E non saremmo certo noi a chiederne l'aggiustamento.
Le capitolazioni ideologiche della classe dominante di fronte alla "nostra" teoria stanno proliferando. Quotidiani e riviste, quando vanno un po' oltre ai soliti luoghi comuni su lavoro, precarietà, reddito di cittadinanza e temi connessi, non possono fare a meno di darci ragione, senza nemmeno rendersene conto.
Nell'articolo "Il lavoro si è rotto. L'unico modo per salvarlo? Separarlo dal reddito", di Riccardo Maggiolo (Huffington Post), si afferma che gli stati occidentali sperperano una quantità enorme di denaro per tenere in piedi un sistema che ha fatto il suo tempo, arrivando alla conclusione che "forse dovremmo realizzare che il capitalismo oggi è come una vecchia auto: ha fatto tanta strada, portato anche grandi risultati, ma oramai funziona a malapena e consuma uno sproposito. Non la si abbandona solo perché qualcuno le si è (anche comprensibilmente) molto affezionato e non si vedono (o non si vogliono vedere) alternative."
Noi non abbiamo nessuna intenzione di riparare la vecchia macchina. Sappiamo che le ragioni profonde che hanno portato alla rottura del motore, ovvero alla rottura del lavoro, o meglio, della civiltà del lavoro, risalgono a cause profonde, inerenti ai meccanismi di accumulazione del capitale, al fatto che la legge del valore-lavoro non funziona più. Non si può infatti ricavare da pochi operai sfruttati al massimo quello che si ricava da molti sfruttati di meno. Questa condizione si verifica quando scienza, tecnica e lavoro morto sovrastano il lavoro vivo.
Domandiamoci: quanto lavoro vivo c'è in una determinata merce? Più di un decennio fa il sociologo Luciano Gallino riportava che il contenuto in forza lavoro di un'automobile moderna era circa l'8 per cento. Oggi sarà sicuramente meno.
Scriveva Marx nei Grundrisse: "Il furto di tempo di lavoro altrui su cui riposa la ricchezza attuale appare come base ben miserabile rispetto a questa nuova base sviluppatasi, creata dalla grande industria stessa".
Il secondo principio della termodinamica indica l'esistenza di una asimmetria temporale, l'entropia, la quale misura l'irreversibile andare del calore in una direzione sola, dal caldo al freddo, dal passato al futuro. Per ovviare alla perdita di energia il sistema è costretto a dissiparne sempre di più. Potremmo anche essere contenti di questo processo, del fatto che il capitalismo si stia scavando la fossa con le proprie mani. Il problema, però, è che questo spreco immane ricade sulle spalle di pochi lavoratori produttivi e, soprattutto, produce miserie sociali a non finire. Si pensi allo sciupio per antonomasia: la guerra. Essa comporta distruzioni immani nel campo di battaglia, e anche dove non si combatte, come dimostrano gli "effetti collaterali" quali il carovita e la carestia mondiale in arrivo.
Ma da questo disordine crescente si producono per reazione piccoli e grandi saggi di futuro. Il rifiuto del lavoro salariato, ad esempio, sta diventando un fenomeno di massa. Lo testimoniano il numero degli iscritti alla pagina r/antiwork, la tendenza "tangping" ("stiamo tutti sdraiati") in Cina e il portale anarchico Antijob.net in Russia (dove i lavoratori possono lasciare un feedback negativo sul loro lavoro). Il fenomeno delle "grandi dimissioni", poi, dall'America si è presto diffuso in Europa; in Italia sta interessando anche le regioni più laboriose, come Veneto e Lombardia, con centinaia di migliaia di uscite volontarie dal lavoro. Quello che sta prendendo piede a livello mondiale è un atteggiamento antiformista, non conformista. Si tratta di un processo spontaneo che parte dal basso ed è perciò più interessante di uno che è orientato ideologicamente. Non è nichilismo, come blaterano i benpensanti di destra o di sinistra, è voglia di riprendersi il futuro, di smetterla di farsi rubare la vita.
E pensare che anni fa, durante alcuni incontri pubblici, alcuni sindacalisti di base ci accusavano di essere matti perché dichiaravamo di essere contro il lavoro. Chi era fuori di testa? Noi o loro? Evidentemente loro, ancorati ad un vecchio e sballato modo di pensare, a parole d'ordine che puzzano di ideologia borghese come quella del "diritto al lavoro". Il divenire storico non ha guardato in faccia nessuno e ha pigiato l'acceleratore, tanto che gli obiettivi di lotta immediata del movimento operaio (ci riferiamo al salario ai disoccupati e alla drastica riduzione dell'orario di lavoro) sono presi in considerazione dallo stesso capitalismo, a cominciare da due iniziative in corso: il reddito di base europeo e la settimana lavorativa di quattro giorni.
La prima è una campagna dei "cittadini europei", indirizzata alla Commissione europea e volta all'"introduzione di redditi di base incondizionati in tutta l'UE che garantiscano l'esistenza materiale di ogni persona e l'opportunità di partecipare alla società come parte della sua politica economica" (dal sito it.eci-ubi.eu). Ci sono partiti che hanno fatto la loro fortuna politica perorando la causa del reddito di cittadinanza; in Italia il M5S ha cavalcato un movimento esistente, smorzandone le aspirazioni e inglobandolo all'interno dello stato.
La seconda, la settimana lavorativa corta, è stata già introdotta in molte aziende in Nuova Zelanda, Belgio, Emirati Arabi, Canada, Islanda, Inghilterra e Usa, e recentemente è stata oggetto di discussione anche in Giappone. Esiste inoltre una piattaforma Internet, 4 Day Week Global, che ha come obiettivo quello di arrivare alla settimana lavorativa di 4 giorni in tutto il mondo. I realizzatori del progetto si presentano come "difensori del cambiamento" dicendo di essere una coalizione senza fini di lucro formata da varie figure professionali che hanno investito le proprie energie nella transizione verso la riduzione dell'orario di lavoro.
La presente forma sociale, per ritardare la sua scomparsa, è costretta ad anticipare elementi di quella futura. Il capitale, per riprodursi, è costretto a negare sé stesso.
I sindacati sono in crisi, perdono iscritti e radicamento nei luoghi di lavoro, non sono visti dai proletari come strumenti per la difesa delle proprie condizioni di vita ma come uffici in cui andare per chiedere un servizio (gestione di pratiche inerenti al rapporto di lavoro, previdenziali e fiscali). Soprattutto per i più giovani, alle prese con la disoccupazione, il precariato estremo e la giungla di stage e tirocini, le organizzazioni sindacali praticamente non esistono. Il sindacato ha cercato di affrontare la questione ma non c'è riuscito: strutturato rigidamente come burocrazia parastatale per categorie di mestiere, non è attrezzato per gestire la polverizzazione del precariato. Esso ha fatta propria fino in fondo la logica delle compatibilità e da questa è bloccato. Ne è dimostrazione l'assenza di qualsivoglia mobilitazione contro l'invio di armi in Ucraina, e contro una guerra che si sta configurando come un conflitto mondiale.
Addirittura un generale come Fabio Mini è arrivato a dire in un'intervista che "il lavoro è uno strumento per tenere impegnate le masse e i sindacati sono soltanto associazioni di categoria che devono sostenere le imprese, non i lavoratori. Ogni rinnovo di contratto dipende dai profitti dell'impresa e non da quante famiglie vengono mantenute. A profitti immensi corrispondono cifre da capogiro per i dirigenti e aumenti salariali ridicoli. A perdite immense o alla bancarotta corrispondono sempre cifre da capogiro per i dirigenti e il lastrico per i salariati."
I proletari troveranno altre forme organizzative per difendersi, non è necessario replicare ad infinitum i vecchi modelli, la Rete ha sconvolto tutto e continua a farlo (va comunque ribadito, a scanso di equivoci, che la lotta di classe non è questione di forma ma di forza).
Noi che da sempre siamo contro il culto del lavoro, la religione del capitale, non possiamo che annotare con soddisfazione le potenti conferme che arrivano dalla storia. Sta andando a farsi benedire l'etica del lavoro di matrice gramsciana e il produttivismo di mussoliniana memoria. L'ordinovista amore per la fabbrica al giorno d'oggi fa solo sorridere, anche se ogni tanto spunta qui e là qualche zombie operaista che propone di lottare per la nazionalizzazione delle fabbriche o per l'autogestione dell'azienda. Dispiace per questi nostalgici della civiltà del lavoro, ma la pandemia ha fatto scattare qualcosa nelle teste dei lavoratori, ha messo a tanti una pulce nell'orecchio: milioni di salariati si sono chiesti se vogliono davvero sacrificare la propria vita a beneficio dell'economia e molti hanno concluso che non ne vale la pena.
La rivolta contro il lavoro è una rivolta contro il capitale ed è cosa ben diversa di una lotta per il salario, importante quanto si vuole, ma pur sempre a carattere economico e perciò parziale.
Volendo allenare un po' il muscolo cervello e fare degli esercizi di immaginazione, se dovessimo elencare le caratteristiche di un futuro movimento di classe, partendo dagli elementi a disposizione e proiettandoli nel domani, potremmo dire che esso non sarà di tipo rivendicativo, non chiederà nulla ai burocrati del sindacato o del parlamento, non accetterà le regole del gioco (tavoli delle trattative), ma punterà alla formazione di una contro-società (il mezzo diventa il fine). Non vorrà migliorare il sistema del lavoro salariato chiedendo di portare la Costituzione negli uffici e nelle fabbriche, ma lotterà per eliminare tempo di lavoro a favore di tempo di vita. Questa conquista, che sembra miseramente espressa in ore e ridotta ad un calcolo matematico, rappresenta una gigantesca vittoria, la massima possibile, rispetto alla condizione di necessità che tutti ci schiavizza.
L'industria elimina lavoro umano? Benissimo, non ci opporremo a questa tendenza. Non siamo contro l'automazione, anzi, diciamo che è positivo che all'interno dei processi produttivi si faccia ampio uso di robot e di intelligenza artificiale. Ma se non lavoriamo perché lo fanno le macchine al posto nostro, vogliamo comunque vivere. Ergo: se il capitalismo dimostra che può fare a meno dei lavoratori, allora i lavoratori possono benissimo fare a meno del capitalismo. Se questo sistema non ci fa vivere, allora si deve togliere dai piedi, per lasciare spazio ad altro, a qualcosa di migliore.



