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Rivolta di Rosarno, CalabriaLotte in corso. ITALIA

rider 2026Paghe basse e ritmi alti alimentano il malcontento dei lavoratori

Sabato 28 febbraio i ciclofattorini delle piattaforme di consegna di cibo - comunemente definiti rider - hanno interrotto le consegne a Milano, Torino, Bologna, Palermo, Padova, Livorno, Rimini e altre città italiane.

Come in altre parti del mondo , mentre "tra i vari marchi c'è una concorrenza sfrenata per accaparrarsi fette di mercato, i lavoratori hanno interessi comuni e possono farli valere se si uniscono e adoperano con intelligenza i propri strumenti di lavoro".

Manifestazione Torino 31 gennaio 2026

Alcune considerazioni a margine della manifestazione del 31 gennaio contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna al civico 47 di corso Regina Margherita

Il corteo che si è svolto a Torino il 31 gennaio, anche se organizzato per un motivo specifico, ovvero in risposta allo sgombero dello storico centro sociale avvenuto lo scorso dicembre, si pone in continuità – almeno come partecipazione - con gli scioperi generali per Gaza del 2025, che hanno coinvolto direttamente i luoghi di lavoro e diversi settori, tra cui il trasporto pubblico locale, le fabbriche, le ferrovie, la scuola e i porti.

Le motivazioni profonde che hanno riempito le piazze lo scorso anno, così come di recente a Torino, vanno ricercate in un disagio crescente dovuto al peggioramento delle condizioni di vita, non solo in termini strettamente economici ma anche di insicurezza verso il futuro, dato l'estendersi delle guerre e la preoccupazione che questa realtà produce nelle nuove generazioni (vedi ondata di lotta della "Generazione Z").

Torino aveva visto una vivace presenza giovanile durante le mobilitazioni Pro-Palestina, e registra diversi episodi repressivi, con fermi, arresti e denunce. Il capoluogo piemontese si configura da sempre come un laboratorio politico, ma anche repressivo. Città con una lunga storia di lotte operaie, oggi senza più fabbriche, vede crescere precarietà e disoccupazione. La provincia di Torino è la più cassaintegrata d'Italia.

La manifestazione del 31 gennaio è stata molto partecipata, il conteggio va dalle 20.000 persone stimate dalla Questura alle 50.000 dichiarate dagli organizzatori, cifra più attinente alla realtà. Al di là del solito balletto delle cifre, le foto e i video del corteo testimoniamo una notevole presenza di manifestanti che ricorda le manifestazioni passate all'insegna dello slogan "blocchiamo tutto!"

Osservando il lungo serpentone che si snodava lungo corso Vittorio Emanuele, si percepiva un certo scollamento della massa dei manifestanti dagli slogan lanciati dai microfoni, come ad esempio "Torino è partigiana". Ciò che emergeva, invece, era la voglia di scendere in piazza contro qualcosa, pur non avendo ancora ben chiaro per cosa.

Quando la testa del corteo è arrivata all'incrocio tra corso San Maurizio (attiguo al centro città) e corso Regina Margherita dove si trova la sede espropriata del centro sociale, una parte ha svoltato verso di essa, presidiata da ingenti forze di polizia. Si sono quindi verificati scontri tra forze dell'ordine e manifestanti, con lancio di fuochi d'artificio da una parte e getti d'acqua e lacrimogeni dall'altra.

Buona parte del corteo è rimasta in corso Regina in attesa di vedere come evolvesse la situazione, evitando di fatto che la polizia mettesse in campo un'operazione a tenaglia contro chi si scontrava con i reparti antisommossa nei pressi di Askatasuna. La manifestazione si è sciolta quando i manifestanti provenienti da fuori città sono saliti sui pullman in zona corso Regio Parco, punto di ritrovo previsto per la fine della mobilitazione. La quale, in ultima analisi, si è svolta senza sconvolgere i piani della Questura: non è passata per Piazza Castello, luogo in cui avrebbero dovuto confluire i tre cortei partiti da Porta Susa, Porta Nuova e dall'Università (Palazzo Nuovo), mentre il centro storico, dove sono presenti i palazzi delle istituzioni e i negozi di lusso, è stato messo in "sicurezza", con grande sollievo della borghesia cittadina.

Gli scontri davanti al centro sociale sono risultati una valvola di sfogo prima della conclusione del corteo, abilmente utilizzati dalla "società dello spettacolo" per invocare misure "legge e ordine", già in programma da tempo, e non solo ad opera dell'attuale governo di destra. La canea giornalistica si è subito scatenata, in particolare contro gli "incappucciati"; per tutta risposta, sono stati pubblicati video che documentano come anche i poliziotti abbiano bastonato con violenza i manifestanti (ma anche dei malcapitati di passaggio). Il dibattitto violenza/non-violenza ha un contenuto esclusivamente morale e ideologico; la realtà è che viviamo in una società intrinsecamente violenta, dato che è divisa in classi economicamente antagoniste. La necessità di una "blindatura democratica" è un processo in atto da anni, ben visibile oggi negli Stati Uniti, con l'utilizzo delle milizie dell'ICE e l'impiego della Guardia Nazionale per contrastare una presunta emergenza di criminalità.

Per aprire una breccia nella cappa di piombo corporativa che tutto soffoca, sarebbe quantomai necessario un cambio di paradigma, sarebbe necessario smettere di giocare al gioco predisposto dagli apparati di sicurezza. Serve dunque un game changer, il che vuol dire rompere con il solito tran-tran e le consunte ritualità di piazza.

A titolo d'esempio, potrebbe essere utile guardare all'esperienza del movimento Occupy Wall Street, che nel 2011 aveva lanciato una mobilitazione permanente tramite l'occupazione in pianta stabile delle piazze, per dare vita ad una "contro-società", un luogo sicuro e aperto per il 99% in lotta contro il sistema dell'1%. Il movimento Occupy, il cui organo di coordinamento era l'Assemblea Generale, si strutturò a rete, senza leader e gerarchie, voltando le spalle alla politica parlamentare e trovando in sé contenuti, forza ed energia per diffondersi a livello globale all'insegna dello slogan "Occupy the World together".

Ex IlvaSe lo Stato e i capitalisti tendono a dismettere la produzione di acciaio, non ha senso battersi perchè le fabbriche rimangano aperte

L'agitazione operaia, che ha portato a scioperi, presidi e blocchi del traffico in varie città italiane, è la risposta alla presentazione del piano denominato "ciclo corto" presentato dal governo per l'ex Ilva, che prevedeva una riduzione della produzione e un massiccio ricorso alla cassa integrazione per migliaia di lavoratori. I sindacati hanno detto che, in assenza di un piano industriale solido, si sta di fatto puntando alla chiusura degli stabilimenti Acciaierie d'Italia S.p.A. in amministrazione straordinaria.

Attualmente l'ex Ilva lavora a ritmi ridotti: su 8mila dipendenti complessivi ne sono in cassa integrazione circa la metà.

I metalmeccanici sono scesi in strada al grido di "lavoro, lavoro!", chiedendo il rilancio della siderurgia italiana, che non sarebbe adeguatamente tutelata dal governo: i bonzi sindacali riescono ancora ad incanalare la rabbia degli operai all'interno dei binari delle compatibilità capitalistiche, "suggerendo" ai lavoratori slogan che appartengono alla classe nemica. La terribile parola d'ordine del "diritto al lavoro" non è che la triste liturgia di una Religione del Lavoro, quindi del Capitale. Essa risulta particolarmente fuorviante in un'epoca in cui lo stesso capitalismo sostituisce sempre più lavoratori con sistemi di macchine. L'acciaio è una merce prodotta in un mercato internazionale (i maggiori produttori sono Cina e India) e vince chi lo produce a prezzi inferiori, gli altri sono destinati a chiudere. Vogliamo quindi farci sfruttare di più per essere più competitivi? Se il capitalismo offre solo miseria e guerra, ad esso i lavoratori dovrebbero contrapporre la difesa intransigente dei loro interessi, cominciando con la riscoperta di parole d'ordine come la riduzione della giornata lavorativa e il salario ai disoccupati.

Manifestazioni in Italia 22 settembre 2025Sull'onda di quanto sta succedendo in altre parti del mondo, anche in Italia si registrano segnali di fibrillazione sociale.

Dopo le 4 ore di astensione dal lavoro indette dalla CGIL nella giornata di venerdì 19 settembre, lunedì 22 è stata la volta dello "sciopero per Gaza", organizzato dai sindacati di base (USB, CUB, ADL ed altri) e dalle associazioni pro-Palestina. La mobilitazione è stata indetta anche in solidarietà alla Global Sumud Flotilla, la missione umanitaria internazionale che ha l'obiettivo di portare beni di prima necessità nella Striscia di Gaza e di rompere il blocco navale imposto da Israele. Il 22  in decine di migliaia hanno manifestato nelle maggiori città italiane, e secondo alcune stime sono state oltre 500.000 le persone scese in piazza. La mobilitazione ha interessato diversi settori, tra cui il trasporto pubblico locale, le ferrovie, la scuola e i porti.

Alcuni gruppi di manifestanti hanno adottato i metodi dei bloqueurs francesi, ossia il blocco della viabilità e degli snodi strategici. A Milano si sono registrati scontri con la polizia nei pressi della stazione Centrale; a Bologna, sulla tangenziale, ci sono stati contatti tra manifestanti e forze dell'ordine; a Roma, per evitare un aumento della tensione, la polizia ha consentito l’occupazione della Tangenziale est per alcune ore. Altri blocchi sono avvenuti a Torino, Napoli, Firenze, Brescia, Catania, Genova, e sono stati segnalati "disagi" nei porti di La Spezia, Ravenna, Trieste, Livorno e Marghera.

Prmo Maggio 2022 TorinoPrimo Maggio globale: scontri a Parigi, arresti a Istanbul (dove il corteo non era autorizzato), grande manifestazione nelle strade di Atene, decine di migliaia di persone in marcia nella capitale dello Sri Lanka. Il filo rosso che lega le tante piazze nel mondo è l'impennata dei prezzi dell'energia e dei generi alimentari sull'onda della guerra in Ucraina.

In Italia i confederali si sono dati appuntamento in piazza San Francesco ad Assisi. Ad accompagnare la giornata pacifista (nel senso di ricerca pompieristica della pace tra le classi) lo slogan "Al lavoro per la pace", che tradotto dal sindacalese vuol dire: schiavi salariati andate a lavorare e invocate lo Spirito Santo perché doni la pace all'anima. Per finire in bellezza, e cancellare così ogni memoria storica sulle origini battagliere del Primo Maggio (qualcuno si ricorda ancora dei fatti occorsi a Chicago nel maggio del 1886?), nel pomeriggio si è svolto il tradizionale concertone di piazza San Giovanni a Roma.

Il 1° maggio a Torino è stato un po' diverso che nelle altre altre piazze italiane. Il capoluogo piemontese, per la sua storia operaia, è forse l'unica città che serba ancora la memoria di quel lontano giorno di lotta, e non di festa. La giornata è cominciata con la separazione in Piazza Vittorio Veneto, luogo d'inizio della manifestazione, dello "spezzone sociale", che raccoglie centri sociali, no tav, sinistra varia e realtà studentesche, dal resto del corteo, quello ufficiale. Tale divisione si è materializzata attraverso un ingente dispositivo poliziesco. Nel corso della manifestazione la polizia ha caricato a più riprese la coda del corteo. L'obiettivo della questura era chiaro, ed era stato anticipato dai giornali locali nei giorni precedenti: bloccare la componente "antagonista" per non farla entrare in piazza San Carlo, evitare contestazioni durante il comizio di sindacati tricolore, istituzioni e Chiesa, che nella persona del mons. Nosiglia ha affermato che "il diritto al lavoro resta il punto centrale di ogni società, di ogni sviluppo ed esige dunque il massimo impegno da parte di tutti".

Storicamente la classe operaia in quanto tale non ha lottato per il "diritto al lavoro", ma per lavorare meno e avere più salario, contro il lavoro salariato, ossia la vendita forzata di sé stessi. Detto questo, tra una manganellata e l'altra, non sono mancati strada facendo i momenti di trattativa tra leaderini di movimento, politici della sinistra "radicale" e polizia politica. Lo sappiamo: è nel Dna del leader movimentista, così come in quello del bonzo sindacale, la predisposizione al dialogo con polizia, istituzioni e padronato per garantire che vengano rispettati i "diritti". In realtà sono i rapporti di forza gli unici a contare, il resto sono chiacchiere buone sole per annacquare il conflitto.

In un assetto sociale, come quello attuale, fondato sul corporativismo e cioè sul dialogo permanente tra le classi, tutte le "parti sociali" hanno un ruolo da interpretare nello spettacolo della contestazione. Tutto, o quasi, è concesso, purché si rispettino le regole del gioco. Questo senza nulla togliere alla rabbia di centinaia di giovani e meno giovani, che sono scesi in piazza perché ne hanno le tasche piene di un futuro fatto di precarietà, guerra e sfruttamento.

I rider, anche quest'anno, come durante il 1° maggio del 2019, hanno rappresentato una variabile indipendente. Pochi ma combattivi, verso metà mattina hanno cercato di entrare nel corteo ufficiale sbucando in via Roma dalla Galleria San Federico, ma sono stati immediatamente bloccati dalla polizia, presente in forze lungo tutto il perimetro del corteo, che li ha manganellati e minacciati suscitando proteste da parte di manifestanti e "spettatori". I ciclofattorini non si sono fatti intimidire e sono riusciti a spingersi, almeno per qualche decina di minuti, all'interno del corteo che transitava in via Roma, scandendo slogan contro lo sfruttamento e il collaborazionismo del sindacato. E' infatti da segnalare, ancora una volta, l'atteggiamento sbirresco del servizio d'ordine della CGIL che, in combutta con le forze dell'ordine, ha circondato i rider in lotta, strattonandoli e cercando di strappargli le biciclette. Non volevano, i bonzetti confederali, che i lavoratori del food delivery disturbassero il soporifero corteo sindacale portando alla luce le loro condizioni di lavoro. Un copione già visto: tutto quello che si muove alla sinistra del sindacato dev'essere neutralizzato. Anche lo spezzone della FIOM, giunto all'altezza della Galleria quando i rider erano ancora alle prese con la polizia, è passato oltre, facendo in modo che i lavoratori da loro inquadrati non solidarizzassero con i precari in lotta.

Ecco la vera mission del sindacato d'oggi: impedire l'unità dal basso dei lavoratori, controllare ogni loro iniziativa di lotta e, quando necessario, passare dalle calunnie alle vie di fatto. In molti hanno assistito basiti all'operato delle guardie in giubbino rosso e hanno inveito nei loro confronti.

Che lezioni trarre da questi fatti? 1) Essi sono la dimostrazione, se ancora ce ne fosse bisogno, che il sindacato è del tutto inserito nel meccanismo statale; 2) che solo l'autorganizzazione dei lavoratori può fare la differenza, anche su questioni basilari come salario, orari e condizioni di vita; 3) che l'autorganizzazione per essere tale deve andare al di là dei mestieri, delle tessere d'appartenenza, della divisione tra occupati e disoccupati, tra lavoratori stabili e precari, tra autoctoni e stranieri. In questo senso, il movimento Occupy Wall Street, quello del 99% contro l'1%, ha ancora molto da insegnare, a cominciare da affermazioni del tenore "siamo una voce aliena che dal futuro chiama a raccolta contro il capitalismo".

Voltare le spalle al sistema dei partiti, rifiutare il teatrino politico, anche quello extra-parlamentare, rifuggire il riconoscimento da parte di quelli che stanno in alto, sono i prerequisiti per avviare un reale processo di autorganizzazione. Il quale è quantomai necessario oggi, in un momento in cui i venti di guerra soffiano sempre più forti e parlare di escalation bellica non è un'esagerazione. L'alternativa è semplice: o accettare di farsi intruppare nei fronti di guerra e acconsentire al drastico peggioramento delle condizioni di vita (della serie: volete burro o cannoni?), oppure scrollarsi di dosso tutto il vecchio sudiciume e iniziare a lottare per i propri interessi, collettivi e non localistici, riscoprendo la propria indipendenza organizzativa e politica al di fuori di qualsiasi compatibilità di sistema.

Certo, è più facile a dirsi che a farsi, tanto più che all'orizzonte non si vede un moto sociale che agisca in anticipo rispetto alla generalizzazione della guerra. Resta il fatto che, nella prospettiva di un'acutizzazione dello scontro di classe, la diffusione di indicazioni chiare sul cambiamento può essere un fattore di accelerazione dello stesso.

Di seguito il volantino distribuito dai rider il Primo Maggio in piazza a Torino.

Volantino rider Torino 1° Maggio 2022

Deliverance project - FacebookDi cose da dire degli ultimi due giorni ne avremmo tante, ma l'onda mediatica che ci ha travolti e travolte nelle ultime ore, ci spinge a dover prendere parola con più urgenza in merito a quello che è successo ieri mattina nel centro della città in cui lavoriamo.

Nella giornata di ieri, 1 maggio, abbiamo assistito a un ritorno nella narrazione mediatica nazionale della figura dei e delle riders. Testate giornalistiche, un ex presidente del consiglio dei ministri, su tutti, hanno ridato visibilità a un settore lavorativo intrinseco di sfruttamento, salari da fame e poche tutele. Tutto questo perché, ieri, nella sacra "festa" dei lavoratori e delle lavoratrici, un gruppo di riders ha provato a prendersi il proprio spazio di agibilità all'interno del corteo istituzionale, indetto dai sindacati confederali CGIL-CISL-UIL.

La risposta della polizia è stata quella di un copione già visto troppe volte: accerchiare e caricare a freddo i e le riders all'altezza della Galleria San Federico, in via Roma.

Solo calci, spintoni e minacce per chi prova a entrare nel corteo e criticare l'operato dei sindacati confederali. In particolare, quest'ultimi, non solo non hanno espresso solidarietà per quanto accaduto per le strade in precedenza, ma passivamente hanno anche accettato che lavoratori e lavoratrici venissero caricat* dalla celere, continuando a sfilare in silenzio con le loro bandiere.

Tante sono però le persone che hanno solidarizzato con noi, alcune urlando slogan per chiedere che fossimo ammessi e ammesse al corteo, alcune filmando l'accaduto, alcune addirittura fermandosi e sfidando coraggiosamente la gestione scomposta e violenta della piazza da parte di poliziotti e servizi d'ordine sindacali decisamente poco lucidi. L'unanime solidarietà a livello nazionale, scaturita dalla scandalosa vicenda ci mostra ancora una volta come lottare sia l'unico modo per rompere il silenzio intorno alle nostre condizioni.

La lotta rider è viva e percorre viali, portici e piazze della città. E, possiamo assicurarlo, non soggiace sotto le casacche rosse che puzzano di muffa e compromessi sulla pelle di chi lavora.

P.s.: solidarietà allo spezzone sociale contro la guerra, più volte attaccato dalla polizia. Un abbraccio a* manifestant* ferit*.

Rider in lotta Milano
Riders Union Catania
Slang-USB Genova
Riders Roovolt
IWW Italia

Deliverance Project

studenti 20220128La morte di Lorenzo Parelli, stagista di 18 anni presso un'azienda udinese di costruzioni e lavorazioni meccaniche, ha provocato una reazione spontanea di rabbia da parte degli studenti. Venerdì scorso centinaia di giovani sono scesi in piazza in molte città, e in alcuni casi ci sono stati scontri con la polizia (Torino, Milano, Roma e Napoli). Gli studenti non sono una classe sociale. Quando "scioperano" non bloccano il ciclo produttivo, non danneggiano l'economia. Perciò sarebbero nelle condizioni favorevoli per un salto verso uno scontro politico con l'avversario.

rider torino 20220122Lo sciopero di ieri ha coinvolto diverse città e a Torino diversi gruppi di riders e più piattaforme: Justeat e Glovo prevalentemente.

La necessità di pretendere condizioni migliori ha portato i e le rider a bloccare ristoranti e supermercati on line gestiti dalle app - il GLOVO MARKET, ad esempio, è stato inattivo per oltre 5 ore, fino alla decisione dell'area manager di sospendere l'attività alle 22 invece che all'1.

Un successo che ha portato i e le rider di Glovo a decidere di darsi continuità e rilanciare altri appuntamenti nei prossimi giorni.

Lavoratori GKNLa vertenza Gkn ha tenuto banco per tutta l'estate e ha rappresentato per molti un qualcosa di nuovo nell'asfittico panorama delle lotte operaie in Italia, punteggiato qui e là dai picchetti e dagli scioperi dei lavoratori della logistica.

L'annunciata chiusura il 9 luglio scorso della Gkn di Campi Bisenzio, di proprietà del fondo inglese Melrose, ha portato all'occupazione della fabbrica da parte degli operai, e alla realizzazione di un presidio permanente fuori dai cancelli dell'azienda. Immediatamente, è stata organizzata una serie di iniziative che sono sfociate nella manifestazione di piazza Santa Croce a Firenze del 19 luglio (con annesso sciopero generale convocato dai confederali al grido di "insorgiamo" ma anche di "difendiamo il lavoro"); nella manifestazione davanti alla fabbrica del 24 luglio; e nella mobilitazione indetta nella sera dell'11 agosto, giorno della "liberazione" del capoluogo toscano dal fascismo.

Lavoratori GKNPer la difesa della nostra vita, non del posto di lavoro né, tantomeno, del tessuto industriale

"Così i sindacati hanno piegato Confindustria", titolava il manifesto del 30 giugno 2021 sfidando il senso del ridicolo. I risultati di questa grande vittoria, ottenuta con nientepopodimeno che tre comizi di Cgil-Cisl-Uil a Torino, Firenze e Bari, non hanno tardato a farsi sentire con una serie di licenziamenti di massa alla Gianetti Ruote di Ceriano Laghetto in Brianza, e alla Gkn di Campi Bisenzio a Firenze. Le chiusure di questi stabilimenti si sommano a quelle già in essere, come nel caso della Whirlpool a Napoli, di ex-Embraco a Riva di Chieri (To), e di altre che non fanno notizia sui giornali.