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1 maggio chicago 1886

Archivio storico

Pensiamo che qualsiasi movimento sociale per rimanere vivo debba conservare il proprio patrimonio storico. Non c'è futuro senza conoscenza del passato. Per questo abbiamo deciso di dar vita ad un archivio storico digitale in cui raccogliere tutto il materiale sulle lotte condotte dalla nostra classe. Episodi noti e non, echi di scioperi memorabili, brani di risoluzioni importanti, scorci di Congressi mondiali, il tutto per contribuire alla formazione di un ambiente di classe.
Foto: Chicago, 1 maggio 1886

Abbiamo riassunto per sommi capi, nel numero scorso, i termini fondamentali delle "risoluzioni" uscite dal congresso della CGIL; ma il tema, dati anche gli sviluppi in sede legislativa che già si preannunziano, è destinato ad occuparci ancora per mesi.

Qual è stata, in fondo, la nota dominante del Congresso? Nulla di nuovo, d'accordo; nulla che ci stupisca dopo lunghi anni di precipizio verso il fondo di una palude senza avvenire; la riaffermazione, di anno in anno più esplicita, del chiodo ribadito con monotonia esasperante da gerarchi e gerarchetti, da rappresentanti "operai" e delegati governativi — il chiodo del "riconoscimento ufficiale" dei sindacati, non soltanto a parole, come "pilastri dell'ordinamento democratico", come tutori della carta costituzionale, come vestali dell'economia pubblica.

A questa rivendicazione si affianca, col rigore logico che distingue i super-opportunisti ultimo grido, l'altra dell'autonomia delle organizzazioni sindacali dal padronato, dal governo e dagli stessi partiti. Come il riconoscimento non soltanto formale ma giuridico del sindacato nell'ambito della struttura statale dominante si concilii con la parola d'ordine della loro autonomia, vallo a capire; ma il binomio è in realtà inscindibile, giacché, malgrado il disorientamento ideologico e politico delle masse, sarebbe difficile ai bonzi convincerle che il "riconoscimento giuridico" è una conquista di classe, se non si facesse balenar loro, tutto all'opposto, la possibilità di una maggiore indipendenza dalla classe avversa. Mescolare dosi massicce di patriottismo e un pizzico di vago classismo è una condizione sine qua non perché la pillola amara venga deglutita come la più dolce e gradita pasticca.

D'altronde, tutto il Congresso è vissuto su analoghe "contraddizioni". I "rossi", gli uomini dell'"indipendenza dei sindacati" e dell'"unità della classe operaia", hanno sollecitato a mani giunte l'intervento del ministro del lavoro come rappresentante di quello stesso governo dal quale... si pretendono autonomi. Zaccagnini (vi ricordate lo scandalo?) era intervenuto al congresso della CISNAL: perché avrebbe disertato quello della CGIL? E, dal momento che c'era il ministro del lavoro, perché non il rappresentante del CNEL, Campilli? Siamo autonomi, che diavolo: ma ci sentiamo sperduti se i governanti ci lasciano soli! Inutile dire che l'incontro è avvenuto con soddisfazione reciproca, e C. Brigantin, nel suo editoriale del Lavoro nr. 15, può ben scrivere:

"Egli (il ministro) ha esplicitamente riconosciuto che la CGIL è un sindacato che, agendo nell'ambito della Costituzione, tende a dare un apporto positivo alla soluzione dei grandi e urgenti problemi del mondo del lavoro italiano".

Il "lavoro italiano" è, intendiamoci bene, "l'economia italiana"; la "classe" — se mai questa parola ritorna di straforo nei discorsi confederali - è divenuta "la nazione". Perciò, parafrasando le parole del ministro, i sindacati chiedono che gli operai siano con parità di diritti rispetto ai padroni, chiamati a "decidere sul livello delle retribuzioni e delle prestazioni sociali, sulla quantità e qualità, e su gli orientamenti degli investimenti privati ed anche di quelli pubblici".

In parole povere, i proletari devono essere organicamente "inseriti" nella vita pulsante dell'economia capitalistica e della politica borghese, localmente e nazionalmente, proprio come avrebbe voluto il fascismo. Dalla Confederazione generale dei lavoratori alla... Camera dei fasci e delle corporazioni. Il fascismo è morto e, trionfalmente, resuscitato!

Non basta. Gli "irriducibili" oppositori del Mec, i critici "spietati" della Ceca, chiedono d'essere presenti anche nella direzione di questi organismi internazionali di pura marca atlantica. Il cerchio è chiuso: dal corporativismo interno al corporativismo estero: siamo o no in fase di distensione? E quei poveracci di iscritti che scioperarono, e magari scioperano ancora, contro il Mec, la Ceca, la Nato, ecc. forse domani saluteranno i loro rappresentanti proprio in quelle diaboliche istituzioni made in USA. Krusciov fa scuola.

Nei prossimi giorni il Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro, altro istituto di pura marca mussoliniana, discuterà "le proposte di attuazione degli articoli 39 e 40 della Costituzione, relativi, fra l'altro, al riconoscimento della personalità giuridica dei sindacati". Che ci si arrivi o no, poco importa. Per noi marxisti è scontato in dottrina e in pratica che ogni teorizzazione segue l'azione; il diritto vigente rispecchia (non conta se in ritardo), la realtà sociale di fatto. I sindacati della collaborazione sono già riconosciuti come strumenti dell'economia capitalistica; non a torto gongolano per gli elogi che i quotidiani borghesi (come Il Giorno l'Italia) distribuiscono loro!

Il benservito l'hanno già ricevuto. E l'"autonomia" che promettono solennemente alla classe operaia è, in poche parole, l'autonomia dai suoi interessi immediati e storici, la capitolazione di fronte alla classe nemica.

Il programma comunista n°8 del 1960