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La lotta non è finitaIl giorno 13 aprile 2018 abbiamo supportato le rivendicazioni di lavoratori e lavoratrici di Deliveroo, entrando con loro nella sede degli uffici della multinazionale a Milano. Il gruppo di riders ha qui letto una lettera che denunciava le condizioni di sfruttamento e precarietà imposte dal cottimo (allora appena introdotto), dall'assenza di coperture assicurative e dall'organizzazione algoritmica nell'assegnazione di turni e ordini. Dopo la lettera, i/le riders hanno chiesto poi un confronto con il general manager di Deliveroo, Matteo Sarzana. Intanto, fuori dalla sede si formava un altro gruppo di riders e solidali a supporto di chi era dentro.

La risposta di Matteo Sarzana, lì presente, è stata quanto mai eloquente: chiamare la polizia per sgomberare gli uffici. Celere che ha prontamente risposto manganellando le persone presenti al presidio esterno.

Qualche mese dopo, ad alcuni tra riders e solidali viene notificato il procedimento di chiusura indagini per reati che vanno da violazione di domicilio, a rifiuto di dare le generalità, fino a oltraggio a pubblico ufficiale. Questo processo inizierà il 12 gennaio 2022. Al banco degli imputati ci sono 17 persone.

Da quel giorno sono passati alcuni anni, tante cose nel mondo del delivery sono cambiate. Ma noi di una cosa siamo sicure: quel 13 aprile avevamo ragione, quell'azione era giusta e la rifaremmo ancora.

La rifaremmo perché quelle misere condizioni di lavoro, che denunciavamo allora, sono oggi chiare a chiunque. Attraverso gli scioperi e le lotte, i rider hanno imposto il lavoro del delivery quale uno dei problemi all'ordine del giorno nel dibattito pubblico: si sono moltiplicate le inchieste giornalistiche e persino istituzioni cieche e sorde quali il parlamento e i tribunali hanno timidamente – e spesso ipocritamente – iniziato a sentire e vedere.

La rifaremmo perché lo sfruttamento e la precarietà dei riders non hanno fatto che aumentare. Da un lato, riders di Deliveroo, Glovo e Uber – nell'ambito del contratto UGL/Assodelivery – continuano a essere inquadrati quali lavoratori autonomi, ma in realtà subordinati a un algoritmo che li costringe a contendersi consegne pagate sempre meno in assenza di una paga oraria garantita. Dall'altra parte, il nuovo sistema Scoober proposto da JustEat per introdurre il contratto subordinato non è che l'ennesima presa in giro: chi lavora continua a subire l'arroganza e la prepotenza dei suoi superiori che lo costringe a svolgere una delle mansioni più pericolose, nelle peggiori condizioni atmosferiche e in cambio di paghe da fame e di diritti praticamente inesistenti.

La rifaremmo perché la rabbia dei lavoratori e delle lavoratrici durante gli scioperi degli ultimi anni riscalda ancora i nostri cuori.

La lotta dei rider non è finita. Se quel 13 aprile si posò un primo tassello di questa storia, il 12 gennaio verrà inscenato un nuovo capitolo: quello, triste, della repressione. Chiamiamo quindi i lavoratori e le lavoratrici, chi fa uso delle piattaforme di delivery e chiunque ci sia solidale a sostenerci, a scrivere questo capitolo insieme a noi.

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