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Tempo di lavoro, tempo di vita - Produzione di semplici valori d'uso

Indice
Tempo di lavoro, tempo di vita
Produzione di semplici valori d'uso
OGGI
Due ore e mezza al giorno
Regolamentazioni capitalistiche dell'orario
Produttività crescente
Unità di misura: il pane quotidiano
DOMANI
Irreversibilità dei processi sociali
Massa umana emarginata e non sfruttata
Eliminazione cosciente di tempo di lavoro
Eliminare le attività anti-umane
Spreco e tempo di lavoro
Tutte le pagine

Produzione di semplici valori d'uso

Perciò per millenni, nelle società antiche e fino al sorgere delle prime manifatture e dei relativi commerci sviluppati, il lavoro coincise con la vita, il cui trascorrere poteva essere penoso o meno, ma non era scisso in tempi separati. La diversa natura del lavoro appare invece in tutta evidenza nelle società urbane che segnano la transizione tra il comunismo primitivo e il modo di produzione schiavistico vero e proprio. Tra di esse ve n'erano che possedevano già forme evolute di scrittura e che ci hanno tramandato la memoria della loro vita quotidiana, anche se l'archeologo di oggi non può fare a meno di proiettarvi elementi dell'ideologia attuale (con un comico effetto simile a quello ottenuto dai moderni fumetti sugli "Antenati", che vivono nelle caverne ma con lo stile di vita di oggi). Ogni attività, compreso il lavoro svolto per altri, riempiva l'esistenza, perciò la separazione fra le parti della giornata rientrava nell'alternarsi naturale di attività e riposo. Il lavoro era inteso come attività per ottenere un semplice valore d'uso, non poteva essere neppure concepito come mezzo per produrre valore di scambio. Che ci si dedicasse all'agricoltura, alla produzione di oggetti o a ritemprare le forze, lo scorrere del tempo "lavorando" era la condizione naturale dalla nascita alla morte. Gli uomini costruivano personalmente i pochi oggetti utili a sé e agli altri e solo le eccedenze venivano scambiate. Se era necessario scavare un canale, tutta la società si metteva all'opera finché non fosse terminato; se il re costruiva una nuova città radunava la popolazione e ne utilizzava il tempo disponibile rispetto all'attività agricola; alla fine, quel prodotto del lavoro non era di qualcuno in particolare. Le lingue pre-classiche non solo non avevano il corrispondente di "operaio" ma non avevano ancora neppure la parola "schiavo": solo un generico termine indicava la dipendenza di qualcuno da qualcun altro e anche il re era servo degli dei. Tra l'altro, nelle fasi più antiche, era miserabile l'uomo "libero" (pastore, cacciatore, contadino, ecc.) mentre il "servo" (scriba, artigiano, musico), che partecipava alla vita dei re e dei funzionari, era un privilegiato.

Quando un traduttore di scritture antiche scrive "operai", in genere mette il termine tra virgolette anche quando nel testo si parla di uomini che ricevono un corrispettivo per il loro lavoro, in genere applicato alla costruzione di opere "pubbliche". E comunque il lavoro veniva pagato sempre in beni di consumo per la sopravvivenza dei lavoratori e della loro famiglia, collettivamente, non in base alla quantità di lavoro erogato dagli individui.

Era normale che degli artigiani venissero utilizzati per il raccolto e, al contrario, dei contadini venissero chiamati alla costruzione di mura e canali. La divisione del lavoro era assai primitiva, per cui anche la divisione del tempo non corrispondeva affatto a ciò che ha in mente l'uomo moderno: ciò che noi chiamiamo "giornata lavorativa" non avrebbe avuto alcun senso. Il "vasaio" o il "carpentiere" erano uomini che, come tutti gli altri, si dedicavano ad una produzione sociale; le loro particolari abilità artigiane erano utilizzate soprattutto per attività sporadiche. Insomma, Giuseppe non aveva la "bottega da falegname". Naturalmente le specializzazioni esistevano anche allora, specie in società rigidamente stratificate come quelle del Medio Oriente. Ma le "fabbriche" rinvenute in Egitto e in Mesopotamia erano prerogativa del palazzo reale e consistevano in luoghi appositi dove erano riuniti gli artigiani agli ordini dell'autorità centrale. Questo avveniva, ad esempio, in particolare per la metallurgia che, dovendo utilizzare grandi quantità di energia, ricorse a lavoro "pubblico" fino a tempi recenti.

I cataloghi degli archivi giunti fino a noi, conteggiano meticolosamente uomini, animali e oggetti, registrano il tempo lungo il quale essi rimanevano a disposizione, ma non ci dicono mai quante ore di lavoro fosse "costata" un'attività e tantomeno quanto "valesse". Con i Greci e soprattutto con i Romani prendono piede forme di industria in grande stile, quindi di specializzazione e di utilizzo del tempo conseguenti; ma anche in questo caso la divisione tra giornata lavorativa e non lavorativa è sconosciuta: solo la necessità di riprendere le forze, di partecipare alla vita sociale, di combattere o di viaggiare, interrompono l'attività di "lavoro", non certo una convenzione sociale che divida la giornata in orari. Questa condizione si mantiene per tutto il medioevo e fino alle soglie della grande rivoluzione produttiva e demografica del XVII secolo. Nella Francia medioevale si lavorava mediamente 3.500-4.000 ore quindi poco più di 150 giorni l’anno (Kula). Ancora nel '600, sempre in Francia, il maresciallo Vauban censì 140 giornate complete di non-lavoro (52 domeniche, 38 feste varie, 50 giorni di blocco per il gelo) più le vigilie, per un totale di 175 giorni. L'orario non era mai prefissato, coincidendo in genere con le ore di luce dall'alba al tramonto. Cent’anni dopo, Voltaire, filosofo latifondista, lamentava "la proliferazione di feste locali, pregiudizievoli a un’attività economica conveniente… sulle mie terre i contadini non lavorano che per otto mesi l’anno". Ad abolire le 90 festività avrebbe provveduto la borghesia rivoluzionaria, in nome d’un "pelosissimo anticlericalismo" (Lafargue). Il trionfo giacobino avrebbe anche recato, in sostituzione della settimana, la decade operosa: un solo riposo festivo ogni dieci giorni (Toti).

Come si vede, il progresso magnificato dall'interessata ideologia dell'ultima classe dominante non ha regalato all'uomo la libertà che più conta, quella dal lavoro coatto, svolto per di più lungo una giornata lavorativa che non si è affatto accorciata, dato che oggi nel mondo si lavora, nel complesso, più che nel Medioevo, anche senza tener conto del gran dispendio di tempo dovuto agli spostamenti per raggiungere il luogo di lavoro.

La prossima rivoluzione conoscerà di nuovo l'unità tra lavoro e vita ma non sarà un "ritorno" al passato, sarà un balzo verso l'eliminazione del lavoro come "pena", verso la trasformazione in tempo di vita di tutta l'esistenza attiva dell'uomo.



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