Logo Chicago86

Tang PingUn recente rapporto congiunto dell'OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) e dell'ILO (International Labour Organization) lancia l'allarme sull'aumento dei decessi causati dal superlavoro: "Nel 2016 il lavoro di 55 o più ore settimanali ha provocato 745.194 decessi, rispetto ai circa 590.000 nel 2000. Di questi decessi, 398.441 sono attribuibili a ictus e 346.753 a malattie cardiache. Ciò assegna a coloro che lavorano tanto un rischio stimato del 35% in più di ictus e del 17% in più di malattie cardiache rispetto alle persone che lavorano da trentacinque a quaranta ore alla settimana. Gli uomini e gli adulti di mezza età sono particolarmente esposti e il problema è più diffuso nel sud-est asiatico."

Il lavoro, in un'epoca in cui le aziende spremono i lavoratori come limoni per stare al passo con la concorrenza internazionale, uccide. E se non ammazza in fabbrica o nei cantieri, fa ammalare, deprimere, e provoca stress. In questo mare di sofferenza causato da quella "strana follia" che si è impossessata di uomini e donne della società moderna, l'amore per il lavoro (cit. Paul Lafargue, Il diritto all'ozio), qualcuno comincia a chiamarsi fuori.

Ci stiamo riferendo al curioso fenomeno riportato da alcuni giornali e di cui si discute in Rete che va sotto il nome di "Tang Ping", letteralmente "sdraiarsi a terra". Nato da un post sul popolare social network cinese Tieba, si è diffuso memeticamente approdando su piattaforme come Weibo e Douban. Questo il messaggio dell'anonimo navigatore che ha dato il via al tutto: "Ho rinunciato ad avere un impiego fisso, lavoro solo pochi mesi, quello che basta per avere lo stretto necessario. Poi sto saggiamente disteso, faccio buone letture, non voglio comprare niente che non sia indispensabile. In Cina non abbiamo mai avuto una corrente ideologica che esalti la soggettività dell'essere umano, siamo in piena involuzione, così ho deciso di fare 'tangping'."

L'espressione è ben presto diventata virale, evidentemente perché riflette la crescente disillusione dei giovani cinesi nei confronti della cultura del lavoro. Invece di cercare di stare al passo con le aspettative della società, di sgomitare per farsi spazio nella giungla capitalistica, di fare soldi per poi precipitarsi nel vortice del consumo fine a sé stesso, alcuni di loro hanno deciso di staccare la spina: "rilassiamoci e sdraiamoci tutti per un po'", dicono.

Il governo non ha perso tempo e ha definito il "Tang Ping" una filosofia disfattista ed antipatriottica, contraria all'etica socialista. Il fenomeno, dicono ai piani alti, non fa bene allo sviluppo economico e sociale del paese e dev'essere censurato, cominciando dal blocco dei forum in cui se ne discute. Il timore è che i "tangpingisti" passino dalle parole ai fatti, dandosi una qualche forma di organizzazione.

Al pari degli altri governi capitalistici, anche quello con sede a Pechino imbonisce i proletari facendogli credere che l'unica via per ottenere la felicità individuale e collettiva sia di vendere la propria forza lavoro in cambio di un salario. Una moderna forma di schiavitù viene fatta passare come qualcosa di naturale, un rapporto sociale che è sempre esistito e sempre esisterà e che perciò non dev'essere messo in discussione. D'altronde, come scriveva Bertrand Russell, "l'idea che il povero possa oziare ha sempre urtato i ricchi."

Ma ora sembra che alcuni giovani cinesi abbiano smesso di abboccare all'amo dell'ideologia capitalistica, stanchi di lavorare con orari impossibili per paghe da fame, e con le tasche piene del culto del Dio-lavoro.

Da parte nostra, auguriamo lunga vita ai "tangpingisti" e a tutti i lafarguiani consapevoli o meno, auspicando che la critica al superlavoro e al produttivismo si chiarisca meglio, diventando rifiuto tout court del sistema del lavoro salariato, in Cina e, perché no, anche nell'altrettanto lavorista Occidente (vedi recenti polemiche in Italia sul reddito di cittadinanza, i fannulloni e i mai tanto odiati divani).