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nokings 20260328Negli Stati Uniti, la manifestazione "No Kings" del 18 ottobre dello scorso anno aveva registrato una partecipazione crescente rispetto alla precedente del 14 giugno, quando oltre 2.000 città statunitensi erano state attraversate da mobilitazioni di massa, che non si vedevano da decenni. La protesta dell'autunno, definita la più grande mobilitazione nella storia degli Stati Uniti, aveva infatti coinvolto circa 2.700 città, con centinaia di migliaia di manifestanti nei principali centri urbani e circa sette milioni di partecipanti complessivi in tutto il Paese. Il 23 gennaio si è poi svolto, in Minnesota, il primo sciopero generale dopo ottant’anni, sfidando temperature di -20 gradi e coinvolgendo altre città al di fuori dello Stato.

Le manifestazioni del 28 marzo 2026 hanno segnato nuovi record: quasi 9 milioni di persone sono scese in strada in oltre 3.300 località distribuite in tutti i 50 stati federati. A livello internazionale, si stimano circa mezzo milione di partecipanti a Londra e trecentomila a Roma (nell'iniziativa "No Kings – Contro i re e le loro guerre"), oltre a mobilitazioni diffuse in numerose altre città, tra cui Parigi, Madrid, Berlino, Stoccolma, Bruxelles, Ginevra, Zurigo, Tokyo, Sydney e Quito, e in diverse realtà dell’America Latina.

Negli Stati Uniti, la motivazione ricorrente di questa serie di manifestazioni è il contrasto al tentativo di accentramento dei poteri da parte dell'attuale inquilino della Casa Bianca, che sostiene di voler rispondere alle mosse degli altri attori statali con maggiori rapidità, oggi limitata dai "lacci e lacciuoli" del Congresso. Più in generale, la giornata globale "No Kings" è stata caratterizzata dal rifiuto dell'autoritarismo, della guerra e della repressione. A New York, come in molte altre città, erano visibili cartelli e venivano scanditi slogan come "No War, No Ice, No kings".

Bonzi sindacali, leader movimentisti e forze progressiste attribuiscono a Donald Trump la responsabilità di tutto ciò che va male, presentandosi al contempo come soluzione "democratica" al problema, in cambio naturalmente di tessere e voti. Il 99%, ben presente in queste mobilitazioni (composto da lavoratori salariati, precari e disoccupati che vedono peggiorare le proprie condizioni di vita), è ancora succube di una lettura che personalizza il nemico, mentre l'1% è una classe sociale e non un "re" o un gruppo di "cattivi".

Ad ogni "esperimento di piazza", la dinamica "a sciame" delle manifestazioni misura possibilità e limiti, e ogni errore può rappresentare un momento di apprendimento collettivo. In questo senso, il processo ricorda quello biologico: come nelle mutazioni genetiche, alcune esperienze vengono scartate, mentre altre vengono "selezionate" e conservate perché funzionano.

A complicare le cose per il sistema dell'1% contribuisce l'uso degli strumenti digitali, che esso stesso mette a disposizione dei manifestanti. Una rete diffusa di smartphone, tablet e laptop consente comunicazioni rapide e simultanee, attraverso le app delle grandi piattaforme o chat nate in altri contesti, come quelle usate dai gamers. I canali broadcast su Telegram per diffondere istruzioni rapide, i gruppi chiusi su Signal per organizzare i sottogruppi e i server Discord per le discussioni vocali sono già emersi quali strumenti per coordinare queste ed altre mobilitazioni globali, che in futuro tenderanno inevitabilmente ad intensificarsi.