Trovando un limite nella compressione del salario immediato, il capitale finanziario si appropia di quello differito, con la complicità delle burocrazie sindacali
Lo scorso 1° luglio è entrata in vigore una nuova disciplina che modifica le modalità di destinazione del Trattamento di Fine Rapporto (TFR) per i neoassunti del settore privato.
La novità, inserita nell'ambito della Legge di Bilancio, riguarda esclusivamente i lavoratori assunti da questa data in poi e prevede che, entro 60 giorni dall'assunzione, questi debbano decidere se mantenere il TFR in azienda oppure, nelle imprese soggette all'obbligo, presso il Fondo Tesoreria INPS, oppure destinarlo al fondo pensione previsto dal contratto collettivo applicato. In assenza di una scelta esplicita, il TFR viene automaticamente conferito al fondo pensione di categoria. Nel caso in cui esistano più fondi contrattuali, il conferimento avviene a favore di quello con il maggior numero di iscritti; se invece il contratto collettivo non prevede alcun fondo, il TFR confluisce nel Fondo Cometa, quello dei lavoratori metalmeccanici. Una volta conferito il TFR al fondo pensione attraverso il meccanismo del silenzio-assenso, non è più possibile ritornare al mantenimento del TFR in azienda, mentre resta sempre consentito il percorso inverso, cioè trasferire successivamente il TFR dall'azienda a un fondo pensione. Parallelamente al rafforzamento del silenzio-assenso, la normativa mantiene una serie di incentivi fiscali che rendono economicamente più conveniente la previdenza complementare. Tra questi incentivi figurano la deducibilità dei contributi versati fino a 5.300 euro annui, una tassazione agevolata delle plusvalenze finanziarie, pari al 20% anziché al 26% e l'introduzione di ulteriori contributi a carico dei datori di lavoro per favorire l'adesione ai fondi.
Poiché il TFR conferito ai fondi viene investito nei mercati finanziari, il rendimento futuro dipende dall'andamento degli strumenti acquistati dai gestori. Il TFR mantenuto in azienda, invece, continua a rivalutarsi secondo il meccanismo previsto dalla legge – pari all'1,5% annuo più il 75% dell'inflazione – ed è assistito dalle garanzie previste in caso di insolvenza del datore di lavoro.
Il provvedimento rappresenta un ulteriore passo nel processo di finanziarizzazione del risparmio dei lavoratori, trasferendo quote crescenti di salario differito verso le grandi società multinazionali di investimento. Esse sono alla ricerca di ogni possibile fonte di risparmio da impiegare nelle loro scorribande sui mercati, alimentando così la grande bolla fìnanziaria. Siccome sono troppo grandi per fallire (vedi film Too Big to Fail, di Curtis Hanson), sembrano un buon posto dove depositare quote di salario differito. La promessa si fonda sull'idea che, nel lungo periodo, l'investimento sui mercati finanziari possa generare rendimenti superiori alla rivalutazione legale del TFR lasciato in azienda.
Secondo i sostenitori della riforma, l'ampliamento della previdenza complementare consente di rafforzare le future pensioni integrative e di favorire una maggiore partecipazione dei lavoratori ai rendimenti dei mercati finanziari. Secondo i demo-statalisti, invece, l'aumento delle adesioni ai fondi pensione riduce le risorse che affluiscono all'INPS attraverso il TFR e, più in generale, diminuisce la liquidità disponibile per il sistema pensionistico pubblico. La platea interessata è stimata in circa 2,5 milioni di lavoratori. Inoltre, la soglia dimensionale delle aziende obbligate al versamento del TFR al Fondo Tesoreria verrà progressivamente abbassata: dai 60 dipendenti previsti nel biennio 2026-2027 ai 50 nel periodo 2028-2031, fino a 40 a partire dal 2032. Tali agevolazioni comportano per lo Stato un minor gettito fiscale compreso tra 5 e 6 miliardi di euro l'anno.
I fondi pensione negoziali sono amministrati da un Consiglio di amministrazione composto pariteticamente da rappresentanti delle organizzazioni sindacali e delle associazioni datoriali. Il consiglio, tuttavia, non gestisce direttamente il patrimonio raccolto. Le risorse vengono affidate a società specializzate nella gestione del risparmio, che decidono come investire il capitale sui mercati finanziari. Tra i principali gestori utilizzati dai fondi italiani figura l'americana BlackRock, che investe prevalentemente attraverso ETF a replica fisica, mentre il ruolo di banca depositaria viene spesso svolto da State Street Bank, che ha il suo quartier generale a Boston. Nel caso del Fondo Cometa il patrimonio amministrato supera i 13 miliardi di euro.
Un ulteriore cambiamento è previsto dal 31 ottobre, quando entrerà in vigore la piena portabilità dei fondi pensione negoziali. La nuova disciplina consentirà ai lavoratori di trasferire la propria posizione individuale anche verso banche o compagnie assicurative, ampliando la possibilità di passare dai tradizionali fondi chiusi di categoria a forme pensionistiche aperte.
Lo scorso 29 maggio, organizzazioni sindacali e associazioni datoriali hanno sottoscritto un "avviso comune" chiedendo di limitare gli effetti della nuova disciplina in materia di TFR, ma si tratta di un documento privo di efficacia vincolante rispetto alla legge, una semplice richiesta di avere più peso negoziale.
I bonzi sindacali, presenti negli organi di amministrazione dei fondi pensione, hanno gettato definitivamente la maschera e hanno sostituito l'apparente funzione di rappresentanza dei lavoratori con la più profittevole gestione degli strumenti di previdenza complementare. Il sindacato siede agli stessi tavoli con i big della finanza internazionale, quell'1% che domina incontrastato sul restante 99%.




