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Collettivo Di Fabbrica - Lavoratori Gkn FirenzeCinque anni dopo il licenziamento collettivo, i metalmeccanici toscani della storica multinazionale britannica sono ancora in piazza, stretti tra movimentismo e interclassismo

Lo scorso 12 luglio, il parco urbano di Villa Montalvo a Campi Bisenzio (FI) ha ospitato una giornata di iniziative per il quinto anniversario dell'assemblea permanente dell'ex GKN, con la presentazione delle azioni future e momenti conviviali.

L'assemblea permanente parte dopo il 9 luglio 2021, quando GKN Driveline, di proprietà del fondo inglese Melrose Industries e produttrice di componenti per automobili e velivoli, comunica via e-mail l'apertura della procedura di licenziamento collettivo per 422 lavoratori. Nessun preavviso, nessuna trattativa, nessun coinvolgimento sindacale: una mail, mentre la fabbrica era chiusa per ferie concordate. In meno di un'ora un centinaio di operai rientra ai cancelli. Non è un presidio, non è nemmeno un'occupazione in senso classico: è un'assemblea permanente, che da quel giorno non si è più sciolta. Il 19 settembre 2021, decine di migliaia di persone partecipano ad un corteo nazionale a Firenze contro i licenziamenti, una delle più grandi mobilitazioni convocate da operai degli ultimi anni in Italia.

Pochi giorni dopo, il Tribunale di Firenze accoglie il ricorso della Fiom-Cgil e condanna GKN a revocare la procedura di licenziamento collettivo. L'azienda è costretta a ritirare i 422 licenziamenti, pur riservandosi di impugnare la sentenza. Parte contestualmente la vertenza per condotta antisindacale (art. 28 dello Statuto dei Lavoratori). A dicembre 2021, Melrose vende l'intera azienda per 1 euro all'imprenditore Francesco Borgomeo, che la ribattezza QF; un anno dopo la mette in liquidazione e poi tenta due nuove procedure di licenziamento.

In questa situazione si forma la Società Operaia di Mutuo Soccorso "Insorgiamo", strumento di autofinanziamento collettivo. Prendono forma le prime edizioni del Festival della Letteratura Working Class e la fabbrica diventa luogo di "produzione culturale". Contestualmente, nasce la cooperativa operaia GFF per riavviare la produzione nello stabilimento, orientata alla mobilità green (cargo-bike) in alternativa alla componentistica per auto a motore endotermico prodotta in precedenza.

Nel luglio 2025 si costituisce un consorzio pubblico allo scopo di rilevare la struttura muraria dell'ex stabilimento, per metterla a disposizione di piccole e medie imprese del territorio e garantire la continuità occupazionale e la "vocazione" industriale del sito, ma il progetto resta fermo; a ottobre un nuovo corteo a Firenze rivendica un percorso di reindustrializzazione dal basso proposto dagli operai, a 1.562 giorni dal licenziamento del 2021.

Il 30 giugno 2026 si chiude la campagna di azionariato popolare diffuso, con oltre 1,15 milioni di euro raccolti da circa duemila sottoscrittori.

I sindacalisti affermano che l'ex GKN di Campi Bisenzio è un esempio paradigmatico della subordinazione del capitale industriale a quello finanziario: uno stabilimento in attivo, chiuso non per crisi produttiva ma per decisione di un fondo (Melrose) orientato alla speculazione finanziaria, ovvero fare utili tramite smembramento e rivendita. In questo caso, è d'obbligo sottolineare che la crescente separazione tra profitto industriale e rendita finanziaria non è un'anomalia né un abuso, ma la fisiologia stessa dell'accumulazione nella fase di crisi storica del capitalismo senile.

Ciò che distingue la fabbrica di Campi Bisenzio da altre vertenze industriali non è la dinamica di partenza — licenziamenti, cassa integrazione, ecc. — ma la risposta operaia. Il Collettivo di Fabbrica, che si è dato l'assemblea come organo decisionale, ha rifiutato fin da subito la logica della vertenza gestita a tavolino tra sindacati concertativi e controparte, e ha scelto un terreno diverso. Uno striscione rosso, "Insorgiamo!", diventa il simbolo di una mobilitazione che nel giro di pochi mesi smette di essere una vertenza locale e diventa un punto di riferimento nazionale, capace di portare in piazza decine di migliaia di persone e di tenere accesa l'attenzione per anni, cosa che raramente accade in vicende di questo tipo, di solito consumate nel giro di poche settimane o mesi.

I lavoratori GKN non hanno delegato la propria lotta ai sindacati, pur incontrandoli e interloquendo con loro. Il sindacato ha fornito gli strumenti legali (art. 28), ma gli operai hanno mantenuto un'autonomia di iniziativa insolita rispetto alla prassi corrente. Tuttavia, ciò che è uscito dalla porta è rientrato dalla finestra, ovvero la logica corporativa. La battaglia per mantenere aperto lo stabilimento resta interna ai rapporti di produzione capitalistici: si chiede al capitale di continuare a valorizzarsi in un dato luogo invece che spostarsi altrove. Ma ciò che interessa agli operai non è la continuità produttiva, è il salario; non è la fabbrica, è il tempo libero da essa. La vertenza GKN, per quanto "creativa" possa essere, non è uscita dagli schemi tipici del sindacalismo d'oggi, quelli della difesa del posto di lavoro e della tutela del tessuto industriale.

La costituzione di una cooperativa operaia e il ricorso all'azionariato popolare sono tentativi di farsi capitalisti di sé stessi, riproducendo gli stessi vincoli di mercato, competizione e sfruttamento che si volevano superare. Una cooperativa operaia in un'economia di mercato non può costituire un'alternativa, in quanto è destinata a fare i conti con le stesse esigenze di valorizzazione di qualunque altra impresa.

La particolarità della vertenza GKN è stata quella di aggregare un ampio consenso sociale, ma l'alleanza interclassista per la solidarietà di territorio castra l'antagonismo in una battaglia per il "bene comune", sostituendo la contrapposizione tra lavoro e capitale con quella tra territorio e finanza internazionale.

Cinque anni di mobilitazione, senza che i lavoratori abbiano uno stipendio certo, pongono un interrogativo necessario: qual è il modo migliore per tutelare gli interessi operai? Se il metro di giudizio resta quello della singola fabbrica e del singolo territorio, la lotta rischia di perdere energia, di spegnersi. Sarebbe arrivato il momento di adottare un approccio differente, riprendendo la rivendicazione storica del movimento operaio, riduzione della giornata lavorativa insieme al salario ai disoccupati, questa sì in grado di unire in un fronte unico tutti i lavoratori, oggi più precari che mai.