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Questo sito nasce con l'intento di contribuire alla nascita di un Coordinamento dei Lavoratori in Lotta e perciò la discussione ed i contatti tra lavoratori sono fondamentali. Questa sezione è quindi la più interattiva. Tutti possono contribuirvi, evitando però i piagnistei sui diritti cancellati, la rassegnazione e lo spirito di sacrificio imperante. Questo è un sito di lotta e di coordinamento e questi sono i presupposti da cui vogliamo partire.
Foto: Poster, occuprint.org 1 maggio 2011

Accelerazioni socialiAlcune note sulla crisi economica e sanitaria in corso e sul modo per rimanere al passo del "movimento reale che abolisce lo stato di cose presente".

Fino a poco tempo fa la parola d'ordine del salario ai disoccupati e della riduzione dell'orario di lavoro era appannaggio di sparute minoranze che si rifacevano ad una precisa corrente storica. Nel nostro "chi siamo e cosa vogliamo", redatto nel 2010 quando venne aperto il sito, scrivevamo:

"La solidarietà è una esigenza di classe che bisogna assecondare e promuovere, non ha nulla a che vedere con gli atteggiamenti filantropici verso il povero operaio rimasto senza lavoro. Alla riduzione della giornata lavorativa affianchiamo un'altra rivendicazione assolutamente complementare, quella del salario ai disoccupati: le due rivendicazioni non possono essere separate."

Fermi nella tradizione della "lotta di classe", ciò che da sempre contraddistingue il nostro lavoro è la difesa della linea del futuro della nostra classe, il proletariato. Negli ultimi anni la realtà ha fatto passi da gigante, producendo accelerazioni storiche che portano al superamento dell'approccio di tipo sindacale e rivendicativo. Facciamo qualche esempio.

Il reddito di cittadinanza è stato introdotto in Italia nel 2019 in seguito all'ondata protestataria (subito recuperata dal sistema) del Movimento Cinque Stelle. Allo stato attuale questa "misura di contrasto alla povertà" coinvolge circa tre milioni di persone, ma non riesce a dare sostegno a tutti coloro che ne hanno bisogno e sottopone chi la riceve a complicati obblighi e controlli statali.

La rete globale Basic Income Network sostiene una linea più radicale, facendosi portavoce dell'esigenza di un reddito di base universale slegato da vincoli di cittadinanza e limiti temporali. Alcuni settori politici e intellettuali interclassisti reclamano un cambio di passo, consapevoli del fatto che così non si può andare avanti, che la situazione non è sostenibile, anche se poi non riescono ad andare oltre al piano della sensibilizzazione dell'opinione pubblica, dell'organizzazione di convegni e della raccolta di firme.

Anche tra le fila borghesi non mancano i promotori di misure per il sostegno ai disoccupati e per la riduzione dell'orario di lavoro. Andrew Yang, per esempio, un uomo d'affari di New York candidato per i democratici alle presidenziali Usa del 2020 e poi ritiratosi, ha dichiarato al New York Times che, siccome l'automazione sta colpendo un po' tutti i settori produttivi, bisogna erogare 1000 dollari al mese ad ogni americano: "Sono un capitalista, e credo che un reddito di base universale sia necessario perché il capitalismo continui".

In una intervista alla CNBC del 2016 l'imprenditore Elon Musk dichiara: "Ci sono buone possibilità che alla fine arriveremo a un reddito universale garantito, proprio a causa dell'automazione. Questo sarà un tema su cui discuteremo nei prossimi 10 o 20 anni. Le persone avranno più tempo per fare altre cose, cose più complesse e interessanti."

Non è il caso di affidarsi alle "magnifiche sorti e progressive": la storia ci insegna che sono i rapporti di forza a decidere, e che le nostre condizioni di vita non miglioreranno senza lottare. Rimane il fatto che questo tipo di proposte comincia a trovare spazio nei mass media ufficiali e non solo in quelli "alternativi". D'altronde, la produttività del lavoro è altissima e poiché bastano pochi operai a produrre tutto quanto è necessario alla società, essa deve provvedere in qualche modo ai milioni di disoccupati che non troveranno mai un lavoro, e sostenerne i consumi onde evitare che dilaghino le rivolte.

Non c'è soluzione alla crisi dell'attuale modo di produzione rimanendo all'interno dello stesso, tanto più nel bel mezzo di una pandemia che qualcuno, come il direttore della rivista scientifica The Lancet, sostiene sarebbe meglio chiamare "sindemia" (definizione che implica una relazione tra malattie e condizioni socioeconomiche), ponendo l'accento sul fatto che il virus è più aggressivo nelle fasce di popolazione povere, ammalate e con scarse protezioni sociali.

In Italia, di fronte al riacutizzarsi della curva dei contagi da Coronavirus e a nuovi lockdown, le mezze classi impoverite cominciano ad agitarsi, trascinando con sé altri strati sociali, pretendendo la riapertura della attività commerciali e fondi da parte del governo, organizzando sit-in e cortei in varie città, che in alcuni casi hanno portato a scontri con la polizia. Nei luoghi di lavoro i casi di Covid-19 aumentano, mentre i sindacati, come al solito, prendono tempo e cercano soluzioni compatibili con l'economia. Capitalisti, bonzi sindacali e politici di ogni genere e colore dicono che siamo tutti sulla stessa barca, che dobbiamo fare sacrifici, rischiando di ammalarci e di far ammalare i nostri familiari, per mandare avanti la produzione e la distribuzione della merce. Ma già a marzo hanno ricevuto una risposta chiara, quando scioperi spontanei per la tutela della salute si sono diffusi in tutta la penisola sotto lo slogan "non siamo carne da macello".

A breve, oltre alla piccola borghesia in crisi, impossibilitata per sua natura a elaborare messaggi di tipo universale, potrebbero presentarsi nelle piazze altre componenti sociali, che già hanno cominciato a fare capolino: ci riferiamo a coloro che arrivano dalle periferie, dalle nostre banlieue, quelli che non hanno paura di perdere garanzie perché sono senza riserve. I primi segnali giungono anche dai rider, dai facchini della logistica, dai metalmeccanici, dagli addetti alle pulizie e dai lavoratori della sanità, tra i quali cresce il numero di coloro che pretendono un salario decente per vivere.

Non è quindi da escludere l'avvio di una mobilitazione generalizzata e diffusa contro lo stato di cose presente, e questo ci rimanda all'esperienza insuperata di Occupy Wall Street, il movimento nato nel 2011 negli Stati Uniti subito dopo lo scoppio di un'altra crisi, quella scatenata dai mutui subprime e molto meno grave della attuale. OWS affermava che per giungere ad un nuovo mondo era fondamentale unirsi, occupare le piazze in pianta stabile e dotarsi di tutto il necessario per rimanervi. Durante la sua breve esistenza, di non più di un paio d'anni, si è rivolto, attraverso vari appelli diffusi in Rete, a tutti gli sfruttati del mondo per dare vita ad una mobilitazione di massa contro il capitalismo tout court. Nel giro di pochi mesi, il movimento americano è riuscito a mettere in cima all'agenda politica globale il tema della polarizzazione della ricchezza, promettendo – forse con un po' troppo ottimismo - che a breve il problema si sarebbe risolto con la caduta dell'impero di Wall Street.

La grande eredità che ci ha lasciato OWS è l'idea che il 99%, per assicurarsi di non essere sfrattato dalle proprie case, per sfamare le proprie famiglie, per non ammalarsi sul posto di lavoro, per vivere una vita degna di essere vissuta, deve fare affidamento solo sulle proprie forze e sulla propria organizzazione, abbandonando tutte le illusioni in merito ad un possibile miglioramento del sistema dell'1%, che fa acqua da tutte le parti.

La realtà è stata più veloce di tutti noi, costringendoci a formulare nuove domande e a trovare risposte. Ha ancora senso rivendicare la drastica riduzione del tempo di lavoro, quando già politici e sindacati come l'Ig Metall sostengono che ridurre l'orario è necessario per ridare fiato al sistema? E che dire del salario ai disoccupati quando lo stesso capitalismo si incarica di erogare, seppur in maniera insufficiente e parziale, un reddito di cittadinanza? Non si tratta certo di abbandonare la nostra parola d'ordine, si tratta semmai di ribadire che la lotta è per la vita, contro un sistema che ce la sta rubando.

Il proletariato oggi si è enormemente dilatato, non è solo l'operaio di fabbrica o il bracciante salariato, ma anche il fattorino che consegna il cibo a domicilio, il disoccupato cronico, l'infermiere stremato, la cassiera del supermercato, la partita Iva con l'acqua alla gola. Ciò vuol dire che assisteremo ad una saldatura di lotta fra tutti coloro la cui vita è appesa a un filo sempre più precario, e che non hanno nulla da perdere all'infuori delle proprie catene.

In questo contesto, ciò che auspichiamo, e ciò per cui ci battiamo, è la formazione di un movimento di lotta senza rivendicazioni immediate di tipo "sindacale", che abbia superato la dannosa divisione per categorie e per mestieri, che sia indipendente e senza leader, che rifiuti di sedersi al tavolo delle trattative con interlocutori istituzionali, e che volti le spalle alla politica democratica parlamentare. Un movimento che abbia compreso che il mezzo e il fine coincidono.

Karl Marx sulle rivolte e il bisogno di comunità

"Ma non scoppiano forse tutte le rivolte, senza eccezione, nel disperato isolamento dell'uomo dalla comunità [Gemeinwesen]? Ogni rivolta non presuppone forse necessariamente questo isolamento? Avrebbe avuto luogo la rivoluzione del 1789 senza il disperato isolamento dei cittadini francesi dalla comunità? Essa era appunto destinata a sopprimere tale isolamento. Ma la comunità dalla quale l'operaio è isolato è una comunità di ben altra realtà e di ben altra estensione che non la comunità politica. Questa comunità, dalla quale il suo lavoro lo separa, è la vita stessa, la vita fisica e...

30 Maggio 2020

Verso un nuovo paradigma

Martin Ford, Il futuro senza lavoro. Accelerazione tecnologica e macchine intelligenti. Come prepararsi alla rivoluzione economica in arrivo, il Saggiatore, 2017, pp. 340 euro 24.00. Martin Ford ha fondato un'impresa di software nella Silicon Valley. Il suo saggio può essere letto come una continuazione de La fine del lavoro di Jeremy Rifkin (1995), l'economista che mise in evidenza il fenomeno della "disoccupazione tecnologica" in un libro che divenne subito bestseller. Non erano mancati, anche in anni più lontani, lavori importanti sull'argomento, come quello del Premio Nobel Wassily Leontief (Gli effetti futuri...

28 Marzo 2020

Rivolta contro la legge del valore

Da mesi milioni e milioni di persone manifestano nelle piazze di molti paesi del mondo. Si tratta di un movimento globale non coordinato, che per adesso non esce dai confini dei paesi coinvolti, ma è evidente che c'è una qualche ragione oggettiva per una tale persistenza e determinazione. In molti casi questi enormi incendi sociali appaiono del tutto sproporzionati rispetto alla scintilla che li fa esplodere, come l'aumento del prezzo di alcuni generi alimentari in Iran e della benzina in Francia, la corruzione politica in Bulgaria e Algeria o la...

31 Dicembre 2019