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Manifestazioni in Bolivia maggio 2026La Bolivia si aggiunge alla lista dei paesi attraversati da un crescente malessere sociale, che colpisce in particolare le nuove generazioni

Da oltre un mese il paese andino è paralizzato da scioperi, marce e blocchi stradali che hanno isolato intere regioni e messo in ginocchio l'economia nazionale. Le proteste, iniziate contro le misure di austerità del governo del presidente di centro-destra Rodrigo Paz, si sono rapidamente estese, trasformandosi in una mobilitazione generalizzata che coinvolge minatori, trasportatori, contadini, insegnanti e organizzazioni indigene.

Le avvisaglie di "marasma sociale" si erano già manifestate nel 2024, prima con il fallito golpe per rovesciare il presidente Luis Arce, poi con la faida per la leadership all'interno del Movimento al Socialismo (MAS) tra il presidente Arce e il suo ex mentore Evo Morales.

Il 14 ottobre, con l'annuncio di procedimenti penali contro Morales per presunti casi di abuso sessuale e tratta di minori, i suoi sostenitori organizzano blocchi stradali a tempo indeterminato. Per oltre venti giorni, quindici blocchi nella sola Cochabamba paralizzano il paese, impedendo il movimento di ambulanze, l'accesso ai servizi medici e il trasporto di beni essenziali come riso, farina e carburante. Il 1° novembre, sostenitori dell'ex presidente occupano delle installazioni militari a Villa Tunari e prendono in ostaggio almeno duecento soldati, mentre la polizia e l'esercito avanzano per smantellare i blocchi. Gli scontri tra manifestanti e forze dell'ordine lasciano sul terreno decine di feriti: solo a Parotani, il 25 ottobre, se ne contano 28, di cui 21 agenti. Il bilancio complessivo delle tre settimane di rivolta è di almeno quattro morti e più di 170 feriti. Il governo di Arce accusa l'ala "evista" di strumentalizzare le proteste per delegittimare le istituzioni, mentre i manifestanti chiedono la cessazione delle accuse contro Morales e garanzie per la sua ricandidatura. A scendere in piazza, però, non sono solo i sostenitori di Morales. Il 13 novembre, centinaia di insegnanti marciano nel centro di La Paz durante lo sciopero nazionale di 48 ore, chiedendo maggiori finanziamenti per l'istruzione, migliori condizioni nelle scuole rurali e l'abrogazione della riforma che ha privatizzato parte del sistema pensionistico. Il 21 novembre, oltre diecimila persone si radunano nella capitale per protestare contro la carenza di carburante, la scarsità di dollari e l'aumento dei prezzi, mentre alle stazioni di servizio code di camion si snodano per chilometri, con autisti che mangiano, dormono e socializzano accanto ai loro mezzi in attesa di acquistare pochi galloni di carburante.

Si arriva così all'escalation del maggio 2026, innescata dalla controversa legge sulle ipoteche fondiarie e alimentata dai pesanti tagli alla spesa pubblica e dalla riduzione dei sussidi. Le proteste si espandono nel resto del paese con oltre settanta bloqueos (blocchi stradali), che paralizzano il commercio interno. A metà maggio la mobilitazione arriva davanti al palazzo presidenziale di La Paz, dove i minatori della Centrale Operaia Boliviana (COB) e i sindacati rurali fanno esplodere piccoli candelotti di dinamite e lanciano bottiglie molotov; la polizia risponde con gas lacrimogeni e idranti.

Il bilancio provvisorio delle manifestazioni parla già di diversi morti e di oltre 120 arresti. La Paz e El Alto, il principale agglomerato urbano del paese, vivono da settimane in condizioni di semi-isolamento. I blocchi stradali hanno causato carenze di carburante, medicinali e generi alimentari. Gli ospedali denunciano una situazione critica e le organizzazioni umanitarie chiedono l'apertura di corridoi umanitari per il trasporto dei beni essenziali. Il presidente Rodrigo Paz, eletto nell'ottobre 2025 dopo una campagna in cui prometteva riforme economiche vantaggiose per tutti, ha aperto alla possibilità di dichiarare lo stato di emergenza e di impiegare l'esercito per lo sgombero delle strade, una prospettiva che potrebbe radicalizzare ulteriormente le piazze.

Come accade in molte altre parti del mondo, il malcontento non riguarda tanto le politiche di questo o quel governo in carica, ma il sistema in quanto tale. Per una parte crescente della popolazione, soprattutto tra i giovani, l'assenza di futuro e l'emigrazione come unica prospettiva concreta portano al rifiuto delle istituzioni. I numeri parlano chiaro: in Bolivia il tasso di "lavoro nero" giovanile ha raggiunto il 96,2%, il più alto dell'intera regione. L'82,3% dei lavoratori del paese è impiegato in condizioni precarie, senza accesso alla sicurezza sanitaria, ai contributi pensionistici e alle protezioni sociali di base. La crisi del modello economico boliviano, basato sull'esportazione di risorse grezze e sulla successiva "redistribuzione della ricchezza", ha lasciato nella miseria profonda intere vallate e le principali città, mentre i flussi commerciali e turistici sono al collasso.

Al di là delle letture complottistiche dell'attuale situazione boliviana, resta un dato di fondo: nessuna forza politica (interna o esterna) può inventare dal nulla un movimento di massa; il disagio sociale, al massimo, può essere cavalcato. Quando milioni di persone scendono in piazza, bloccano strade, interrompono la produzione e sfidano apertamente il potere costituito, significa che qualcosa nel profondo non funziona più. In queste condizioni, si innescano processi di polarizzazione sociale che tendono ad incanalarsi verso poli di attrazione che promettono una soluzione alla crisi. Tuttavia, tali poli mantengono la propria capacità attrattiva solo finché vengono percepiti come esterni all'ordine esistente; ma nel momento in cui essi rivelano la propria compatibilità con il sistema sociale che pretendono di cambiare, vengono integrati nei suoi meccanismi istituzionali, iniziando a perdere la loro capacità di attrazione.