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1 maggio chicago 1886

Archivio storico

Pensiamo che qualsiasi movimento sociale per rimanere vivo debba conservare il proprio patrimonio storico. Non c'è futuro senza conoscenza del passato. Per questo abbiamo deciso di dar vita ad un archivio storico digitale in cui raccogliere tutto il materiale sulle lotte condotte dalla nostra classe. Episodi noti e non, echi di scioperi memorabili, brani di risoluzioni importanti, scorci di Congressi mondiali, il tutto per contribuire alla formazione di un ambiente di classe.
Foto: Chicago, 1 maggio 1886

[da "Lotta comunista", maggio 2010 ]

L'uscita dalla Prima guerra mondiale vede, negli USA, un sovrapporsi di vari eventi che toccano i lavoratori e il movimento operaio. Gli effetti della ristrutturazione post-bellica moltiplicano per dieci in due soli anni i di­soccupati (da mezzo milione a cinque milioni, il 12% della popolazione attiva), che richiederanno altri due o tre anni per essere riassorbiti nella successiva ripresa.

Dall'altro lato c'è il clima politico, le notizie dell'Ottobre rosso, che contagiano le avanguardie del movimento operaio statunitense e in parte anche i sindacati, di­versi dei quali saranno guidati da dirigenti socialisti o comunisti.

Ma il clima muta rapidamente: da relativa­mente favorevole ai sindacati durante la guerra, quan­do erano state ottenute conquiste rivendicative impor­tanti, alla "rivincita" da parte degli industriali di tutti i settori. Sono anni di dure battaglie, per cercare di non fare passi indietro; sono l'esemplificazione del fatto che nessuna conquista rivendicativa è "per sempre". La disoccupazione, la ristrutturazione, non aiutano queste battaglie di difesa. I sindacati crescono: la ne­cessità di organizzarsi, di avere casse di sciopero, viene compresa e negli anni cruciali del 1919-1921 gli iscritti crescono, superano i cinque milioni, quasi un salariato su cinque. I settori sindacalmente più forti (primi fra tutti i minatori, poi i tipografi) sono quelli che hanno meno oscillazioni di iscritti, sia in crescita che nel successivo calo. I settori più deboli e meno orga­nizzati (tessile, abbigliamento) hanno fiammate di sindacalizzazione che si esauriscono in pochi anni, sotto i colpi della reazione industriale. Globalmente le Unions, ancora organizzate sulla base del mestiere (il sindacalismo industriale emergerà nel successivo de­cennio), inizieranno a perdere iscritti già dal 1921 con un'emorragia ininterrotta fino all'anno 1933, al quale giungeranno con forza dimezzata. Gli scioperi sono numerosi, ma lo erano stati altret­tanto anche negli anni di guerra, in particolare dal 1916: vengono valutati più di 4 milioni i partecipanti agli scioperi nell'anno cruciale 1919. Ma il carattere delle lotte operaie di quegli anni lo si ricava da alcuni importanti episodi, che danno il polso del clima di al­lora negli Stati Uniti d'America. Ne ricordiamo due. Nella siderurgia nel 1919 fu lancia­ta una battaglia, principalmente contro il colosso United States Steel, per imporre la presenza sindacale in fabbrica e la bandiera delle 8 ore (l'orario era allora di 12 ore). È guidata da William Z. Foster, un sindacali­sta di origine IWW ma poi confluito nell'AFL, che cer­ca di "amalgamare" ben 24 sindacati di mestiere in una lotta unitaria; un anticipo del sindacalismo d'indu­stria. Più che una lotta è una guerra: organizzazione, solidarietà e casse di sciopero da una parte; repres­sione, polizia e guardie armate, legge marziale nelle città, campagne di stampa dall'altra, incluso l'utilizzo di decine di migliaia di crumiri, scelti accuratamente nella razza (neri) e nella nazionalità per creare divisio­ni fra i lavoratori. A fine settembre 250 mila lavoratori siderurgici scendono in sciopero nelle città dell'acciaio (Pittsburgh, Youngstown, Johnstown ecc). La battaglia è dura; ma il lavoro sui fianchi, coordinato da governo, industriali e relativa stampa, e apparato repressivo dello Stato, man mano divide e disgrega il fronte dei lavoratori che è costretto a cedere le armi l'8 gennaio 1920. Una sconfitta che segnerà il decennio. Nelle miniere di antracite della Pennsylvania nel 1922 fu lanciato quello che, secondo lo storico Ronald Filippelli, è stato un "confronto epico fra capitale e la­voro [...] il più grande sciopero di minatori nella storia della nazione". Motivo: reazione alla diminuzione dei salari che le compagnie volevano imporre. 600 mila i partecipanti; le compagnie non possono usare i cru­miri sia perché il lavoro in miniera è altamente spe­cializzato, sia perché una legge dello Stato impone due anni di apprendistato per scendere sottoterra. Inizia nell'aprile e finisce in settembre: 163 giorni di chiusura dei pozzi, che avranno conseguenze sul mercato dei combustibili in un momento di ristruttu­razione delle fonti energetiche. L'United Mine Workers è ben organizzata, e giunge ad un accordo: i salari non caleranno, le trattative salariali verranno fatte a cadenza annuale. Un pareggio che vale, nei clima di lotte di difesa di quegli anni, una vittoria.

Fonti: Ronald Filippelli, "Labor in the USA: a History", New York, 1984;
N. Schlager, "St. James Encyclopedia of Labor History worldwide", Famington, 2004;
Ronald Filippelli, "Labor Conflict in the United States", New York, 1990;
"Employment and earnings, United States, 1909-1975", Bureau of Labor Statistics, Washington DC;
"Historical Statistics of the US", Bureau of Census, 1975.