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CambogiaLotte in corso. ASIA

Proteste alla WinstronIl 19 dicembre scorso migliaia di lavoratori a termine hanno organizzato una protesta di massa davanti alla fabbrica Pegatron, a Shanghai, dopo che i dirigenti della società di elettronica proprietà di Taiwan hanno ordinato loro di trasferirsi nella struttura produttiva di Kunshan, una città nella provincia cinese del Jiangsu. I lavoratori che hanno rifiutato il trasferimento sono stati licenziati, perdendo, oltre al lavoro, anche i bonus per un valore di più di 10.000 yuan.

Durante il presidio davanti alla fabbrica la dirigenza ha richiesto l'intervento della polizia sul posto e sono scoppiati gli scontri; infine i manager hanno accettato di rivedere la politica di trasferimento e di garantire i benefici promessi.

Proteste dei contadini a Nuova DelhiGiovedì 26 novembre decine di milioni di lavoratori indiani hanno incrociato le braccia contro il governo di Narendra Modi. Lo sciopero generale, appoggiato da 10 sindacati e da oltre 250 organizzazioni di contadini, è stato accompagnato da massicce proteste e in alcuni stati ha causato la chiusura della maggior parte delle attività. Hanno aderito alla giornata di mobilitazione i lavoratori di quasi tutti i settori industriali (acciaio, carbone, telecomunicazioni, trasporti, ecc.), studenti, lavoratori domestici, autisti e tassisti.

RiderAlgoritmo e lavoro. Scioperi e proteste contro i ritmi e gli stipendi di fame hanno portato alcune aziende a concessioni. E ora sta per intervenire lo Stato

Si alza presto ogni mattina e passa la giornata sulla sella di un motorino o di una bicicletta, trasportando uno zaino carico di ordini fumanti da consegnare casa per casa. Deve correre, sempre, anche sotto la pioggia, in costante apprensione di arrivare in ritardo. Una app gli dice dove andare e quanti minuti ha per raggiungere la destinazione. Gli ultimi mesi lo hanno visto scendere in piazza a protestare, assieme a migliaia di suoi colleghi, per le inadeguate condizioni contrattuali.

Proteste in Indonesia contro la legge OmnibusLa polizia della capitale aveva avvertito che non ci sarebbe stato alcun permesso di manifestazione perché l'emergenza Covid, che in Indonesia registra oltre 300mila casi e oltre 11mila vittime la maggior parte delle quali proprio a Giava, non consente assembramenti.

Ma la rabbia che da lunedì scorso infiamma la nazione insulare del Sudest asiatico dopo l'approvazione in parlamento della Legge Omnibus su lavoro e investimenti è esplosa tra martedì e mercoledì nella capitale, Covid o non Covid, come in altre aree del Paese.

Ma gli scontri anche violenti registrati in diverse città sono solo la punta di una protesta diffusa che non ha bisogno dei riflettori della guerriglia urbana per dimostrare quanto si sia ormai allargata in tutto l'arcipelago. Decine di migliaia di indonesiani hanno continuato infatti a manifestare anche ieri in tutto il Paese come ormai avviene dal giorno dopo l'approvazione della legge di riforma del mercato del lavoro.

Gli arresti ammontano a centinaia mentre scioperi e proteste scuotono diverse città indonesiane anche se i maggiori concentramenti si segnalano a Giacarta e Bandung. L'atmosfera è tesa e i sindacati, che hanno proclamato tre giorni di sciopero, non intendono mollare la presa sino a che la legge non tornerà in parlamento, cosa probabile perché, gli stessi partiti che le hanno votato contro, forti della piazza, potranno ora pretenderne una revisione.

La legge, che modifica 79 disposizioni legislative in materia di lavoro e che è stata fortemente voluta dall'esecutivo del presidente Joko «Jokowi» Widodo, è stata approvata con il sostegno di sette partiti su nove. E ora i due contrari – quello dell'ex presidente Yudhoyono e una formazione islamista – promettono battaglia mentre la Confederation of All Indonesian Workers Unions (quasi 5 milioni di aderenti) vuole sottoporre il caso alla Corte costituzionale.

La legge è una pietra miliare della riforma che Jokowi ha in mente per rendere il Paese più agguerrito ed efficiente sul piano produttivo per meglio competere con le rivali Malaysia, Vietnam o Thailandia. Vuole rendere l'Indonesia un posto attraente per aziende straniere in cerca di nuovi mercati o di produzioni delocalizzate. Ma il piano, se snellisce la burocrazia e modernizza la macchina statale, tiene poco in conto i diritti di chi lavora e poco fa per la salvaguardia ambientale.

Licenziare e inquinare, insomma, sembrano i due buchi neri che hanno fatto imbufalire i sindacati che lamentano di esser stati tagliati fuori dal dibattito sulla formulazione della Omnibus.

Per il presidente è invece essenziale e consentirà almeno due-tre milioni di nuovi posti di lavoro. Come ha spiegato prima del voto alla Bbc lo stesso Jokowi: "Vogliamo semplificare i processi burocratici di autorizzazione e vogliamo velocità con un'armonizzazione della legge che crei servizi rapidi e una rapida definizione delle politiche in modo che l'Indonesia sia più veloce nel rispondere a come cambia il mondo".

Ma la sua legge sembra troppo vicina alle teorie neoliberiste che finora lo hanno governato con effetti nefasti sulle categorie più fragili e sui diritti di chi ha già un lavoro: abolisce il salario minimo settoriale, a favore dei minimi fissati dai governatori regionali; riduce l'indennità di licenziamento da 32 mensilità a un massimo di 19 anche se viene creato un fondo statale di sostegno; aumentano gli straordinari consentiti fino a un massimo di 4 ore al giorno e 18 ore settimanali; i giorni liberi si ridurranno da due a uno. Vengono poi ridotte le restrizioni sull'esternalizzazione e sui posti di lavoro in cui possano lavorare espatriati. Infine la legge diventa più morbida sugli standard ambientali poiché costringe le imprese a presentare un'analisi di impatto ambientale solo se il progetto viene considerato ad alto rischio.

di Emanuele Giordana

ilmanifesto.it

Proteste in LibanoL'emergenza Covid non ha arrestato il movimento di protesta che dallo scorso ottobre chiede la rimozione dell'intera classe politica e manifesta contro gli effetti della grave crisi economica. Scontri in diverse città sono proseguiti fino a tarda notte tra manifestanti antigovernativi e soldati libanesi, dove da giorni sono riprese le proteste contro il carovita, la corruzione e il sistema bancario, quest'ultimo considerato assieme ai politici il principale responsabile della grave crisi economica in cui si trova il Paese.

Le violenze erano cominciate ieri pomeriggio a Tripoli, nel nord del Libano, ma si sono propagate in serata a Sidone, nel sud, a Beirut e nella valle della Bekaa. I dimostranti, in larga parte giovani armati di bastoni e pietre, hanno preso d'assalto le sedi dei diversi istituti bancari e hanno tentato di assaltare la sede della Banca centrale a Beirut e le sedi locali dell'istituto di credito nazionale a Sidone. Nella Bekaa le proteste si sono svolte nella cittadina di Barr Elias, lungo la strada Beirut-Damasco. Incidenti analoghi si sono registrati nel centro di Beirut e in altre zone della capitale.

Le scene che si sono viste ieri sono quelle che si ripetono da mesi: diversi dimostranti hanno sfasciato e dato alle fiamme banche e Atm, bloccando le strade e bruciato copertoni. Durissima la risposta dell'esercito che ha usato proiettili veri che hanno causato anche una vittima, facendo ampio uso di lacrimogeni. In seguito ai nuovi attacchi, l'associazione di banche libanesi ha fatto sapere che le loro filiali a Tripoli rimarranno chiuse. Da ottobre le banche sono il principale obiettivo di chi manifesta: da mesi non si può disporre del proprio conto liberamente, i trasferimenti sono bloccati e i prelievi limitati al minimo.

Le tensioni di questi giorni mostrano come l'insediamento a gennaio del premier Diab (sostenuto anche dagli sciiti di Hezbollah) al posto del dimissionario Hariri non abbia di fatto portato a miglioramenti: il Paese vive una drammatica crisi economica – la più grave post guerra civile (1976-1990) – che ha causato a partire dallo scorso 17 ottobre proteste e occupazioni di piazze. I manifestanti – superando divisioni settarie, sociali e religiose – chiedono essenzialmente tre cose: la rimozione dell'intera classe politica corrotta e clientelare; un governo tecnico che risani le finanze e che prepari il terreno per le elezioni.

Michele Giorgio corrispondente del Manifesto dal Medio Oriente. Qui l'audio.

www.radiondadurto.org

Uno sciopero di 24 ore ha sconvolto gran parte dell'India. I lavoratori sono scesi in strada in diverse città del paese per protestare contro il peggioramento delle condizioni di vita.

Una decina i sindacati che hanno invitato i loro iscritti a incrociare le braccia mercoledì 8 gennaio contro quelle che hanno definito le politiche antipopolari del governo di Narendra Modi. "L'atteggiamento del governo è di disprezzo nei confronti del lavoro", ha affermato il Center of Indian Trade Unions.

La rabbia per l'aumento del prezzo della benzina esplode in altre città, i pasdaran minacciano i manifestanti, il governo risponde con repressione e aiuti anticipati ai poveri. Le Nazioni Unite fanno appello alla calma. Ma la situazione economica è al collasso a causa delle sanzioni Usa e l'uscita di Washington dall'accordo sul nucleare del 2015.

Non si placa la protesta in Iran, partita lo scorso venerdì dopo l'annuncio della riduzione dei sussidi per il carburante e il conseguente aumento del prezzo della benzina. Anzi, si allarga. Nonostante il tentativo governativo di arginarla, con la forza della polizia e bloccando internet in quasi tutto il paese, ieri altre città si sono unite alle manifestazioni di piazza.

Proteste in IraqDecine di migliaia manifestano a Baghdad e nel sud, uniti sotto la bandiera irachena. Date alle fiamme le sedi dei partiti. Nella capitale spuntano le tende: sit-in permanente. Il governo promette riforme e poi spara sui cortei: almeno 30 morti e coprifuoco

Roma, 26 ottobre 2019, Nena News – I manifestanti si accalcano lungo il filo spinato che la polizia ha posto a difesa della sede del governatorato di Muthanna, sud dell'Iraq. Lo prendono su di forza, ferendosi le mani, e avanzano. Superano il filo spinato ed entrano nell'edificio.

Giovedì 10 gennaio 2018. A Dhaka, capitale del Bangladesh, si è tenuto il quinto giorno consecutivo di proteste dei lavoratori nel settore tessile, a maggioranza femminile. Negli scontri con le forze dell'ordine una persona ha perso la vita.

Le esportazioni provenienti da questo settore valgono 30 miliardi di dollari l'anno, facendo sì che il Bangladesh sia il secondo Paese produttore di tessuti e prodotti di abbigliamento al mondo dopo la Cina. In questo ambito è impiegata inoltre la maggioranza della forza lavoro – quattro milioni di persone – ma a causa dei bassi salari, a fronte di contratti poco validi o spesso assenti, milioni di famiglie vivono ai margini della povertà.

Sciopero generale IndiaProclamato da 10 organizzazioni sindacali, lo sciopero nazionale dell'8 e 9 gennaio in India ha visto scendere nelle strade i salariati del paese per protestare contro le politiche del lavoro del primo ministro Narendra Modi. I sindacati chiedono al governo l'aumento del salario minimo e delle pensioni, e misure urgenti contro la disoccupazione. Si stima che lo sciopero abbia coinvolto quasi 200 milioni di lavoratori.

Amarjeet Kaur, segretario generale dell'AITUC, ha detto che non c'è categoria che non abbia aderito alla mobilitazione. Hanno partecipato attivamente alla protesta i sindacati del settore bancario, assicurativo, minerario, petrolifero, postale, metallurgico, energetico, delle telecomunicazioni, dell'ingegneria, della sanità, dell'istruzione, dei trasporti, del pubblico impiego e dell'agricoltura.