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Tempo di lavoro, tempo di vita - Produttività crescente

Indice
Tempo di lavoro, tempo di vita
Produzione di semplici valori d'uso
OGGI
Due ore e mezza al giorno
Regolamentazioni capitalistiche dell'orario
Produttività crescente
Unità di misura: il pane quotidiano
DOMANI
Irreversibilità dei processi sociali
Massa umana emarginata e non sfruttata
Eliminazione cosciente di tempo di lavoro
Eliminare le attività anti-umane
Spreco e tempo di lavoro
Tutte le pagine

Produttività crescente

Un qualsiasi paese moderno ha un potenziale di lavoro di circa il 65% della popolazione, calcolando l'età lavorativa dai 16 ai 65 anni, la formazione professionale e scientifica oltre l'età minima, la necessità della riproduzione biologica (maternità) ecc. In Italia vi sono circa 39 milioni di persone in età di lavoro e 23 milioni di occupati. Fra questi ultimi 6 milioni sono "indipendenti", cioè industriali, professionisti, artigiani, negozianti ecc. e 7 milioni sono "improduttivi", adottando la definizione di Marx, cioè sono addetti ad attività che non producono plusvalore, come i dipendenti delle amministrazioni pubbliche, gli insegnanti, i militari, preti, ecc. Questo particolare paese ha un aspetto sociale un po' trasandato, ma i dati dimostrano che ha una struttura industriale dalla produttività altissima rispetto ad altri paesi comparabili. Gli "indipendenti" italiani sono il triplo di quelli tedeschi e danesi, il doppio di quelli francesi, inglesi, svedesi e olandesi; i non produttivi sono pletorici anche rispetto agli altri paesi moderni, tranne gli Stati Uniti, che vivono abbondantemente su plusvalore altrui dimostrando anche per questa via la loro funzione imperialistica globale. In Italia, il fatto che la massa degli "improduttivi" sia grande (13 milioni di persone), significa che chi produce il plusvalore, il proletariato, è molto sfruttato o, detto in altri termini, ha una produttività molto alta rispetto agli altri paesi.

In termini puramente numerici, tutto il prodotto italiano è il risultato del lavoro di 10 milioni di persone su 59. La Germania, che ha quasi il 50% di occupati sul totale della popolazione (38,5 milioni in tutto su 81), pochi indipendenti, molti addetti all'industria, un'amministrazione efficiente e un PIL per abitante paragonabile a quello italiano (in Unità Standard di Potere d'Acquisto), ha evidentemente una più bassa produttività media del lavoratore singolo. Vale a dire che gli addetti alla produzione propriamente detta per unità di prodotto sono più numerosi. Gli Stati Uniti sono in una situazione analoga a quella tedesca. Ci serviamo quindi dei dati di un paese che non gode di una gran fama nel campo industriale e tecnologico, ma che è ben maturo per il salto nella società futura.

Per l’economia italiana, modelli econometrici e modelli dinamici al computer hanno mostrato che una riduzione generalizzata dell'orario a 35 ore settimanali (cioè il passaggio da 1.900 a 1.600 ore annuali) comporterebbe un aumento di circa 860.000 "unità di lavoro standard aggiuntive", un aumento dell'inflazione (che salirebbe dal 2-3% annuo al 4,5%) e una modesta perdita di competitività nei confronti dei paesi che non diminuiscono l'orario, perdita riassorbibile con piccoli interventi di riorganizzazione sulle infrastrutture per aumentare la produttività globale (alla tedesca). I modelli in questione, però, sono estremamente sensibili ai dati in ingresso, quindi (scienza dell'economia politica!) forniscono gli esiti più disparati a seconda di come si specificano i criteri della domanda di lavoro. Detto in altre parole: se è vero che una politica statale riesce a recuperare competitività verso l'estero modernizzando le infrastrutture, è anche vero che una politica industriale riesce a recuperare produttività modernizzando la propria organizzazione interna, ergo riesce a non assumere nuovi lavoratori. Il risultato, com'è ovvio, dipende da che cosa si immette nel computer e questo riguarda la politica e l'ideologia più che l'aritmetica.

Con i dati che la statistica borghese ci mette a disposizione si possono fare solo schemi molto generali, ma già con quelli che abbiamo citato possiamo osservare un fenomeno interessante. Sappiamo che i 23 milioni di occupati – al modello non importa se sono produttivi o improduttivi – lavorano ognuno 40 ore settimanali; sappiamo altresì che nei modelli econometrici diventano 23.860.000 se li facciamo lavorare per sole 35 ore. Vale a dire che diminuendo di un ottavo (12,5%) la giornata lavorativa aumenterebbero gli occupati di un ventisettesimo (3,6%). Quindi un governo che volesse recuperare sul serio la disoccupazione con quel metodo non andrebbe lontano, dato che più diminuisce la giornata lavorativa, meno aumentano gli occupati. Non sappiamo se il modello citato (cfr. G. Lunghini in bibliografia) abbia tenuto conto della produttività o di altro, ma è certo che registra ciò che succede nella realtà: invertendo artificialmente la tendenza storica alla diminuzione del numero di occupati, la produttività non rimane quella di prima bensì cresce, perciò la diminuzione di orario non provoca un aumento proporzionale degli occupati. Ciò è provato dall'andamento storico delle curve della produzione e del lavoro che, disegnate con i dati reali, divergono nel tempo assumendo l'aspetto della classica forbice, come notammo a suo tempo con il lavoro sull'accumulazione.

Se prendessimo per buoni i dati degli studiosi borghesi e presupponessimo una dinamica lineare (cosa impossibile nella realtà), avremmo che con un altro ottavo in meno (30,63 ore) si arriverebbe ad ottenere un altro ventisettesimo in più di occupati, che salirebbero a 23.828.000, e così via, fino ad occupare tutti i 39 milioni di italiani fra i 16 e i 65 anni non impegnati nell'esercito, in studi vari, o in maternità, constatando alla fine che per l'intera produzione nazionale basterebbero 5 ore settimanali e mezza a testa : poco più di un'ora al giorno dal lunedì al venerdì.



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