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Manifestazioni No-kings USA 2025Manifestazione di massa negli Stati Uniti sull'onda di una polarizzazione economica, sociale e politica crescente.

Il 14 Giugno i numeri erano già rilevanti: in oltre duemila città statunitensi, in migliaia sono scesi in strada con lo slogan "No Kings". Le piazze più calde sono state Chicago e Seattle con oltre settantamila manifestanti, ma anche San Francisco, New York, Washington D.C., Phoenix e Portland hanno registrato decine di migliaia di partecipanti.

Il 18 Ottobre i numeri sono cresciuti: manifestazioni in oltre 2700 località, con picchi di 350.000 presenze a New York, 250.000 a Chicago, 200.000 a Washington D.C. e 100.000 a San Francisco, per un totale di circa sette milioni di persone, ossia la protesta più partecipata nella storia degli Stati Uniti.

Le cause profonde delle manifestazioni contro le misure "autoritarie" attuate dal governo Trump sono la miseria e il disagio crescenti. Milioni di americani sono messi con le spalle al muro, costretti a scegliere se acquistare cibo o pagare l'affitto, ma immersi in un network sociale che favorisce la rapida diffusione di informazioni e la formazione di hub coordinati.

L'invio della Guardia Nazionale in molte città è la prova che lo Stato, o almeno una parte, individua un pericolo potenziale all'interno dei confini nazionali. A preoccupare maggiormente sono i lavoratori immigrati, legati da patterns culturali che facilitano le mobilitazioni. Tra i 33 milioni di stranieri impiegati negli Stati Uniti, una quota crescente è rappresentata dai lavoratori latinoamericani, spesso costretti a vivere in condizioni precarie, in dormitori aziendali o alloggi forniti da datori di lavoro, da cui dipendono per il visto, il che limita la possibilità di denunciare abusi o cambiare impiego. Provengono da aree rurali in crisi: dalle regioni guatemalteche che hanno subito il crollo del mais, dalle zone honduregne colpite da uragani e dai villaggi del sud messicano dove l'agricoltura di sussistenza è diventata impraticabile. E' un proletariato impiegato nel settore manifatturiero leggero (fabbriche di abbigliamento, lavorazione alimentare, componenti elettronici), negli impianti di lavorazione della carne e nei cantieri industriali e infrastrutturali. A questo si aggiunge quello composto da lavoratrici africane e asiatiche, che si occupano di pulizie o assistenza anziani in cambio di paghe in contanti sotto il minimo legale, ma anche quello di gruppi etnici che svolgono lavoretti in nero, come i bengalesi nel Bronx o i cinesi in New Jersey.

Il rafforzamento dell'agenzia federale per la regolazione dell'immigrazione (ICE) viene giustificato dal timore che questa massa di senza riserve "rubi il lavoro" agli americani e incrementi la criminalità; tuttavia, le statistiche ufficiali mostrano che meno del 10% degli arrestati dall'ICE ha condanne penali gravi. L'intento è, dunque, da una parte di trovare un capro espiatorio su cui scaricare la rabbia del proletariato bianco impoverito e senza prospettive (il solito divide et impera), dall'altro di abituare la popolazione a vedere i militari nelle strade che arrestano i lavoratori "non in regola". L'ICE identifica, arresta, detiene ed espelle gli "stranieri" che non hanno i documenti o che rappresentano un problema per la sicurezza nazionale.

Se da un lato la crisi comporta un'ipertrofia del controllo statale sulla società, dall'altro lato bonzi sindacali e movimenti progressisti stanno cercando di incanalare le proteste verso Trump quale responsabile di turno del malessere sociale, rivendicando la possibilità di un capitalismo dal volto umano. Hanno usato i propri canali di comunicazione per pubblicizzare e quindi per intestarsi il successo delle manifestazioni (sito web NoKings.org.), ma hanno dovuto sacrificare i propri metodi organizzativi (piramidali e burocratici) per accodarsi a quelli in rete (sui social circola l'hashtag #GeneralStrike). Un domani potrebbero essere scavalcati da un movimento che non ha più come obiettivo destituire i "Re" ma mettersi a disposizione di tutti gli sfruttati: quel 99% in lotta contro l'1%, che non è un individuo, un gruppo e nemmeno un partito politico, ma una classe sociale.