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Mentre i sindacati si crogiolano in incontri col ministro del lavoro sulle fantomatiche riforme e il PCI si prepara a creare intorno ad esse e relativi decretoni il "cartello del sì", scendiamo dal mondo degli ingannevoli sogni, per ribadire il chiodo che la vera, la grande rivendicazione immediata degli operai è quella della riduzione della giornata (non della settimana) lavorativa; la sola, d'altra parte, che unisca i proletari di tuti i paesi al disopra delle "frontiere nazionali".

Una serie di articoli apparsi su "Problèmes économiques" analizza, dal punto di vista capitalistico, l'andamento dell'orario di lavoro nei più importanti paesi industrializzati del mondo e rende evidente come il metodo di rispondere alla pressione operaia con la riduzione della settimana lavorativa, lasciando ampio spazio al lavoro supplementare (o straordinario), sia adottato dovunque e in modo aderente alle necessità economiche dei vari paesi e dei vari settori produttivi, e come in generale l'orario di lavoro sia mantenuto dappertutto alla tensione massima. L'economista borghese che tratta la questione dichiara infatti che “gli imperativi economici prendono il sopravvento sulle rivendicazioni sociali”. È evidente che, in mancanza di lotte intense e generali dirette a rovesciare il rapporto di forze - unica condizione perché siano gli imperativi delle necessità operaie a prevalere - vincerà sempre la borghesia.

La spasmodica fame capitalistica di plusvalore si traduce nell'impulso incontrollato al massimo prolungamento della giornata lavorativa, e la "settimana corta", non è che l'espediente col quale si intensifica e si concentra lo sforzo lavorativo in cinque giorni produttivi anziché in sei; è l'espediente col quale le aziende riescono a risparmiare milioni di contributi, e che consente loro di avere a disposizione la giornata del sabato per il lavoro straordinario. In breve, la settimana corta porta all'aumento della intensificazione del lavoro ed è esattamente l'opposto di ciò che viene propagandato agli operai i quali non recuperano certo al sabato, ammesso che lo abbiano libero, le energie spese durante la settimana.

Si tratta infatti di distinguere fra durata "LEGALE" e durata "EFFETTIVA" dell'orario di lavoro. Sul piano leale, dalla vigilia della Seconda guerra mondiale fino a tutto il 1955, la settimana di 48 ore restò la regola generale (la durata effettiva superava dovunque questo dato). Vi era tutto l'apparato produttivo da rimettere in piedi e occorreva che l'orario di lavoro fosse legalmente protratto il più possibile in quanto si doveva, col minor costo, sopperire alla generale distruzione dei mezzi produttivi. In seguito, si è assistito ad una generale riduzione della settimana convenzionale, resa indispensabile dalla pressione dei lavoratori; ma internazionalmente si è adottato il metodo di arrivarvi per tappe. Infatti, la riduzione della settimana si traduce per le imprese capitalistiche in un accrescimento del costo del lavoro, poiché le ore supplementari devono essere pagate con tariffe maggiorate, e l'economia capitalistica, tende comunque a prolungare al massimo la giornata lavorativa. L’articolista dichiara: “Sono in effetti i bisogni economici nazionali a determinare la durata effettiva dell'orario di lavoro e non le regole che possono essere codificate”. Questo, infatti, si riscontra sia in generale che all'interno di uno stesso paese fra le differenti branche della produzione, e vi si arriva mantenendosi bassi i salari e costringendo così gli operai a raggiungere col lavoro straordinario, il minimo indispensabile per vivere. La Francia, ad esempio, mentre ha fatto la figura del pioniere con l'adozione delle 40 ore settimanali, che il fronte popolare applicò per legge fino dal 1936, oggi, a trentacinque anni di distanza, è il paese in cui la durata effettiva del lavoro è la più elevata.

Nella superindustrializzata America, che si vanta di aver raggiunto l'orario settimanale medio di 7,8 ore, le cose stanno così: 40,7 ore settimanali nelle industrie manifatturiere, 42,7 nelle industrie estrattive; 43,9 nei trasporti, e quello che fa abbassare la media ufficiale è l'industria dell'elettricità, dove l'orario settimanale è di 29 ore, ed è naturale, perché le grandi centrali elettriche funzionano praticamente da sole. Ma l'orario effettivo raggiunge anche qui, in certi settori, limiti ben diversi: in alcune industrie metallurgiche ed automobilistiche si lavora per turni di 10 ore ininterrotti anche la domenica - ed in altre si stanno adottando invece i robots alla produzione (la General Motors ne avrà 5000 entro il 72) che sostituiranno il lavoro di 15 mila uomini. Nel Lussemburgo una legge del '62 ha portato la settimana a 40 ore, ma non per l'industria, che resta a 48. Nel Belgio la settimana è di 45 ore, e solo tappe ulteriori porteranno ad una media prevista di 43,45 ore. In Inghilterra la durata legale del lavoro è di 46,4 ore settimanali, ma quello effettivo è così ripartito: 47,8 nell'edilizia - 50,4 nei trasporti - 51,1 nelle industrie estrattive.

I paesi "socialisti" non sfuggono ovviamente agli identici imperativi della economia, ma si conoscono soli gli orari legali, e anche qui qualsiasi riduzione attuata si è verificata sulla settimana, mai sulla giornata lavorativa: 44 ore settimanali in Cecoslovacchia - 41 in URSS - 42 in Bulgaria e Jugoslavia (che rappresentano però l'ultima tappa che dovrebbe essere raggiunta entro il '70). La RFT, dichiarata in testa al movimento di riduzione degli orari settimanali, in realtà programmò nel '63 una riduzione di 6 ore, ma da scalare in 9 anni; oggi, 1970, la durata settimanale media del lavoro è di 43,3 ore per l'insieme dei settori non agricoli e di 44,1 nell'edilizia. Nove anni di "tappe" hanno servito (come per tuti, compresi i 3 anni per l'Italia) a concedere tempo per razionalizzare le industrie; in conseguenza: “Si è permesso di ridurre la mano d'opera nella produzione, attraverso ciò, limitare l'incidenza della riduzione della settimana lavorativa sui costi di produzione, e per la prima volta dal '63 la Germania ha potuto impiegare un minor numero di lavoratori nell'industria, realizzando malgrado ciò, l'estensione della capacità di produzione al ritmo assai soddisfacente del 7% in media”. Questi signori, quando parlano fra loro, parlano chiaro; solo per gli operai la versione è un'altra e la si propina loro tramite i conati dei dirigenti sindacali: Avete lottato per la riduzione dell'orario di "e avete vinto"; otterrete la settimana di 40 ore fra tre anni; se poi vorrete fare gli straordinari perché il salario non è sufficiente a sfamarvi, coprirvi e darvi un tetto, questo è affar vostro, siete anche liberissimi di rifiutare!

Questo quadro ci chiarisce che vi è un piano e un metodo per regolare internazionalmente l'andamento del mercato del lavoro negli esclusivi interessi economici capitalistici e questo piano riesce solo nella misura, in cui gli operai non si battono sufficientemente e in modo generale per imporre le loro rivendicazioni; la riuscita di questo piano è affidata alla capacità controrivoluzionaria dei sindacati, che invece di raccogliere le spinte, le esigenze, la combattività del proletariato, convogliarle e dirigerle in grandi lotte per rivendicazioni essenziali e di classe, le frantumano, spengono, deviano in obiettivi demagogici e riformistici.

Noi marxisti poniamo instancabilmente anche la questione dell'orario di lavoro secondo la visione di classe. Il capitalismo, nella sua fase di accumulazione primitiva, sopperiva al basso sviluppo tecnologico con la massima estensione della giornata lavorativa. Metà di questa andava a riprodurre il salario, il prezzo cioè della forza lavoro, e l'altra costituiva il plusvalore. Le lotte profonde del proletariato internazionale imposero un freno ai mostruosi eccessi della borghesia capitalistica che fu costretta a concedere la giornata di dieci ore lavorative. Gli economisti borghesi, che allora vissero ore di terrore, si accorsero ben presto che ciò aveva portato ad una accelerazione dello sviluppo tecnologico, all'automazione ed al conseguente vertiginoso aumento della produttività, contraendo così il tempo di lavoro necessario all'operaio per riprodurre il salario ed aumentando in rapporto la parte della giornata che va a costituire il pluslavoro, cioè il profitto. Il capitalismo oggi ha ingigantito la sua mostruosità: all'aumento estremo della produttività si aggiunge il massimo prolungamento della giornata lavorativa. Il salario degli operai, sempre al limite minimo della sopravvivenza, si riproduce in pochissime ore mentre si allarga a dismisura la parte destinata al plusvalore. La lunghezza della giornata lavorativa è indeterminata e sulla valutazione della sua durata vi è un'antica lotta, due opposti punti di vista: quello della classe operaia e quello della classe capitalistica. Quest'ultimo corrisponde all'istinto vitale del capitale di valorizzarsi creando plusvalore, assorbendo cioè con la sua parte costante (i mezzi di produzione) la massa di lavoro più grande possibile. Ma dove comincia per il capitalista la "sua parte" di giornata lavorativa? Essa è rappresentata da tutte l'estensione possibile dopo che l'operaio ha riprodotto la sua forza lavoro (cioè il tempo necessario) che è al limite minimo. Ogni ora lavorata in più di questa, dà inizio alla rapina, da parte del capitalista, di lavoro non pagato; ogni prolungamento della giornata, quindi, è tutto prolungamento di questa estorsione. Lavorando anche cinque soli giorni la settimana, per cinque giorni, giorno per giorno questo rapporto fra tempo necessario e lavoro non pagato si riproduce. L'intensificazione della produttività non si riscontra nella massa di produzione che esce da una settimana di lavoro, ma dall'unità di tempo che è l'ora lavorativa; cosicché tale concentrazione dello sforzo lavorativo fa sì che l'operaio profonda, in sforzo ed energie, due-tre giornate di lavoro in una, e la sua vita si riduce di due terzi.

Nella società in cui vige la legge del "libero scambio" delle merci, il capitalista rappresenta il compratore, e l'operaio il venditore, della forza lavoro. Il capitalista rivendica il suo "diritto" ad acquistare al minor prezzo, l’operaio il suo "diritto" di vendere al più possibile. “Fra diritti uguali decide la forza” - dice Marx -. “Così, nella storia della produzione capitalistica, la regolazione della giornata lavorativa si presenta come lotta per i limiti della giornata lavorativa - lotta fra il capitalista collettivo, cioè la classe dei capitalisti, e l'operaio collettivo, cioè la classe operaia”. Nessuna legge borghese consacrerà mai i diritti degli operai ma solo i propri; e nessun diritto sarà mai dagli operai definitivamente acquisito, se non viene imposto con la forza prima, e difeso con la forza dopo.

LA RIDUZIONE DELLA GIORNATA LAVORATIVA È QUINDI LA QUESTIONE DELLA VITA DEL PROLETARIATO CONTRO LA QUESTIONE DELLA VITA DEL CAPITALE.

Programma comunista n. 19, 1° novembre 1970