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Studenti provenienti da tutta l'India protestano contro la fuga di notizie sul test NEET UG 2026 a Jantar Mantar, il 20 luglio 2026, in vista della marcia verso il Parlamento del 30 luglio.Il governo Modi ha soddisfatto le richieste dei manifestanti, ma il fermento sociale non sembra attenuarsi

Le proteste dei giovani indiani sono cominciate a maggio per l'annullamento di un importante esame di accesso alla facoltà di medicina e, tra alti e bassi, non si sono mai placate.

Il 20 luglio, giorno di apertura della sessione monsonica del Parlamento indiano, migliaia di giovani hanno tentato di marciare da Jantar Mantar al Parlamento, qualche chilometro a piedi; la polizia ha risposto con lacrimogeni, manganelli e cariche, ferendo numerosi manifestanti. Nei giorni successivi si sono moltiplicate le denunce di arresti arbitrari in Assam, Bengala Occidentale e Bihar, mentre il ministero degli Esteri ha smentito le accuse - diffuse dai media vicini al governo - di finanziamenti esteri al movimento.

Il 25 luglio, dopo decine di giorni di mobilitazione ininterrotta, il ministro dell'Istruzione Dharmendra Pradhan, tra i più fedeli a Narendra Modi, ha annunciato le dimissioni tramite il social network X, riconoscendo le "aspirazioni e legittime aspettative" dei giovani. Si tratta della prima retromarcia del governo in dodici anni, davanti a una protesta spontanea.

Il partito degli scarafaggi (Cockroach Janta Party) ha annunciato la sospensione dei presidi dopo l'accoglimento delle richieste principali: sentenze rapide per i casi di fuga di tracce d'esame, risarcimenti alle famiglie di studenti suicidi, apertura al ritiro dei procedimenti penali contro manifestanti non violenti. Sul rilascio dei detenuti il Cjp ha mantenuto la pressione, avvertendo che ogni inadempienza sarebbe un "tradimento della fiducia pubblica" da affrontare con "ulteriori misure necessarie". Subito dopo le dimissioni del ministro, per la prima volta gruppi di manifestanti hanno gridato slogan contro Modi, oltrepassando il perimetro della sola richiesta di dimissioni ministeriali.

L'economista indiana Jayati Ghosh, che ha incontrato alcuni gruppi di manifestanti prima dell'inasprimento degli scontri, ne ha sottolineato la creatività, la lucidità tattica e il ruolo di primo piano delle giovani donne nell'organizzazione del movimento. Fenomeni sociali "interclassisti" come questo - non riconducibili direttamente al conflitto capitale/lavoro - vanno studiati con attenzione perchè sono il sintomo di grandi sconvolgimenti a venire. La tendenza del capitale a generare forza-lavoro eccedente rispetto alla propria capacità di valorizzazione non è un incidente di percorso né un fallimento delle politiche governative, ma prodotto necessario delle leggi di accumulazione.

Il 40% di laureati under 25 disoccupati non rappresenta un'oscillazione congiunturale ma un'eccedenza strutturale crescente. Il rapporto salariale classico (il contratto stabile, il posto di lavoro garantito, ecc.) svolgeva una funzione di integrazione sociale; oggi, al suo posto, si diffondono forme lavorative ibride e prive di tutele - lavoro tramite piattaforme, contratti temporanei, informalità - che non rappresentano un "arretramento" preindustriale, ma la forma concreta che il rapporto di lavoro assume quando si allarga l'eccesso relativo di popolazione operaia o esercito di riserva.

Un ministro si dimette, altri lo sostituiranno; il governo promette risarcimenti e procedure legali più rapide, ma l'esercito dei senza riserve non potrà essere magicamente eliminato per decreto. L'antagonismo nel campo della società, tra la classe borghese che si restringe e quella proletaria che si dilata, è il tratto caratteristico della nostra epoca, come ha evidenziato Occupy Wall Street con la formula "1% vs 99%".

La dinamica catastrofica in corso è evidente: per anni la società indiana ha accumulato silenziosamente tensioni, sotto forma di frustrazione per il divario tra aspettative educative e sbocchi occupazionali reali, ma senza una scarica visibile. Il 15 maggio sono bastate poche parole di un giudice a fare da innesco alla rivolta: da tre milioni di follower in 78 ore a ventuno milioni in due settimane, fino a centinaia di migliaia di manifestanti in decine di città.

La centralità delle piattaforme digitali come strumenti di aggregazione e mobilitazione è un fenomeno che si riproduce da Kathmandu a Rabat, da Lomé a Nuova Delhi. La capacità del partito degli scarafaggi di costringere in poche settimane un governo a cedere, dopo anni di immobilismo, mostra la fragilità degli apparati statali di fronte a una massa giovanile che ha smesso di credere alle promesse di ascesa sociale offerte dal sistema.

Immagine: di Sumita Roy Dutta, 20 luglio 2026, CC BY-SA 4.0