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rosso_10_11_sindacalista_esclusoI riformisti di tutte le gradazioni insistono sulla pretesa eccezionalità delle istituzioni del "movimento operaio" in Italia rispetto a quello degli altri paesi industrializzati, sulla loro "vitalità" democratica ed antifascista sulla loro capacità di "guida" di tutta la sinistra. Certo, bisogna fare uno sforzo non da poco per scambiare il vertice dell'FLM con i metalmeccanici torinesi in lotta oppure i capi della FULC con i compagni di Porto Marghera. L'enorme combattività della base operaia in Italia ha permesso ai vertici istituzionali del sindacato di ergersi a paladini della classe operaia, indirizzando le lotte verso gli sbocchi istituzionali - con il guanto di velluto per poco che sotto si sentisse la mano di ferro dello Stato.

Grazie dunque a questo rapporto "organico" tra la classe ed i suoi istituti storici, oggi in Italia - per dirla con Giorgio Amendola - si mangerebbe meglio e si godrebbe di maggior libertà che in qualsiasi periodo della "nostra" storia. A chi dir grazie?                               :

Poiché qui non siamo socialdemocratici tedeschi e poiché non abbiamo mai visto un dollaro di petroliere, ci sono alcune istituzioni su cui la classe operia potrà sempre contare, prima di tutto il sindacato.

Con la stessa faccia tosta di chi presenta la situazione della classe operaia nei paesi a più avanzato sfruttamento come se fosse insieme privilegiata senza possibilità di lotta, si viene poi a dire che meglio di così in Italia è difficile vivere - allo stato attuale dei rapporti internazionali. È vero non ci sono i neri, ci sono solo le donne, i minorenni, i meridionali. È vero, non c'è lo sviluppo "giapponese"; c'è solo il lavoro disperso e diffuso che coinvolge certamente più di 10 milioni di persone in Italia con buona pace del Sindacato.

È vero non c'è il pericolo imminente del golpe c'è una struttura di fabbrica tra le più antiegalitarie, gerarchizzate ed autoritarie dei paesi industrializzati, nonostante il '69 e dintorni.

Quando poi si vuole andare a colpo sicuro in questo falso confronto da autocompiacimento il paragone con gli USA è d'obbligo. Il movimento operaio sarebbe "corrotto" negli USA mentre in Italia sarebbe "sano", lì ci sarebbero i neri che lottano con poche altre "minoranze oppresse", ma la pratica dell'imperialismo USA di una distribuzione di massa di briciole all'interno sarebbe pur sempre un successo.

Non contano le lotte formidabili che contro il capitale più forte del mondo la classe operaia negli USA ha sviluppato in questi anni; né conta il fatto che qualche distinzione tra vertici e rappresentanti sindacali da un lato e base che ne è sfruttata dall'altra dovrebbe essere messa in chiaro.

In realtà, per i sindacati non c'è scelta. Il sindacalismo all'"americana" è all'ordine del giorno: non nel senso ovvio che il sindacalismo yankee è anche capace di foraggiare come ha foraggiato la CISL nel secondo dopoguerra né che l'ombrello militar-politico degli USA delimita gli spazi entro i quali la lotta di classe è "libera" di muoversi; ma nel senso che la "democrazia" di fabbrica o di "ghetto", la rappresentanza sindacale in tutte le sue applicazioni non possono reggere e di fatto non reggono all'usura dell'incessante, continua lotta di classe sul tessuto della contrattazione a tutti i livelli.

Alla lunga i rappresentanti di tutte le risme ne escono bruciati come già dimostrava da par suo Martin Glaberman, militante a Detroit negli anni '50: "Il delegato è l'elemento chiave per far rispettare il contratto e per mantenere la sciplina di fabbrica... Magari un delegato dirà ad un capo che gli converrebbe fare qualche concessione al sindacato dal momento che egli, senza di esso, non è in grado di far funzionare la produzione... Spesso gli operai hanno detto che quello che vogliono sapere dai loro delegati è ciò che essi possono fare non quello che non possono fare" (Martin GLABERMAN, Classe Operaia, imperialismo e rivoluzione negli USA, a cura di Bruno Cartosio, Musolini, Torino p. 39)

Quando il sindacato segue una politica economica che il capitale propugna nella crisi - e in una crisi puntata contro la combattività operaia - il più è fatto. A quel punto per il sindacalista comincia la lunga marcia nel buio del tunnel. Come dice Glaberman, sono gli operai che lo costringono a sentirsi estraneo. "Senti di non far parte di loro. Sono loro che non ti permettono di esserlo". La violenza diretta ed indiretta del sindacato come istituzione scatta a partire da questo meccanismo di esclusione. È un meccanismo che comincia ad ingranare mica male, anche da queste parti.

Rosso, giornale dentro al movimento - pagine 28

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