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Tempo di lavoro, tempo di vita - Due ore e mezza al giorno

Indice
Tempo di lavoro, tempo di vita
Produzione di semplici valori d'uso
OGGI
Due ore e mezza al giorno
Regolamentazioni capitalistiche dell'orario
Produttività crescente
Unità di misura: il pane quotidiano
DOMANI
Irreversibilità dei processi sociali
Massa umana emarginata e non sfruttata
Eliminazione cosciente di tempo di lavoro
Eliminare le attività anti-umane
Spreco e tempo di lavoro
Tutte le pagine

Due ore e mezza al giorno

Nel suo libro La donna e il socialismo, Bebel ricorda i calcoli di un economista austriaco dell'ottocento, T. Hertzka, il quale nel suo libro Le leggi del progresso sociale, procede ad una "ricerca esattissima" su quale fosse l'energia lavorativa necessaria per mantenere la popolazione dell'Austria col tenore di vita dell'epoca. Il metodo utilizzato è quello del calcolo per grandi aggregati: si suppone una fertilità media per tutta la campagna coltivata e si ricava una produzione alimentare sufficiente applicando capitale e forza-lavoro alla terra; si suppone una produttività media per tutta l'industria e si ricava la produzione necessaria all'intera popolazione, sulla quale viene distribuito il lavoro escludendo le donne, i bambini e gli anziani. Il risultato, che è certamente realistico per i dati allora disponibili, è tuttavia sorprendente per chi è assuefatto alla propaganda capitalistica della vita dedicata al lavoro: ogni uomo valido avrebbe dovuto lavorare un'ora e mezza al giorno per 300 giorni all'anno.

Naturalmente Hertzka, che è solo un "economista nazionale", come dice Bebel, e non certo un comunista, "tiene conto anche dei bisogni voluttuari delle persone più colte", perciò aggiunge la produzione di generi di lusso con i relativi addetti, portando il risultato complessivo a due ore e mezza al giorno, per 750 ore all'anno. Se confrontiamo con le 2.400 contrattuali del nostro dopoguerra o con le 1.900 attuali, abbiamo la misura reale di quanto sia sempre più aberrante la divinizzazione del lavoro in questa società, per il resto così poco propensa al divino e dedita piuttosto al triviale.

Oggi il calcolo di Hertzka terrebbe conto di altri parametri, data la generale migliore organizzazione del lavoro, la socializzazione spinta della produzione e l'integrazione fra le sfere produttive dovuta alla rete di comunicazioni, allora quasi ininfluente. Soprattutto terrebbe conto del fatto che questa è l'epoca di grandi interventi dello Stato in campo sociale, per cui è già effettiva una certa distribuzione del lavoro, anche se ovviamente fondata su criteri di salvaguardia della produzione di plusvalore e di ammortizzazione sociale.

Criteri di distribuzione sociale del lavoro fanno parte anche del bagaglio di alcune frange sindacali, le quali, rivendicando la diminuzione del tempo di lavoro, chiedono unicamente che venga distribuito l'orario su un numero maggiore di operai, con il conseguente abbassamento del numero di ore per ciascun operaio ("lavorare meno, lavorare tutti"). Si tratta di una corrente che prese forma negli anni '70, ma non riuscì a radicalizzarsi e a formalizzarsi in quanto, non facendo della sua propria battaglia un punto di principio, si perse in fumose dimostrazioni di compatibilità di una tale richiesta con il sistema capitalistico. Non solo, quindi, si era ben lontani dal coraggio di un Hertzka nell'affrontare alle radici il problema, ma tutta la discussione risentiva delle sue origini presso gli ambienti del sindacalismo cattolico, per cui il problema della distribuzione del lavoro diventava una questione solidaristica di stampo morale.

Nella rivendicazione classica la diminuzione di orario è indipendente da ogni considerazione di distribuzione del lavoro e quindi dalla sostenibilità rispetto al sistema; inoltre il concetto di solidarietà non ha nulla a che fare con categorie morali in quanto alla riduzione della giornata lavorativa è sempre affiancata un'altra rivendicazione assolutamente complementare, quella del salario ai disoccupati: le due rivendicazioni non possono essere separate. Aspettarsi una riduzione dell'orario di lavoro dalla dimostrazione che in tal modo si diminuisce la disoccupazione è poco realistico, come abbiamo visto, ma è anche più assurdo rivendicare la difesa dei posti di lavoro che il capitalismo irreversibilmente cancella. Anche a prescindere dal significato classista della rivendicazione "tradizionale", dal punto di vista strettamente riformistico borghese sarebbe più razionale pagare direttamente i disoccupati che tenere in piedi una pletora di attività non più produttive e ingigantire nei bilanci ogni sorta di trasferimenti di valore (negli anni '60 anche l'apertura della nuova fabbrica di automobili Alfasud fu considerata dalla Sinistra Comunista un mero trasferimento di valore e non un investimento produttivo).

La giornata lavorativa in Occidente è stabilizzata da anni intorno alle 40 ore contrattuali e sembra che la barriera sia invalicabile. Ovunque l'orario di lavoro sia al di sotto di tale limite per condizioni contrattuali migliori o per la nocività e durezza delle mansioni, è perché sono state introdotte scappatoie che consentono una grande "flessibilità" nello sfruttamento. Negli Stati Uniti l'orario nei servizi (che coprono il 75% del PIL) è in genere dalle 9 alle 17 con un intervallo variabile da mezz'ora a un'ora, ma non c'è praticamente nessuno che si limiti a quelle sette-sette ore e mezza, tutti fanno straordinari, pagati poco più del normale.



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