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Tempo di lavoro, tempo di vita - OGGI

Indice
Tempo di lavoro, tempo di vita
Produzione di semplici valori d'uso
OGGI
Due ore e mezza al giorno
Regolamentazioni capitalistiche dell'orario
Produttività crescente
Unità di misura: il pane quotidiano
DOMANI
Irreversibilità dei processi sociali
Massa umana emarginata e non sfruttata
Eliminazione cosciente di tempo di lavoro
Eliminare le attività anti-umane
Spreco e tempo di lavoro
Tutte le pagine

OGGI

La battaglia che il proletariato ha ingaggiato da un paio di secoli per accorciare la durata della giornata lavorativa fa parte del patrimonio storico di tutta l'umanità. Quella che oggi normalmente viene considerata una rivendicazione di tipo sindacale fra tante è, in realtà, una delle maggiori conquiste che la nostra specie dovrà realizzare. L'uomo futuro non si accontenterà di aumentare semplicemente il cosiddetto tempo libero, ma eliminerà dalla sua stessa vita quelle attività che la maggior parte della specie dedica da millenni a un'infima frazione di sé stessa e, nello specifico modo di produzione capitalistico, esclusivamente alla valorizzazione del capitale. Non solo, ma sarà eliminata anche quella, altrettanto disumana, che l'uomo dedica alla realizzazione di tale valore, cioè al consumo dissennato di merci di ogni tipo. Perciò l'eliminazione di tempo di lavoro, che oggi significa disoccupazione, sarà una conquista del proletariato, non solo per sé ma per tutta la specie umana.

Fino al 1962, anno in cui ebbe termine definitivamente il famigerato "patto del lavoro" tra Stato e sindacati per la ricostruzione postbellica, il tempo di lavoro in Italia era "parametrato" a 200 ore mensili (cioè un mese medio valeva 200 ore di lavoro nei calcoli per liquidazioni, permessi, ferie ecc.). La prassi comune prevedeva all'incirca una giornata lavorativa di nove ore al giorno con un sabato lavorativo di cinque ore per gli operai, mentre in molte fabbriche era previsto un trattamento migliore per gli impiegati (otto ore al giorno e cinque al sabato, sempre rapportate a 200 ore mensili, quindi, cadauna, pagate di più). In Francia, Germania e Inghilterra la situazione era, grosso modo, simile. C'erano una dozzina di festività (ma negli altri paesi tranne Spagna e Portogallo molte meno) ed era previsto quasi ovunque un minimo di due settimane di ferie che aumentavano con l'aumentare dell'anzianità. Nell'anno le ore di lavoro erano dunque circa 2.400, un numero altissimo.

Dopo l'ondata di scioperi contrattuali del 1969-70, il contratto pilota dei metalmeccanici rapportò il salario a 173 ore mensili per tutti, operai e impiegati, mentre furono cancellate alcune festività che divennero giorni di recupero a data variabile e fu regolamentato il ricorso agli straordinari.

Attualmente la durata della giornata lavorativa è dunque di otto ore medie per un totale di 1.900 circa all'anno. Si tratta di un dato del tutto teorico perché, nell'alternarsi storico degli alti e bassi rivendicativi del proletariato, oggi la durata del lavoro è quasi del tutto indipendente dalle regolamentazioni, che continuano ad esistere nei contratti collettivi, ma che diventano lettera morta di fronte a una serie di deroghe e di alternative al rapporto contrattuale stesso (contratti di formazione, assunzioni a tempo determinato, collaborazioni non continuative, lavoro interinale, ecc.).

Il prolungamento oggettivo della giornata lavorativa ha oggi effetti diversi che nel passato. Esso non avviene più in un mondo arretrato dove masse di uomini sono strappate alla terra e avviate alla fabbrica, dove basta aumentare il numero degli operai e farli lavorare per più tempo per aumentare il plusvalore; oggi le molte ore di lavoro si accompagnano all'introduzione di processi produttivi modernissimi e scientificamente organizzati, per cui una quantità enorme di plusvalore viene ottenuta con il doppio sfruttamento, assoluto e relativo (produrre più a lungo e con macchine e procedure che aumentano il rendimento del lavoro). Il risultato immediato è che il lavoro produttivo è sempre più concentrato su pochi individui, mentre il resto della popolazione si dedica ai lavori inutili dell'immenso sciupìo sociale, oppure rimane semplicemente disoccupata.

Una parte sempre più alta della popolazione mondiale risulta del tutto superflua. E l’aggettivo non ha nulla a che fare con le chiacchiere sul controllo demografico: in questa società la sovrappopolazione è "relativa", cioè è un sovrappiù di umanità solo relativamente alla possibilità del Capitale di utilizzare forza-lavoro. Il rapporto fra lavoratori produttivi e massa improduttiva si dà sempre in percentuale, mai in cifre assolute di uomini viventi sulla crosta terrestre. La questione dell'equilibrio fra numero di uomini e spazio esistente sulla Terra si pone da parte nostra secondo criteri completamente diversi rispetto a quelli degli ecologisti o dei seguaci delle religioni: non è un problema di numero assoluto e nemmeno di rapporto fra uomo da una parte e natura dall'altra, ma di visione globale che integri uomo e natura in un tutto inscindibile, come del resto è stato per milioni di anni, e come lo sarà ancora con l'utilizzo di maggiori conoscenze future. Ovviamente ogni crescita di tipo esponenziale, ecologisti o meno, è in contraddizione, nel tempo, con qualsiasi armonia uomo-natura.



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