Cottimo mascherato da opportunità, algoritmi che licenziano, morti derubricate a incidenti stradali e il ricatto dell'automazione: i ciclofattorini alzano la testa in una serie di lotte che attraversa continenti diversi ma racconta sempre la stessa storia
Mentre i bonzi sindacali balbettano contro con le multinazionali del delivery, nelle strade è tornata a muoversi una fetta di proletariato che il capitalismo delle piattaforme cerca di rendere invisibile: i rider. Non hanno un luogo di lavoro riconoscibile, non hanno quasi mai un contratto di lavoro e, in alcuni casi, non hanno nemmeno un collega che conoscono di persona - si incrociano solo sull'asfalto, tra una consegna e l'altra. I ciclofattorini e i motorider hanno messo in piedi mobilitazioni che raccontano sempre la stessa dinamica: cottimo, ondate di caldo trattate come problema di produttività aziendale, piattaforme che scaricano sul lavoratore ogni costo - del carburante, dell'incidente, della sospensione dell'account - e, dietro l'angolo, il ricatto sempre più concreto della sostituzione con un robot.
Lo scorso 15 luglio, in piena ondata di calore da bollino rosso, i rider di Glovo e Deliveroo scioperano a Milano, Firenze e Bologna, con cortei nelle tre città promossi da Nidil CGIL. La rivendicazione centrale è la retribuzione legata alle ore effettivamente lavorate, non al cottimo, e nessuna perdita di reddito per le sospensioni imposte dal caldo estremo, che oggi vengono punite dagli algoritmi aziendali (Jarvis per Glovo, Frank per Deliveroo). Il 16 luglio la mobilitazione tocca il Piemonte, mentre due settimane dopo è la volta di Roma.
Il 19 luglio, in Grecia, i lavoratori di Efood e Wolt incrociano le braccia per cinque ore, in concomitanza con la finale del Mondiale di calcio, dopo la morte di due rider ventenni nella mattinata del 15 luglio - uno travolto da un'auto su Mesogeion Avenue, l'altro in circostanze simili ad Agia Paraskevi. Corteo in moto ad Atene e azioni parallele a Salonicco, Larissa, Volos e Messinia.
Lo scorso aprile in Spagna, dopo un'escalation di presidi iniziata a febbraio, la confederazione sindacale CCOO proclama il primo sciopero nazionale nella storia di Glovo: tre giorni, dal 24 al 26 aprile, in risposta agli annunciati 750 licenziamenti. Il sindacato denuncia l'uso di "flottiglie" - imprese esterne che riassorbono personale già licenziato con condizioni peggiori - per svuotare lo sciopero dall'interno.
Il fermento dei rider non è un fenomeno esclusivo dei paesi occidentali, anche nelle aree del mondo cosiddette periferiche le dinamiche sono le medesime.
In Brasile, dove il termine rider si traduce con "entregador" e lo sciopero prende il nome popolare di "breque" (la frenata), a marzo il Tribunale del Lavoro ha vietato alla piattaforma iFood di compiere atti anti-sindacali contro la mobillitazione locale degli entregadores. Un mese dopo, il Parlamento ha approvato un testo che fissa la tariffa di 8,50 reais (1,6 dollari circa) per le consegne fino a 4 km, mantiene i lavoratori nella categoria di "non subordinati" senza alcun vincolo di impiego, scarica sui rider una quota della contribuzione previdenziale (5% al lavoratore, 20% alla piattaforma su una base di calcolo pari al 25% del reddito) e richiede una fedina penale pulita per continuare a lavorare. Il 14 aprile, giorno fissato per il voto in commissione, il paese si è svegliato con una mobilitazione che ha coinvolto 23 delle 26 capitali degli stati federati brasiliani, costringendo il relatore del Parlamento a ritirare il testo e annullare la votazione. A fine aprile, i rider di Rio de Janeiro si sono mobilitati contro la modalità "Mais Entrega" (una specie di cottimo) di iFood, trovando il sostegno di alcuni commercianti locali che si sono impegnati a non vendere tramite l'app nei giorni di sciopero. Ma la piattaforma di delivery è riuscita a reclutare ugualmente un piccolo esercito offrendo bonus e agevolazioni. "Mais Entregas" è il bersaglio anche del "Breque Nacional" dal 31 luglio al 2 agosto, indetto dall'AMTAP (Associação dos Motociclistas que Trabalham por Aplicativo) in tutto il paese: a Cuiabá e Várzea Grande hanno aderito oltre cinquemila persone, a Joinville il blocco ha fermato per ore McDonald's, Bob's e Habib's, a João Pessoa ci sono stati tre giorni di stop.
In India, alla fine del 2025, sindacati come la Telangana Gig and Platform Workers Union e l'AITUC indicono due giornate di sciopero nazionale, la prima nel giorno di Natale, la seconda a Capodanno, coinvolgendo corrieri di Swiggy, Zomato, Amazon e Blinkit, con stime di partecipazione che vanno da alcune decine di migliaia fino a duecentomila lavoratori, secondo alcune rilevazioni. Le rivendicazioni sono il salario minimo orario, coperture sanitarie e assicurative, pause retribuite, fine dei modelli di consegna "ultra-rapida" (10 minuti) che mettono a repentaglio la vita dei rider. Il 26 gennaio, il Gig & Platform Service Workers Union (GIPSWU) rilancia con un ulteriore sciopero online e una protesta fisica nazionale il 7 febbraio, guidata dalle lavoratrici del settore, con cortei in diversi stati (Delhi, Rajasthan, Karnataka). Il sindacato denuncia che quasi 4,8 milioni di gig worker guadagnano meno di 15.000 rupie (circa 135 euro) al mese.
In Turchia, dal 18 al 20 gennaio 2026, i corrieri di Yemeksepeti (di proprietà della tedesca Delivery Hero) hanno incrociato le braccia per tre giorni in circa 40 province, sostenuti dal sindacato TEHİS e dalla Motorized Courier Workers Association. La miccia è un aumento salariale annunciato per il 2026 che i rider giudicano fittizio, insufficiente a coprire l'aumento dei contributi previdenziali e dei costi di manutenzione dei mezzi. Le richieste sono tariffe per consegna trasparenti e stabili, un sistema di bonus accessibile e basato su criteri oggettivi e un migliore equilibrio tra distanza percorsa e compenso.
In Cina, nel frattempo, lo scorso 22 giugno, al forum APEC CEO di Pechino, il fondatore di JD.com Richard Liu ha dichiarato che i settecentomila rider dell'azienda saranno sostituiti presto da robot per le consegne, annunciando un piano tramite 120 scuole di formazione per trasformare i rider in manutentori dei robot stessi. La dichiarazione arriva mentre il settore della gig-economy cinese conta circa 320 milioni di lavoratori su piattaforma - il 40% dell'occupazione urbana - e mentre veicoli di consegna senza conducente si diffondono nelle città del gigante asiatico.
Ciò che questi mesi di lotta rivelano è che i rider non aspettano il tavolo delle multinazionali né la benedizione dei bonzi sindacali per alzare la testa. Si organizzano dove possono - nelle chat, nei presidi, nei blocchi improvvisati davanti ai fast food - riscoprendo forme di coordinamento e solidarietà che sembravano sopite, schiacciate dall'isolamento del cottimo e dalla frammentazione di un lavoro che non ha né fabbrica né spogliatoio, ma che invece si risvegliano ad ogni scintilla, dopo l'accumulo di rabbia, consegna dopo consegna.



