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Ilva TarantoL'esasperazione per il ricatto tra salute e salario è tenuta a bada nei tavoli di concertazione, per salvare uno stabilimento che il mercato ha già condannato

Lo scorso 3 agosto, dopo un'assemblea di due ore in un piazzale interno allo stabilimento, centinaia di lavoratori dell'ex Ilva di Taranto sono usciti in corteo verso la Direzione e hanno occupato per circa un'ora la statale 100 e, poco dopo, la statale 7. Otto ore di sciopero per ogni turno, proclamato da Fim Cisl, Fiom Cgil, Uilm Uil e Usb, è la risposta al decreto della Corte d'Appello di Milano che impone lo stop dell'area a caldo entro il 28 ottobre: la motivazione è che inquina.

Quattordici anni dopo commissariamenti, amministrazioni straordinarie, cordate annunciate e sfumate, sequestri giudiziari e promesse di "transizione ecologica", le sigle sindacali continuano a chiedere incontri a Palazzo Chigi per invocare un intervento pubblico che garantisca salute e occupazione. La litania è sempre la stessa: il tavolo, la mediazione, l'attesa che il ministro di turno trovi la quadra tra capitale e voti, la liturgia della concertazione in cui i lavoratori vengono convocati come pubblico e non come parte in causa. Ad ogni scadenza, si prova a tenere a bada la rabbia operaia dentro i tavoli piuttosto che nelle piazze, a bloccare le strade come valvola di sfogo, ma solo poche ore per non disturbare il tessuto produttivo locale e la libera circolazione delle merci.

Se il capitale punta a dismettere un'acciaieria, battersi per tenerla aperta è una lotta di retroguardia. Di fronte ad una merce prodotta principalmente in Cina e India a costi molto più bassi, chiedere di essere più competitivi significa, in concreto, chiedere di farsi sfruttare di più. Il solito slogan del sindacalismo sul "diritto al lavoro" è ancora più ingannevole, in un'epoca in cui le macchine stanno via via sostituendo i lavoratori nelle fabbriche e negli uffici.

Arsenico, piombo, vanadio, nichel e cromo, emessi insieme a diossine, benzene e polveri sottili, dovrebbero suggerire altre parole d'ordine ai lavoratori di Taranto, come il salario esteso a tutti i disoccupati. Finché la lotta resta incatenata alla difesa del posto di lavoro, gli operai restano ostaggi del capitale, costretti a supplicare la sopravvivenza dell'azienda che li sfrutta e li avvelena, in un ricatto perfetto tra lavoro o salute, tra salvare il salario o i polmoni. Spezzare questo ricatto significa rivendicare il salario anche per chi da Ilva è già uscito, per chi verrà espulso dai prossimi tagli, per i cassintegrati e i precari dell'indotto, e non solo.