Lotte in corso. ASIA
Il 12 febbraio scorso centinaia di milioni di lavoratori indiani, impiegati nelle miniere di carbone e nell'industria pesante, nei trasporti pubblici e nelle ferrovie, negli uffici governativi e nei servizi bancari, nelle aree industriali urbane e nell'agricoltura, hanno partecipato alla mobilitazione promossa da una piattaforma congiunta di dieci sindacati (Central Trade Unions) in più di seicento distretti del Paese.
Questa massiccia mobiltazione è l'ultimo atto di un lungo braccio di ferro contro i quattro Codici del Lavoro, approvati dal Parlamento senza consultare l'Indian Labour Conference, il principale meccanismo attraverso cui governo, datori di lavoro e organizzazioni sindacali deliberano sulle politiche economiche. Dall'introduzione delle nuove norme i sindacati hanno organizzato sei scioperi generali a livello nazionale, sostenendo che i codici indeboliscono la contrattazione collettiva, limitano il diritto di sciopero e privano milioni di lavoratori della sicurezza sul lavoro, della previdenza sociale e delle tutele salariali.

Lo Stato capitalista islamico iraniano sta spingendo i confini della criminalità a nuovi livelli.
Dall'8 gennaio tutte le comunicazioni all'interno dell'Iran sono state interrotte. Da venerdì in poi, Internet, i telefoni e tutti i mezzi di comunicazione sono stati chiusi. Sotto la copertura di questo blackout, lo Stato ha lanciato un massacro senza precedenti.
Le notizie provenienti dagli ospedali, dal personale medico e dai medici di diverse città parlano di un numero di morti e feriti ben superiore a qualsiasi cosa si sia mai vista prima. Quello che sta accadendo ora non ha precedenti.
Solo un numero molto ristretto di persone, che hanno accesso a Starlink, è in grado di comunicare con il mondo esterno. Le informazioni che arrivano dall'Iran sono estremamente limitate. Questo video è uno dei rari pezzi che sono riusciti a fuoriuscire.
200 milioni di precari tra industria e servizi, ma soprattutto giovani che rifiutano il mito del lavoro
In Cina sta emergendo la più grande concentrazione al mondo di lavoratori precari, composta da circa 200 milioni di gig-workers (alle prese con lavoretti ottenibili online), che rappresentano un quarto della forza lavoro totale del Paese.
A differenza dell'Occidente, la gig-economy cinese non riguarda solo il mondo dei servizi, ma anche quello manifatturiero. Si stima che 40 milioni di lavoratori siano impiegati in fabbriche con contratti giornalieri, con molti stabilimenti industriali che assumono fino all'80% degli operai tramite piattaforme digitali. Un caso eclatante è la fabbrica della Foxconn a Zhengzhou, dove si produce l'iPhone, in cui oltre la metà dei 200.000 lavoratori stagionali sarebbero dispatch workers, ovvero lavoratori reclutati tramite intermediari ma non pienamente assunti, quindi senza contributi pensionistici, assistenza sanitaria ed altre tutele. Altri 84 milioni di precari sono impiegati nelle emerging employment (occupazioni emergenti) come riders, livestreamer ed operatori delle piattaforme digitali. Anche questi lavoratori non hanno contratti standard, non sono coperti da assicurazioni e spesso faticano a far riconoscere il rapporto di lavoro con le piattaforme digitali, al punto che tra 2020 e il 2024 i tribunali cinesi hanno gestito circa 420.000 cause civili riguardanti lavoratori della gig-economy, tanto da spingere il presidente della corte superiore di Shanghai a chiedere un aggiornamento delle norme sui lavori "flessibili".
La corruzione politica è la scintilla che innesca il malessere sociale, con le reti virtuali di comunicazione tra dimostranti a fare da comburente
Dopo il Nepal e l'Indonesia è arrivato il turno delle Filippine. Decine di migliaia di manifestanti hanno invaso la capitale Manila e le principali città, in seguito allo scandalo di corruzione che avrebbe sottratto miliardi di fondi pubblici destinati ai progetti di controllo delle inondazioni.
I benefici della forte espansione economica delle Filippine ricadono solo sulle classi agiate, creando una polarizzazione sociale ancora più marcata con la classe lavoratrice, testimoniata da cartelli dei manifestanti come "il loro lusso, la nostra miseria". In piazza sono apparse anche le bandiere con teschio e tibie associate al manga One Piece, già visto nelle recenti proteste in Asia ma anche in quelle occidentali.
Le pessime condizioni di vita hanno spinto in piazza la "Generazione Z" nepalese, che dopo la repressione letale della polizia ha bruciato il Parlamento, la Corte Suprema e alcune case dei politici.
Il Nepal sta affrontando la più massiccia ondata di collera sociale degli ultimi decenni, guidata da una generazione di giovani esasperati dalla miseria crescente e dall'aumento della corruzione politica e del nepotismo.
Le proteste sono iniziate come opposizione alla censura dei social media, colpevoli di minare l'armonia sociale secondo le autorità, per trasformarsi in una vera e propria rivolta generale contro l'intera classe politica, culminata con le dimissioni del governo in carica.
Migliaia di indonesiani scesi in piazza per protestare contro tasse, tagli e privilegi ai politici, danno fuoco a edifici governativi, parlamenti regionali e stazioni di polizia.
Dal 28 agosto l'Indonesia è teatro di violenti scontri tra manifestanti e forze dell'ordine. Le tensioni accumulate in questi anni per le condizioni di miseria crescente hanno superato una prima soglia critica già a febbraio (#IndonesiaGelap), quando l'unione dei sindacati studenteschi ha manifestato nelle principali città del paese contro i tagli all'istruzione e per altre rivendicazioni. Le proteste sono continuate a marzo (#TolakRUUTNI) a causa della revisione di una legge sulle forze armate, che ha introdotto nuove disposizioni permettendo ai militari di ricoprire incarichi civili e di avviare attività imprenditoriali. La riforma ha riacceso vecchie paure legate ai poteri dell'esercito durante la dittatura di Suharto.
La situazione attuale dello Sri Lanka è un assaggio di quello che potrebbe accadere prossimamente a livello globale.
Solo qualche giorno fa il giornalista Ignacio Ramonet scriveva sulle pagine di Le Monde diplomatique che "in una situazione di grave recessione economica mondiale provocata dal Covid, lo scoppio della guerra in Ucraina e le sanzioni provocano un aumento del costo della vita così elevato che probabilmente risveglierà movimenti di protesta e aumenterà lo scontento verso i governi in molti paesi."
Un recente rapporto congiunto dell'OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) e dell'ILO (International Labour Organization) lancia l'allarme sull'aumento dei decessi causati dal superlavoro: "Nel 2016 il lavoro di 55 o più ore settimanali ha provocato 745.194 decessi, rispetto ai circa 590.000 nel 2000. Di questi decessi, 398.441 sono attribuibili a ictus e 346.753 a malattie cardiache. Ciò assegna a coloro che lavorano tanto un rischio stimato del 35% in più di ictus e del 17% in più di malattie cardiache rispetto alle persone che lavorano da trentacinque a quaranta ore alla settimana. Gli uomini e gli adulti di mezza età sono particolarmente esposti e il problema è più diffuso nel sud-est asiatico."
Il lavoro, in un'epoca in cui le aziende spremono i lavoratori come limoni per stare al passo con la concorrenza internazionale, uccide. E se non ammazza in fabbrica o nei cantieri, fa ammalare, deprimere, e provoca stress. In questo mare di sofferenza causato da quella "strana follia" che si è impossessata di uomini e donne della società moderna, l'amore per il lavoro (cit. Paul Lafargue, Il diritto all'ozio), qualcuno comincia a chiamarsi fuori.
Il 19 dicembre scorso migliaia di lavoratori a termine hanno organizzato una protesta di massa davanti alla fabbrica Pegatron, a Shanghai, dopo che i dirigenti della società di elettronica proprietà di Taiwan hanno ordinato loro di trasferirsi nella struttura produttiva di Kunshan, una città nella provincia cinese del Jiangsu. I lavoratori che hanno rifiutato il trasferimento sono stati licenziati, perdendo, oltre al lavoro, anche i bonus per un valore di più di 10.000 yuan.
Durante il presidio davanti alla fabbrica la dirigenza ha richiesto l'intervento della polizia sul posto e sono scoppiati gli scontri; infine i manager hanno accettato di rivedere la politica di trasferimento e di garantire i benefici promessi.
Giovedì 26 novembre decine di milioni di lavoratori indiani hanno incrociato le braccia contro il governo di Narendra Modi. Lo sciopero generale, appoggiato da 10 sindacati e da oltre 250 organizzazioni di contadini, è stato accompagnato da massicce proteste e in alcuni stati ha causato la chiusura della maggior parte delle attività. Hanno aderito alla giornata di mobilitazione i lavoratori di quasi tutti i settori industriali (acciaio, carbone, telecomunicazioni, trasporti, ecc.), studenti, lavoratori domestici, autisti e tassisti.