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Vi siete mai fermati a pensare a quanto sia incredibilmente complessa, e al tempo stesso fluida, la giornata di un lavoratore oggi? Quando acquistate un prodotto online, utilizzate un software o coordinate un progetto con lavoratori dall'altra parte del mondo, state partecipando a qualcosa di gigantesco. State muovendo un pezzo di un cervello collettivo mondiale.

Ingegneri, magazzinieri, corrieri, sviluppatori e operai: l'umanità intera collabora già oggi all'interno di un'unica immensa rete fatta di logistica, infrastrutture informatiche e flussi di dati. La conoscenza è ormai globale, sociale e interdipendente.

Eppure, al centro di tutto questo gigantesco processo esiste un paradosso: un'intelligenza che non ci appartiene. Questa straordinaria capacità collettiva non è sotto il nostro controllo, ma appare separata da noi, quasi come una forza estranea che ci domina. Questa enorme intelligenza collettiva è monopolizzata, recintata e sequestrata dai grandi capitali, dagli Stati e dalle piattaforme tecnologiche globali.

Il capitalismo moderno si ritrova oggi in una situazione che riecheggia profondamente le osservazioni di Marx ed Engels nel Manifesto sulla borghesia come "apprendista stregone": una classe che ha acquisito un enorme potere e ha innescato forze e dinamiche, di cui però ha perso il controllo, proprio come l'apprendista stregone che evoca spiriti più forti di lui e non riesce a dominarli.

Nel contesto attuale, ciò si manifesta chiaramente nella gestione dell'intelligenza collettiva globale, diffusamente generata dalla società, che si espande e si auto-potenzia al di là delle capacità di dominio di qualsiasi singolo gruppo di potere.

Nonostante questa incapacità di controllo, il sistema continua a imporre la logica della competizione, della proprietà e del profitto. Usa la tecnologia non per liberare gli uomini dal lavoro, ma per rinchiuderli in meccanismi sempre più sofisticati di alienazione.

Il risultato? Invece di liberarci dal lavoro e restituirci tempo per vivere, questa tecnologia viene usata per sfruttarci sempre più. Nella vita quotidiana ci sentiamo isolati, schiacciati dalla concorrenza reciproca, costretti a vendere il nostro tempo e la nostra attenzione per sopravvivere, consumando esistenze svuotate di senso.

Il nodo cruciale per il futuro consiste nel passare dalla stregoneria inconsapevole a una nuova forma di armonia sociale auto-organizzata, al mondo di domani che restituisce all'umanità il tempo della vita.

"Bisogna sognare!", diceva Lenin, invitando a non cadere nella rassegnazione della realtà quotidiana, e a unire immaginazione e pianificazione strategica per cambiare le cose. Ebbene, proviamo a immaginare cosa accadrebbe se questo immenso "apprendistato" finisse.

Cosa succederebbe se l'intelligenza artificiale (IA) venisse strappata ai recinti del profitto e utilizzata da un’umanità non più capitalista? Come apparirebbe il mondo di domani, già racchiuso in potenza nel sistema di macchine e nella rete di relazioni che utilizziamo ogni giorno? Come cambierebbero radicalmente le coordinate sociali?

Innanzitutto, l'IA smetterebbe di essere il guardiano invisibile che calcola quanti secondi un magazziniere può impiegare per prendere un pacco o quanti clic un impiegato deve compiere davanti a uno schermo. Diventerebbe, invece, uno strumento utile per calcolare il fabbisogno energetico, distribuire i beni in modo razionale, prevedere le pandemie e proteggere il Pianeta.

Se oggi l'automazione fa paura perché "ruba il lavoro" e genera “disoccupazione tecnologica”, in un mondo liberato essa rappresenterebbe la più grande benedizione per la specie umana. La sostituzione dell'uomo con un sistema di macchine automatizzato non significherebbe povertà, ma liberazione di tempo. Il lavoro necessario, svolto dagli automi, lascerebbe spazio all'erompere della vita.

Senza l'obbligo di competere brutalmente per sopravvivere, la rete mondiale, che oggi ci unisce soltanto per produrre e consumare merci inutili se non dannose, diventerebbe una rete per condividere beni necessari. Il "cervello collettivo" smetterebbe di essere una forza estranea che ci schiaccia e sovrasta per diventare il patrimonio comune dell'umanità.

Oggi viviamo in un sistema in cui, se non lavori, non mangi. Il lavoro salariato è la chiave d'accesso per milioni di uomini alla sopravvivenza. Ma se le macchine svolgono in potenza il lavoro necessario, quel legame si spezza e l'intera struttura della società mercantile crolla. Ecco perché la fine del lavoro forzato impone una totale reinvenzione dell'esistenza umana, almeno attraverso tre conseguenze logiche e pratiche.

La prima è il superamento del sistema salariale. Se non c'è più bisogno di lavoro umano per produrre cibo, vestiti o software, non ha più senso pagare un salario. E se non esiste più il salario, perde significato anche il fatto che i beni abbiano un prezzo. L'accesso ai mezzi della vita si sgancia completamente dalla necessità di vendere la propria forza-lavoro. La distribuzione non avviene più tramite il mercato, ma attraverso il soddisfacimento diretto dei bisogni, senza la partita doppia. I magazzini automatizzati e i servizi gestiti dall'IA distribuiscono ciò che serve alla società.

La seconda conseguenza è che il tempo diventa la vera ricchezza. Se nel sistema mercantile il ricco è chi possiede più denaro, nella società liberata dalla tecnica la ricchezza cambia natura: diventa tempo socialmente disponibile.

La terza conseguenza riguarda il significato stesso dell'attività umana. Senza il ricatto della sopravvivenza, l'attività si sposta dal lavoro svolto per obbligo all'azione libera svolta per sé e per la comunità. Gli individui continuerebbero a studiare, fare ricerca medica, dipingere, costruire mobili o coltivare la terra, ma lo farebbero per il piacere, per la scoperta o per il dono sociale, non per pagare l'affitto.

Il paradosso odierno è che consideriamo l'automazione una minaccia — "l'IA ci ruberà il lavoro" — solo perché viviamo in un sistema capovolto. In una società realmente umana, il fatto che una macchina lavori al posto nostro dovrebbe essere motivo di festa, non di disperazione.

Per tutta questa serie di motivi, possiamo affermare che una società futura in cui si liberino le potenzialità che il capitalismo stesso ha prodotto non è un'utopia. Nelle reti logistiche mondiali, nei sistemi automatici, nell'intelligenza collettiva che ogni giorno coordina miliardi di esseri umani, esistono già gli elementi materiali di una società fondata non sul mercato, ma su un'organizzazione che tuteli l'intera specie umana.

La vera questione storica diventa allora: continuare a usare la straordinaria potenza della tecnica al servizio della guerra, della competizione, dello sfruttamento e dell'alienazione, oppure trasformarla nello strumento attraverso cui l'umanità conquista tempo, libertà e un progetto comune di specie?

Per la prima volta nella storia, il problema centrale non è più come produrre abbastanza per sopravvivere, ma come liberare la vita dalla necessità cieca del lavoro forzato. È qui che il sogno smette di essere fantasia e diventa possibilità storica concreta.