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Le condizioni di vita e di lavoro dei salariati americani sono in continuo peggioramento, anche a causa della pandemia. A ciò si assomma la violenza di un sistema che risponde esclusivamente agli interessi dell'1%.

I conducenti di autobus di New York e Minneapolis si sono schierati dalla parte della propria classe rifiutandosi di trasportare i manifestanti arrestati dalla polizia durante i cortei in risposta all'assassinio di George Floyd lo scorso 25 maggio, morto per soffocamento durante un fermo della polizia a Minneapolis. Il TWU Local 100, che rappresenta gli impiegati del trasporto pubblico nella Metropolitan Transportation Authority di New York City, ha affermato che i suoi membri non lavorano per il dipartimento della polizia di NY e che perciò non vogliono farsi strumento della repressione statale. I video degli autisti che suonano il clacson in supporto ai manifestanti in strada hanno fatto il giro dei social network.

Già durante le proteste di Occupy Wall Street nel 2011, molti conducenti di autobus della Grande Mela rifiutarono di trasportare i manifestanti arrestati verso i commissariati di zona, esprimendo solidarietà verso le manifestazioni del "99%". La Amalgamated Transit Union ha dichiarato di supportare i propri iscritti che non hanno accettato di guidare i mezzi su ordine della polizia. "Questo è un uso improprio del trasporto pubblico", ha detto John Costa, presidente dell'ATU, in un comunicato stampa del 28 maggio.

Durante la pandemia i lavoratori del trasporto pubblico hanno pagato un caro prezzo in termini di vite umane e di salute (alla data del 6 aprile, 22 sono i morti e mille i contagiati tra i dipendenti della metro di New York); ma anche altri settori del mondo del lavoro sono stati colpiti duramente dal Covid-19, o meglio, dalla pessima gestione statale della pandemia.

Secondo il sindacato UFCW, che rappresenta 1,3 milioni di lavoratori, almeno 100 dipendenti di negozi di alimentari sono deceduti per Covid-19 e 5.500 sono risultati positivi al virus. La lotta di classe si è quindi configurata in questi mesi come lotta per la vita, messa in pericolo dalle folli esigenze di valorizzazione del capitale. Gli autisti di mezzi pubblici a Detroit e Birmingham, gli operai dell’industria automobilistica (GM e Ford), i magazzinieri Kroger a Memphis, gli addetti ai fast food di Chicago e della Carolina del Nord, gli operatori della sanificazione dei luoghi di lavoro in Pennsylvania, i lavoratori di Amazon e i driver di Instacart, sono stati in prima fila negli scioperi per la difesa della salute, mobilitazioni che hanno attraversato anche il Primo Maggio 2020.

Picchetti volanti sono stati organizzati da #Fightfor15 a Los Angeles e Chicago, dove le richieste dei manifestanti prevedono un aumento salariale per il rischio contagio, il congedo per malattia e dispositivi di sicurezza personali adeguati. Secondo il movimento, nato nel 2012 all'interno dei fast food per ottenere una paga minima di 15 dollari l'ora, c'è uno stretto legame tra i salari da fame, lo sfruttamento dei lavoratori, il razzismo e le politiche oppressive, e per questo i lavoratori sindacalizzati della ristorazione veloce appoggiano le manifestazioni di #BlackLivesMatter. Addirittura il governatore dello Stato di New York, Andrew Cuomo, ha affermato che esiste un filo rosso che lega diseguaglianza sanitaria, economica e giudiziaria. I fatti parlano chiaro: il tasso di mortalità dei neri colpiti dal Coronavirus è più del doppio di quello dei bianchi.

In un contesto di scioperi più o meno selvaggi per la difesa delle condizioni di vita dei salariati, con più di 40 milioni di americani che hanno fatto richiesta di sussidio di disoccupazione da quando è iniziata la pandemia, si inserisce dunque la grande rivolta scoppiata in seguito all'uccisione di George Floyd, presto estesasi a tutti gli Stati Uniti con manifestazioni spontanee, saccheggi di negozi e supermercati, distruzione dei simboli del potere, scontri con la polizia (che ha arrestato complessivamente più di 10.000 persone), e l'intervento della Guardia Nazionale in 28 stati.

Sono state molte, nei giorni scorsi, le manifestazioni di solidarietà fuori dagli Stati Uniti in alcune grandi metropoli del mondo: Rio de Janerio ("La vidas negras importam"), Buenos Aires e Città del Messico. A Guadalajara, in Messico, sono scoppiate rivolte per la morte del 30enne Giovanni Lopez, arrestato per non aver indossato la mascherina e poi deceduto mentre era in custodia della polizia. Migliaia di persone hanno protestato in diverse città europee, tra cui Lisbona, Berlino, Madrid, Londra, Copenaghen, Amsterdam e Atene, al grido di #Justice4GeorgeFloyd. A Parigi 20.000 persone sono scese in strada in solidarietà alla rivolta negli Usa e in ricordo di Adama Traorè, un 24enne nero ucciso dalla polizia nella capitale francese mentre era in stato d'arresto. Manifestazioni anche in Nigeria e Kenya. Cortei e sit-in anche a Tel Aviv, Haifa e Gerusalemme est per chiedere giustizia per Floyd. Messaggi di solidarietà sono giunti ai manifestanti americani dagli occupanti di Piazza Tahrir a Baghdad, anche loro alle prese con una feroce repressione. Manifestazioni in diverse città in Australia, Nuova Zelanda e Giappone.

La morte di George Floyd ha dato il via a un'ondata globale di manifestazioni, per adesso non coordinate tra loro, che rimarcano come il sistema capitalistico sia sempre più asfissiante ("I can't breathe", io non posso respirare) soprattutto per chi non possiede altro che la propria forza-lavoro per vivere; e che mettono in evidenza la necessità da parte dei manifestanti non tanto (e non solo) dell'accoglimento di particolari rivendicazioni politiche o sindacali, quanto di un rivolgimento sociale generale.

L'America, oggi, è il mondo e lancia un messaggio di ribellione agli sfruttati di tutto il pianeta.