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1 maggio chicago 1886

Archivio storico

Pensiamo che qualsiasi movimento sociale per rimanere vivo debba conservare il proprio patrimonio storico. Non c'è futuro senza conoscenza del passato. Per questo abbiamo deciso di dar vita ad un archivio storico digitale in cui raccogliere tutto il materiale sulle lotte condotte dalla nostra classe. Episodi noti e non, echi di scioperi memorabili, brani di risoluzioni importanti, scorci di Congressi mondiali, il tutto per contribuire alla formazione di un ambiente di classe.
Foto: Chicago, 1 maggio 1886

Il "caso" dei ventidue minatori di Seddas Moddizis in Sardegna, che per cinque giorni hanno fatto lo sciopero della fame in fondo a un pozzo di calamina perché infine le "autorità" si decidessero a pagargli il salario, è veramente simbolico.

I 25 erano rimasti senza salario non da una settimana, non da un mese, ma dal luglio dell'anno scorso: in tutto questo periodo, si sono indebitati prima verso lo spaccio aziendale (il famigerato truck-system), poi — quando questo si era limitato a vendere pane e sapone, prodotti simbolici l'uno della guardina, l'altro della forca — si sono caricati di debiti verso i negozianti locali; infine, hanno deciso di chiudersi in un pozzo e non mangiare addirittura, essi che da tempo non mangiavano già più quasi nulla. Sette mesi: che cos'hanno fatto nel frattempo le organizzazioni sindacali, cosiddette protettrici degli interessi operai? Hanno presentato piani di riorganizzazione delle miniere, hanno speso tempo in trattative interminabili, non hanno risolto nulla: gli operai intanto morivano di fame. Che cos'ha fatto lo Stato, cosiddetto tutore di tutti i cittadini, a qualunque classe appartengano? Quello che facevano i sindacati, cioè nulla. I 25 operai abbandonati dalle loro organizzazioni, soli con la loro fame, si sono chiusi nel pozzo. Era già amaro pensare ai minatori del Borinage costretti a difendere i loro "pozzi della morte": che dire dei 25 affamati cronici costretti a tapparvisi dentro e a non mangiare addirittura perché, se no, nessuno se ne accorge?

Ed ecco, allora, tutti di corsa ad "aiutarli"! Il prefetto provvede subito a distribuire l'intero salario arretrato: il padrone si salva senza sborsare un soldo; i minatori, pagati i debiti, si ritroveranno al punto di prima; i sindacati si glorieranno di aver "fatto pressione" perché il problema fosse "risolto": ma che cosa avverrà fra un mese? Peggio che nei pozzi della zona mineraria più antiquata del Belgio, la Sardegna soffoca sotto la concorrenza dei minerali più a buon mercato di origine straniera: è la marcia inesorabile del capitalismo, che schiaccia i piccoli borghesi e mette sul lastrico i loro dipendenti. Nulla e nessuno potrà arginare questo processo; nulla e nessuno riuscirà a far vivere i "volontari della fame", i neo-gandhisti e danilodolciani delle miniere sarde; non c'è democrazia né costituzione che tenga — finché dura il regime borghese non ci sarà che un pezzo di pane e di sapone per l'armata industriale di riserva dell'isola, e non saranno i sindacati legalitari e lo Stato elemonizzatore a rimediarvi. Non se ne esce se non con una trasformazione rivoluzionaria. Intanto, sull'episodio è stato tirato pudicamente il velo del silenzio. Un bel giorno, sentiremo che, guarda caso, altri operai in credito di 7 mesi di salario hanno deciso — ma che originali! — di far digiuno, o meglio, di aggravare il digiuno normale!

Il programma comunista n°6 del 1959