Di fronte al crescente fermento sociale, l'obiettivo del capitale è impedire la solidarietà di classe, attraverso la gestione differenziata delle vertenze
Negli ultimi mesi, la Corea del Sud ha vissuto la stagione di conflitto industriale più intensa da un decennio a questa parte. Non sono casi isolati, ma la crepa tra una classe operaia storicamente disciplinata, produttiva, pacificata dai chaebol (conglomerati industriali tramandati di generazione in generazione all'interno della stessa famiglia fondatrice) e dai loro sindacati aziendali, ed un capitale che ha sempre più difficoltà a valorizzarsi.
Lo scorso 21 agosto, i lavoratori di Hyundai Motor organizzati nel sindacato dei metalmeccanici KMWU, hanno incrociato le braccia in quello che i media hanno definito il primo sciopero generale del gruppo in un decennio. L'astensione dal lavoro del 21 sommata a una serie di scioperi iniziata alla fine di luglio hanno interrotto la produzione di 55.200 veicoli per un valore di oltre 2,3 trilioni di won (1,67 miliardi di dollari). Le rivendicazioni non sono solo salariali: accanto all'aumento dei bonus mensili dello stipendio c'è la richiesta di garanzie occupazionali di fronte all'automazione e all'intelligenza artificiale. Secondo fonti sindacali, il 21 agosto circa 3000 i lavoratori hanno partecipato al presidio di fronte alla sede di Hyundai Motor a Seoul.
Alla HD Hyundai Heavy Industries, il sindacato ha ufficializzato il 18 settembre l'interruzione delle trattative, dichiarando di aver condotto otto giorni consecutivi di negoziati per raggiungere un'intesa. Il sindacato ha motivato il fallimento dei colloqui con l'assenza di cambiamenti tangibili per i lavoratori: il punto centrale delle proposte sindacali era la richiesta di distribuire il 30% dell'utile operativo sotto forma di bonus legati alle prestazioni. La direzione ha risposto con un'offerta finale che prevedeva un aumento della retribuzione base mensile di 110.000 won (inclusi 47.000 won per l'anzianità di servizio), oltre a incentivi pari al 200% della retribuzione più un importo fisso di 10,5 milioni di won. Nessuna delle due parti ha ceduto. In assenza di accordo, il sindacato ha avvertito che intensificherà le azioni sindacali fino al massimo livello, inclusa la proclamazione di uno sciopero generale a oltranza.
La trattativa tra azienda e sindacato ha raggiunto un punto di mediazione alla Kia Motors, dove gli scioperi previsti per il 26-28 agosto sono saltati perché la proprietà ha messo sul piatto un accordo provvisorio, con 100.000 won mensili in più e incentivi per il 400% dello stipendio mensile più 12,7 milioni di won una tantum.
Il caso che più di tutti merita attenzione è POSCO. Il 9 settembre, negli stabilimenti siderurgici di Pohang e Gwangyang, i lavoratori hanno avviato un'astensione dal lavoro di 48 ore. Il primo sciopero nella storia dell'azienda, fondata nel 1968, un record che i vertici aziendali e i media di sistema hanno sempre sbandierato come prova di armonia industriale, e che invece si è rivelato per quello che era, ossia una pace forzata. Il primo stop ha coinvolto "solo" 120 lavoratori su circa 10.100 iscritti al sindacato (su 17.000 dipendenti totali): un numero piccolo, che però non va letto come insignificante, ma come apertura di un percorso. Il sindacato ha già annunciato l'escalation, con 120 ore di sciopero proclamate dal 16 settembre se l'azienda non si muoverà oltre l'offerta attuale, un misero 2% sul salario base contro il 7,1% chiesto dai lavoratori.
La nuova stagione di lotte operaie in Corea del Sud è stata inaugurata dai lavoratori di Samsung, il gruppo che da solo genera oltre un decimo del PIL nazionale. Tra settembre 2025 e aprile 2026, gli iscritti al sindacato NSEU sono passati da circa 6.300 a oltre 76.000, quasi la metà della forza lavoro dell'azienda. Lo scorso 23 aprile circa 40.000 lavoratori hanno dato vita alla più grande manifestazione nella storia del gruppo, chiedendo un aumento del 7% degli stipendi base, la destinazione del 15% dell'utile operativo annuo a bonus di produttività e maggiore trasparenza sui criteri di calcolo dei premi, mentre l'azienda offriva il 10%. Di fronte allo stallo, il sindacato aveva proclamato uno sciopero generale di diciotto giorni a partire dal 21 maggio: le stime sui mancati profitti causa astenzione dal lavoro oscillavano tra i 14 e i 20 miliardi di dollari secondo JPMorgan, fino a un tetto di circa 66,7 miliardi di won equivalenti secondo altre proiezioni legate al fermo produttivo di semiconduttori DRAM e NAND. Lo sciopero è stato scongiurato a poche ore dalla scadenza, grazie alla mediazione diretta del Ministro del Lavoro, che ha portato a un accordo salariale provvisorio con la direzione. L'intesa, ratificata da un voto a cui hanno partecipato 62.616 dipendenti (73,7% degli aventi diritto), approvata dal 95,5% dei votanti, ha però un tratto che la rende gemella dell'operazione Kia: il bonus, pari in media a circa 290mila euro, avvantaggia soprattutto i 78mila lavoratori della divisione chip di memoria legati alla domanda di intelligenza artificiale, mentre i dipendenti delle altre divisioni, con profitti stagnanti o in calo, ricevono importi molto più bassi, tanto che un sindacato minoritario ha tentato per vie legali di bloccare il voto denunciando un trattamento sperequato.
Il settore produttivo sud-coreano viaggia a due velocità: da una parte il polo dei chip per l'IA, in piena euforia da bonus miliardari, dall'altra siderurgia, cantieristica e comparti tradizionali che arrancano, schiacciati da concorrenza cinese, dazi e domanda interna fiacca. Sotto la superficie, la tenuta sociale del "miracolo coreano" mostra profonde crepe: il debito delle famiglie ha raggiunto il livello più alto mai registrato, pari al 91% del PIL contro una media dei paesi sviluppati del 68%, con i ventenni che spesso devono più della metà del proprio reddito annuo e oltre 60mila giovani già in default cronico. Nello stesso Paese, nel 2024 si sono contati quasi 15mila suicidi, la principale causa di morte sotto i cinquant'anni, mentre cresce la fascia di giovani, spesso laureati, che si ritirano del tutto dal mercato del lavoro. La fiducia dei consumatori, che la scorsa primavera sembrava riprendersi, è tornata a calare in estate, con il giudizio sulle condizioni economiche domestiche crollato di 18 punti a causa delle tensioni internazionali sui prezzi dell'energia.
Quello che si è consumato in Corea del Sud negli ultimi mesi non è una sequenza di vertenze salariali slegate tra loro, ma la manifestazione più nitida degli ultimi anni di un antagonismo di classe che il modello chaebol aveva a lungo saputo neutralizzare. Per decenni la "pace industriale" sudcoreana è stata disciplina imposta attraverso sindacati aziendali addomesticati, ricatto occupazionale e una promessa di mobilità sociale che oggi il debito delle famiglie e la desertificazione occupazionale giovanile smentiscono ogni giorno. Ciò che ora emerge è la crisi di quel patto: un capitale che, spinto dalla competizione globale sui chip, dai dazi e dall'automazione, non riesce più a comprare la disponibilità di tutta la classe operaia e punta, in combutta con le organizzazioni sindacali, a una gestione differenziata del conflitto pensata per rompere la solidarietà di classe.
Immagine: Federation of Korean Trade Unions, CC0, via Wikimedia Commons






