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Tempo di lavoro, tempo di vita - Regolamentazioni capitalistiche dell'orario

Indice
Tempo di lavoro, tempo di vita
Produzione di semplici valori d'uso
OGGI
Due ore e mezza al giorno
Regolamentazioni capitalistiche dell'orario
Produttività crescente
Unità di misura: il pane quotidiano
DOMANI
Irreversibilità dei processi sociali
Massa umana emarginata e non sfruttata
Eliminazione cosciente di tempo di lavoro
Eliminare le attività anti-umane
Spreco e tempo di lavoro
Tutte le pagine

Regolamentazioni capitalistiche dell'orario

In Francia, dal gennaio di quest'anno è in vigore la legge sulle 35 ore (lo sarà dal gennaio 2002 per le aziende con meno di 20 dipendenti), ma le possibilità di applicare comunque un orario più lungo sono tali che in pratica la legge funziona più che altro come regolamentazione delle ore straordinarie, peraltro pagate solo il 10% in più di quelle ordinarie. La legge è del tutto generica, non specifica altro che il campo di applicazione e gli sgravi fiscali per le aziende, lasciando alla contrattazione fra industria e sindacati ogni normativa specifica. Non stupisce quindi che, ancor prima dell'approvazione definitiva, vi fossero molte aziende che applicavano in anticipo i criteri della legge a venire, con 2.418.300 lavoratori già soggetti all'orario di 35 ore, cioè circa il 30% di tutti coloro che lavoravano in aziende con più di 20 dipendenti. Stupisce ancor meno che il primo effetto pratico della legge sia stato quello di rendere ancor più flessibile lo sfruttamento della forza-lavoro attraverso le deroghe ai contratti precedenti.

In Germania vi sono state molte riduzioni di orario locali, la più nota delle quali è quella della Volkswagen, dove l'orario è stato abbassato a 28 ore settimanali, con una riduzione salariale limitata, cioè non proporzionale al taglio di ore; molte fabbriche hanno adottato le 32 ore settimanali.

Le cifre dimostrano che un conto è varare un piano sociale per la diminuzione generalizzata d'orario, un altro è organizzare quest'ultima all'interno di una fabbrica. Mentre il ministro del lavoro francese afferma che la legge sulle 35 ore ha prodotto per ora 200.000 nuovi posti di lavoro, la Volkswagen dichiara di averne salvati circa 30.000. Come si vede c'è una sproporzione notevole: 200.000 su circa 26 milioni di occupati francesi (+0,76%) e 30.000 su 250.000 occupati della fabbrica automobilistica (+12%); questo significa che il meccanismo della riduzione di orario può essere controllato meglio, rispetto al risultato, entro il perimetro di un'unità organizzata come l'industria, che è in grado di pianificare scientificamente le conseguenze, piuttosto che nella società capitalistica intera, per definizione anarchica e imprevedibile. Ma significa soprattutto che l'industria è in grado di riassorbire quando vuole ogni riduzione di orario ottenuta in cambio della mano libera sul piano della "flessibilità".

Del resto regolamentazioni e leggi che non sono volute dai lavoratori ma imposte dalle esigenze del capitalismo non potevano essere nulla di diverso, e di per sé gli episodi non ha per i comunisti nessuna rilevanza sindacale anche se è interessante osservare come sia necessario escogitarne di tutti i colori per aumentare lo sfruttamento: persino una legge che a parole lo abbassa. Il problema della giornata lavorativa per i comunisti non è mai di tipo puramente sindacale, perciò non consiste in una media di ore lavorative stabilite da un contratto (che in ogni caso – l’abbiamo visto – dimostra come oggi si lavori individualmente più che nella preistoria o nel medioevo), ma piuttosto nel sottrarre i proletari al Capitale, sia dal punto di vista della loro esistenza fisica dentro la fabbrica, sia dal punto di vista dell'ideologia del consumo fuori di essa. "Come 'l’onesto frutto del lavoro' – avvertivano Marx ed Engels – così anche 'l’ozio pieno di godimenti' è volgare concezione borghese" (L’ideologia tedesca).

Quanto potrebbe sopportare l'attuale sistema in termini di riduzione assoluta (vale a dire di ore effettivamente eliminate) dell'orario? E' possibile fare un calcolo rispetto alla situazione così com'è per misurare in termini reali quale potrebbe essere la forza sociale liberata dalla rivoluzione? Si tratta, in prima approssimazione, di mettere le basi per un calcolo del tipo ricordato da Bebel con l'esempio del professor Hertzka, aggiornato con i dati della forza produttiva sociale odierna, quindi un calcolo non "nostro". Come vedremo, le strutture rivoluzionarie non faranno lo stesso calcolo dell'economista borghese, neppure per rilevare soltanto quanto risparmio di energia lavorativa si potrebbe attuare nel periodo immediatamente successivo alla manifestazione politica repentina della rivoluzione, la conquista del potere.



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