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Tempo di lavoro, tempo di vita - DOMANI

Indice
Tempo di lavoro, tempo di vita
Produzione di semplici valori d'uso
OGGI
Due ore e mezza al giorno
Regolamentazioni capitalistiche dell'orario
Produttività crescente
Unità di misura: il pane quotidiano
DOMANI
Irreversibilità dei processi sociali
Massa umana emarginata e non sfruttata
Eliminazione cosciente di tempo di lavoro
Eliminare le attività anti-umane
Spreco e tempo di lavoro
Tutte le pagine

DOMANI

Lasciamo al lettore il calcolo del saggio di plusvalore che risulta dal confronto tra la sua paga oraria lorda e le 60.000 lire medie risultanti dalla nostra breve escursione tra le cifre prodotte dalla statistica ufficiale e ci addentriamo nella società che esce dalla rivoluzione vittoriosa e vara il suo programma immediato.

La traccia che stiamo seguendo prevede la riduzione della giornata lavorativa "almeno alla metà delle ore attuali", l'"assorbimento della disoccupazione" e l'"eliminazione delle attività antisociali". Essendo il compendio di una riunione mai riportata per esteso, è una traccia molto sintetica e quindi non entra nei dettagli. Proveremo a farlo qui, tenendo conto di quasi mezzo secolo di ulteriore sviluppo della forza produttiva sociale.

Ogni rivoluzione politica non è che la soluzione discontinua, catastrofica, di un accumulo continuo di condizioni precedenti. E questo accumulo nel tempo, più la sua soluzione politica, più il processo successivo di trasformazione, possiamo chiamarlo complessivamente con lo stesso termine rivoluzione, senza aggettivo, oppure col termine che utilizza Marx per definire questo divenire: comunismo. La rivoluzione politica è quindi un accadimento repentino che nega la società precedente e fa scattare l'umanità in un'epoca nuova. Nello stesso tempo, le condizioni precedenti non scompaiono d'un tratto, ma richiedono l'intervento di un progetto (rovesciamento della prassi, possibilità di applicare finalmente la volontà nelle questioni sociali) per riplasmare tutti gli aspetti della vita sociale. Se ci si limitasse a concepire i compiti della rivoluzione politica come mera applicazione di un modello precostituito, proposto da uomini geniali o da partiti potenti al resto dell'umanità, non ci si scosterebbe in nulla dalle varie utopie sorte in tutte le epoche della storia umana.

Invece la differenza c'è ed è grande: la rivoluzione politica spacca l'involucro in cui è imprigionata la nuova società e le permette di manifestarsi in tutta la sua potenza. Michelangelo diceva di dar vita ai corpi scolpiti liberandoli dalla materia in cui erano imprigionati, ed era una metafora platonica, di qualità ben superiore ai modelli creati dagli utopisti: la nostra metafora è piuttosto quella di una forma nuova che nasce per negazione di quella vecchia, come una farfalla scaturisce dalla carcassa di un bruco, in un lavorìo della natura in cui il partito rappresenta il programma genetico della nuova forma sociale.

Il bruco capitalista cammina ancora, ma è un cadavere ambulante, nient'altro che un involucro che ha svolto la sua funzione e deve lasciare sviluppare la potenza del suo contenuto (Lenin). Per questo ciò che caratterizza il proletariato come classe rivoluzionaria (attraverso il partito che ne rappresenta l'organo politico nel divenire del comunismo), è la comprensione che l'utopia non è necessaria, che le forze del divenire sociale scaturiscono materialmente da ciò che esiste e che deve morire, che l'atto politico rappresenta "semplicemente" la rottura di un momento particolare, possibile solo perché esiste tutta la storia precedente. Il movimento comunista nasce dal fatto che esiste questa storia e, con esperienze alterne, si muove nella direzione della società futura, la rappresenta in quella presente, la anticipa nelle fasi di potente ascesa dello scontro di classe. Come abbiamo detto tante volte, la rivoluzione politica non crea dal nulla una nuova situazione ma abbatte le barriere che impediscono alla nuova società di manifestarsi, di liberarsi dalle catene di quella vecchia.

Perciò, domani, la riduzione della giornata lavorativa, come tante altre realizzazioni immediate, non sarà tanto il risultato di un decreto emanato da un governo, quanto quello della liberazione di una potenzialità già data dallo sviluppo della forza produttiva sociale nella fase capitalistica precedente. Solo una concezione rozza e pre-comunista può far ipotizzare una dittatura del proletariato che ottiene risultati rivoluzionari per mezzo dei decreti emanati dai commissari del popolo. Non è importante la forma, i decreti ci saranno, ma essi saranno dettati dall'effettiva esplosione di possibilità prima frenate, e uno Stachanov non sarà neppure immaginabile.

La società capitalistica ha già eliminato in abbondanza tempo di lavoro. Macchine, organizzazione scientifica, applicazione di nuove teorie alla dinamica del sistema produttivo, integrazione dei mercati e quindi delle produzioni e persino del proletariato mondiale, passaggio dall'industria pesante alle nuove produzioni sempre più "leggere" e addirittura smaterializzate: tutto ciò ha oggettivamente liberato l'uomo dalla necessità di lavorare per molte ore.

Non ha nessuna importanza, dal punto di vista della società nuova, che oggi il capitalismo inventi sempre nuove occupazioni, per le quali la teoria economica trova le giustificazioni che le sono più opportune; l'importante è che esse non avranno ragione d'essere in una società che non ha bisogno di inventare "teorie dell'occupazione" per contrastare la "disoccupazione". In una società che impegna tutti i suoi componenti nella produzione, nella distribuzione in armonia con l'ambiente in cui esse avvengono senza avere la nozione di "costo" e neppure di "valore", il tempo di lavoro corrisponderà al tempo di vita. Così fu per milioni di anni, e questa volta lo sarà in modo cosciente, attraverso tutte le conquiste nel frattempo intervenute.



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