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Luglio 2011

L'accordo tra CGIL, CISL, UIL e Confindustria su contrattazione e rappresentanza firmato il 28 giugno, ha sollevato, giustamente, dure critiche da esponenti sindacali della Fiom e da elementi di base del principale sindacato italiano. Nessuna di queste, però, ha denunciato che il patto sociale siglato, anticipazione del massacro sociale in arrivo, non è una novità ma una coerente manifestazione della politica sindacale adottata dalla Cgil dalla sua rifondazione nel secondo dopoguerra.

La natura corporativa del patto di giugno che accorda, fra le altre misure, la facoltà ai padroni di stravolgere il contratto nazionale, in funzione del peso dei propri interessi aziendali, è figlio legittimo di quell'antifascismo resistenziale, che la CGIL rappresenta "coerentemente" dagli anni 30 e culminato il 3 giugno 1944 firmando il patto di Roma che decretava la rinascita dall'alto della burocrazia sindacale come cinghia di trasmissione degli interessi nazionali a cui subordinare quelli dei lavoratori.

La CGIL unitaria è stata costruita in tutta fretta dai partiti antifascisti per prevenire una eventuale fondazione dal basso del sindacato. Tale circostanza si stava, in effetti, già verificando nel Sud del paese, dove venivano ricostituite dai lavoratori, in modo del tutto spontaneo, le gloriose camere del lavoro pre-fasciste.

Si dimentica troppo spesso che la CGIL è nata in continuità e non in rottura con il corporativismo fascista, sulla base di un patto di vertice, tutto politico, tra i principali partiti italiani antifascisti: quello stalinista, quello democristiano e quello socialista, gli stessi che formeranno, da lì a poco, anche il governo di unità nazionale, con la vigile benedizione dell'imperialismo americano vincitore.

In un contesto del genere il modello di relazioni sociali poteva essere solo concertativo. Diverso formalmente dal corporativismo fascista in quanto è indispensabile il pluralismo politico, ma simile nel contenuto, perché ne mantiene l'impianto strutturale con la presenza di sedi stabili di concertazione fra governo-padroni-sindacati.

Il nuovo sindacato venne costruito dall'alto e subito blindato contro potenziali pressioni dal basso. Un comitato direttivo di 15 membri e una segreteria generale con poteri esecutivi, di tre membri, (equamente distribuiti tra i tre partiti che lo componevano) vigilavano "unitariamente" affinché lo spirito di conciliazione nazionale con cui si intendeva diluire le spinte classiste, assai forti in quel periodo, non venisse meno.

Con lo stesso criterio di imposizione burocratica della proporzionalità, sarebbero state formate le direzioni delle federazioni nazionali e provinciali e approntata preventivamente la struttura dirigente per le regioni che ancora non erano state "liberate". Insomma, con il patto di Roma si predisponeva una struttura prefabbricata, concertativa, calata dall'alto, entro cui incanalare le istanze operaie.

Un criterio organizzativo e politico di chiara matrice interclassista, opposto e divergente da quello che, ad esempio, indicava Lenin con la famosa formula della "spontaneità operaia" secondo la quale l'incentivo per la costituzione di organismi sindacale non può che pervenire dal basso, dalla spontaneità che costituisce la sola base materiale, l'unico presupposto reale sulla quale impostare qualsiasi discorso sindacale di classe.

Istituzionalizzazione contro spontaneità, ovvero "diritti contro forza", sono le armi che il sindacato, fin dal secondo dopoguerra, utilizza nel tentativo di prevenire o arginare le tendenze classiste che si manifestano spontaneamente tra gli operai e che richiamano a forme di lotta diretta.

Gli accordi di giugno, come quelli sulla "politica dei redditi" o del protocollo del luglio del 1993, rappresentano delle svolte repentine, delle novità inaspettate solo per coloro che, all'interno della CGIL, condividono la stessa logica istituzionale, la stessa preferenza per il ricorso all'arbitrato statale, al richiamo alle regole democratiche secondo una logica che attribuisce allo Stato e ai suoi organi rappresentativi (parlamento, magistratura, esecutivo) una funzione politicamente neutra ed equidistante rispetto alle classi in conflitto. E' questa agghiacciante e reiterata ambiguità che non permette ai tanti critici delle svolte corporative della CGIL di andare, ogni volta, oltre le lamentazioni interne.

Le "sinistre sindacali" subiscono tutte quante il retaggio della logica resistenziale. Per questo motivo, non possono fare altro a parte lamentarsi di fronte a un apparato sindacale che fa il suo mestiere. Non ci si può opporre realmente a qualcuno restando sul suo stesso terreno.

Non è certamente attraverso la richiesta di maggiori o diverse garanzie istituzionali che si rafforzano gli interessi di classe. Occorre rovesciare l'intera impostazione, eredità dell'interclassismo antifascista, e vedere nella fuoriuscita istituzionale, nella rottura di norme consolidate, l'unica alternativa credibile, in grado di sostenere l'offensiva di classe.

I patti di giugno vanno quindi inquadrati all'interno di una dinamica storica e in un preciso contesto internazionale, poiché sono anche una risposta alla recrudescenza della crisi finanziaria. Con essi, la CGIL mentre persegue una politica concertativa consolidata negli anni, tenta di "ammodernare" il modello contrattuale, secondo le mutate esigenze dell'economia nazionale. Del resto, il ridimensionamento del Contratto Nazionale a favore di quello aziendale, sancito con i patti di giugno, era già in scaletta almeno fin dal 2008. Lo troviamo già formulato in una bozza intitolata: "Linee di riforma sulla struttura della contrattazione", firmata congiuntamente da CGIL, CISL e UIL. La bozza puntava ad una decisa riforma del patto del luglio '93, proponendo un "nuovo" modello delle regole della rappresentanza anticipando il ridimensionamento del contratto nazionale a favore di una contrattazione decentrata imperniata sul secondo livello. L'obiettivo politico è l'ulteriore frammentazione del potenziale di classe; quello economico mira ad incidere maggiormente sui fattore della produttività, più gestibile sul terreno aziendale. La borghesia italiana sa bene che la concorrenza asiatica non si può battere sul piano dei salari, ma solo su quello della produttività. Per questo l'obiettivo di padroni-governo e sindacati è quello di bassi salari integrati da premi di produzione secondo l'andamento degli utili aziendali. Sono stati generalizzati nella sostanza gli accordi applicati a Pomigliano e Mirafiori. Il capitalismo tenta di superare, non potendo farlo, la crisi che lo attanaglia fin dagli anni '70 e lo fa nei modi che le determinazioni materiali e lo stato dei rapporti di classe permettono. Questi tentativi provocano i mutamenti nelle regole concertative, producono le leggi Biagi sulla precarietà, i protocolli e via dicendo. Misurarsi con la burocrazia sindacale su questo terreno, a lei congeniale, è puro opportunismo sindacale. Non occorre un grande sforzo mentale per capire che qualunque tipo di regola firmata con l'avversario ha la sua determinazione nei rapporti di forza tra capitale e lavoro. E questo criterio si applica a qualsiasi ambito, contratti nazionali compresi. Nella logica sindacale prefascista i risultati contrattuali raggiunti, o quelli da raggiungere, non venivano mai considerati come delle finalità a sé stanti, come delle mete da conquistare all'interno di questa società, ma come obiettivi da raggiungere attraverso una dinamica di lotta, nelle relazioni che si stabilivano fra i lavoratori e fra questi e i padroni e le loro rappresentanze istituzionali.

Leo di Roma