Dalla Francia alle Filippine, si scende in piazza a causa dei costi energetici insostenibili
Lo scorso 30 marzo a Parigi, dozzine di autobus e camion hanno condotto una marcia a lumaca sul Boulevar Périphérique congestionando intenzionalmente il traffico, per pressare il governo affinchè aumenti il pacchetto di aiuti da 50 milioni di euro già annunciato per il settore dei trasporti. La polizia ha scortato i convogli e l'azione è terminata senza incidenti gravi, ma con la promessa degli organizzatori di nuove forme di mobilitazione se l'Eliseo non aumenterà il sostegno.
Pochi giorni prima a Manila, capitale delle Filippine, i lavoratori autonomi e non del settore dei trasporti hanno indetto uno sciopero di due giorni concentrandosi presso il palazzo presidenziale di Malacañang, e chiedendo l'abolizione delle tasse sui carburanti, la riduzione del prezzo del petrolio e l'aumento delle tariffe di trasporto e dei salari per compensare i costi elevati. Da quando è iniziata la guerra in Iran, il governo filippino ha promesso sussidi ai conducenti, ridotto i servizi dei traghetti e imposto la settimana lavorativa di quattro giorni per i dipendenti pubblici, al fine di risparmiare carburante.
In Pakistan, il sindacato dei trasporti aveva minacciato uno sciopero nazionale dei camionisti immediatamente dopo le festività di fine Ramadan, a metà marzo; nonostante il governo abbiamo bloccato temporaneamente l'aumento del costo del carburante, la tensione resta molto alta. Il segretario del sindacato ha dichiarato che gli alti prezzi colpiscono non solo i trasportatori ma ogni cittadino, poiché innescano un'ondata di inflazione.
La temperatura sociale sta crescendo anche in altri paesi asiatici, come Indonesia, Malesia, Sri Lanka, Vietnam, Thailandia, Bangladesh, Corea del Sud e Giappone, perché tutto il continente è particolarmente esposto alle forniture energetiche che passano dallo Stretto di Hormuz, il punto di strozzatura tra il Golfo Persico e quello dell'Oman, parzialmente chiuso dalle autorità iraniane. Ma anche Senegal, Egitto, Angola, Etiopia e Zambia stanno razionando gas e petrolio.
Gli effetti a cascata sono una conseguenza della produzione globale sempre più interconnessa, che trasmette rapidamente ogni shock lungo l'intera filiera. Ora, ad essere colpito potrebbe essere il settore agricolo a causa dei costi dei fertilizzanti (i cui componenti, urea e zolfo, transitano per lo Stretto), che hanno già registrato una crescita del 50%. I costi di produzione di molte merci stanno salendo e questo significa un aumento della miseria. L'economista Paul Krugman ha affermato che se il petrolio superasse i 200 dollari, si potrebbe verificare una "crisi economica globale conclamata, con un'impennata dell'inflazione e, molto probabilmente, una recessione".
Le mobilitazioni iniziate dal settore dei trasporti potrebbero dunque espandersi ad altri settori, non rappresentando degli episodi isolati, ma portando a galla una tensione globale profonda.
L'intreccio tra le dinamiche geopolitiche ed i rapporti di produzione comincia ad essere chiaro non solo agli addetti ai lavori, ma anche a chi si occupa (o dovrebbe farlo) della difesa delle condizioni di vita dei salariati, che però lo spiega come una somma di crisi contingenti, volontà malvagie dei governanti di turno o problemi culturali, come ha dichiarato il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, alla manifestazione "No Kings" a Roma. I bonzi sindacali parlano di tutto pur di non dire le cose come stanno: volete il capitalismo? E' questo, altro non ce n'è.
Immagine: Baophucminh53G, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons




