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Questo sito nasce con l'intento di contribuire alla nascita di un Coordinamento dei Lavoratori in Lotta e perciò la discussione ed i contatti tra lavoratori sono fondamentali. Questa sezione è quindi la più interattiva. Tutti possono contribuirvi, evitando però i piagnistei sui diritti cancellati, la rassegnazione e lo spirito di sacrificio imperante. Questo è un sito di lotta e di coordinamento e questi sono i presupposti da cui vogliamo partire.

Una disuguaglianza capitale: come e perché aumenta la forbice tra le classi sociali

É noto il vecchio aforisma greco, per cui la legge è come una ragnatela che intrappola gli insetti piccoli e viene trapassata da quelli grossi. Lo stesso si potrebbe dire della crisi del capitalismo. Chi negava fino a pochi anni fa addirittura l'esistenza delle classi sociali, ora ammutolisce. Dal 2007 a oggi la forbice tra le classi si divarica sempre di più, ma non è un processo iniziato con la crisi.

Agli inizi degli anni 60, quando finiva formalmente il colonialismo, secondo i dati forniti dal Maddison project, gli abitanti delle ex colonie erano 33 volte più poveri degli abitanti dei paesi coloniali Agli inizi degli anni 2000 il divario era diventato 1 a 134. Nei paesi ricchi le cose non sono andate molto diversamente per le classi lavoratrici. Da un lato quest'ultime e tutti i settori della società che non possiedono altro che le loro braccia sprofondano sempre più nella miseria. Dall'altro lato le classi privilegiate, che già sguazzavano letteralmente nell'oro, non solo non sembrano accusare i rigori della crisi, ma secondo studi molteplici e indipendenti moltiplicano i loro patrimoni in una misura mai vista nella storia. Le otto persone più ricche del pianeta possiedono quanto 3 miliardi e mezzo di persone. Il numero di ricchi necessari per eguagliare la ricchezza di metà della popolazione mondiale è in costante diminuzione (tabella 1). Proporzioni mai viste nella storia. E che testimoniano da un lato il grandissimo dinamismo del capitale e dall'altro l'impersonale crudeltà su cui si fonda.

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Lettera di un operaio a Gad Lerner

Riceviamo e pubblichiamo:

Carissimo Gad Lerner abbiamo visto la sua trasmissione "operai" di domenica 7 maggio 2017, su Rai Play.

Sa, noi operai alla Fiat Melfi, oggi Fca, lavoriamo il sabato e la domenica notte, per cui il reportage in diretta non l'abbiamo potuto vedere e come noi anche tanti altri operai che lavorano nelle tante fabbriche dell'indotto.

Dopo la lettura di alcuni brani di Marx, facendo riferimento anche al tempo trascorso e al riposo della buonanima di quella vecchia talpa di Karl presso il cimitero Highgate a Londra, lei ha detto che "gli operai non se la passano molto bene". Se avesse detto il contrario lì, proprio dove è sepolto Marx, lo avrebbe fatto sicuramente rivoltare nella tomba. Noi per primi sappiamo che "non ce la passiamo bene" e sappiamo che pochissimi non operai in questa società comprendono cosa questo concretamente significhi.

Vogliamo dire qualcosa affrontando solo la questione che riguarda la Fiat. Troppo lunga sarebbe la lettera per affrontare tutte le questioni, compresa quella dei tanti lavoratori sfruttati nella logistica.

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In margine all'incidente occorso al Si-Cobas

È opportuno sottolineare che facciamo una distinzione fra sindacati con le loro dirigenze e operai iscritti ad essi od organizzati da essi. Se gli operai hanno fiducia in una organizzazione, fanno bene a difenderla, ed è molto positivo che si sia arrivati anche allo sciopero per questo. Quando si può si lotta insieme e se c'è modo di criticare l'operato dei bonzi lo si critica. È invece insostenibile, specie per quanto riguarda chi si collega alla Sinistra Comunista, un'altra distinzione: quella fra i grossi sindacati tricolore e i piccoli sindacati minoritari: per cui i primi sarebbero corporativi e venduti in blocco, alcuni dei secondi miracolosamente indenni. È falso: la natura di un sindacato non la decide il suo gruppo dirigente, o la buona volontà dei suoi iscritti, o qualcuno che offre appoggio esterno ma è un risultato storico. I sindacatini-fotocopia possono anche essere etichettati come sindacati di classe, ma di fatto 1) sono inutili e fanno solo confusione; 2) quando vanno alla trattativa si comportano come Nenni quando voleva portare il PSI "nella stanza dei bottoni", cioè dei comandi, fingendo di non sapere che bisogna cambiare l'impianto, non l'operatore; 3) non sono affatto più "classisti" di quelli tricolore, sono solo più piccoli, relegati in aree di nicchia dove riempiono il vuoto lasciato dai grossi e sono costretti ad essere più radicali per acquisire il consenso perduto dai concorrenti; 4) agognano al riconoscimento da parte dello stato e delle "controparti" e questo li indebolisce.

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In sciopero fino alla pensione!

Ci risiamo, è successo di nuovo. Mi dicevo basta, adesso è l'ora di cambiare registro, non sei più un ragazzino, bisogna che ti trovi un lavoro serio e inizi a farti una vita. Qualcosa del tipo tutti i giorni nel solito posto, otto ore come minimo, e attaccamento, dedizione e gratitudine al datore di lavoro. "Datore di lavoro", che stronzata di locuzione! Riniziamo a chiamare le cose con il loro nome: padrone! Forse si allevierà per un po' la nausea che ci assale ogni mattina al risveglio.

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Riflessioni sulla vertenza Almaviva

Riceviamo e pubblichiamo:

In queste ore e giornate di augurio voglio esprimere un pensiero per i lavoratori Almaviva di Roma. La loro vertenza è giunta ad una conclusione brutta, amara per i licenziamenti e per la divisione con altri lavoratori di altri siti, in primis quello di Napoli.

Dagli anni '70 è la prima volta, per le medie e grandi aziende (è una precisazione dovuta in quanto i lavoratori di piccole o piccolissime imprese o tutto il nero e sommerso i licenziamenti tout court sono sempre avvenuti), che non si giunge ad un accordo e si evitino i licenziamenti. Senza entrare nei meandri di tutta la vicenda, tre cose sono da sottolineare, la prima la RSU SLC-CGIL unanimemente contro l'accordo, la seconda la decisione aziendale di non retrocedere e di procedere con i licenziamenti, la terza è all'oggi il mancato intevento delle "istituzioni", se non una tiepida interposizione del governo.

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Referendum Costituzionale e battaglie tra fazioni della borghesia

Pubblichiamo qui di seguito un documento inviato alla nostra casella postale sul Referendum Costituzionale e le ragioni del No. Curiosamente il volantino, a firma "Partito Operaio", elenca tutti i motivi per cui "non abbiamo nessun interesse a difendere la Costituzione", per poi concludere che "anche in questa situazione possiamo far sentire il nostro peso, con lo strumento miserabile della scheda e dell'urna votando NO al referendum".

Non è l'unico caso, da settimane sui social network circolano numerosi appelli per la costruzione del "No sociale al referendum costituzionale", e il sindacalismo di base ha organizzato per il 21 ottobre uno sciopero nazionale anche a sostegno del "No al referendum costituzionale in nome degli interessi materiali dei lavoratori".

Che dire di questa campagna per il No?

L'attivistico bisogno di "muovere il culo", come diceva un nostro vecchio compagno, porta di fatto a schierarsi dalla parte dei difensori dello status quo. Noi non parteggiamo né per il No né per il Sì: né per chi vuole conservare così com'è la Costituzione, né per chi vuole ammodernarla. Ci schieriamo unicamente dalla parte della classe lavoratrice:

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Nei prossimi anni non troverai un lavoro decente, perché il capitalismo sta crollando

La morte del capitalismo è realtà. Ma quali effetti produce nell'interiorità di tutti noi? È tempo di riconoscere questa sofferenza, per poi cominciare a costruire una civiltà planetaria inclusiva in armonia con la Terra. Le riflessioni e le analisi di Joe Brewer in un articolo di portata generazionale.

Il dolore che senti è il capitalismo che muore

Può essere spiazzante sapere che nei prossimi anni non troverai un lavoro decente, non salderai i tuoi prestiti studenteschi, e non darai nessun acconto per una casa – anche se ti sei laureato in una università di alto livello o hai referenze fantastiche dopo tutti gli stage non retribuiti che ti hanno portato fin qui, dove ti trovi in questo momento.

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Mettersi in sintonia con il futuro

Scioperi in Fca, lotte nella logistica, notti in piedi e altro ancora

Il Primo Maggio si avvicina e, come l'anno scorso, utilizziamo questa data per fare un piccolo bilancio sul lavoro svolto e ragionare sulle prospettive.

Su Chicago86 abbiamo pubblicato alcuni documenti significativi di delegati e lavoratori che mettono in discussione l'attuale modello corporativo, intendendo l'azione sindacale come "scontro per affermare gli interessi degli operai contro gli interessi dei padroni" (Comunicato di delegati Piaggio, Continental, Same). La molla che ha fatto scattare queste prese di posizione è stato il comportamento della Fiom verso i delegati di Melfi e Termoli che hanno organizzato scioperi in Fca (ex Fiat) contro ritmi e turni di lavoro massacranti.

Prese di posizione significative, dicevamo, ma che rimanendo all'interno del perimetro della - pur necessaria - solidarietà tra fabbriche non romperanno mai le asfissianti gabbie di categoria e di mestiere, gabbie che in ultima analisi impediscono l'unità dei lavoratori.

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Il mondo in mano all'1% di super miliardari

Rapporto Oxfam. Si allarga sempre più velocemente la forbice tra ricchi e poveri. La metà delle proprietà sono concentrate nei portafogli di 62 persone. Lo studio arriva alla vigilia del forum di Davos

Quando il movimento Occupy Wall Street lanciò lo slogan "siamo il 99%" probabilmente non immaginava che solamente pochi anni dopo quel 99% sarebbe realmente stato la parte più povera del pianeta. Eppure oggi l'1% più ricco della popolazione ha un patrimonio superiore a quello del rimanente 99%. Sono alcuni dati contenuti nell'ultimo rapporto di Oxfam sulle diseguaglianze, presentato in vista del Forum di Davos dei prossimi giorni.

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I robot ci ruberanno il lavoro? Era ora!

E' veramente stupefacente che pur disponendo di sofisticate automazioni e di complessi algoritmi d'intelligenza artificiale gli esseri umani dedichino ancora così tanto tempo al lavoro.

Ancor più sensazionale però, è il fatto che gli stessi lavoratori temano a tal punto di rimanere disoccupati, da sperare che i processi produttivi non vengano automatizzati.

Ma il colmo dei colmi è che anche i lungimiranti sindacalisti, che in teoria dovrebbero prodigarsi per tutelare i lavoratori, accettino l'automatizzazione consapevoli del fatto che comporterà un esclusivo vantaggio per gli sfruttatori o ripudino anch'essi l'avvento delle automazioni, invece di organizzare una ben più desiderabile alternativa, nella quale i moderni mezzi produttivi, strappati dal dominio de capitale, siano finalmente impiegati per ridurre il lavoro umano, pur assicurando un reddito decoroso ai lavoratori.

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