campana che con la sua deliberazione del 5 luglio plaudiva con convinzione all'ordinanza regionale [125]."

«l'Unità» risponde all'accusa della CGL riportando la presa di posizione comunista, amputata però della parte incriminata, che sarà pubblicata integralmente da un numero successivo di «Battaglie Sindacali» [126].

Al PCI non resta che continuare l'attacco frontale per screditare la CGL, la quale sarebbe diretta dal «mestierante senza scrupoli» Dino Gentili, che non ha «mai conosciuto che cosa significhi in Italia lottare contro il fascismo» [127].

Tra i dirigenti della Confederazione di Roma e di quella napoletana vi è tuttavia uno scambio di lettere per tentare di giungere ad un'intesa. Il 4 luglio Russo e Gentili scrivono:

"[...] Due sono i punti essenziali del nostro atteggiamento, [...]1) che il movimento sindacale italiano non diventi strumento di nessun partito, né di alcuni partiti, ciò che a parer nostro pregiudicherebbe la vita stessa del sindacato e ne impedirebbe la funzionalità creatrice, 2) che l'unità sindacale sia realizzata in modo da poter tenere, sia cioè unità tra elementi non solo affini, ma operanti con metodi uguali. Sul punto 1) voi dite di essere d'accordo, ma noi contestiamo che il metodo da voi seguito con la nomina dei segretari indicati dai partiti sia più opportuno a mantenere l'indipendenza del movimento. Sul punto 2) noi affermiamo che sia più confacente alla situazione e alla necessità di lasciare libero gioco alle rispettive tendenze di fare un patto di intesa coi democristiani come quello da noi realizzato a Napoli, piuttosto che stipulare una unità assoluta [128]."

La risposta della CGIL, firmata congiuntamente da Di Vittorio, Grandi e Lizzadri, sarà molto dura e chiara:

"[...] In primo luogo ci proponete di lasciare in vita una Confederazione Generale del Lavoro meridionale con sede a Napoli, nello stesso tempo che è stata costituita ed è in piena vitalità la Confederazione Generale Italiana del Lavoro come organismo unitario di tutti i lavoratori italiani. Questa vostra pretesa, che non ha e non può avere nessuna giustificazione obiettiva e che non ha precedenti nella storia del movimento operaio italiano, non ha e non può avere altro scopo che quello di salvaguardare ad ogni costo alcune posizioni personali precostituite in condizioni eccezionali, prima della liberazione di Roma [129]."

Dal canto suo Di Vittorio, che cerca di diffondere l'idea unitaria in decine di comizi, invita il Comitato Direttivo della Confederazione meridionale a risolvere «democraticamente» il problema dell'unificazione sindacale, mediante un regolare Congresso [130].

La direzione di Napoli, dopo aver valutato la situazione, ritiene di dover accettare [131]. Tenta allora di ricomporre nuovamente l'unità con la Confederazione di Bari per presentarsi all'incontro su posizioni di maggior forza. Ma il Congresso, fissato per il 29 luglio, viene rimandato prima al 18 agosto e poi a data ...da stabilirsi.

Peraltro lo sfaldamento della CGL, incalzata dall'azione del PCI, aveva iniziato il suo corso.

"I rappresentanti della CGIL - denuncia «Battaglie Sindacali» - [...] continuano l'opera disgregatrice dell'organizzazione, attraverso pressioni e minacce sui compagni organizzatori perché aderiscano a Roma, e facciano aderire le rispettive organizzazioni [132]."

Soltanto le Camere del Lavoro di Napoli, Salerno e Foggia rimangono in attesa di una chiarificazione, pur proseguendo il dibattito al loro interno. La Federterra ed altri sindacati di categoria si affiliano alla CGIL, senza neppure avvertire la direzione napoletana.

L'11 agosto la crisi segna il culmine con la riunione della Commissione Esecutiva della Camera del Lavoro di Napoli, nella quale si vota un ordine del giorno presentato da Di Bartolomeo, che contempla l'«adesione critica» alla CGIL. Vicenzo Iorio, per protesta contro il deliberato, rassegna le dimissioni da Segretario della Camera del Lavoro [133], mentre Vicenzo Gallo, minacciato di espulsione dal PCI, si dimette dal Direttivo. Vincenzo Bosso, segretario della Federazione dei postelegrafonici, accoglie le sollecitazioni del Partito Socialista, al quale è iscritto, presenta le dimissioni e aderisce alla CGIL.

Nel frattempo la Confederazione fondata a Roma ottiene importanti riconoscimenti sul piano internazionale. Il 23 agosto giungono in Italia i delegati dei sindacati americani Luigi Antonini e George Baldanzi, e pochi giorni dopo arrivano dall'Inghilterra Will Lawater e Tom O'Brien, delegati delle Trade Unions. Giunge anche Walter Schevenels, segretario della Federazione Sindacale Internazionale. La presenza dei sindacalisti stranieri spinge la CGIL a programmare a Roma, per il 15-16 settembre, il primo convegno delle organizzazioni unitarie già ricostituite al Sud.

A Napoli, una riunione del Consiglio delle Leghe indetta il 24 agosto discute sull'«adesione a Roma» e sui «problemi di prospettiva e strategia in rapporto all'unità sindacale con la Democrazia Cristiana» [134].

La riunione decide a maggioranza l'adesione alla CGIL ed approva un documento presentato da Di Bartolomeo nel quale tuttavia si ribadisce

"il concetto di una politica del lavoro indipendente dai partiti politici basata sulla lotta di classe e sulle libertà democratiche di tutte le correnti sindacali [135]."

Subentra quindi un contrasto tra la maggioranza, ormai rassegnata all'adesione critica a Roma, ed il gruppo Russo, deciso a tener duro.

In quest'ultima riunione si vota anche una risoluzione con cui si chiede alla direzione il passaggio di «Battaglie Sindacali» al Consiglio delle Leghe, per riflettere la nuova situazione.

Intanto si prepara il convegno del 27 agosto, indetto con lo scopo di sciogliere definitivamente la CGL e di designare i dirigenti che avrebbero dovuto rappresentare i lavoratori meridionali nel nuovo sindacato [136]. Qualche giorno prima dell'apertura del convegno una lettera firmata dai tre segretari della CGIL intimava ad Enrico Russo di sospendere la pubblicazione di «Battaglie Sindacali» [137].

Al convegno di Napoli del 27 sono presenti oltre cento delegati provenienti da tutto il Sud e da Roma, dove la CGL è appoggiata dal Movimento Comunista d'Italia («Bandiera Rossa») [138].

Vi sono rappresentanti delle Cotonerie Meridionali, della SME, della Breda, del Silurificio, della Cirio, della FIOM, della SET, dei pubblici servizi, degli edili, dei lavoratori del mare, degli operai di Stato, della Circumvesuviana, dello Spolettificio, dell'ILVA e di altre aziende.

Gentili, nel suo intervento, traccia brevemente le alternative possibili:

"O restare come CGL o entrare nella CGIL. La prima via è impossibile oltre che per le enormi difficoltà, specie di ordine finanziario, anche e soprattutto perché l'esistenza di due Confederazioni Generali del Lavoro creerebbe col tempo una vera scissione del movimento di classe. Resta la seconda via: bisogna che tutte le nostre organizzazioni entrino nella CGIL [...]. Questo è l'invito del Comitato Direttivo della nostra Confederazione [139]."

Il dibattito approva l'ultima posizione. Viene comunque creato un Comitato della sinistra sindacale col compito di difendere le basi di classe all'interno del sindacato unitario. I lavoratori sono invitati a

"stringersi intorno al Comitato ed a lottare con esso all'interno della CGIL perché questa sia fondata sui principi dell'unità, della lotta di classe, della democrazia [140]."

Russo, che nel frattempo si è dimesso da ogni carica per facilitare l'operazione, nel discorso di chiusura afferma amaramente che

"per la prima volta nella storia del movimento sindacale un organo direttivo è costretto a dissolversi per il prepotere di forze soverchianti [...]. Dalla liberazione di Roma ci attendevamo un più vasto respiro di libertà. Ma questo respiro è stato soffocato [141]."

La decisione dei sindacalisti della CGL di trasferire la lotta di classe all'interno del sindacato unitario potrebbe rappresentare un pericolo per il Patto di Roma. Il comunista Di Vittorio, riferendosi al convegno di Napoli, dichiara preoccupato che

"la mozione votata [...] è pur sempre una mozione di carattere scissionista, perché con l'affermazione del postulato della lotta classista accentua, in questo senso, le posizioni di una parte delle forze proletarie e mira a provocare la scissione con i democristiani che non possono seguire su questo piano il sindacalismo [142]."

È l'ultima occasione in cui si criticano aspramente coloro che concepiscono il sindacato svincolato da ogni influenza dei partiti democratici ed impostato su una linea di classe. In realtà, però, i dirigenti del sindacato napoletano negavano solamente la sudditanza verso i partiti che accettavano la politica di "unità nazionale".

Come si è già visto, e come vedremo meglio più oltre, solidi legami si erano stabiliti tra alcuni dirigenti e militanti della CGL e alcune organizzazioni politiche di estrema sinistra. Sarà su questo terreno che in certo senso continuerà la storia della CGL.

Dino Gentili, presentandosi al Convegno di Roma del 15 settembre come delegato della Federazione dei Tessili, tenta invano di farsi ascoltare. I dirigenti comunisti della CGIL faranno votare una mozione con la quale si decide di non ammetterlo nemmeno nella sala [143].

Oltre a ciò, si verificava un altro episodio. Dopo il convegno di Napoli del 27 agosto, che aveva deciso lo scioglimento della CGL, la Camera del Lavoro della città aveva chiesto alle autorità Alleate l'autorizzazione a continuare la pubblicazione di «Battaglie Sindacali» sotto la direzione di Di Bartolomeo (in base al voto emesso dal Consiglio delle Leghe). E gli Alleati avevano acconsentito [144]. Tuttavia il Partito Comunista - testimonia Di Bartolomeo - non solo si oppose a questa decisione, ma domandò addirittura l'esclusione del direttore responsabile. Gli esponenti della tendenza socialista contestarono la pretesa dei comunisti.

"Ma tutto fu inutile, il deliberato della Camera Confederale del Lavoro di Napoli venne sostituito da quello del PCI [145]."

Gli Alleati revocarono l'autorizzazione alla pubblicazione del giornale diretto da Di Bartolomeo [146] . «Battaglie Sindacali» continuò ad uscire allora sotto la direzione del comunista ortodosso Clemente Maglietta, promosso poco dopo segretario della Camera del Lavoro di Napoli. Prima di Maglietta, la segreteria politica della CdL era stata affidata temporaneamente al comunista Leonardis, fascista convinto sino al 25 luglio [147].

Terminava così, in questo tragico biennio, un'esperienza unica in Italia. Da una parte, i lavoratori avevano dimostrato di sapersi organizzare su basi autonome per difendere i loro interessi, anche se in modo contraddittorio e confuso; dall'altra, la coalizione delle forze politiche cercò con tutti i mezzi di sottomettere il movimento di classe agli interessi nazionali.

La CGIL, a coronamento di questa operazione, veniva accolta dagli Alleati come la forza vincitrice ed accreditata come la sola «rappresentante del lavoro italiano» [148].

Ma, a Napoli, la sua vittoria non fu facile e, soprattutto, non fu immediata. Il nuovo sindacato fece fatica a farsi riconoscere come l'unica organizzazione dei lavoratori. La perdurante influenza della disciolta CGL nel servizio pubblico e la sua esperienza di lotta fra i metalmeccanici «costituivano alcuni fattori che contrastavano l'egemonia della CdL» [149].

Indicativa è la difficoltà a costituire federazioni di categoria associate alla nuova CdL laddove esistevano precedenti organizzazioni, È il caso, ad esempio, della federazione regionale dell'arte bianca (mugnai e pastai) e della Libera Unione dello Spettacolo [150].

Nel settore dei servizi pubblici (postelegrafonici, ferrovieri ed ospedalieri) l'influenza del vecchio sindacato rimase notevole. L'organizzazione di questo settore si contrappose per un certo periodo alla nuova CdL [151]. E ancora nel luglio del 1945 l'esecutivo della CdL discuteva sulla necessità di ristrutturare la Federazione dei Pubblici Servizi, sulla quale aveva una pesante influenza la minoranza sindacale [152].

Nel servizio pubblico si ha in questo periodo il maggior numero di scioperi "selvaggi", cioè non programmati dalla CdL. Ripetuti scioperi consimili si hanno tra i ferrovieri, i dipendenti dell'acquedotto e, soprattutto, tra i comunali e gli statali. Il democristiano Tortorelli, segretario della Federazione degli Statali, ad esempio, nell'agosto del '44 si lamenta di non riuscire a contenere uno sciopero nel suo settore [153].

I ripetuti scioperi non ufficiali che si verificano nel napoletano e la continua esistenza di organizzazioni dissidenti fanno ritenere che il ruolo della CGIL a Napoli, sino all'immediato dopoguerra, sia alquanto limitato [154].

Dopo lo scioglimento della CGL alcuni esponenti dell'organizzazione rifluiscono all'interno della componente socialista della CGIL e vengono eletti nell'Esecutivo della CdL, fino al primo Congresso, che si svolge nel giugno del 1945 [155].



You are here: Archivio Storico Miscellanea (arch. stor.) Miscellanea La Confederazione Generale del Lavoro - La svolta

News lotte in corso

News dal ventre della balena

News feedback