Il 12 febbraio scorso centinaia di milioni di lavoratori indiani, impiegati nelle miniere di carbone e nell'industria pesante, nei trasporti pubblici e nelle ferrovie, negli uffici governativi e nei servizi bancari, nelle aree industriali urbane e nell'agricoltura, hanno partecipato alla mobilitazione promossa da una piattaforma congiunta di dieci sindacati (Central Trade Unions) in più di seicento distretti del Paese.
Questa massiccia mobiltazione è l'ultimo atto di un lungo braccio di ferro contro i quattro Codici del Lavoro, approvati dal Parlamento senza consultare l'Indian Labour Conference, il principale meccanismo attraverso cui governo, datori di lavoro e organizzazioni sindacali deliberano sulle politiche economiche. Dall'introduzione delle nuove norme i sindacati hanno organizzato sei scioperi generali a livello nazionale, sostenendo che i codici indeboliscono la contrattazione collettiva, limitano il diritto di sciopero e privano milioni di lavoratori della sicurezza sul lavoro, della previdenza sociale e delle tutele salariali.
Anche i gig-workers, i lavoratori delle piattaforme digitali, hanno scioperato il 12 febbraio. Già lo scorso 31 dicembre i rider di Zomato, Swiggy e Zepto avevano lanciato uno sciopero a livello nazionale chiedendo un salario mensile di 40.000 rupie e il divieto del modello di consegna in soli dieci minuti. Lo sciopero dei fattorini è stato indetto dal Telangana Gig and Platform Workers Union (TGPWU) e dalla Indian Federation of App-Based Transport Workers (IFAT), con il supporto delle organizzazioni sindacali regionali.
I sindacati indiani, storicamente legati ai partiti dell'arco parlamentare, pur riuscendo a mobilitare numeri imponenti nelle piazze, privilegiano l'obiettivo della legittimazione da parte dello Stato. L'attività di protesta si limita perlopiù a scioperi di un giorno, volti ad ottenere tavoli delle trattative con le autorità. Questo approccio è tipico del sindacato d'oggi, che si basa su un apparato professionale di funzionari, avvocati e burocrati. Il loro ruolo è quello di mediare tra lavoratori e imprese, condurre trattative e partecipare ad arbitrati governativi e procedimenti legali. L'intento finale è solitamente un compromesso formalizzato attraverso accordi giuridicamente vincolanti. La dirigenza sindacale, che gestisce i fondi e vive in una condizione di privilegio rispetto agli iscritti, ha un interesse diretto nella stabilità delle istituzioni e dell'economia.







