
Alcune considerazioni a margine della manifestazione del 31 gennaio contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna al civico 47 di corso Regina Margherita
Il corteo che si è svolto a Torino il 31 gennaio, anche se organizzato per un motivo specifico, ovvero in risposta allo sgombero dello storico centro sociale avvenuto lo scorso dicembre, si pone in continuità – almeno come partecipazione - con gli scioperi generali per Gaza del 2025, che hanno coinvolto direttamente i luoghi di lavoro e diversi settori, tra cui il trasporto pubblico locale, le fabbriche, le ferrovie, la scuola e i porti.
Le motivazioni profonde che hanno riempito le piazze lo scorso anno, così come di recente a Torino, vanno ricercate in un disagio crescente dovuto al peggioramento delle condizioni di vita, non solo in termini strettamente economici ma anche di insicurezza verso il futuro, dato l'estendersi delle guerre e la preoccupazione che questa realtà produce nelle nuove generazioni (vedi ondata di lotta della "Generazione Z").
Torino aveva visto una vivace presenza giovanile durante le mobilitazioni Pro-Palestina, e registra diversi episodi repressivi, con fermi, arresti e denunce. Il capoluogo piemontese si configura da sempre come un laboratorio politico, ma anche repressivo. Città con una lunga storia di lotte operaie, oggi senza più fabbriche, vede crescere precarietà e disoccupazione. La provincia di Torino è la più cassaintegrata d'Italia.
La manifestazione del 31 gennaio è stata molto partecipata, il conteggio va dalle 20.000 persone stimate dalla Questura alle 50.000 dichiarate dagli organizzatori, cifra più attinente alla realtà. Al di là del solito balletto delle cifre, le foto e i video del corteo testimoniamo una notevole presenza di manifestanti che ricorda le manifestazioni passate all'insegna dello slogan "blocchiamo tutto!"
Osservando il lungo serpentone che si snodava lungo corso Vittorio Emanuele, si percepiva un certo scollamento della massa dei manifestanti dagli slogan lanciati dai microfoni, come ad esempio "Torino è partigiana". Ciò che emergeva, invece, era la voglia di scendere in piazza contro qualcosa, pur non avendo ancora ben chiaro per cosa.
Quando la testa del corteo è arrivata all'incrocio tra corso San Maurizio (attiguo al centro città) e corso Regina Margherita dove si trova la sede espropriata del centro sociale, una parte ha svoltato verso di essa, presidiata da ingenti forze di polizia. Si sono quindi verificati scontri tra forze dell'ordine e manifestanti, con lancio di fuochi d'artificio da una parte e getti d'acqua e lacrimogeni dall'altra.
Buona parte del corteo è rimasta in corso Regina in attesa di vedere come evolvesse la situazione, evitando di fatto che la polizia mettesse in campo un'operazione a tenaglia contro chi si scontrava con i reparti antisommossa nei pressi di Askatasuna. La manifestazione si è sciolta quando i manifestanti provenienti da fuori città sono saliti sui pullman in zona corso Regio Parco, punto di ritrovo previsto per la fine della mobilitazione. La quale, in ultima analisi, si è svolta senza sconvolgere i piani della Questura: non è passata per Piazza Castello, luogo in cui avrebbero dovuto confluire i tre cortei partiti da Porta Susa, Porta Nuova e dall'Università (Palazzo Nuovo), mentre il centro storico, dove sono presenti i palazzi delle istituzioni e i negozi di lusso, è stato messo in "sicurezza", con grande sollievo della borghesia cittadina.
Gli scontri davanti al centro sociale sono risultati una valvola di sfogo prima della conclusione del corteo, abilmente utilizzati dalla "società dello spettacolo" per invocare misure "legge e ordine", già in programma da tempo, e non solo ad opera dell'attuale governo di destra. La canea giornalistica si è subito scatenata, in particolare contro gli "incappucciati"; per tutta risposta, sono stati pubblicati video che documentano come anche i poliziotti abbiano bastonato con violenza i manifestanti (ma anche dei malcapitati di passaggio). Il dibattitto violenza/non-violenza ha un contenuto esclusivamente morale e ideologico; la realtà è che viviamo in una società intrinsecamente violenta, dato che è divisa in classi economicamente antagoniste. La necessità di una "blindatura democratica" è un processo in atto da anni, ben visibile oggi negli Stati Uniti, con l'utilizzo delle milizie dell'ICE e l'impiego della Guardia Nazionale per contrastare una presunta emergenza di criminalità.
Per aprire una breccia nella cappa di piombo corporativa che tutto soffoca, sarebbe quantomai necessario un cambio di paradigma, sarebbe necessario smettere di giocare al gioco predisposto dagli apparati di sicurezza. Serve dunque un game changer, il che vuol dire rompere con il solito tran-tran e le consunte ritualità di piazza.
A titolo d'esempio, potrebbe essere utile guardare all'esperienza del movimento Occupy Wall Street, che nel 2011 aveva lanciato una mobilitazione permanente tramite l'occupazione in pianta stabile delle piazze, per dare vita ad una "contro-società", un luogo sicuro e aperto per il 99% in lotta contro il sistema dell'1%. Il movimento Occupy, il cui organo di coordinamento era l'Assemblea Generale, si strutturò a rete, senza leader e gerarchie, voltando le spalle alla politica parlamentare e trovando in sé contenuti, forza ed energia per diffondersi a livello globale all'insegna dello slogan "Occupy the World together".






