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Tempo di lavoro, tempo di vita - Irreversibilità dei processi sociali

Indice
Tempo di lavoro, tempo di vita
Produzione di semplici valori d'uso
OGGI
Due ore e mezza al giorno
Regolamentazioni capitalistiche dell'orario
Produttività crescente
Unità di misura: il pane quotidiano
DOMANI
Irreversibilità dei processi sociali
Massa umana emarginata e non sfruttata
Eliminazione cosciente di tempo di lavoro
Eliminare le attività anti-umane
Spreco e tempo di lavoro
Tutte le pagine

Irreversibilità dei processi sociali

Oggi la tecnologia produce l'assillo dell'occupazione e questo produce a sua volta teorie per la "creazione" di posti di lavoro. Domani l'obiettivo sarà di eliminarne il più possibile, facendo esplodere le potenzialità dell'automazione, e in genere delle nuove tecnologie, e distribuendo tra gli uomini attività finalmente umane. Di fronte alla "fine del lavoro", alcuni rari borghesi d'oggi vedono nel futuro crisi nera; altri, la maggioranza, invece vedono un cambiamento qualitativo della produzione e del mercato in grado di produrre da sé le nuove occupazioni e i nuovi posti di lavoro; fiduciosi nella "mano nascosta" regolatrice, toccasana per tutte le difficoltà, annunciano un mondo che mai ha lavorato e consumato tanto. E' naturale, questo è il problema e insieme la speranza dei borghesi. E' fin troppo ovvio osservare che in passato ci sono state crisi violente, così com'è ovvio osservare che, introdotta la macchina e licenziato l'operaio manuale, si presentava sulla scena l'operaio costruttore di macchine per mezzo di altre macchine, poi l'operaio sorvegliante di macchine automatiche in grado di autocostruirsi, poi l'operaio addetto ai mille mestieri artificiosi quanto stupidi che esistono esclusivamente per produrre e vendere merci. Su questo circolo apparentemente infinito di crisi-ripresa, reale, visibile, parte della nostra storia e ancora verosimile, si sono fondate le fortune degli economisti che guardano al passato per spiegare il presente e anche il futuro. Anche gli studi più seri non sono che osservazioni sull'andamento dei dati nel tempo e la loro proiezione nel futuro. Molti modelli si basano sull'osservazione empirica da cui si traggono descrizioni grafiche, poi si trova l'algoritmo che produca una curva corrispondente.

Pareto lo faceva con carta e matita, oggi lo si fa con i computer in simulazioni anche molto sofisticate, ma nella dinamica dei fatti sociali ciò è una fesseria gigantesca. L'economista moderno riveste le sue personali opinioni di apparati formalistici che chiama pomposamente teorie, ma anche se dovesse escogitare un modello perfetto sarà sempre un modello di capitalismo, mentre lo sviluppo della forza produttiva sociale procede verso la demolizione di questa forma sociale; non ha ritorni, solo maturazione e balzi secondo un andamento a cuspide, come ricordato dalla Sinistra Comunista. Il divenire non è ciclico e, se pure tutto il passato è contenuto nella forma sociale presente, tuttavia esso non ritorna; se insegna qualcosa è proprio nella suddetta dinamica, non nei singoli episodi che ogni buon statistico può mettere insieme e ogni buon matematico può formalizzare. Nelle biforcazioni del percorso, dove scatta la rivoluzione, il passato diventa definitivamente e irreversibilmente storia. Se esso rappresenta – deterministicamente – la necessaria premessa per il punto di svolta, non per questo può essere meccanicamente utilizzato come una serie numerica qualsiasi su cui costruire un andamento, un trend economico.

Non ci saranno infiniti passaggi nelle forme di occupazione, cioè di utilizzo della forza-lavoro, come predicano i propagandisti dell'eternità del Capitale, primo fra tutti la rivista The Economist, la bibbia del capitalista, già seguita con attenzione da Marx al suo apparire. Il capitalismo cancella tempo di lavoro effettivo, anche se, mettendosi nell'osservatorio del capitalismo sviluppato occidentale e giapponese, può sembrare che tutto si risolva in politiche di trasformazione della professionalità. Bisognerebbe andarlo a spiegare alla massa di diseredati che nel mondo vive ai margini di ogni società non semplicemente come massa di disoccupati ma come massa di uomini inutili ad ogni attività sociale. Massa di due miliardi di uomini che, di fronte ad una disoccupazione "fisiologica" oscillante intorno all'8% nei paesi dell'OCSE, aumenta in continuazione; essa non mancherà di far sentire sul serio il suo peso e non certo per una questione puramente malthusiana.

Quella massa è sottratta per sempre al ciclo naturale del rapporto fra popolazione e risorse disponibili, quindi non conoscerà processi di "autoregolamentazione" (cioè di sterminio per fame e malattia), perché il valore prodotto globalmente è tale che qualsiasi briciola di esso può mantenere, se pure in mera sopravvivenza, milioni di persone. Ecco perché è importante che nel punto del programma immediato compaia anche la necessità di eliminare le attività antisociali: nel mondo d'oggi una grande percentuale delle attività in cui si applica ancora forza-lavoro non fa più parte della produzione effettiva ma di tutto un apparato di contorno che ormai nei paesi industrializzati è cinque volte più grande (dato complessivo OCSE). La merce sta perdendo non soltanto la sua materialità, ma anche la sua natura di elemento discreto, numerabile: possiamo ancora comprare i bit di un software come "oggetto" che ci portiamo a casa, ma sempre di più la nostra vita è legata al pagamento di una tangente per qualche servizio "continuo", quindi innumerabile, canoni, affitti, leasing, mutui, come se pagassimo per vivere. A questo punto qualsiasi "cosa" può diventare merce, un processo, una situazione, un'informazione, un godimento estetico. Ecco il perché della frenesia odierna nel cercare di produrre qualsiasi cosa che sia vendibile come merce. Non importa che tipo di merce, purché possegga un valore d'uso, per quanto assurdo e anti-umano, e quindi un valore di scambio, affinché non cessi mai il flusso di plusvalore che sostiene la società intera.



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