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manifestazione Fiom 16 ottobre 201030 ottobre 2010

Pubblichiamo questa email arrivata alla casella postale di Chicago86. Un comunicato scritto bene, un po' troppo freddo a nostro avviso. Non condivisibile l'appello finale sull'unione dei sindacatini di base. Meglio appellarsi all'unione e al coordinamento dal basso dei lavoratori in lotta. "Prima viene l'azione e poi la coscienza". Bene, proprio così. Però che strano, secondo il testo tutto è colpa della coscienza che decide l'azione. I sindacatoni cattivi fabbricano con coscienza lo spettacolo-manifestazione di Roma (16 ottobre) per ingannare le masse. Spettacolare esibizione di volontà? Invece arrancano anche loro, col fiatone da scoppiati, non sanno più che pesci pigliare... mentre la crisi continua. - Chicago86 -

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La manifestazione FIOM del 16 ottobre ha visto una grande partecipazione di operai metalmeccanici e di lavoratori delle federazioni locali della CGIL che avevano dato la loro adesione. Indubbiamente è stato un successo per la FIOM, per la sinistra CGIL, e per la CGIL tutta, quindi per il sindacalismo di regime.

Ma è solo un apparente paradosso sostenere che è lo stesso sindacalismo di regime che deve temere dal successo delle proprie iniziative.

Da materialisti sosteniamo che, per gli individui come per le classi, prima viene l’azione, dopo la coscienza. È un fatto positivo in sé che gli operai scendano nelle strade per la difesa della loro condizione, al di là delle insegne sotto le quali sfilano. Dall’esperienza pratica del successo di una manifestazione sindacale come quella del 16 ottobre decine di migliaia di operai traggono rinnovata fiducia nell’organizzazione che l’ha proclamata e costruita, è vero. Ma anche nella forza e capacità di mobilitazione della propria classe.

Il sindacalismo di regime gioca un ruolo di difficile equilibrio: deve mobilitare i lavoratori quanto basta per mantenere il suo prestigio, ma deve farlo in misura e modalità tali da evitare che essi ritrovino fiducia nei propri mezzi, il che li incoraggerebbe ad ingaggiare una vera battaglia in difesa dei loro interessi.

Il successo di questo equilibrismo poggia innanzitutto su una base materiale che è quella del corso economico del capitalismo. Fintanto che il ciclo del capitale percorre il ramo ascendente della sua parabola, la borghesia può concedere qualche briciola dei suoi enormi profitti. Si sfiora il pieno impiego, la classe si sente forte e che può rivendicare. Finisce che è impossibile contenerne la pressione, che si riesce però a far sfogare all'interno delle strutture dei sindacati di regime, che operano in modo non palese al disfattismo di movimenti di lotta anche potenti. Questi sindacati si appropriano allora del merito dei miglioramenti ottenuti. Su questo prestigio si appoggiano poi nelle successive fasi di crisi economica, e anche facendo leva sulle loro enormi strutture organizzate, sostenute da Stato e padroni.

L’autunno caldo del ’69 non giunse a "cambiare la CGIL", buttando a gambe all’aria la sua dirigenza e trasformandola in un sindacato di classe, proprio perché essa poté permettersi in un certo grado di "lasciar fare" agli operai, sul momento, per poi recuperare nel lungo termine il terreno perduto. Ciò fu possibile solo perché il capitalismo allora poteva concedere effettive migliorie normative e salariali: statuto dei lavoratori e scala mobile. La CGIL poté così trasformare i CUB dell’autunno ’69 nei Consigli di fabbrica e nel giro di dieci anni annullare ogni loro residua efficacia e pericolo. La classe operaia era forte, ma il capitalismo mondiale era ancora più forte, e più forte la controrivoluzione.

Oggi è ben chiaro che la situazione è assai differente. La crisi non permette alla borghesia di fare concessioni, anzi la spinge a revocare tutte quelle migliorie che sotto la spinta della lotta aveva malvolentieri ceduto. Ai sindacati di regime ogni giorno di più viene a mancare la base materiale.

* * *

Come prevedibile la manifestazione del 16 è stata preparata in tutti i dettagli. Le dichiarazioni dal Ministro degli Interni i giorni precedenti sono servite a scoraggiare chi avesse voluto una contestazione ad Epifani ed approfondire le contraddizioni fra maggioranza CGIL e FIOM. Al contrario di ciò che hanno sostenuto Epifani e Landini, Maroni non ha sabotato la manifestazione, ma ha aiutato la FIOM e la CGIL a mantenerla nei binari ad esse utili. Con una pratica esperita da ormai oltre 30 anni lo Stato borghese paventa e allude alla violenza e al "terrorismo" per intimorire i lavoratori che lottano contro l’opportunismo sindacale.

Il grande corteo è stato poi fatto defluire nella sua maggior parte prima che dal palco parlasse il segretario generale Epifani: gli hanno anteposto cinque interventi minori e, dopo, quello del segretario FIOM Landini. Quando è giunto il turno di Epifani erano ormai le sei e mezza di sera e la maggior parte degli operai era già incamminata ai pullman. Ciò non ha impedito ad un numero significativo di essi di attendere quasi altre due ore, di fischiare l’intervento di Epifani e di gridare per lo sciopero generale.

Simbolicamente il segretario della CGIL ha parlato affiancato da Cremaschi e Landini, che come paladini, o cani da guardia, facevano ampi gesti per calmare i "contestatori" ed ostentavano convinti applausi ai passaggi più "duri" del discorso di Epifani. Il messaggio per tutti doveva essere chiaro: la CGIL può tradire i metalmeccanici, può sabotare la loro lotta, può contrattare con CISL e UIL mentre questi combattono apertamente la FIOM, può indicare a Pomigliano di votare in favore dell’accordo, ma questo non basterà mai a mettere in discussione la "unità" della CGIL, cioè l'adesione della FIOM al sindacalismo di regime e alla sua politica.

Si dimostra confermata appieno la nostra trentennale diagnosi sulla sinistra CGIL: il più prezioso puntello del sindacalismo di regime.

Al comizio la recita delle parti ha visto Landini richiedere lo sciopero generale, ed Epifani mostrare la sua disponibilità a ricorrervi, fatte naturalmente alcune riserve. Tutti perfettamente d’accordo: l’intento è prendere tempo. Epifani ha chiarito che, se sarà, lo sciopero verrà proclamato dopo un’altra manifestazione, questa volta di tutta la confederazione, prevista per il 27 novembre. Cremaschi ha affermato che la proclamazione non può essere rimandata alle calende greche e che quindi una decisione deve essere presa... dopo la manifestazione del 27 novembre! Nulla di nuovo: la manifestazione del 16 ottobre era stata annunciata a fine luglio, con quasi tre mesi di anticipo!

Perfetto equilibrismo opportunista: non si proclama lo sciopero generale, ma si apre un lungo dibattito su di esso, cercando di far credere ai lavoratori che, contro gli effetti della crisi mondiale, sia sufficiente uno sciopero generale annunciato con mesi di anticipo e magari di quattro ore!

Ma ciò che è l’aspetto più significativo di tutta quest’opera di intorbidamento delle chiare necessità di lotta è privare i lavoratori della consapevolezza del nesso fra la loro mobilitazione e gli obiettivi. Questi non sono mai chiaramente formulati, concreti, ma ideologici e impalpabili, oltre che oggettivamente anti-operai: la democrazia (borghese), il lavoro (salariato), i diritti (cartacei), la legalità (padronale). Nella manifestazione del 16 ottobre, la rivendicazione centrale e attuale della difesa del contratto nazionale è rimasta offuscata nel fumo narcotico di queste parole d’ordine borghesi.

La FIOM stessa ha contribuito a indebolire le basi del contratto nazionale, con la firma di tutti gli accordi che oggi sventola per dimostrare di non essere un sindacato che sa dire solo "no": coi contratti d’area come alla FIAT SATA di Melfi e di Pratola Serra, accettando il principio di legare una quota del salario alla produttività del lavoro, concentrando l’attenzione dei lavoratori sulla contrattazione integrativa aziendale. Dopo la disdetta del contratto da parte di Federmeccanica ha fatto scioperare i metalmeccanici per sole 4 ore e divisi per territorio e per fabbrica. Modo davvero curioso di opporsi a un attacco padronale che vuole proprio approfondire questa divisione.

Dalla manifestazione di Roma gli operai sono tornati alle loro città e fabbriche con questo in mano: che è necessario fare uno (uno!) sciopero generale e la mezza promessa della CGIL di ricorrervi. Se la richiesta in tal senso da parte dei lavoratori si farà più pressante la CGIL userà questa carta, tardi, con parsimonia e a sostegno degli obiettivi ad essa consueti. Questi sono già intuibili oggi. Mentre la FIOM ancora organizzava le 4 ore di sciopero per azienda e per territorio contro la disdetta del contratto, la CGIL apriva "un grande tavolo negoziale" con CISL, UIL, Confindustria e Governo per la riforma contrattuale, fiscale e degli ammortizzatori sociali. La CGIL ostacolerà in ogni modo la necessità dei lavoratori di ricorrere allo sciopero generale per i loro veri obiettivi, e cercherà di deviare le energie operaie ad attendere il risultato del "tavolo negoziale", che sarà una riforma ulteriormente peggiorativa.

La FIOM, recitando la parte di ala sinistra e combattiva della CGIL, si rifiuterà però di attaccarne apertamente la politica e di dare chiari obiettivi di lotta agli operai, con questa complicità passiva aiutando la CGIL a riuscire nella manovra anche questa volta.

* * *

Ma il gioco per tutto il sindacalismo di regime si fa sempre più difficile e rischioso. Se la CGIL si trova costretta, per non perdere tutta la fiducia dei suoi iscritti, a sventolare la parola d’ordine dello sciopero generale, più la crisi avanza più i lavoratori crederanno a queste parole, e pretenderanno da essa sia a queste coerente e conseguente.

Se, sotto la spinta della crisi, lo sciopero generale, proclamato dalla CGIL a mo’ di valvola di sfogo e per sostenerla al tavolo negoziale, dovesse essere invece colto dai lavoratori, sempre più sfruttati e immiseriti, come atto necessario per ribellarsi e lottare contro lo condizione in cui li sta riducendo il capitalismo, se allora venissero a riempire le piazze non solo di numeri, come è successo a Roma, ma anche di rabbia, ecco allora che il doppiogiochismo della stessa FIOM verrebbe smascherato, non potendo questa accettare di imbastire un vero scontro con il padronato, una vera lotta di classe.

Questo processo è ineluttabile. I tempi perché si compia li stabilisce innanzitutto il maturare della crisi sociale, che dipende, sebbene non legata rigidamente, dal corso della crisi economica capitalistica.

Un fattore importante in questa complessa dinamica può presentarsi in quegli organismi sindacali che affermano di lavorare alla costruzione di un sindacato di classe fuori e contro i sindacati di regime. Purtroppo tutto il sindacalismo di base, affetto nei capi da un inguaribile ed inveterato politicantismo, continua ad ignorare l’elemento primordiale ed elementare della lotta di classe: che cioè l’azione comune difensiva dei lavoratori è già in sé un atto contro i padroni e i sindacati di regime. Solo per questa non perdonabile insensibilità le diverse sigle del sindacalismo di base hanno deciso di non partecipare unitamente alla manifestazione del 16 ottobre, con la richiesta di un vero sciopero generale, attaccando la CGIL e mettendo in tal modo in crisi la sua sinistra e la dirigenza della FIOM.

La discussione nelle assemblee, lo sciopero, la manifestazione nelle strade, indipendentemente delle sigle sindacali che li hanno proclamati, sono un fenomeno fisico nel quale si esprime e si prende atto della forza della classe e si accumulano le esperienze di lotta che portano al maturare della coscienza sindacale dei lavoratori, del ruolo dello Stato, del parlamento, dei partiti, delle forze dell'ordine e, non ultimo, la comprensione delle differenze fra le sigle sindacali di regime e quelle tendenti alla costruzione del sindacato di classe. Non oltre, che lo strumento tramite fra le secolari esperienze della lotta di classe e i mezzi adatti ad abbattere il capitalismo può essere solo il partito politico. Ma non è poco!

Invece le attuali dirigenze dei sindacati di base, nonostante l’evidente precipitare nella crisi del capitalismo, perseverano nella deleteria prassi di indire manifestazioni e scioperi separati, dalla CGIL e perfino fra di loro! Il settarismo dei capi dei sindacati di base è oggi altrettanto dannoso quanto lo è il ruolo della sinistra CGIL. E va combattuto alla stessa stregua.

I comunisti, e i lavoratori iscritti a tutte le sigle del sindacalismo di base (USB, CUB, Slai Cobas, Cobas) devono lottare contro le attuali dirigenze per l’unione dal basso di tutti i sindacati di base in un unico organismo, per rovesciare la pratica delle azioni sindacali separate, accettando finalmente lo scontro con il sindacalismo di regime.